709.- La scomoda verità del terremoto di Messina e Reggio del 1908 conservata negli archivi russi

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Immagine di Messina a due giorni dal rovinoso sisma del 1908

Antonio Petrone 11-7-2016

Fin da ragazzo sono stato pervaso da un profondo desiderio di conoscenza , per la storia del passato e per le mancate verità, che spesso la “ragion di stato” o il più bieco affarismo politico hanno teso occultare. Proprio in questi giorni ho terminato un libro di Pino Aprile “Giù al Sud” in un capitolo si fa menzione dei tragici fatti di Messina, seguiti a vere e proprie ruberie territoriali effettuate da truppe governative nei confronti di inermi cittadini gia provati dal terribile sisma. Ciò, che all’epoca fu accuratamente occultato per difendere una assurda ragione di stato riemerge dopo 100 anni, grazie alla caduta del segreto di stato voluta dal presidente Putin su documenti dell’ex Polizia segreta la NKVD. Contemporaneamente all’arrivo del monumento a loro dedicato, giungono nuovi documenti direttamente dall’Archivio governativo di Mosca tutti dedicati alle vicende dei soccorsi prestati dai marinai russi. Un patrimonio di notevole interesse non solo per lo studioso ma anche per tutti i messinesi che vogliono saperne di più su quelle vicende ormai leggendarie. Il materiale è stato messo a disposizione dell’ “Associazione culturale Messina-Russia” dal console generale della Federazione Russa a Palermo, Vladimir Korotkov. Si tratta della corrispondenza diplomatica intercorsa tra i rappresentanti del governo russo in Italia e i loro referenti in patria: rapporti, relazioni, resoconti fin nei minimi dettagli di quanto fatto dai marinai, da ogni singola squadra di soccorso. Colpiscono fra il resto gli elenchi stilati dalle navi “Bogatyr” e “Cesarevic” con il numero esatto di persone estratte dalle macerie da ciascuna squadra, di cui si dà il nome dell’ufficiale o del guardiamarina che la comanda: di ogni salvato si forniscono dati generali (uomo donna, giovane anziano etc.) ma alle volte anche qualche dato in più e in un caso anche il nome, come quello di “Carolina Sicardi, artista di una compagnia drammatica”. Abbiamo ritrovato fra i capisquadra anche quello di Steblin Kamenskij (che successivamente diventerà sacerdote, poi fucilato ed oggi venerato come martire e santo dalla Chiesa ortodossa) che salva “una ragazza di 17 anni, figlia di un generale”. Una lettera (1 gennaio 1909) del Console danese a Messina rivolta al ministro russo della Marina si premura di raccontare l’episodio del salvataggio di una donna da parte dei russi citando con precisione la squadra dei soccorritori proveniente della nave “Slava”.

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Quel 28 dicembre 1908 una scossa sismica lunga 37 secondi rase al suolo Messina e Reggio . Ci furono circa 120 mila morti, in un italia immatura e ancora giovane, incapace di affrontare quella tragedia. Un Italia così immatura, che non sarebbe cresciuta neanche negli anni successivi. Nel suo libro Pino Aprile, tratta l’argomento citando fonti storiche scomode e taciute e sintetizza: cosa muove il risentimento generale di un intera città come Messina definita (babà per la sua bellezza) contro il governo? Incredibilmente, il recupero della memoria storica stessa dei soccorsi dopo il terremoto. Arrivarono si, ma preceduti da 10000 Bersaglieri, con un milione di pallottole, i quali cominciarono a sparare sulla folla inerme dei superstiti, definiti “sciacalli” anche se a perpetrare lo sciacallaggio furono gli stessi militari, e in parlamento si penso anche di liquidare l’intera faccenda bombardando le macerie dal mare. Quelle stesse macerie dove c’erano ancora persone vive, ma ferite. Risulta anche, che in quei giorni di vero terrore instaurato dalle truppe del Generale Mazza, furono aperti addirittura uffici postali mobili delle neonate poste italiane, riservate ai soli militari italiani. Inspiegabilmente ingente somme di denaro e preziosi finirono in altre regioni del nord. Proprio in questi mesi l’Associazione culturale “Messina-Russia”, il consolo generale della Federazione Russa a Palermo Vladmir Korotkov mette a disposizione del materiale epistolare, che getta nuove ombre sulla vicenda. Si tratta della corrispondenza diplomatica intercorsa tra rappresentanti italiano e Russo e i loro referenti in patria, rapporti resoconti e relazioni sul lavoro di soccorso presentato e attuato dai Russi e dagli Inglesi.

