727.- L’ITALIA 86 ANNI FA. QUESTA NON E’ POLITICA.

Al grido di Fascismo, tutta la storia passata viene demonizzata, ma, senza voler fare paragoni impossibili, gli italiani hanno lavorato sempre e anche nel ventennio.

1930 . A Castel Maggiore, Bologna, c’era sempre in sosta un treno di pronto intervento, affidato al reggimento ferrovieri che lo aveva realizzato, con il necessario per provvedere al soccorso dei terremotati. Alla notizia del terremoto del Vulture, che si verificò il 23 luglio 1930, il sottosegretario ai Lavori Pubblici Antonio Leoni, con il personale del ministero dei Lavori Pubblici necessario, seguiti poi, dal ministro, partirono con il treno soccorso per l’epicentro della catastrofe e ci rimasero tre mesi. Il sisma era stato di magnitudo 6,7 (X grado della Scala Mercalli), interessando oltre 50 comuni di 7 province. In soli tre mesi il Vulture terremotato fu ricostruito e quelle case, 50 anni dopo, resistettero al terremoto dell’Irpinia. Il treno di soccorso, utilizzato per la prima volta, comprendeva una vettura per le comunicazioni radio, un vagone medico per il pronto soccorso, due vagoni di materiale sanitario e tende, uno per il sottosegretario, due destinati a 100 carabinieri e un carro attrezzi.

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In un momento così drammatico per l’Italia il premier Matteo Renzi polemizza con la ricostruzione dell’Aquila anziché concentrarsi esclusivamente sul sisma che ha colpito la zona di Amatrice. Vedremo cosa saprà fare lui. Ed è bene, in questo momento, ricordare altri terremoti, come quello del Vulture del luglio 1930, avvenuto sempre sulla dorsale appenninica a rischio, poco a Sud da quello del 24 agosto e di magnitudo superiore, 6,7, che causò anche un numero maggiore i vittime, 1404. Il terremoto prende il nome dal Monte Vulture alle cui pendici si verificarono ingenti danni, e colpì la Basilicata, la Campania e la Puglia, in particolare le province di Potenza, Matera, Benevento, Avellino e Foggia. Il terremoto interessò oltre 50 comuni di 7 province. Benito Mussolini, non appena ebbe notizia del disastro convocò il ministro dei Lavori Pubblici, Araldo di Crollalanza e gli affidò in toto l’opera di soccorso e ricostruzione. Araldo di Crollalanza,classe 1892, fu ministro dal 1930 al 1935. Successivamente divenne presidente dell’Opera nazionale combattenti, e legò il suo nome alla bonifica dell’Agro Pontino. Già squadrista nella Marcia su Roma, fu console della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, Podestà di Bari, nella Repubblica Sociale Italiana fu commissario straordinario pe ril parlamento, nel quale aveva seduto per tre legislature. Dopo la guerra fu arrestato ma immediatamente prosciolto. Nel 1953 divenne parlamentare del Movimento Sociale Italiano e fu rieletto ininterrottamente fina alla sua morte, avvenuta nel 1986. A lui sono dedicate vie e piazze nell’Agro Pontino e in Puglia.

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Il sisma del Vulture causò 1404 morti
Tornando al terremoto del Vulture, di Crollalanza dispose in poche ore il trasferimento di tutti gli uffici del Genio Civile, del personale tecnico, nella zona, come previsto dal piano di intervento e dalle tabelle di mobilitazione che venivano periodicamente aggiornate. Tra l’altro nella stazione di Roma, su un binario morto, era sempre in sosta un treno speciale, completo di materiale di pronto intervento, munito di apparecchiature per demolizioni e quant’altro necessario per provvedere alle prime esigenze di soccorso e di assistenza alle popolazioni terremotate. E su quel treno si accamodarono il ministro stesso e tutto il personale necessario in direzione dell’epicentro della catastrofe. Per tutto il periodo della ricostruzione Araldo di Crollalanza non si allontanò mai, dormendo in una vettura del treno speciale che si spostava da una stazione all’altra per seguire direttamente le opere di ricostruzione. I lavori iniziarono immediatamente. Dopo aver assicurato gli attendamenti e la prima assistenza, furono incaricate numerose imprese edili che prontamente giunsero sul posto con tutta l’attrezzatura. Lavorando su schemi di progetti standard si poté dare inizio alla costruzione di casette a piano terreno di due o tre stanze anti-sismiche, e nello stesso tempo fu iniziata la riparazione di migliaia di abitazioni ristrutturabili, in modo da riconsegnarle ai sinistrati prima dell’arrivo dell’inverno. A soli tre mesi dal sisma, il 28 ottobre 1930, le prime case vennero consegnate alle popolazioni della Campania, della Lucania e della Puglia.

