731.-Due italiani rapiti in Libia. “Fermati in strada nel deserto”. Rapitori ‘noti’ alle autorità

 

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Sono Bruno Cacace, 56enne residente a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), e Danilo Calonego, 66enne della provincia di Belluno. Si tratta di due dipendenti della Con.I.Cos (Contratti Internazionali Costruzioni) di Mondovì, rapiti nel sud-ovest della Libia. La zona del sequestro dei due tecnici è la più lontana dalle coste del Mediterraneo e anche forse una delle più pericolose. Lì infatti l’intelligence sospetta che lo Stato islamico si stia riorganizzando per reagire alla sconfitta di Sirte, dove ormai sono rimasti pochissimi nuclei di resistenza. Invece il Fezzan è lo snodo dei percorsi verso l’Africa nera, dove il Daesh spera di trovare nuove reclute per rinforzare le sue brigate e dove è più facile mantenere i contatti con Boko Haram, la potente milizia islamista nigeriana che sta cercando legami non solo ideologici con l’Is. Un territorio sterminato, difficile da sorvegliare anche con l’uso di droni, lontano dalle portaerei statunitensi e quindi perfetto per costruire campi d’addestramento e prendere fiato dopo gli attacchi aerei condotti dall’aviazione americana negli ultimi mesi. Ma l’Is non è l’unica minaccia: il deserto sul confine algerino è stato attraversato spesso anche da altre milizie armate che non hanno mai rinnegato l’affiliazione con Al Qaeda nel Maghreb. Difficile ipotizzare la matrice del sequestro. I rapimenti a scopo di estorsione, per ottenere riscatti in denaro o addirittura in beni come fuoristrada e scorte di cibo, non sono infrequenti e fanno parte della tradizione di molte tribù locali, spesso nomadi che commerciano lungo le rotte carovaniere.

La coincidenza temporale con l’inizio dell’Operazione Ippocrate, lo schieramento di un ospedale da campo militare italiano a Misurata, per curare i feriti che combattono il Califfato a Sirte, potrebbe fare ipotizzare una motivazione “politica” del rapimento. Ma il caos che regna in gran parte della Libia e le dimensioni del Paese non permettono di formulare nessuna valutazione fondata. Infatti il potere del governo unitario di Tripoli su quel territorio è soltanto formale. Da tempo in quell’area si sfidano due gruppi etnici principali. Gli scontri tra tuareg e tebu hanno raggiunto la massima intensità nello scorso anno, poi una mediazione internazionale ha portato a una tregua, estremamente fragile e senza un controllo reale del territorio. Fondamentale l’influenza delle autorità francesi, che sono hanno creato basi operative in Niger e Ciad da cui possono monitorare la frontiera con il Fezzan, e il ruolo svolto da un ex generale di Gheddafi, Ali Kana, che avrebbe spinto le due tribù a formare una sorta di esercito comune.

Ma non bisogna pensare che il Fezzan sia solo un deserto insidiato da guerriglieri e predoni. Lì sono stati identificati almeno dieci grandi giacimenti di petrolio: una risorsa che lo rende una pedina importante nei giochi delle diplomazie internazionali per stabilire quale sarà il futuro della Libia. Ammesso che si riesca a debellare completamente le radici del Daesh

Secondo quanto scrive il portale Alwasat, il colonnello Ahmed al Mismari, portavoce delle Forze armate libiche legate a Khalifa Haftar, il generale di Tobruk, ha affermato: “I due italiani  sono stati sequestrati da una banda criminale e dietro c’è l’impronta di al Qaida”.  I due italiani si troverebbero ancora nella stessa zona .Secondo il vice di Sarraj, invece è “Presto per definire i contorni e la matrice della vicenda”. Il vicepresidente del Consiglio presidenziale del governo di unità libico, Moussa el Kouni, ha fatto cenno su twitter al rapimento di Bruno Cacace e Danilo Calonego e scrive che “il Consiglio presidenziale intensifica gli sforzi politici con i servizi di sicurezza e gli abitanti del sud di Ghat e le regioni di confine per trovare i sequestrati”. Parla invece all’Associated Press un portavoce della municipalità di Ghat: “I rapitori degli italiani in Libia sono noti alle autorità locali e in passato hanno effettuato imboscate contro auto e rapine” dichiara Hassan Osman Eissa, aggiungendo che “le autorità stanno indagando” ma senza spiegare di più. E da colleghi della Con.I.Cos trapela il fatto che i due tecnici avevano sempre avuto una scorta armata, ma negli ultimi giorni era stata tolta perchè la zona era ormai ritenuta sicura. Ancora nessuna rivendicazione.

Libia: media, rapiti lavorano per Con.I.Cos Mondovì
I due italiani rapiti “lavorano per conto di una società italiana di manutenzione dell’aeroporto di Ghat, la Con.I.Cos” di Mondovì (Cuneo). Secondo il sito, insieme agli italiani è stato rapito anche un canadese, anche lui dipendente della stessa società. ANSA

Caduti in mano a criminali locali – non a terroristi di matrice jihadista – noti nella zona. Sarebbero ancora nell’area di Ghat e si stanno attuando controlli e blocchi nelle possibili vie di fuga per evitare che vengano spostati. Il principale punto di contatto è per ora il sindaco della cittadina libica, Komani Mohamed Saleh, personaggio molto influente nella zona, che ha dato la notizia del sequestro e l’ha confermata alla Farnesina. Il giorno dopo il rapimento dei tre tecnici della Con.I.Cos non ci sono ancora stati contatti diretti con il gruppo dei rapitori, nè rivendicazioni o certezze.