Ecco cosa emerge da una delle tante relazioni:
Nella relazione si legge (6 Gennaio 1909)del vice-console di Catania “bisogna notare anche l’opera dei marnai inglesi delle navi “Sutley” e “Minerva” che in accordo hanno aiutato i nostri. Invece nonostante la presenza a Messina di tre sue navi militari italiane (vedi narrazione in calce.ndr), il Governo Italiano, fino al 1 Gennaio, non ha fatto nulla per prestare soccorso alle vittime e non ha neanche adottato alcuna misura per la lotta allo sciacallaggio…. I nostri marinai non hanno subito per fortuna alcuna perdita e i marinai dispersi dell’unità Imperiale “Cesarevic” sono stati ritrovati. Per quanto è dato sapere a Messina non erano presenti residenti russi ad eccezione del figlio del nostro Console a Nissa (Serbia) Tchakhotine con la moglie e il bambino. Lievemente feriti e trasportati all’”Ospedale di Catania” Vittorio Emanuele. Nonostante accertamenti fatti, non risulta sapere nulla sul destino del nostro viceconsole messinese, ma il suo ufficio e la sua casa risultano distrutti.”

Ed ancora apprendiamo da altra lettura di altra relazione: Nello stralcio che segue l’incaricato temporaneo per gli affari della Russia in Italia, M.N. Korf, così tenta di spiegare al suo Ministro degli Esteri, le ragioni della straordinaria e preferenziale simpatia degli italiani per i marinai russi. “nelle discussioni private avute con esponenti delle svariate classi sociali, con il desiderio di chiarire la causa di tale e chiara preferenza manifestata nei confronti dei nostri soldati e della Imperiale Marina nostra , ho avuto modo di sentire, che essi hanno suscitato la simpatia generale non soltanto per l’impavido ed esemplare adempimento del dovere, nella qual cosa non sono stati da meno gli Inglesi, ma soprattutto perché, i nostri hanno mostrato una sensibilità, che gli altri marinai non hanno avuto. A conferma di ciò che affermo mi hanno narrato esempi dell’attiva e cristiana partecipazione dei nostri marinai al dolore delle vittime: così, ad esempio durante una sepoltura di una giovane e sconosciuta donna in una delle tante fosse comuni, un marinaio si è calato sul fondo della buca per coprirne il corpo nudo. Nella stessa distribuzione dei viveri essi non si limitavano come gli inglesi alla distribuzione delle razioni severamente ponderate e precisamente definite, ma donavano tutto ciò che avevano con grande generosità e amore. Per tutto questo i cittadini Messinesi, hanno chiesto di intitolare in loro onore una piazza principale della città che risorgerà: “Piazza dei marinai russi” e di chiamare le strade che condurranno ad essa con i nomi delle nostre unità navali, e dei loro comandanti .(15-1-1909). Inglesi, Tedeschi e Russi si adoperarono in modo incisivo ed esemplare nel soccorrere quelle persone e quella popolazione afflitta duramente dall’immane sciagura al punto che i Messinesi come abbiamo visto fin dal 1909 hanno questo desiderio di dedicare una piazza ai militari russi, ma non a quelli italiani. Una parte, sociologicamente accattivante, dei nuovi documenti è costituita dai bigliettini da visita lasciati presso le sedi consolari russe italiane da cittadini italiani di diversa estrazione sociale, da quello del deputato italiano Eugenio Valli a quello di due persone, certi Francesco ed Elvira Pira, il cui nome non è stampato ma semplicemente scritto a penna. In tutti espressioni, più o meno elaborate, di toccante e spontanea gratitudine; la frase più “curiosa” è proprio quella dei signori Pira: “Gesù è con la Russia. Grazie!”. Numerosi anche i documenti a testimonianza di somme raccolte e versate in favore dei terremotati messinesi. Ne segnaliamo in particolare due. La lettera (14 febbraio 1909) del vice console russo in Persia che trasmette la notizia della raccolta di 135 rubli da parte di una colonia russa presente in quel paese a Astara. E l’altra, accompagnata da relativa ricevuta, da parte dei ferrovieri della Siberia che trasmettono 896 rubli e 46 copechi. Colpiscono fra il resto gli elenchi stilati dalle navi “Bogatyr” e “Cesarevic” con il numero esatto di persone estratte dalle macerie da ciascuna squadra, di cui si dà il nome dell’ufficiale o del guardiamarina che la comanda: di ogni salvato si forniscono dati generali (uomo donna, giovane anziano etc.) ma alle volte anche qualche dato in più e in un caso anche il nome, come quello di “Carolina Sicardi, artista di una compagnia Quest’ultima sembra richiamare, con le dovute differenze, gli avvenimenti di questi giorni nella città: infatti il monumento ai marinai russi è dono di una fondazione al cui vertice c’è il presidente delle Ferrovie Statali Russe. Perché? Perché gli stessi diplomatici russi si stupirono della loro poca incisività nei soccorsi. Tutto questo non ci stupisce? Personalmente credo che il terremoto fu solo una ennesima occasione per continuare il saccheggio delle regioni meridionali intrapreso nel 1861. Ecco perché forse andrebbe rivisto e riscritto l’interò periodo storico degli ultimi 170 anni. Sono sicuro che molte cose si ribalterebbero.

