698.- Il gioco strategico della Russia: successi e prospettive

Il ritorno della Russia sulla scena mondiale ha coinciso con la ripresa dell’iniziativa strategica, in un processo che ha visto l’alternarsi di fasi e sfide inedite, nonché di diverse applicazioni della stessa dottrina difensiva. Di Federico Pastore – 9 luglio 2016

ShowImage.ashx_-640x448

L’intervento militare russo in Siria nell’ottobre 2015, a sostegno del legittimo governo del presidente Assad nella guerra contro i gruppi armati finanziati dall’Occidente, è stato salutato da molti come la prova di fatto della transizione, anche sui campi di battaglia, della Russia post-sovietica da un ripiegamento di necessità (superamento dei tragici anni ’90, lenta riduzione del gap militare col Blocco americano, rilancio economico) a un ritrovato protagonismo da potenza globale. Una comprensibile esagerazione, se pensiamo che l’impiego di truppe oltre i confini dell’ex-Urss non aveva luogo dalla fine degli anni Settanta in Afghanistan.

Vent’anni di acquiescenza

In effetti, se volessimo tracciare una breve cronologia dei successi strategici russi dopo la disintegrazione dello Stato sovietico, il vero mutare di marea porta la data dell’agosto 2008, quando reparti della Federazione entrarono in azione per frenare l’aggressione georgiana all’Ossezia del Sud. Questo intervento diretto dell’esercito al di fuori dei confini russi è stato comunque il primo dopo quasi un ventennio di riflusso, il periodo di tempo (1988-2008) che separa il ritiro dell’Armata Rossa proprio dall’Afghanistan dalla cinque giorni di guerra russo-georgiana.

A seguito di diversi anni, i primi della presidenza Putin, di meditata acquiescenza nei confronti dell’Occidente (inazione sostanziale durante le rivoluzioni colorate in Ucraina, Georgia e Kirghizistan) e costante rafforzamento della posizione internazionale del Paese, nel riaccordamento della cooperazione economica con l’UE e di quella diplomatica con gli Stati Uniti (mossa strategica di appoggio indiretto alla guerra americana in Iraq nel 2003 in contrasto con la riluttanza di Francia e Germania), il flusso degli eventi subisce una prima inversione. Il governo russo si riorienta in merito al gioco delle influenze in quello che i russi chiamano “Estero Vicino” (grosso modo la cintura territoriale degli stati loro confinanti in Europa e nell’Asia centrale), critica la politica statunitense degli scudi missilistici e ridiscute gli accordi di collaborazione militare con gli occidentali.

La Crisi georgiana del 2008 e il cambio di rotta

Sui libri di storia il vero indizio di una sterzata a livello di principi sarà il discorso di Monaco tenuto da Putin nel 2007 quando, senza giri di parole, affermò che gli USA erano impegnati nella costruzione di un mondo unipolare nel quale gli Stati Uniti avrebbero occupato il ruolo di sola superpotenza con tutti gli altri in subordine. Dall’agosto del 2008, al culmine di molteplici ingerenze americane per destabilizzare i rapporti fra Mosca e Tbilisi, la Russia ha cominciato a ribattere colpo su colpo, e sostanzialmente non ha mutato attitudine da allora, entrando così in una fase storica nuova e pericolosa.

Guardiamo, per esempio, alla dottrina militare russa del 2010, che rispecchia i punti chiave del discorso di Monaco: l’individuazione netta della NATO come fattore di minaccia per la Russia, il richiamo a un ordine multipolare come elemento di stabilità globale, il rifiuto della militarizzazione dello spazio e dell’alterazione degli equilibri della deterrenza nucleare come emanazioni della volontà dominatrice di Washington. La revisione di questa dottrina nel 2014 descriverà inoltre come del conflitto contemporaneo facciano parte la guerra dell’informazione e altri momenti di scontro non militare (rivoluzioni colorate, soft war) e di come la Russia sia pronta a operazioni di contrasto a ogni livello. In sostanza, si tratta di una dottrina strategica di carattere difensivo, ma è pure una risposta alla pericolosità dell’avventurismo yankee nel Grande Medio Oriente (così i think-tank statunitensi definiscono la fascia dal Marocco all’Asia Centrale) – la geopolitica del caos – dell’ultimo tempo. Primavere arabe, eterodirezione del jihadismo da Tunisi al Caucaso, guerra di annichilimento in Siria, golpe per procura in Ucraina, sanzioni e info war….le sfide che la Russia si è trovata a gestire da quell’estate georgiana sono molteplici, ma soprattutto inedite e simultanee.

