703.-Clamorosa verità dalle 3.000 email di Hillary Clinton pubblicate dal Dipartimento di Stato il 31 dicembre scorso : la guerra di Sarkozy a Gheddafi e all’Italia.

RAFINERIJA

Sono oramai note – ai più avveduti – le vere ragioni dell’attacco a Gheddafi del 2011 da parte di Sarkozy e Blair e della NATO, al fianco di una titubante ma obbediente Italia, attacco militare che portò alla morte del dittatore libico e all’attuale caos di tipo ‘irakeno’ alle porte di casa nostra. Ragioni che non vengono certo spiegate sui TG e sulla stampa mainstream, in questo vergognoso regime europeo che sacrifica le nostre libertà e i nostri interessi nazionali in nome dell’ideologia e degli interessi di un’élite transnazionale.

Elite che non esitano a scatenare guerre con centinaia di migliaia di morti, a fabbricare prove e creare pretesti per abbattere governi stranieri, a bombardare per lustri popolazioni civili in plaghe remote, a creare imperi del male per procura come Daesh e poi ritirarsi magari a vita privata senza rendere conto a nessun tribunale. Nuove potenze coloniali, ancora peggiori se possibile di quelle ottocentesche.

Le vere ragioni dell’ennesimo disastro geopolitico in terre di petrolio – in sintesi, un attacco all’Italia e ai nostri interessi per mano degli ‘alleati’ francesi e inglesi – sono però note oggi in maniera completa attraverso alcune delle 3.000 email di Hillary Clinton pubblicate dal Dipartimento di Stato il 31 dicembre scorso su ordine di un tribunale.

Email che delineano con chiarezza il quadro geopolitico ed economico che portò la Francia e il Regno Unito alla decisione di rovesciare un regime stabile e tutto sommato amico dell’Italia: due terzi delle concessioni petrolifere nel 2011 erano dell’ENI, che aveva investito somme considerevoli in infrastrutture e impianti di estrazione trattamento e stoccaggio. Ricordiamo che la Libia è il maggior paese produttore africano, e che l’Italia era la principale destinazione del gas e del petrolio libici.

Non troverete traccia di queste mail, come detto, nella stampa di regime eurocolonizzatrice né in quella eurosottomessa di casa nostra. E nemmeno delle telefonate di Blair, nelle quali  Gheddafi aveva messo in guardia del rischio di un nuovo Iraq alle porte dell’Europa in caso di sua caduta. Profezia puntualmente avverata.

La email UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05779612 Date: 12/31/2015 inviata il 2 aprile 2011 dal funzionario Sidney Blumenthal (stretto collaboratore prima di Bill e poi di Hillary) alla allora segretaria di stato USA Hillary Clinton, dall’eloquente titolo “France’s client & Qaddafi’s gold”, racconta i retroscena dell’intervento franco-inglese.

Li sintetizziamo qui.

La Francia ha chiari interessi economici per l’attacco alla Libia.
Il governo francese ha organizzato le fazioni anti-Gheddafi alimentando inizialmente i capi golpisti con armi, denaro, addestratori delle milizie (anche quelle sospette di legami con Al-Qaeda), intelligence e forze speciali al suolo.
Le motivazioni dell’azione di Sarkozy sono soprattutto economiche e geopolitiche, e il funzionario USA le riassume in 5 punti:

  1.  Il desiderio di Sarkozy di ottenere una quota maggiore della produzione di petrolio della Libia (a danno dell’Italia, NdR),
  2. Aumentare l’influenza della Francia in Nord Africa
  3. Migliorare la posizione politica interna di Sarkozy
  4. Dare ai militari un’opportunità per riasserire la posizione di potenza mondiale della Francia
  5. Rispondere alla preoccupazione dei suoi consiglieri circa i piani di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa Francofona.

Ma la stessa mail illustra un altro pezzo dello scenario dietro all’attacco franco-inglese, se possibile ancora più stupefacente, anche se alcune notizie in merito circolarono già all’epoca.

La motivazione principale dell’attacco militare francese fu il progetto di Gheddafi di soppiantare il Franco francese africano (CFA) con una nuova valuta pan-africana.

In sintesi Blumenthal dice:

  • Le grosse riserve d’oro e argento di Gheddafi, stimate in “143 tonnellate d’oro e una quantità simile di argento”, pongono una seria minaccia al Franco francese CFA, la principale valuta africana.
  • L’oro accumulato dalla Libia doveva essere usato per stabilire una valuta pan-africana basata sul dinaro d’oro libico
  • Questo piano doveva dare ai paesi dell’Africa Francofona un’alternativa al franco francese CFA
  • La preoccupazione principale da parte francese è che la Libia porti il Nord Africa all’indipendenza economica con la nuova valuta pan-africana.
  • L’intelligence francese scoprì un piano libico per competere col franco CFA subito dopo l’inizio della ribellione, spingendo Sarkozy a entrare in guerra direttamente e bloccare Gheddafi con l’azione militare.

