752.-IL MONDIALISMO ANTISOLIDALE DEL FATTO COMPIUTO E L’IMMIGRAZIONE: I RIMPATRI CHE NON CI POSSIAMO PERMETTERE

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1. La questione dell’immigrazione non è ovviamente solo €uropea. Certo, la progressione dei numeri degli ultimi anni è impressionante: ma solo perché, come abbiamo visto, è gestita attraverso un sostanziale lassez-faire, in cui l’emergenza umanitaria dei rifugiati è utilizzata per “scudare”, nel teatrino mediatico, la ristrutturazione sociale e del mercato del lavoro progettata nella €uropean-way.
Abbiamo infatti visto come persino secondo i trattati i vari Stati avrebbero potuto e, anzi, avendo tutt’ora una riconosciuta sovranità di policies in tema di immigrazione, “dovuto” gestire il problema in tutt’altro modo: cioè, a fronte di un’immigrazione essenzialmente economica, ogni Stato, proprio in base al principio di sussidiarietà operante negli stessi trattati, avrebbe potuto concludere opportuni trattati bilaterali con gli Stati “di partenza”, non troppo difficilmente individuabili in base alla conoscenza della composizione dei flussi migratori effettivi.

2. La conclusione dei trattati bilaterali, infatti, risponde anche a espresse previsioni dei trattati europei oltre che al sistema più razionale e consensuale seguito in passato all’interno dell’Europa (pre-federalismo e liberoscambismo), e non solo:
“Va infatti ricordato che l’art.78 TFUE sopra citato, se letto in buona fede, si riferisce chiaramente a flussi peculiari, cioè determinati da eccezionali e imprevedibili eventi circoscritti a uno “Stato terzo” manifestamente in stato emergenziale, e non coinvolgenti in

modo stabile e prolungato, data l’evidente ratio di eccezionalità della normativa, intere aree continentali o addirittura interi continenti.

Ce lo conferma lo stesso trattato: al successivo art.79, infatti, l’Unione nel configurare una “politica comune” di gestione dei flussi migratori:
a) si pone, al par.1, l’obiettivo prioritario del “contrasto rafforzato alla immigrazione illegale e alla tratta degli esseri umani”.
E dov’è tale azione comune di contrasto rafforzato, che è evidentemente diversa dal principio del “non respingimento” e della protezione sussidiaria e dei rifugiati, che riguarda situazioni eccezionali e imprevedibili?;
b) enuncia il seguente fondamentale principio (par.5): “Il presente articolo non incide sul diritto degli Stati membri di determinare il volume di ingresso nel territorio dei cittadini di paesi terzi, provenienti da paesi terzi, allo scopo di cercarvi un lavoro indipendente o autonomo”;
c) infine, volendo attribuire alla normativa europea una certa previdenza sugli esiti emergenziali dei principi dell’art.78, lo stesso art.79, al par.3, mostra come la degenerazione, fuori dai suoi presupposti giustificativi nel trattato, di una fase emergenziale non si risolva con la permamente apertura delle frontiere che, anzi, fuori dalla condizione di imprevedibiltà, origine circoscritta ed eccezionalità, (caratteri che la dimensione e la durata attuale del fenomeno ormai smentiscono), deve considerarsi non consentita e da correggere.

Ed infatti, il par.3 così prevede:
“L’Unione può concludere con i paesi terzi accordi ai fini della riammissione, nei paesi di origine o di provenienza, di cittadini di paesi terzi che non soddisfano o non soddisfano più le condizioni per l’ingresso, la presenza o il soggiorno nel territorio di uno degli Stati membri”.
E dove sono, dopo anni e anni di incremento vertiginoso del fenomeno della immigrazione illegale (ce lo dicono le statistiche) questi accordi, coi ben identificabili paesi terzi, per il rimpatrio di coloro che non soddisfano ora e poi le condizioni di ingresso in €uropa?”