Ora, come insegna la storia dei conflitti, quel contendente che deve ribaltare uno svantaggio (militare, tecnico, mediatico) rispetto al suo avversario deve far ricorso “più alla forza della ragione, che alla ragione della forza”, intendendo qui ‘ragione’ come capacità analitica di ‘collegare i fatti’, ‘interpretarli’, e farà uso di altri canali rispetto al ricorso alle armi, e non sempre in alternativa ad esse. In questo senso, i grandi successi strategici russi sono maturati proprio nel rifiuto della guerra frontale, simmetrica.

2012, l’aggravarsi della guerra in Siria ricalca le tappe della fine del governo Gheddafi nel 2011: catastrofe umanitaria, accuse di violazioni dei diritti umani al governo in carica, tamburi di sdegno mediatici, proposte di no-fly zone e intervento (dis)solutore dell’Occidente. La macchina da guerra Usa viene inceppata dalla abilità russa, che prima fa dispiegare unità navali di combattimento nelle acque siriane accanto alla flotta NATO, poi si oppone insieme alla Cina alle risoluzioni dell’Onu e infine disinnesca la minaccia di un’invasione della Siria convincendo la dirigenza di Damasco della necessità dello smantellamento del proprio arsenale chimico, al centro delle accuse propagandistiche occidentali di massacri dei civili. Il Cremlino, che durante la presidenza Medvedev non aveva saputo opporsi alla distruzione dello Stato libico, riesce a fermare l’ingranaggio dell’aggressione imperialista alla Siria proprio all’apice della crisi. Come si può notare, è stata una combinazione di tattica (la ‘fog of war’ della flotta russa nel Mediterraneo, ovvero la sorpresa del nemico – la flotta atlantica – per una manovra imprevista) e diplomazia, e non un confronto aperto, a sbrogliare una situazione complicata.

Il fronte ucraino e la crisi con l’Occidente

Veniamo al 2014, Kiev. Il golpe di Euromaidan provoca una frattura tra Russia e Ucraina, con l’instaurazione di un governo filo-occidentale e pesantemente infiltrato dai consorzi oligarchici d’Oltreoceano, lì dove le precedenti classi politiche avevano penzolato fra Europa e Russia. L’atteggiamento persecutorio del nuovo governo di Kiev nei confronti della parte russa e russofona della popolazione sfocia in aperti episodi di violenza in tutto il Paese (pogrom di Odessa alla Casa dei Sindacati) e in particolare nel Donbass, regione orientale contigua alla Russia – dove si costituiscono repubbliche protosecessioniste e milizie autonome – e solleva il grave problema dello status della Crimea, che per accordi successivi al collasso dell’Urss ospita un contingente russo. Per il Cremlino la situazione è critica: un’Ucraina schierata totalmente nel campo atlantico, il ritiro dalla Crimea, la conseguente perdita di prestigio internazionale comporterebbero per la Russia la più catastrofica sconfitta di sempre, e quasi un ritorno alla dimensione settecentesca, una sorta di Moscovia postmoderna ridotta alla sua cornice asiatica.

Eppure nulla di tutto questo è accaduto, in quanto l’elevato rischio di una disfatta (e non si sottovaluti il contraccolpo interno) è stato al contrario sublimato in un progressivo, e non ancora concluso, successo strategico. Il ritorno alla madrepatria della Crimea (storicamente territorio etnico russo e vera portaerei naturale) poteva tramutarsi in una carneficina e diventare il casus belli di una guerra estesa, ma al contrario il disarmo delle truppe ucraine e la resa di circa 200 basi logistiche e militari e l’occupazione della penisola sono avvenute senza spargimento di sangue e con il coinvolgimento della popolazione locale, che col referendum popolare di Marzo 2014 ha salutato la mossa di Putin come una liberazione dalle minacce di Kiev. Siamo chiari: accanto alla simbologia del Ritorno, la Crimea aveva la priorità strategica, anche rispetto a mosse analoghe da parte NATO, poiché una rinuncia alla penisola avrebbe significato un ritiro dal Mar Nero e la difficoltà di condurre agevolmente operazioni nel Mediterraneo orientale, come il 2012 e la fine del 2015 in Siria hanno dimostrato.

