719.- Operazione Libia.Gli aiuti dell’Italia per l’ultima battaglia “Ospedale a Misurata”

Parliamo di guerra agli jihadisti, ma ciò che veramente preme alla politica internazionale è la protezione degli hub delle grandi compagnie, come British Petroleum (Bp), presente nella regione centro-orientale del paese (Il Regno Unito, inoltre, può vantare una certa influenza sulle milizie di Zintan, garanti dell’incolumità di Said al Islam Gheddafi, primogenito del defunto rais).  La sicurezza di terminal e giacimenti è la vera questione che preoccupa anche la francese Total, attiva nell’area di Sirte (centro nord) e di al Sharara (sud ovest), e la stessa Eni, che controlla il giacimento di Wafa, al confine con l’Algeria, e l’impianto di trattamento di Mellitah attraverso Snamprogetti.

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QUALCHE NOTIZIA.

Libia: ospedale di Misurata, 9 morti e 97 feriti delle forze “Bunian al Marsus” dopo la liberazione del quartiere 2 di Sirte
Tripoli, 17 ago 10:35 – (Agenzia Nova) – Si contano nove vittime tra le forze dell’operazione “Bunian al Marsus”, impegnate nella liberazione della città di Sirte. Lo ha annunciato il centro media dell’ospedale di Misurata, secondo cui i feriti giunti anche da altre città libiche, tra cui Misurata, nella struttura sanitaria sono 97, tra cui feriti gravi e lievi. Gli uomini attivi nell’operazione “Bunian al Marsus” – fedeli al governo di accordo nazionale di Tripoli, sostenuto dalla comunità internazionale – stanno combattendo con i miliziani dello Stato islamico a Sirte, per riprendere il controllo definitivo della città costiera libica. Nella serata di ieri, 16 agosto, il portavoce della sala operativa di “Bunian al Marsus”, generale Muhamed al Ghasri, che le forze tripoline – in seguito agli scontri con i miliziani dell’Is – hanno preso il controllo della nuova sede amministrativa della città di Sirte, che si trova nell’area compresa tra il quartiere numero 1 e quello numero 2, nella zona nord della città costiera. La conquista della sede governativa della città è avvenuta subito dopo aver preso il controllo definitivo del quartiere numero 2 di Sirte, in seguito a diversi giorni di scontri con i combattenti jihadisti, come riferisce il sito d’informazione locale “Al Wasat”. (segue) (Lit) © Agenzia Nova. Intanto, a Tunisi, registriamo oggi nuovi tentativi di superare lo stallo nei negoziati fra l’Esercito libico del generale Khalifa Haftar, di Tobruck e quello del governo di unità nazionale di Tripoli.

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Qui un articolo di Repubblica, ben documentato, ci parla del reparto chirurgico (si spera non “da campo”) italiano in corso di approntamento. Dovrebbe operare nella struttura libica moderna di Misurata e non in un complesso pneumatico, poco resistente alla sabbia e alle tempeste e eviterà di dover trasferire al Celio di Roma i feriti più gravi.  Il primo settembre, all’aeroporto di Misurata è atterrato un C-130 della nostra Aeronautica Militare che ha trasportato una nuova spedizione di 5 tonno di farmaci e di supporti sanitari destinati a quell’ospedale ed a quelli limitrofi di Harawa e Beni Walid, le strutture sanitarie maggiormente sotto pressione a seguito del conflitto in corso con DAESH nell’area di Sirte. Si tratta della quarta spedizione di farmaci indirizzata in Libia dalla Cooperazione Italiana allo Sviluppo negli ultimi mesi, con cui sarà possibile garantire le cure di base a circa 10.000 persone per 3 mesi e cure specifiche a 100 feriti di guerra. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con la Base umanitaria delle Nazioni Unite di Brindisi e risponde ad una richiesta di assistenza urgente delle Autorità del Governo di Accordo Nazionale libico nell’ambito di un ampio pacchetto di aiuti umanitari deciso dall’Italia a sostegno delle categorie più vulnerabili della popolazione civile libica, del valore complessivo – dall’inizio dell’anno – di oltre 2,5 Milioni di euro di Euro.

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Un moderno complesso chirurgico mobile e modulare tutto italiano. La decisione di schierare l’ospedale è stata presa da Matteo Renzi e comunicata al capo di Stato maggiore della Difesa Claudio Graziano. Un modo per dire ai libici di Tripoli che “ci siamo”, senza offendere troppo i libici di Tobruck.