Il premier Matteo Renzi sta seguendo da vicino il caso, insieme al sottosegretario all’Intelligence, Marco Minniti. “Su queste cose – ha detto Renzi – lavoro, silenzio e prudenza”. In ansia le famiglie, che attendono notizie.
Il lavoro è febbrile all’Aise ed alla Farnesina per scongiurare il ripetersi del lungo sequestro degli operai della Bonatti, spostati da una parte all’altra della Libia e conclusosi con l’uccisione di due ostaggi. Proprio in seguito all’esito di quella vicenda, il direttore dell’Aise Alberto Manenti – che il 4 ottobre sarà ascoltato dal Copasir in audizione – ha cambiato nei mesi scorsi gli uomini che seguono da vicino il Paese africano e si occupano di gestire i sequestri. Un team del servizio – guidato da un vicedirettore – è partito per Ghat. Il tempo stringe. Col passare dei giorni la situazione si complica in un Paese polveriera, dove proprio in questi giorni si sta dispiegando la missione Ippocrate con 300 militari italiani a Misurata per allestire un ospedale da campo.
IPOTESI RAPIMENTO-LAMPO NON CHIUSO – Quello che si sa, per ora, da fonti delle autorità locali, è che i tre ieri mattina viaggiavano su un auto con autista, senza scorta, lungo la strada che attraversa il deserto tra Ghat e Ubari. Non sono novellini, ma veterani della zona, che dunque consideravano sicura. Calonego è anche un musulmano convertito e sembra che proprio per questa ragione nel 2014 sia sfuggito ad un altro tentativo di sequestro nel deserto libico. La loro presenza non era stata comunicata alla Farnesina. “Quando una società italiana opera in Libia – ha spiegato il capo dell’Unità di crisi, Claudio Taffuri – la esortiamo a dotarsi di un sistema di sicurezza. Per noi è un paese a rischio, ma capisco le imprese che hanno interesse sul posto e dunque sono invitate a dotarsi di sistemi sicurezza”. Il mezzo sul quale viaggiavano è stato bloccato da auto con uomini armati a bordo che hanno legato l’autista e portato via i tre tecnici. C’è l’ipotesi che l’azione fosse stata ideata come un rapimento-lampo, per ottenere subito un riscatto dall’azienda – che da molti anni lavora in Libia, dove ha anche uffici – e rilasciare gli ostaggi prima ancora che il caso diventasse pubblico. Ma qualcosa è andato storto. Tutte ipotesi, appunto, in mancanza ancora di dati e testimonianze attendibili.
OSTAGGI ANCORA IN ZONA, TRIPOLI CONDANNA – E’ stato proprio il sindaco di Ghat, Komani Mohamed Saleh, a rendere pubblico ieri il rapimento. Ed è lui – per ora – il principale referente delle autorità italiane che stanno lavorando alla risoluzione del caso. Dalla municipalità della cittadina fanno sapere che i rapitori sono personaggi noti alle autorità locali per essersi resi responsabili, in passato, di rapine e imboscate contro auto. L’area è dominata dall’etnia tuareg e sembra che il sindaco goda di un certo prestigio sul territorio e si sia messo subito al lavoro, coordinando le varie milizie presenti, per trovare il covo dove sono stati condotti gli ostaggi. A quanto pare, non avrebbero lasciato l’area di Ghat e dunque sono stati attuati posti di blocco e controlli per evitare che vengano trasferiti altrove o passati di mano ad altri gruppi, di matrice jihadista, che potrebbero utilizzarli per rivendicazioni ‘politiche’ contro la presenza italiana e in Libia. C’è ora da vedere se dal gruppo criminale partiranno richieste e si potrà così intavolare una trattativa. Ed interviene anche Tripoli, cui Ghat è fedele nel complesso groviglio delle alleanze libiche. Il vicepresidente del Consiglio presidenziale del governo di unità, Moussa el Kouni, ha espresso “una forte condanna” per il rapimento ed ha assicurato che saranno intensificati “gli sforzi politici con i servizi di sicurezza e gli abitanti del sud di Ghat e le regioni di confine per trovare i sequestrati”.
LA PROCURA DI ROMA POTREBBE INTERROGARE L’AUTISTA – Intanto la procura di Roma ha delegato ai carabinieri del Ros una serie di attività. Tra queste, quella di apprendere dall’azienda cuneese notizie sugli ultimi contatti con i due tecnici, attraverso quale canale si è saputo del loro rapimento, chi era l’autista libico, scampato al rapimento e quali misure di sicurezza era state adottate. Per lo stesso autista potrebbe essere chiesto un interrogatorio.

 

195707619-895827d5-a293-4543-961b-3d0e5f774e67La città di Ghat – 18.000 abitanti – si trova all’estremo Sud-Ovest della Libia, al confine con l’Algeria. Durante l’antico regno dei Garamanti fu un importante incrocio carovaniero per le rotte trans-sahariane. Dopo la vittoria sulla Turchia, nel 1913, fu occupata dagli italiani, che completarono il forte turco (nella foto) del XIX secolo, che domina la città dalla collina di Koukemen. 

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