bigliettino_1

bigliettino_2altri_bigliettiniAlcune lettere e biglietti di ringraziamento achi tra il personale della Imperiale Marina Russa

Fonte tratta da:

http://www.russianecho.net
http://www.russianecho.net/index.php?option=com_content&view=article&id=512%3Amosca-si-aprono-gli-archivi-di-stato-sul-terremoto-di-messina&catid=9%3Amessina&Itemid=13&lang=it

Un ringraziamento particolare va all’autore dello studio dei fondi archivistici russi, Prof.Giuseppe Iannello

 

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Il Sindaco di Messina, nel febbraio 2006, ha consegnato una targa commemorativa alla Marina Militare Russa per il soccorso prestato nel terremoto del 1908.

E ora, dai nostri archivi.

Ore 5,21 del 28 dicembre 1908 un grande boato sconvolse lo stretto di Messina. La terra tremò con un movimento sussultorio seguito da uno ondulatorio. L’intensità del terremoto che si abbatté sulla costa siciliana e calabrese fu di 11 gradi della scala Mercalli (su 12 previsti). Sulla costa il mare prima si ritirò e poi onde alte circa 10 metri trascinarono in acqua uomini e cose. La Scossa durò 37 interminabili secondi; dopo, prima il silenzio della morte e a seguire i lamenti dei feriti e dei sepolti vivi.
Sul numero dei morti non c’è mai stato una stima precisa. Alcune fonti riportano che siano morte in totale 160.000 persone di cui circa 80.000 a Messina (su 140.000 abitanti) e 15.000 a Reggio Calabria (su 45.000 abitanti). Nel 1998, in occasione del 90° anniversario dell’evento, il giornale “La Sicilia”, ha rivalutato sensibilmente la predetta stima incrementando il numero delle vittime a 200.000 per la provincia di Messina e in 180.000 per la provincia di Reggio Calabria. Messina fu quasi interamente distrutta con il 90% delle abitazioni crollate. Nei giorni successivi la terra continuò a tremare e si contarono altre 138 scosse dopo la prima.
Messina era la sede della 1° Squadriglia Torpediniere della Regia Marina ed il 28 erano ormeggiate in porto le torpediniere “Saffo”, “Serpente”, “Scorpione”, “Spica” e l’incrociatore “Piemonte” che a causa del maremoto entrò in collisione con la torpediniera Spica senza tuttavia riportare gravi danni. Il Comandante del Piemonte, Capitano di Corvetta Francesco Passino, la sera prima aveva raggiunto la famiglia ed era deceduto nel crollo della sua abitazione con tutto il nucleo famigliare.
I corpi del Comandante Passino e dei suoi parenti furono recuperati dai marinai del Piemonte e furono imbarcati inizialmente sull’incrociatore del quale, il Comandante in Seconda, Capitano di Corvetta Costanzo Ciano, aveva assunto il Comando. Le prime 400 persone raccolte, tra feriti e profughi, furono trasportati via mare con la torpediniera “Spica” a Milazzo. La stessa Torpediniera, al Comando del Tenente di Vascello A. Bellini, da Marina di Nicotera riuscì a trasmettere un dispaccio telegrafico per informare dell’evento il Ministro delle Marina e quindi il Governo.
Il mattino alle ore 08.00 del 28 gli uomini della torpediniera “Saffo” e dell’Incrociatore “Piemonte” riuscirono a scendere a terra ed iniziarono le operazioni di soccorso. A bordo del “Piemonte” furono organizzati, con le autorità civili, i primi soccorsi con il personale disponibile.