3. Ben si potevano considerare, infatti, quei dati agevolmente accessibili che, al di là della retorica del “fuggono dalla guerra, dalla fame, e dalla distruzione”, ci raccontano di un travaso migratorio essenzialmente dovuto al tentativo de facto di aprire le frontiere del mondo intero, in particolare europee, per realizzare una mobilità della forza lavoro che funzioni da acceleratore della deflazione salariale e della destrutturazione del welfare dei paesi “riceventi”, in modo da equalizzare la “competitività” del costo del lavoro tra ex-paesi ricchi e paesi del terzo mondo o, comunque, in via di sviluppo.

In proposito riportiamo alcuni dati salienti riguardanti la realtà italiana, riferita al 2014:
Si consideri che, quanto al 2014, ad esempio, “su 36.270 stranieri richiedenti lo status di rifugiato (circa il 20% del totale degli immigrati annuali), il 10% (3.641) l’ha ottenuto, il 23% ha ricevuto protezione sussidiaria, il 28% quella umanitaria. Pari al 39% le domande respinte”.
E questa statistica, quindi, esclude dal computo quegli immigrati che non hanno inoltrato alcuna domanda di asilo o assimilabile, che sono la grande maggioranza, considerando che, nello stesso 2014, gli arrivi sono ammontati a circa 170.000 persone. Dunque, l’80% non chiede neppure di esperire una procedura che si richiami ai “motivi umanitari”, già più ampi dello status di rifugiato; e, anche avendo esperito tali procedure, circa l’88% risulta essere immigrato illegale, cui attribuire una prevalente giustificazione di mera immigrazione economica.

NB: I dati della tabella sottostante riguardano, nei vari Stati interessati, l’esito delle pratiche attivate dai richiedenti uno status di profugo o similare, non il numero totale degli immigrati in arrivo, che è molto maggiore: quelli che non fanno richiesta, infatti, sono, per loro stessa ammissione, degli immigrati “illegali” ai sensi dell’art.79 TFUE, cioè espressione del fenomeno che tale norma imporrebbe all’Unione di contrastare:

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4. Ma da dove nasce il sistema, o meglio la strategia, dell’immigrazione illegale di massa, cioè della tendenza al fatto compiuto nella “dimenticanza” di difendere le frontiere mediante tutti gli strumenti delle leggi già vigenti (compresa la Costituzione)?
Da dove nasce il fenomeno dell’immigrazione mediante assalto alle frontiere (illegale per definizione) volutamente non regolato, instauratosi in base a circostanze considerate “emergenze imprevedibili” ed epocali, ma in realtà in atto da decenni?
Da dove nasce l’assenza di qualunque tentativo di affrontare e risolvere le cause degli squilibri economici e sociali nei paesi di origine, e la volontà di trasformare la pressione demografica dei paesi impoveriti nella imposizione della forza lavoro “importata” alle comunità sociali statali?
Da dove nasce questa tecnica dell’occultamento dell’idea – autenticamente solidale sul piano della comunità internazionale- della risolvibilità delle cause della migrazione economica mediante politiche di promozione del benessere nei paesi d’origine (p.8-9)?
Dalla ovvia considerazione che i cittadini, una volta colpevolizzati, da orchestrate campagne mediatiche, posti di fronte al manifestarsi del “fatto compiuto”, costituiscono un elettorato a cui non si può dire apertamente la verità su questo punto.
Perché non gli si può dire quella verità che emergerebbe, nel pubblico dibattito e nella trasparenza, se si dovesse votare, e, forse, far effettivamente rispettare, una legge di cui fossero comprensibili gli obiettivi di mutamento demografico e dell’assetto dell’offerta del lavoro e, ancor più, i presupposti obiettivi, derivanti dalla rilevazione e dalla stima di un’effettiva esigenza di sopperire a carenze di disponibilità di determinate tipologie di lavoratori.

5. Non è difficile affermare che tale tecnica di variazione demografica e di incremento di fatto dell’offerta di lavoro (cosa che ne deprime naturalmente il prezzo-compenso retributivo, secondo una ben nota legge del mercato che i decidenti di fatto conoscono benissimo e fanno finta di ignorare appellandosi “sorpresi” al dramma umanitario, debitamente provocato), nasca negli USA.
L’ammissione di ciò l’avevamo avuta esaminando l’analisi dell’offerta politico-partitica degli stessi Stati Uniti compiuta da un autentico esperto del globalismo economico: Martin Wolf.

