699.-Riusciranno i militari italiani a portare un ospedale in Libia?

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La riconquista di Sirte riporta all’ordine del giorno l’intervento degli eserciti in Libia. Ancora una volta, siamo di fronte sia alla almeno duplice leadership della Libia, divisa fra il Governo di Unità Nazionale di Fayez Mustafa Al Sarray a Tripoli e il generale Khalifa Heftar (il generale che muove le sue linee politico-militari dall’Est libico) del governo di Tobruck sia alla doppiezza della politica di Parigi e alla volontà diWashington di far comprendere a Mosca (se mai ce ne fosse bisogno, ma Mosca non pensa a Tripoli) che gli USA, in Mediterraneo, ci sono e ci restano. L’Italia, defraudata da Total delle concessioni ENI in Libia, è impegnata militarmente sottovoce, ma con uomini di punta ed è presente in altri, troppi scacchieri, senza, peraltro e per cambiare, trarne i giusti ritorni in campo internazionale. Particolarmente rilevante è al momento l’impegno nella Sanità sia in Afghanistan, a Herat, dove coordiniamo l’ospedale da campo Livello 2 di Camp Arena anche per gli Usa e sia in Libia, i cui feriti gravi vengono trasportati e curati all’Ospedale militare del Celio a Roma. E qui casca l’asino. La Difesa, abbandonata da anni l’idea della clinica militare ultra eccellente, ha voluto anche chiudere le sale operatorie di tutti gli ospedali militari meno quella del Celio (cui sono debitore) e, ora, con i pochi chirurghi operativi fa miracoli, appunto, in Afghanistan e a Roma. Dal punto di vista delle attrezzature rischierabili, siamo, ancora per poco, ai moduli pneumatici autoportanti, ma proprio l’Italia vanta un eccellenza veneta, che progetta, costruisce e installa sale operatorie e reparti specialistici chiavi in mano, ad elevato standard tecnologico, facilmente trasportabili, gestibili in teatro operativo e attrezzabili al livello delle più moderne sale operatorie, in breve tempo e sia in mare che a terra. Il problema sono gli organici ridotti della sanità militare, con poche eccellenze e tanti “medici da visita medica”. Sento parlare di soluzioni e speriamo che almeno l’ospedale di Sirte sia italiano e che lo sia anche in seguito. Questo è stato ed è lo spirito dell’Italia: dare il supporto logistico all’alleato USA e accompagnare il popolo libico nella ricostruzione materiale, sociale e politica, piuttosto che guidare una spedizione militare. Per un quadro della situazione fuori area, vi propongo l’analisi di Stefano Vespa per Formiche.it. “Quanti militari italiani andranno in Libia?”.

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“Tra impieghi di forze speciali con la “copertura” dei servizi segreti e l’annunciata riapertura dell’ambasciata di Tripoli, il futuro della Libia sarà certamente al centro delle decisioni del governo subito dopo le ferie estive. Nel frattempo, si fanno ipotesi un po’ generiche come quelle di fonti governative, riportate da qualche quotidiano, in base alle quali si ricomincia a parlare di ben 5 mila uomini (cifra irrealistica sotto vari profili, operativi e politici) citati da ultimo dall’ambasciatore americano, John Phillips, in un’intervista al Corriere della Sera del 3 marzo scorso sulla scia di quanto sostenuto in precedenza dal governo italiano. Se il nuovo presidente statunitense sarà Hillary Clinton, è possibile che certe scelte saranno più o meno in linea con quelle di Barack Obama; se vincerà Donald Trump le conseguenze saranno imprevedibili.

Nel frattempo la semplice ipotesi di impegnare anche solo centinaia di uomini, piuttosto che migliaia, apre scenari complessi perché occorre pescare tra determinate professionalità, perché la coperta delle Forze armate è cortissima (al netto dei complimenti fatti da Matteo Renzi al Comando operativo interforze l’11 agosto) e perché oggi sono già oltre 13 mila le unità impegnate in operazioni militari. Qual è la soluzione prospettata da quelle fonti governative? Recuperare uomini dalle altre missioni. Come? Non è chiaro. I dati ufficiali, aggiornati costantemente sul sito del ministero della Difesa, dicono che oggi l’Italia è impegnata in 26 missioni dislocate in 18 nazioni: sono 7.050 i militari assegnati in Italia all’operazione Strade sicure, che comprende l’attività antiterrorismo, e circa 6.000 all’estero dai quali andrebbero presi quelli destinati teoricamente alla Libia. A prima vista le unità recuperabili sono pochissime perché le missioni più importanti hanno un compito delicato anche per motivi geopolitici e forse non sarebbe sufficiente neanche raschiare il fondo del barile o annullare minuscole missioni nel continente africano. Vediamo nel dettaglio.