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Gli obici cannone semoventi OTO-Melara Palmaria acquistati da Gheddafi, ma non dal nostro Esercito, per mancanza di fondi.

MISURATA.
“La battaglia di Sirte contro lo Stato islamico non è ancora terminata, nelle prossime ore ci sarà bisogno ancora dei raid americani. Poi ci vorranno molti colpi del “cannone di Misurata”, l’obice Palmaria del capocarro Ahmed diventato negli ultimi giorni il simbolo dell’offensiva. Bisogna distruggere l’ultimo santuario dell’Is, la collina del “Quartiere 2”, quello in cui Gheddafi si nascose con i suoi pretoriani prima di provare a fuggire verso il Sud, andando incontro alla morte disperata che il destino gli aveva attentamente preparato.
E visto che gli scontri non si sono ancora conclusi, l’Italia ha finalmente deciso di fare di più. Le forze speciali italiane operano in Libia non da settimane, ma da mesi. Eppure non hanno avuto un ruolo attivo nella battaglia contro i miliziani dello Stato islamico. Ora l’Italia si prepara a offrire un ospedale da campo e anche sostegno nello sminamento delle terribili trappole esplosive dell’Is.
Nei giorni scorsi il sottosegretario agli Esteri Enzo Amendola a Tripoli ha ricevuto una lettera ufficiale dal Consiglio presidenziale: per mesi i libici avevano chiesto prima una nave-ospedale da ormeggiare in porto a Misurata (il porto è tranquillo e sicuro), poi hanno chiesto armi per avere maggiore sostegno nella battaglia. Fino ad oggi avevano ricevuto la possibilità di traferire in Italia una cinquantina di feriti gravissimi. Un gesto simbolico e umanitario, ma poco o niente in termini militari, soprattutto al confronto del sostegno offerto in segreto da americani e britannici. Il tutto mentre i francesi appoggiavano militarmente a Benina le truppe del generale Haftar, nemico di Tripoli e Misurata (fra l’altro sembra che da qualche giorno le forze speciali francesi abbiano lasciato il comando dell’ex ufficiale gheddafiano).
Sia come sia, dopo settimane di esitazioni la decisione di schierare l’ospedale è stata presa da Matteo Renzi e comunicata al capo di Stato maggiore della Difesa Claudio Graziano. La battaglia è quasi finita, quindi fra poco non ci sarà più il “campo di battaglia” in cui schierare l’ospedale “da campo”. Ma la Libia ha ancora molto bisogno di aiuto, e rimane molto amica e vicina all’Italia. Per cui il deputato di Misurata Fathi Bishaga, coordinatore politico- militare, ha offerto un’idea banalmente più pratica: schierare medici e infermieri militari in una nuova ala del modernissimo ospedale della città, dei reparti che sono stati appena rinnovati dopo la rivoluzione del 2011.
Un altro dossier su cui l’Italia ha mille incertezze ed esitazioni è quello dello sminamento: i soldati libici avevano già annunciato l’arrivo degli sminatori italiani, ma non è così, forse sono soltanto le forze speciali che hanno consegnato materiali e protezioni ai loro colleghi libici. «Ma noi ormai non abbiamo bisogno di questo, abbiamo bisogno di robot-sminatori per evitare il più possibile perdite umane, e di venire in Europa per addestrarci a lavorare su questo tipo di macchine», spiegavano l’altroieri a Sirte gli sminatori libici. Tornando alla battaglia contro il terrorismo: per quanto tardivi gli aiuti italiani potrebbero comunque servire moltissimo alla Libia. Proprio perché la guerra all’Is non è finita, le minacce continueranno. I terroristi in fuga, anche se non hanno più uno “stato” da difendere a Sirte, prepareranno nuovi attentati nel paese.
Arrivare via terra a Misurata dai dintorni di Sirte per i superstiti dell’Is non è impossibile, ma molto difficile. Perché per combattere la guerra la “Sparta di Libia” ha preparato bene i suoi piani militari. Tutta la strada costiera che segue il tracciato della “Balbia” fatta costruire da Italo Balbo, è stata sezionata, i check-point sono in contatto fra di loro e con le “operation rooms”; tra l’altro molti posti di controllo sono stati estesi anche a Sud, nel deserto, a formare una rete. Ma soprattutto tutta la città si è mobilitata: dall’ingegnere petrolifero che abbiamo incontrato a Sirte mentre guidava ambulanze, ai commercianti del settore alimentare che hanno messo a disposizione i loro camion e i viveri, alle donne che lavorano negli ospedali e nelle centrali operative, e soprattutto a tutti i combattenti, le centinaia di miliziani delle decine di brigate, “katibe” come le chiamano i libici, che hanno contribuito assieme ai grandi imprenditori che li finanziano a questa trasformazione di Misurata. Da città commerciante, a città guerriera della Libia. Che purtroppo già pensa a un nuovo fronte: quello che prima o poi potrebbe aprirsi ad Est, con le milizie del generale Haftar. Ma quella, se arriverà sarà un’altra battaglia.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Nella “città guerriera” rete di check point per intercettare i soldati del Califfo in fuga da Sirte Nei giorni scorsi lettera al governo italiano. “Ma abbiamo bisogno anche di addestramento”.