Egli così ci descrive il mercato politico USA, senza nascondere che si tratti di un paradigma, sempre più, valido per il più ampio “mondo occidentale”:

“Risulta estremamente interessante la sua definizione di ala destra e ala sinistra delle “elites”: primo perché ci indica i termini sostanzialmente omogenei delle due versioni di politica economica; poi perché ribadisce ciò che al lettore non deve mai sfuggire e che abbiamo appena illustrato. Cioè che il governo della società, al di là del processo elettorale, spetta comunque alle elites.
Perché termini sostanzialmente omogenei?
Chiederselo, e capirlo, è estremamente utile, anche in termini di comprensione della situazione italiana ed €uropea.
Dunque, la destra (delle elites) persegue: aliquote fiscali basse, apertura all’immigrazione, globalizzazione, limitazione dei costosi programmi di welfare, deregolamentazione del mercato del lavoro e massimizzazione del valore per l’azionista.
La sinistra (delle elites) invece: apertura all’immigrazione (di nuovo), multiculturalismo, laicismo, diversità, libertà di scelta sull’aborto e uguaglianza di razza e di genere.
La differenza tra queste due versioni è particolarmente sfuggente in termini di interessi materiali del popolo che costituisce la maggioranza schiacciante del corpo elettorale.
Wolf stesso evidenzia particolarmente che entrambe le fazioni sono sostenitrici dell’apertura alla immigrazione. Almeno, parrebbe, negli USA: questo implica necessariamente, diremmo indefettibilmente, una particolare concezione del mercato del lavoro, cioè l’instaurazione del lavoro-merce caratterizzato dalla perfetta flessibilità, che, a sua volta, ha il suo punto di appoggio necessitato, cioè creativo dello “stato di eccezione” che ne impone la necessità, nella globalizzazione finanziaria, che equivale a dire la liberalizzazione della circolazione dei capitali.

6. Questo schema, dunque, lega indissolubilmente la liberalizzazione dei capitali al mercato del lavoro e, a sua volta, alla immigrazione di fatto non regolamentata dal fisiologico sistema dei trattati internazionali bilaterali.
Tale sistema viene abbandonato rigorosamente “all’insaputa” dei rispettivi elettorati: e ciò considerando che, appunto, l’attuale sistema dell’assalto alle frontiere, ripetiamo, non passa per le deliberazioni dei parlamenti e della loro legislazione ma per la “registrazione” di una serie di “stati di eccezione” extraordinem.
Questo far subire alle popolazioni di tutto il mondo gli effetti di eventi definiti inevitabili e incontrollabili, ma solo celandone le precise cause economiche e geopolitiche, è perfettamente in linea con le strategie del governo globale dei mercati e con l’abolizione della sovranità statale che esso si prefigge.

Una serie di trattati conclusi da uno Stato che voglia regolare l’aspetto demografico del proprio assetto sociale e del mercato del lavoro, implica infatti il rinnovato riconoscimento della sovranità di tale Stato e, per simmetria, di quella degli Stati controparte di questi stessi trattati, individuati in modo trasparente e legalitario.
Tale riaffermazione di sovranità, sempre de facto, va invece accuratamente evitata:

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7. Il problema della destrutturazione de facto della sovranità si propone in termini relativamente semplici: si attribuisce all’Esecutivo una discrezionalità nell’applicazione della legge in materia di immigrazione, che sia tanto più ampia quanto più lo “stato di eccezione ” (programmato), sia conseguente alla vastità del fenomeno di fatto.
Poi, di fronte, appunto, alla vastità del fenomeno (che è il fatto compiuto extra ordinem) si pone l’attenzione non sulle sue cause generatrici – cosa che implicherebbe l’individuazione di originarie e permanenti responsabilità politiche sull’applicazione passata della legge- ma sui limiti finanziari dell’applicazione effettiva della legge stessa.
Si pone cioè l’attenzione sul costo dell’enforcement: lo stato di eccezione diviene così privo di alternative, un TINA, perché applicare la legge sull’immigrazione e, in modo indiretto ma implicito, quelle sulla tutela del lavoro e sulla sostenibilità del welfare, nella loro originaria portata e finalità di tutela dell’interesse della comunità-elettorato, “non ce lo possiamo permettere”.