 

SarkoLibia

La nobile dottrina del “Responsibility to Protect” (R2P) diffusa a beneficio del pubblico europeo fu quindi – secondo Blumenthal – solo uno schermo per coprire la vera motivazione dell’attacco a Gheddafi: l’oro delle sue riserve e gli interessi economici francesi in Africa. Si noti infatti che la “protezione di vite civili” è totalmente assente dai rapporti diplomatici. Altra mail rilevante qui soprattutto sugli aspetti militari.

Sarebbe interessante capire dove sono le riserve auree di Gheddafi, insieme a valuta e diamanti.

Per finire con un dettaglio minimo ma significativo notiamo l’accenno di Sid Blumenthal  a “l’occasionale emissario di Sarkozy, intellettuale e auto-promotore Bernard Henri-Levy, considerato dagli esponenti della NLC (National Libyan Council, fazione libica anti-Gheddafi finanziata e addestrata dalla Francia, NdR) un personaggio a metà utile e a metà ridicolo”. La triste vicenda del fondatore della Nouvelle Philosophie, auto-proclamato difensore dei diritti umani, come parabola dell’estinzione dell’intellighenzia progressista europea sostituita dagli ideologi del mercato e dell’iperfinanza e degli interessi delle élite.

Pasolini, dove sei?

Unknown

ENI-LIBIA – Una presenza lunga cinquant’anni

La presenza Eni in Libia risale al 1959, quando l’Agip ottiene dal Governo libico la Concessione 82, localizzata in un’area molto impervia e di difficile accesso, nel deserto del Sahara sud-orientale, in una zona abbandonata negli anni ’50 da altre compagnie. Qui, nel 1965, viene scoperto il giacimento ad olio Rimal. Nel 1966 è raggiunto un secondo accordo per la Concessione 100, un’area adiacente a quella della Concessione 82 nella quale, nel 1968, viene scoperto il campo giant di Bù Attifel. L’Eni in base alla cosiddetta ‘Formula Matteì stipula un ‘joint venture agreement’ con la National Oil Corporation (Noc), l’azienda di stato libica, alla quale cede il 50% di tutti i suoi diritti e obblighi relativi alle due Concessioni 82 e 100. Nell’ottobre del 1972 il giacimento entra in produzione, raggiungendo nel giro di pochi anni un livello di 200 mila barili di petrolio al giorno. All’inizio degli anni ’70 la Libia rappresenta il maggior produttore petrolifero africano con oltre 3 milioni di barili al giorno, e l’Eni diviene la maggiore società petrolifera
straniera operante nel Paese. Nel 1974 viene concluso un contratto del tipo Exploration and Production Sharing (Epsa 74) riguardante aree onshore e altre aree al largo di Tripoli di
cui è titolare la Noc. Nel 1976 le attività esplorative portano alla scoperta del campo di Bouri, entrato in produzione nel 1988. Nel 1997 viene effettuata un’altra importante scoperta
nell’area NC-174, nel Bacino di Murzuk, a sud ovest del Paese, che ha portato all’avvio della produzione del giacimento a olio Elephant nel gennaio 2004. Infine, la conclusione tra l’Eni e
la NOC di ulteriori accordi minerari e accordi riguardanti la commercializzazione del gas naturale e di idrocarburi liquidi, tra il 1996 e il 1999, consente l’avvio del progetto di sviluppo congiunto del giacimento a gas, a olio e condensati di Wafa, situato a 520 chilometri a sud ovest di Tripoli, e della struttura C (Bahr Essalam), nel permesso NC-41, situata nell’offshore mediterraneo, 110 chilometri a nord di Tripoli. Le riserve recuperabili in quota Eni ammontano a circa 950
milioni di barili di olio equivalente. Tale progetto ha comportato notevoli investimenti sia per la realizzazione degli impianti di trasporto e trattamento dell’olio, del gas e dei condensati presso Wafa e presso la città di Mellitah sulla costa libica, sia per la costruzione del gasdotto sottomarino da 32 pollici, lungo 520 chilometri, che collega Mellitah alla Sicilia. I lavori di posa del gasdotto di proprietà della Greenstream B.V., la compagnia posseduta da Eni e Noc, sono iniziati nell’agosto 2003 e sono stati completati nel corso del 2004 dal mezzo navale della Saipem Castoro 6. Tale prestigiosa opera si è aggiunta ai numerosi progetti realizzati nel corso degli anni nei settori dell’ingegneria e costruzioni dalle consociate Snamprogetti e Saipem, che hanno consentito alla
Libia di destinare regolarmente grandi quantitativi di idrocarburi in Italia.