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Una foto pubblicata su Facebook dalle forze del governo libico di accordo nazionale mostra le milizie fedeli a Tripoli davanti al centro Ouagadougou, a Sirte: il 10 agosto le truppe hanno ripreso il controllo di quello che era il quartier generale di Gheddafi e, poi, dell’Is.

 

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3 pensieri su “719.- Operazione Libia.Gli aiuti dell’Italia per l’ultima battaglia “Ospedale a Misurata”

  1. Ancora una volta la lotta al terrorismo è un pretesto o, al più, una concausa e il petrolio è al primo posto. Tripoli e Tobruk, gestiscono, ciascuno in modo indipendente, l’export degli idrocarburi. Quello libico è un greggio leggero, di qualità, a basso costo. L’Eni può vantarsi, ancora oggi, della posizione, conquistata tra le fazioni in lotta e i mercenari, ma deve sopratutto guardarsi dai nostri così detti alleati. La Libia, in barili, vale da 100 a 400 miliardi di dollari e rappresenta il 38% del petrolio africano, l’11% dei consumi europei. Il governatore Italo Balbo lo sapeva, ma l’Italia fascista non fece in tempo a perforare oltre i 1000 metri. Una volta stabilizzata la situazione politica, gli Stati Uniti potrebbero accettare che la Libia sia divisa tra Francia, Gran Bretagna e, forse, Italia, in virtù del ruolo avuto, ieri, con Gheddafi, e oggi e negli ultimi anni, con la nostra politica. La base di Sigonella ha avuto un ruolo di primo piano nelle operazioni, ma oggi, l’Italia ha più da perdere che da guadagnare ad assumere un ruolo militare di primo piano, perciò, con il supporto nella sanità, il Governo ha fatto la scelta migliore.

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  2. 10 agosto 2016, Contropiano, giornale comunista on line
    Prima tre soldati delle forze speciali francesi uccisi, poi l’ammissione del Times che truppe britanniche agiscono sul terreno. Infine, e non poteva essere diversamente, la conferma che anche truppe speciali italiane stanno combattendo in Libia. Nel giro di un mese – una volta che i bombardieri Usa hanno cominciato a lanciare bombe e missili su Sirte (curiosità: lo avevano fatto anche trenta anni fa uccidendo una bambina figlia adottiva di Gheddafi), tutto il castello di silenzio, riservatezza e realpolitik, è stato incrinato da quanto emerge dal territorio libico. Ufficialmente francesi, inglesi, italiani e statunitensi non sono in Libia. Meglio ci sono, ma nel caso dei soldati italiani non ci sono come truppe operative ma con lo status di agenti dell’intelligence. Il governo italiano ha infatti ammesso per la prima volta ufficialmente che militari delle forze speciali sono stati dislocati in guerra in Iraq e adesso anche in Libia. I militari italiani sono impegnati a nei combattimenti contro i miliziani dell’Isis a Misurata dopo essere transitati – come i francesi – per la base militare di Benina posta sotto il controllo del gen. Haftar.

    La notizia, diffusa in Italia da La Repubblica, trova conferma in un documento trasmesso al Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), e classificato come “segreto”. Oggi su Sky abbiamo assistito in diretta al patetico tentativo dell’inviato del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, di smentire che in Libia siano operativi dei soldati italiani. Un ultimo atto di giornalismo embedded smentito ripetutamente durante tutta la giornata da numerosi altre fonti. Nel documento, redatto dal Cofs (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), viene specificato che si tratta di operazioni effettuate in applicazione della normativa – l’art. 7 bis – approvata lo scorso novembre dal Parlamento, un marchingegno che ha consentito al Presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei corpi speciali ponendoli però sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse, inclusa l’immunità.