La piena conferma di questo schema di “governo della ristrutturazione”, delle sovranità e delle stesse comunità sociali che questa dovrebbe tutelare, l’abbiamo da un articolo dell’International New York Times odierno (pag.11, Immigration Law and Obama); tenendo appunto presente che la stampa anglosassone, pur svolgendo lo stesso ruolo di legittimazione del frame mondialista di quella italiana, lo fa in maniera più discreta e più fedele nella esposizione dei fatti rilevanti.
Vale a dire, i fatti non scompaiono completamente dall’esposizione a favore di slogan che assurgono, come in Italia, al ruolo di fattoidi incontestabili e circondati da un moralismo ricattatorio che colpevolizza il cittadino di ogni pulsione di naturale autodifesa del proprio benessere e di aspettativa fondata sulla conformità alle leggi dell’azione dei pubblici poteri.

8. La questione, nell’articolo citato, viene subito affrontata nei suoi termini legali:
“La controversia legale che investe le politiche di enforcement delle leggi sull’immigrazione dell’amministrazione Obama, sarà risolta dai giudici della Corte Suprema, nell’udienza programmata il 18 aprile, pronunciandosi sul caso Stati Uniti vs. Texas. Il Texas sostiene che le decisioni dell’esecutivo presidenziale difettino della “sanzione legale” del Congresso ed abbiano danneggiato o Stato (del Texas).Obama…ha comunque operato nell’ambito di risalenti e perduranti previsioni della legge che conferiscono all’Esecutivo una discrezionealità nell’enforcement. Una prerogativa presidenziale già riconosciuta dalla Corte Suprema. Inoltre, la natura dell’enforcement in tema di immigrazione e le risorse (o la mancanza di esse) apprestate dal Congresso esigevano esattamente le scelte che il Presidente ha compiuto.Il Congresso ha ripetutamente accordato all’Esecutivo un ampio potere nell’applicazione delle leggi sull’immigrazione. La legge del 2002, istitutiva del Dipartimento della Sicurezza Interna (Homeland Security), afferma esplicitamente che l’Esecutivo debba stabilire “le politiche e le priorità nazionali di enforcement dell’immigrazione”. La Corte Suprema ha riconosciuto gli spazi che il Congresso lascia all’Esecutivo nelle “deportazioni” (ndr: ciò che in UE viene denominato “rimpatri”). La Corte Suprema…ha rilevato che “una caratteristica centrale del sistema di rimpatri (removal) è l’ampia discrezione esercitata dai funzionari dell’immigrazione” inclusa la decisione “se sia ragionevole (finanziariamente, come vedremo, ndr.) la stessa effettuazione del rimpatrio”.
…La Corte Suprema riconosce da lungo tempo tale discrezionalità, non potendo il Congresso prevedere ogni tipo di situazione. Già nel 1950 ha affermato che le leggi sull’immigrazione sono un’area dove “la flessibilità e l’adattamento delle politiche del Congresso a condizioni infinitamente variabili, costituiscono l’essenza del programma”.Le immense conseguenze morali e legali di una campagna di deportazioni che abbia a bersaglio gli 11 milioni di immigranti privi di documenti sono ovvie. Persino gli americani la cui frustrazione per tale stato di cose ha superato la “compassione”, portandoli a sostenere le più drastiche applicazioni coattive della legge, sarebbero propensi a riconsiderarle se assistessero effettivamente al compimento delle operazioni da intraprendere.Un gigantesco rastrellamento come quello necessario richiederebbe un’eccezionale espansione delle capacità di “polizia-enforcement” e risulterebbe in una massiccia intrusione nel tessuto sociale americano.Ma (ed è questo il punto cruciale della connessione tra discrezione crescente a posteriori dallo stato di fatto compiuto, e mancato enforcement come soluzione TINA, cioè che “non ci si può più permettere”, ndr.) non c’è prospettiva per una tale campagna di enforcement, perché il Congresso non ha reso disponibile che una frazione del finanziamento necessario della spesa necessaria.Questo è il perché, per sua natura, l’enforcement in materia di immigrazione, richiede la discrezionalità dell’Esecutivo”.