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Il Ministro dei Lavori Pubblici, On. Pietro Bertolini, raggiunse Messina partendo da Napoli con l’incrociatore “Coatit” allo scopo di verificare l’entità dei danni, l’esercito mobilitò molti Reparti e la Marina dirottò su Messina la Divisione Navale che in quel momento si trovava in Sardegna ed era composta dalle corazzate “Regina Margherita”, “Regina Elena”, “Vittorio Emanuele” e dall’incrociatore “Napoli”.

Il Re e la Regina partirono il 29 da Napoli con il “Vittorio Emanuele”, che stava imbarcando in quel porto materiale sanitario e generi di conforto.
Il mattino del 29 giunse a Messina la squadra navale russa che era alla fonda ad Augusta con le navi “Makaroff”, “Guilak”, “Korietz”, “Bogatir”, “Slava”, “Cesarevitc” e subito dopo arrivarono in quel porto anche le navi da guerra inglesi “Sutley”, “Minerva”, “Lancaster”, “Exmouth”, “Duncan”, ”Euryalus”. I russi agli ordini dell’Ammiraglio Ponomareff oltre a prestare soccorso svolsero anche opera di ordine pubblico.
Gli equipaggi scesero a terra e parteciparono attivamente ai soccorsi. I primi stranieri che, comunque, furono impiegati nei soccorsi a Messina furono i tedeschi del piroscafo “Salvador” già in sosta in porto.
Il Re e la Regina giunsero il mattino del 30, accompagnati dai Ministri Bertolini, Mirabello e Orlando. Successivamente arrivò la Squadra navale Italiana.
Sulla banchina del porto erano ad attendere la coppia reale il Prefetto Adriano Trinchieri ed il Sindaco di Messina Gaetano D’Arrigo Ramondini che si lamentò che i soccorsi alla città fossero giunti subito dai russi e non dagli italiani. Il re lo interruppe dicendo “E lei si fa vivo adesso che tutto è finito?”; poco prima il Prefetto aveva comunicato al Re che il Sindaco, impaurito, si era reso irreperibile per un giorno. D’Arrigo venne destituito immediatamente e furono conferite le funzioni e pieni poteri al Generale Francesco Mazza.

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La problematica dei soccorsi arrivati in ritardo scatenerà, nei giorni seguenti, una inutile e sterile polemica sulla stampa italiana.
La presenza dei sovrani, secondo alcuni storici, costituì il primo vero contatto umano fra la dinastia piemontese ed il sud. Il Re, subito dopo aver visto l’immane tragedia, inviò al Primo Ministro Giolitti il seguente telegramma:

“Qui c’è strage, fuoco e sangue. Spedite navi, navi, navi e navi”.