Afghanistan. La missione Resolute support impegna 950 italiani (900 a Herat e 50 a Kabul) e ha compiti addestrativi e di assistenza per le forze afghane. Il contingente è stato sensibilmente aumentato dopo la decisione del governo di restare per tutto il 2016 su richiesta di Obama ed è scontato che non ce ne andremo neanche l’anno prossimo. E’ vero che non tutti sono costantemente impegnati da addestratori, che pure hanno bisogno di una cornice di sicurezza, e infatti prima delle recenti decisioni politiche il numero era ridotto; ma il filo diretto Italia-Usa, l’ottima immagine che ha l’Italia in quell’area e la necessità di dimostrare una volontà di lottare contro i terroristi non consentirebbero di cambiare. Come lo spiegheremmo agli americani, agli afghani e anche agli italiani?

Unifil. Se ne parla troppo poco pur essendo una delle missioni più delicate come forza di interposizione tra Israele e Libano, cioè Hezbollah. E’ comandata da italiani dal gennaio 2012, abbiamo 1.100 uomini su circa 10 mila e forse potremmo recuperarne qualcuno. Pochi, però, perché la nazione leader non può ridurre troppo il proprio apporto.

Iraq. Qui non si recupera niente, anzi l’Italia sta aumentando l’impegno. Nella missione Prima Parthica, la coalizione internazionale contro l’Isis, abbiamo 950 unità tra addestratori di peshmerga curdi e poliziotti iracheni e personale dell’Aeronautica per i quattro Amx che svolgono solo ricognizione. Si aggiungono i 130 assegnati a Erbil con il compito di “personnel recovery”, cioè recupero di militari rimasti isolati in zona nemica, dotati di quattro elicotteri NH90 per recupero ed evacuazione e quattro elicotteri d’attacco AW129 Mangusta. Questi ultimi, in caso di emergenza, potrebbero intervenire nei pressi della diga di Mosul dove presto arriveranno a 500 i militari italiani di scorta agli operai della ditta Trevi che deve ristrutturarla. Totale: poco meno di 1.600 militari.

Kosovo. Sono circa 550 gli italiani nella missione Kfor, che continuerà a essere comandata da un generale italiano. Una missione nata 17 anni fa, alla fine della guerra contro Slobodan Milosevic, e che durerà decenni perché i Balcani sono da sempre una polveriera. In più, sono diventati zone di transito di foreign fighters. Anche in Kosovo, dunque, è quasi impossibile recuperare uomini.

Mediterraneo. A quei 6 mila uomini e donne nel mondo vanno sottratti gli oltre 1.500 marinai impegnati in Mare sicuro ed Eunavfor Med: la Marina può dare un importante sostegno contro scafisti e terroristi se il governo libico autorizzerà l’ingresso nelle acque nazionali, ma è cosa diversa dall’ipotizzato ruolo italiano sul terreno.

Africa. L’Italia ha circa 390 unità in diverse missioni, la più importante delle quali è quella antipirateria Atalanta: 190 uomini in mare oltre a 90 di supporto logistico a Gibuti. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nello scorso novembre durante un viaggio in Africa sottolineò proprio il ruolo italiano nell’antipirateria visitando alcuni reparti. Ora li tagliamo? Restano poi meno di 30 unità in Mali (tra Onu e Ue) e 110 in Somalia in una missione europea di addestramento: ridurle o annullarle sarebbero scelte politiche da spiegare in ambito internazionale. Come corollario, va ricordato che in Mali la Francia è impegnata da tempo in una vera guerra al terrorismo.

Restano pochissime centinaia di unità, tra cui per esempio 80 della Marina nel Sinai per una trentennale missione di pace tra Egitto e Israele e per le quali vale il discorso dei marinai impegnati nel Mediterraneo. Inoltre, spesso si dimentica che garantire quelle presenze in ogni teatro comporta un periodico ricambio di mezzi e truppe per ovvie necessità di manutenzione e di riposo. Va poi detto che diverse piccolissime presenze hanno avuto un significato anche per accattivarsi certi governi in vista del voto per il seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Visto com’è andata, è stato uno sforzo inutile.

Riassumendo, dunque, il ripetuto ruolo di leadership che l’Italia conta di avere in Libia e che gli Stati Uniti sarebbero disposti a riconoscere si scontra contro problemi oggettivi. La prima decisione dovrà essere quella del limite di rischio da accettare prima di mandare truppe sul terreno, possibilmente con chiarissime regole d’ingaggio; la seconda decisione riguarderà il numero e la qualità tecnico-operativa di quelle truppe; la terza e ultima decisione sarà propriamente politica: abbandonare certe aree a favore della Libia è certamente possibile, purché si calcolino bene le conseguenze su entrambi i fronti.”

Guardando al disastro dei popoli libico, somalo ed eritreo, non posso non pensare, prima, a quanto diverse erano le loro condizioni sotto bandiera italiana, poi e al bieco cinismo con cui quei governi hanno voluto l’assassinio di Muammar Gheddafi.

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