9. E così il cerchio si chiude: gli squilibri strutturali, economici e sociali, dei paesi più poveri sono un remoto problema affidato alla logica delle “riforme” (ferocemente neo-liberiste) previamente imposte da FMI e World Bank.
L’irrompere di fatto delle masse dei migranti sono, allo stesso modo, un acceleratore dei presupposti per poter giustificare le riforme stesse nei paesi d’arrivo.
L’emergenza occupazionale, già creata dai vincoli esterni sui paesi delle democrazie europee, si sposa con lo stato di eccezione migratorio, sfruttando la sovraofferta di lavoro a basso costo: nonostante la sua illegalità, questa situazione consente di arrivare a rendere indubitabile l’onerosità del mantenimento di qualunque forma di welfare, che “non ci possiamo più permettere” in una tale situazione di emergenza programmatica.

L’idea è più Africa per tutti (o più Messico per tutti).
Senza la sovranità, obsoleto retaggio del mondo dei cittadini per un attimo divenuti popolo sovrano di lavoratori: end of democracy.
Benvenuti nel mondo della globalizzazione denazionalizzata e anti-statuale: a vostra insaputa, ma è questo che vi potete permettere…

Pubblicato da Quarantotto

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4 pensieri su “752.-IL MONDIALISMO ANTISOLIDALE DEL FATTO COMPIUTO E L’IMMIGRAZIONE: I RIMPATRI CHE NON CI POSSIAMO PERMETTERE

  1. Fabrizio Laria
    Possibile che, anche per quanto riguarda l’immigrazione, sia tutto così sostanzialmente programmato? Non so, mi sembra una ricostruzione molto, forse troppo lineare. Metto in conto che la mia possa essere una perplessità ingenua, ma non sarei sincero a negarla.

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  2. Quarantotto
    Quello che certamente è programmato è l’insieme delle politiche del Washington Consensus, che, sul presupposto della liberalizzazione dei capitali, implicano apertura delle frontiere de facto alla manodopera a basso costo.
    O si delocalizza verso i luoghi dove il costo del lavoro è nettamente inferiore, o si importano i lavoratori disposti a livelli salariali inferiori.

    Entro questo tracciato, che è quello della lberalizzazione dell’economia senza confini, cioè il freetrade, il conseguente accentramento del potere, inevitabile (e accuratamente teorizzata), rende le varie conseguenze istituzionali (cioè scelte normative e indirizzi di governo) delle mosse obbligate.

    Cioè si realizza il pieno controllo delle istituzioni e delle politiche da esse svolte in modo da risolvere, in modo pretesamente definitivo, il conflitto sociale.
    Ogni implicazione è dunque un pezzo coerente con una linea e un potere di decisione organici (e consolidati da circa duecento anni di teorizzazioni e alterne fortune).

    La lettura di questo blog agevola la comprensione di ciò, senza dover mettere in gioco una “programmazione” che risponda ad una linearità intenzionale “perversa”: è ovvio che è desumibile dalla teorizzazione dei neo-liberisti e dalla volontà di attuare queste teoria non contrastata da alcuna idonea controspinta democratica.

    Appunto perciò questo blog espone tali teorie e tali politiche, e le approfondisce da anni.
    Ergo, le ingenue perplessità personali sono dissipabili con una lettura attenta e paziente.

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  3. Lorenzo Carnimeo
    Anche a me, in generale, il (coerente e ragionato) post sembra -a prima pelle- filare in maniera troppo lineare, quasi al punto da condividere l’ingenua perplessità di Laria. Poi però mi domando: “ma come giustificare, altrimenti, una politica occidentale in mediterraneo che appare disastrosa e senza senso?