Alcune Unità della Marina Italiana furono impiegate quali navi ospedali mentre altre vennero impiegate per portare i feriti a Napoli e per il trasporto, nel viaggio di ritorno, a Massina degli uomini dell’Esercito e dei Carabinieri.
A Reggio Calabria il Comando della “Piazza” e delle operazioni di soccorso fu assunto dal Comandante Umberto Cagni della R.N. “Napoli”.

In zona, nei giorni successivi, arrivarono a dare il loro contributo anche Unità da guerra francesi, tedesche, spagnole, greche, e di altre nazionalità. Il mondo si mise in moto per portare aiuto alle popolazioni colpite.
Il 5 gennaio 1909 il Re emanò un Ordine del Giorno indirizzando al personale militare italiano e straniero il seguente elogio:

«All’Esercito ed all’Armata,
Nella terribile sciagura che ha colpito una vasta plaga della nostra Italia, distruggendo due grandi città e numerosi paesi della Calabria e della Sicilia, una volta di più ho potuto personalmente constatare il nobile slancio dell’esercito e dell’armata, che accomunando i loro sforzi a quelli dei valorosi ufficiali ed equipaggi delle navi estere, compirono opera di sublime pietà strappando dalle rovinanti macerie, anche con atti di vero eroismo, gli infelici sepolti, curando i feriti, ricoverando e provvedendo all’assistenza ai superstiti.
Al recente ricordo del miserando spettacolo, che mi ha profondamente commosso, erompe dall’animo mio e vi perdura vivissimo il sentimento di ammirazione che rivolgo all’esercito ed all’armata. Il mio pensiero riconoscente corre pure spontaneamente agli ammiragli, agli ufficiali ed agli equipaggi delle navi russe, inglesi, germaniche e francesi che, mirabile esempio di solidarietà umana, recarono tanto generoso contributo di mente e di opera.»

28.12.1908-terremoto-messina

La Marina Militare, durante tutto l’intervento, e nonostante il periodo natalizio, dislocò a Messina ben 48 unità (sei corazzate, due incrociatori corazzati, tre arieti torpedinieri, tre incrociatori torpedinieri, cinque cacciatorpediniere, 15 torpediniere, 14 navi ausiliarie e di uso locale) impiegando complessivamente 6.788 uomini.
Secondo alcune fonti giornalistiche l’intervento dei marinai russi ed inglesi consentì di salvare nei primi tre giorni ben 15.000 persone ma successivi dati governativi ridimensionarono questi dati e stimarono in circa 17.000 le persone salvate di cui 13.000 dai militari italiani, 1.300 dai russi, 1.100 dagli inglesi e 900 dai tedeschi. Inoltre, la Marina Militare Italiana trasferì negli ospedali di altre città circa 10.300 feriti mentre la Marina Inglese né trasferì 1.200 e quella Russa 1.000. Le perdite subite dai militari italiani furono di circa 1.000 uomini. Le vittime della Marina furono 78 tra Ufficiali, Sottufficiali e Marinai della base e delle Unità di Messina.
La ricostruzione fu lenta, difficile e costellata da notevole polemica giornalistica sull’impiego dei fondi assegnati dal Governo. Furono necessari circa 30 anni per la riedificazione, ci pensò però la Seconda Guerra Mondiale a distruggere quello che era stato così faticosamente ricostruito.
Il Duca di Bronte Alexander Nelson Hood nel suo diario annotò:

“Le ultime due settimane sono state un inferno, un orribile incubo, là dove si è toccato il fondo della miseria. La penna di Euripide avrebbe avuto difficoltà a dipingere tutto ciò. Tutti gli orrori dell’universo: fuoco e acqua, lo sprigionarsi della furia della terra; e tutta la sofferenza che l’umanità può patire: perdita della famiglia, degli amici dei vestiari, dei beni. Tutto ciò si riversò all’improvviso sulla gente, che il giorno prima viveva felice in pace e ben disposta verso gli altri”.

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