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  3. Libia, medici italiani a Misurata per curare i combattenti
    Via alla missione Ippocrate. Gentiloni e Pinotti riferiscono in parlamento: impegnati 300 militari. Tra Haftar e Serraj è guerra per il controllo dei porti petroliferi.
    13 Settembre 2016
    Il premier Matteo Renzi e il ministro della Difesa Roberta Pinotti.
    (© GettyImages) Il premier Matteo Renzi e il ministro della Difesa Roberta Pinotti.

    L’Italia è pronta a fare la sua parte in Libia, mandando a Misurata un contingente di medici e parà della Folgore, che si occuperanno di curare i feriti delle brigate impegnate a Sirte contro l’Isis.
    I ministri Gentiloni e Pinotti, di fronte alle commissioni riunite di Esteri e Difesa, hanno spiegato che la missione si chiama Ippocrate, come lo scienziato greco considerato il padre della medicina occidentale, e prevede la creazione di un ospedale da campo protetto dai militari.
    OSPEDALE DA CAMPO A MISURATA. «Le milizie di Misurata hanno avuto 400 morti e 2.500 feriti. In questi mesi l’Italia ha dato una mano ricoverando alcuni di questi feriti più gravi, lungo questa strada avviene la decisione di rispondere alla richiesta formale di Serraj di installare un ospedale militare» a Misurata, ha precisato il ministro Gentiloni.
    PINOTTI: «IN TUTTO 300 MILITARI». L’ospedale verrà allestito nei pressi dell’aeroporto e coinvolgerà in tutto «300 militari», ha detto il ministro Pinotti, di cui «60 tra medici e infermieri, 135 per supporto logistico e 100 unità» a protezione dell’intero contingente. Per affontare eventuali evacuazioni d’emergenza, ci saranno anche un aereo e una nave al largo delle coste libiche.
    GENTILONI: «MEDS ON THE GROUND». «In Libia non ci sono boots on the ground italiani, forse meds on the ground, cioè medici con la necessaria protezione militare», ha aggiunto Gentiloni, che poi ha stigmatizzato gli scontri in corso tra Tripoli e Tobruk: «Le operazioni militari avviate domenica nell’aerea della Mezzaluna petrolifera possono avere un effetto destabilizzante, sono state condotte da miliziani sudanesi e ciadiani arruolati da Haftar che si sono scontrati con le forze del comandante Jabran. La situazione è ancora instabile, non si può dire che Haftar abbia il controllo né che lo abbiano gli altri, sono in corso dei contrasti, seppur di dimensioni limitate».
    SCONTRO APERTO TRA TRIPOLI E TOBRUK. Il conflitto mira al controllo dei porti petroliferi. Le forze armate legate al generale Khalifa Haftar avrebbero preso il controllo di Zueitina, Brega, Sidra e Ras Lanuf, sottraendoli alle guardie fedeli al governo Serraj, sostenuto dall’Onu. Serraj stesso ha annunciato la controffensiva, precisando che «tutte le unità militari» saranno chiamate a far fronte all’aggressione. «Facciamo appello a tutte le forze militari che sono entrate nella Mezzaluna petrolifera a ritirarsi immediatamente, senza precondizioni», hanno dichiarato congiuntamente i governi di Francia, Germania, Italia, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito, che hanno condannato gli attacchi da parte di Tobruk.
    PINOTTI CONFERMA LA MISSIONE. La missione umanitaria italiana è stata confermata dal ministro della Difesa Roberta Pinotti, spiegando che finora l’Italia ha «curato i feriti libici nei nostri ospedali o inviando medicine, ma adesso l’intervento lo faremo lì». Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che martedì 13 settembre riferirà in parlamento assieme alla collega della Difesa, ha precisato che la missione è un «contributo tipico di quello che può fare l’Italia all’estero, ossia aiutare i consolidamenti dei processi di stabilizzazione anche con le proprie forze armate».
    GENTILONI: «SERRAJ E HAFTAR COOPERINO». In Libia, ha detto ancora Gentiloni, «abbiamo bisogno che la situazione si consolidi, per far fronte al terrorismo e per gestire meglio l’emergenza migratoria». Inoltre, c’è la «necessità della cooperazione tra il governo di Tripoli e le altre forze libiche, incluse quelle che si riconoscono in Haftar».
    CRITICHE LE OPPOSIZIONI. Le polemiche, però, non hanno tardato a manifestarsi: «Il metodo del governo è inaccettabile», ha attaccato il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. Mentre il capogruppo dei deputati di Sinistra Italiana, Arturo Scotto, si è detto molto preoccupato: «Sarebbe una scelta saggia evitare di entrare in un teatro tutt’altro che stabilizzato come la Libia, senza un chiaro indirizzo strategico».

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