    Io noto che si sono destabilizzati una serie di regimi (Siria e Libia), che, ancorché non democratici:
    – garantivano, nel loro piccolo, stabilità sociale interna e relativo benessere (tanto il Baas che la Jamairiya erano di lontana ispirazione socialista);
    – erano regimi laici, che non favorivano il proliferare del fondamentalismo (che ha trovato -per contro- humus favorevole dopo le destabilizzazioni);
    – frenavano, per l’appunto, i flussi migratori, sotto più aspetti: da un lato i locali non emigravano, dall’altro, il traffico di esseri umani proveniente anche da altre aree beneficia, oggi, soprattutto in libia, del fatto che nessuno controlla il territorio;
    – Erano regimi sostanzialmente sdoganati, o comunque con i quali era in fondo possibile un dialogo politico. La Libia di Gheddafi navigava verso la rimozione delle sanzioni ed aveva consegnato i terroristi di Lockerbie, la Siria di Assad, in ogni caso, era pur sempre stato un membro della coalizione che aveva liberato il Kuwait nel 1991.

    Anche l’Egitto di Mubarak era filo-occidentale. Eppure, non solo Mubarak fu deposto, ma ora ci si concentra nel minare il potere di Al-Sisi, che è un’altra barriera contro il fondamentalismo e la destabilizzazione. La domanda è: perché?

    Il discorso è assai complesso e trovo difficoltà ad orientarmi, lo riconosco. Personalmente vedo una concorrenza di fattori, che provo a sintetizzare:
    – l’involuzione ordoliberista europea necessita di disoccupati di riserva per comprimere i diritti dei lavoratori. Le destabilizzazione e la facilitazione sostanziale dei flussi migratori sono in tal caso le benvenute, anche ai fini di una americanizzazione forzata della società europea in vista del TTIP.
    – la destabilizzazione è anche favorevole agli obiettivi di potenze regionali mediorientali. Basta vedere l’uso strumentale dell’immigrazione fatto dalla Turchia di Erdogan (cui l’iSIS in siria serve, poi, per risolvere la questione curda), ma anche Arabia saudita & Co (i cui emiri preferiscono finanziare l’ISIS che aiutare i profughi fratelli di fede): una Libia o una Siria in mano ai fondamentalisti non gli dispiacciono certo, immagino, così come non gli dispiace vedere flussi migratori verso l’Europa (forse perché nel disagio sociale dei quartieri popolari “multikulti” europei pieni di disoccupati è più facile reclutare soldati fondamentalisti? O cosa altro?).

    Il ruolo americano è davvero un’incognita. Io personalmente vedo un america -forse troppo prigioniera di prospettive economicistiche?- quasi priva di politica estera e di visione geopolitica. Si fa tirare per la giacca in Libia dalla Francia nel 2011 (l’operazione militare era NATO, ed è stata un’operazione NATO in cui la voce del padrone è stata latitante), si fa tirare per la giacca dalla Turchia e dai Sauditi…… nel mentre stuzzica la Russia nel giardino di casa, e favorisce un prezzo del petrolio basso che -prima dei russi- mette in crisi le aziende americane che usavano il fracking per estrarre il petrolio. Insomma, cosa si vuole? Una serie di destabilizzazioni funzionali alla svalutazione del lavoro richiesta dall’establishment economico senza la minima presa in considerazione di effetti collaterali? O cosa altro?

    E questo tacendo l’uso strumentale ed ipocrita della retorica umanitaria (che è pur giusta e sacrosanta in sé ed obbedisce a principi di solidarietà umana che nessuno può e deve negare), da parte della cosiddetta “sinistra del costume”, per certi versi anche più odioso di certi “muri”. Mala tempora……

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  4. Quarantotto
    Il post in realtà consiste in una registrazione (scarsamente deduttiva) di una sequenza di fatti storicamente avvenuti e dei loro effetti obiettivi.

    Ma, volendo essere lineari, su un piano logico, giuridico e anche biologico-etologico, basta porsi una semplice domanda, la cui risposta è preliminare a ogni altra questione, in base a una ragionevolezza che sfugge nei miasmi della campagne mediatiche:
    “e’ o non è prioritario, e quindi va tutelato prima di ogni altro, il diritto di ogni essere umano di vivere in pace, nonché perseguendo il benessere proprio e della famiglia che volesse formare, NELLA TERRA DOVE E’ NATO?”

    Qualsiasi risposta diversa da quella positiva, conduce a considerare diversi gradi di sradicamento, e alienazione psicologica e sociale, come un aspetto DELLA PERSONA UMANA, trascurabile e non rientrante nei suoi diritti fondamentali.

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