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Gheddafi continua ad agitare la scena internazionale perché era un grande. Avevamo già parlato della caccia dei servizi segreti ai settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo mondo, quando veniva trattato con i guanti bianchi. Le Monde titolò: “Nicolas trascinò l’Europa in guerra per nascondere gli aiuti del Colonnello. Ora cerca di cancellare le prove”. Lo riportiamo perché torna d’attualità.

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“Il primo a doversi preoccupare degli scottanti contenuti delle registrazioni è l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come sostiene il quotidiano le Monde che è tornato sul finanziamento libico alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.
Nel marzo 2011, poche ore prima dei bombardamenti della Nato sulla Libia, Muammar Gheddafi rilasciava a il Giornale l’ultima intervista della sua vita ad una testata italiana. Alla domanda sull’interventismo francese che ha spinto in guerra mezza Europa, compreso il nostro Paese, rispondeva: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo». E per ribadire il concetto si sporgeva verso chi scrive battendosi il dito indice sulla tempia, come si fa per indicare i picchiatelli. Il Colonnello non riusciva a comprendere come l’ex amico francese, che aveva aiutato con un cospicuo finanziamento (forse 50 milioni di euro) per conquistare l’Eliseo fosse così deciso a pugnalarlo alle spalle.
Dell’affaire Sarkozy erano al corrente tre fedelissimi di Gheddafi: il responsabile del suo gabinetto, Bashir Saleh, Abdallah Mansour consigliere del Colonnello e Sabri Shadi, capo dell’aviazione libica. Saleh, il testimone chiave, vive in Sudafrica, ma nel 2011 era apparso in Francia e poi sparito nonostante un mandato cattura dell’Interpol. Il caso era stato gestito da Bernard Squarcini, uomo di Sarkozy, ancora oggi a capo del controspionaggio. E sempre Squarcini è coinvolto nella caccia alle cassette scottanti di Gheddafi, che potrebbero contenere gli incontri con altri leader europei. Silvio Berlusconi non ha mai nascosto l’amicizia con il colonnello, mentre Romano Prodi e Massimo D’Alema, che pure avevano frequentato la tenda di Gheddafi cercano sempre di farlo dimenticare.
Lo sorso anno un politico francese di sinistra, Michel Scarbonchi, viene avvicinato da Mohammed Albichari, il figlio di un capo dei servizi di Gheddafi morto nel 1997 in uno strano incidente stradale. Albichari sostiene che un gruppo di ribelli di Bengasi ha sequestrato «70 cartoni di cassette» di Gheddafi. Scarbonchi si rivolge al capo del controspionaggio, che incontra il contatto libico. «Avevano recuperato la videoteca di Gheddafi con i suoi incontri e le conversazioni segrete con i leader stranieri» conferma Squarcini a Le Monde. I ribelli vogliono soldi e consegnano come esca una sola cassetta, di poca importanza, che riguarda il presidente della Cosa d’Avorio. Il materiale è nascosto in un luogo segreto. Pochi mesi dopo Albichari sostiene di essere «stato tradito» e muore per una crisi diabetica a soli 37 anni. Non solo: il corpo di Choukri Ghanem, ex ministro del Petrolio libico, custode di ulteriori informazioni sensibili, viene trovato a galleggiare nel Danubio a Vienna.
La caccia alle registrazioni del Colonnello deve essere iniziata nell’ottobre 2011, quando la colonna di Gheddafi è stata individuata e bombardata da due caccia Rafale francesi. Il rais libico era stato preso vivo, ma poi gli hanno sparato il colpo di grazia. «L’impressione è che dopo il primo gruppo di ribelli sia arrivato un secondo, che sapesse esattamente cosa fare e avesse ordini precisi di eliminare i prigionieri» spiega una fonte riservata de il Giornale che era impegnata nel conflitto. L’ombra dei servizi francesi sulla fine di Gheddafi è pesante. Sarkozy non poteva permettersi che il colonnello, magari in un’aula di tribunale, rivelasse i rapporti molto stretti con Parigi. La Francia ci aveva tirato per i capelli nella guerra in Libia stuzzicando Berlusconi sui rapporti con Gheddafi. Peccato che Sarkozy ne avesse di ben più imbarazzanti.
Delle cassette di Gheddafi non si sa più nulla. L’unico che potrebbe far luce sul suo contenuto è Seif al Islam, il figlio del colonnello fatto prigioniero, che i libici vogliono processare e condannare a morte.”

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