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Furono costruite 3.746 casette asismiche e riparate 5.190 abitazioni. Le “riparazioni eseguite dai privati risultarono essere 1241, di cui 130 rurali. Mussolini ringraziò di Crollalanza così: «Lo Stato italiano La ringrazia non per aver ricostruito in pochi mesi perché era Suo preciso dovere, ma la ringrazia per aver fatto risparmiare all’erario 500 mila lire». Altri tempi, ma soprattutto altre tempre… Tra l’altro, le palazzine edificate in questo periodo resistettero ad un altro importante terremoto, quello dell’Irpinia, che colpì la stessa area 50 anni dopo.

di ANTONIO PANNULLO

IL GOVERNO E LA RICOSTRUZIONE.

Il Consiglio dei ministri del 29 luglio 1930 stanziò 100 milioni di lire, somma tuttavia inadeguata a coprire i danni e che, alla fine, si fermò a 160 milioni, malgrado le richieste del ministero dei Lavori Pubblici. Il piano per la ricostruzione fu varato con il RDL del 3 agosto 1930 n. 1065 e prevedette un sussidio del 40 % del costo dei lavori ritenuti necessari in base a perizie del Genio civile. Per favorire il decentramento della popolazione, nelle zone rurali fu consentito il cumulo con i benefici previsti dalla legge sulla bonifica integrale (legge 24 dicembre 1928, n. 3134) che fecero assommare il contributo per le abitazioni rurali anche all’85 %. I benefici riguardarono 63 comuni e ciò portò a forti proteste da parte delle autorità di comuni esclusi ma gravemente danneggiati come Cervinara e Cancellara.[1]

La restante parte del costo di ricostruzione doveva essere coperta da mutui, esenti da imposte, la cui erogazione venne affidata al “Consorzio per le sovvenzioni ipotecarie” del Banco di Napoli. I contrasti sulla valutazione dei danni fa consorzio e ministero, tuttavia, ne rallentarono fortemente la concessione. Poiché solo il 30 % del sussidio veniva anticipato, il mutuo era necessario per avviare i cantieri. Il fascio di Aquilonia scrisse a Mussolini per ottenere una proroga del termine per le richieste di sussidio poiché molti avevano dovuto attendere i decreti di trasferimento degli abitati colpiti. Venne anche sollecitato l’esonero dalle tasse per la seconda metà dell’anno e la sospensione di quelle della prima dell’anno successivo, dovuta alla scarsità del raccolto. Sorse infine una polemica fra il Banco di Napoli e il ministero circa la valutazione dei danni poiché il consorzio bancario non accettava di ricevere in garanzia immobili di scarso valore, fu perciò proposto che lo Stato fornisse un’ulteriore garanzia analogamente a quanto fatto col terremoto del 1908. Venne infine chiesto l’aumento del sussidio e la riduzione dei tassi dei mutui, a causa dell’aumento dei costi di ricostruzione degli immobili e della crisi agricola che colpì la regione, oltre che al mancato pagamento di vecchie sovvenzioni agricole da parte dello Stato. Il meccanismo del finanziamento e del mutuo venne esteso agli enti locali in ragione di una sovvenzione del 50 %.[1]

Per i senzatetto furono allestite delle tende poiché il regime scelse di non costruire baracche, affermando di voler risolvere l’emergenza abitativa in maniera definitiva. Si decise quindi di costruire le cosiddette “casette asismiche” che sarebbero dovute essere pronte per l’ottobre del 1930. I ritardi nei lavori spinsero però i prefetti a sollecitare l’intervento del governo che permise la costruzione (a settembre) di mille baracche e intensificò i lavori di ricostruzione ultimando 961 casette alla fine d’ottobre, con una spesa lievitata a 68 milioni di lire. A titolo di esempio, ad Aquilonia il costo effettivo di un vano fu compreso fra le 15 000 e le 25 000 lire, contro una spesa prevista fra le 4 320 e le 7 200 lire.[1]

Le “casette” avevano una struttura in elevazione formata da murature in mattoni pieni a due teste, che poggiavano su uno zoccolo di calcestruzzo oppure, dove possibile, di pietrame e malta cementizia, ed erano racchiuse da un’intelaiatura in cemento armato formata da travetti di base, pilastrini e cordoli di coronamento che poggiavano sulla muratura. Gli stipiti e le architravi di porte e finestre erano in cemento armato. Il tetto, con struttura in legno, era non spingente ed era completato da un tavolato su cui era disposta la copertura in lastre di ardesia artificiale. Le “casette” erano prive di solaio di copertura: le capriate del tetto poggiavano sui cordoli e una rete metallica fissata al di sotto reggeva il soffitto. Ogni “casetta” constava di quattro alloggi formati da uno, due o più vani, dalla cucina e da accessori. I pavimenti, in mattonelle di cemento, poggiavano su un massetto con sottostante vespaio. Nelle cucine, un banco in muratura includeva i fornelli ed era sovrastato dalla cappa con la canna fumaria, mentre i servizi igienici furono dotati di fossa biologica collegata alla rete fognaria. Gli infissi vennero realizzati in legno. Nelle case costruite in pendio, il dislivello fu utilizzato per realizzare al di sotto delle abitazioni un locale rustico destinato al ricovero di attrezzi agricoli, paglia o fieno

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