La lungimiranza strategica di Putin

Ma il successo di una strategia non si riduce all’esito positivo di operazioni militari, è più simile alla corretta applicazione di tattiche – anche di segno opposto – in funzione di un fine. Pensiamo all’incognita del Donbass. La diplomazia russa non ha dovuto solo gestire la guerra mediatica e di sanzioni per la questione crimeana (le accuse di violazione del diritto internazionale e altri specchietti per gli allocchi), ma pure occuparsi della guerra civile scoppiata nella vicina Ucraina, in seguito al governo nato dopo le vicende di Euromaidan e la fuga in Russia di Yanukovich, che ha causato un’emergenza profughi senza precedenti (oltre un milione di profughi emigrati in Russia da Aprile 2014). Anche in questo caso la politica di Putin, malgrado i luoghi comuni, è stata lungimirante e aperta al dialogo, dovendo gestire nei primi mesi di guerra tra il governo centrale e i separatisti anche il fronte oltranzista interno, che esortava il presidente russo a compiere un atto di forza nell’ex paese sovietico.

Impegnarsi in simili operazioni su grande scala significa prendersi la responsabilità di elevare un conflitto locale a guerra continentale – per non supporre di peggio – di fatto infliggendosi svantaggi a breve, medio e lungo termine del tutto imprevedibili. Il che, prima di essere pericoloso, è davvero ingenuo, dal momento che si possono ottenere risultati importanti per vie meno spettacolari. L’appoggio tecnico-logistico ai gruppi di autodifesa del Donbass ha senz’altro tolto al fronte anti-Putin il pretesto per insinuare la minaccia di invasione russa di uno Stato sovrano, stabilizzando il fronte e creando uno status quo di fatto identico a quello dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud: anche nel Donbass si sono formate due repubbliche autonome che non sono parte della Russia ma nella quale andranno inevitabilmente integrandosi.

Questo semplice stallo consente di reggere a uno stato di crisi prolungato senza sostenere gli enormi costi di un conflitto aperto e di mantenimento economico di un intero complesso statale, costi che al momento sono tutti sulle spalle del Congresso a Washington e dell’Ue, forzati al mantenimento dello Stato ucraino, la cui economia è drogata dai sussidi europei e al tempo stesso messa a repentaglio dalle ricette neoliberiste imposte dall’Fmi, con un calo progressivo delle condizioni di vita della popolazione e continue spinte secessioniste dalla Galizia alla Bessarabia. Se si realizzasse la scomparsa della compagine statale ucraina e la dissoluzione dell’Ucraina stessa in diverse zone abbandonate a sé stesse, sarebbe così folle presupporre un intervento russo simile a quello nel Donbass, di salvataggio umanitario e reale sostegno per una ristrutturazione politica? Chiamiamola fantageopolitica se si crede, ma la Russia è l’unico attore che possa mettere ordine in questa polveriera emersa dal caos venuto da ovest e che non ha alcuno interesse a una degenerazione totale, dato lo stato di minorità europea, e questa ipotesi non significherebbe una annessione, una conquista russe dell’Ucraina – il cui assorbimento immediato sarebbe inaffrontabile per Mosca da sola, oltre a essere impossibile per questioni, se si vuole, di economia storica. Eppure un simile scenario non sarebbe tanto e solo un rinsaldarsi al naturale ciclo storico che vede negli Ucraini e nei Russi due popoli fratelli, ma in prim’ordine un clamoroso trionfo strategico che gli apostoli del grilletto non sanno immaginare senza ricorrere a obsolete concezioni del conflitto, ossia senza grandi perdite fra esercito/civili e dissanguamento finanziario. Queste, però, sono solamente analisi ipotetiche.

Le primavera araba in Siria e il dilagare dell’ISIS

Riannodiamo le fila del discorso tornando alla Siria. Spesso gli storici hanno attribuito a Caterina la Grande l’intuizione, a metà fra profezia e geostrategia, che “le Porte della Russia si aprono a Damasco”, per cui non serve ritornare sulle ragioni prospettiche della discesa in campo delle forze russe nello scenario siriano di lotta al jihadismo. Questa entrata in guerra così recente è però l’ennesimo esempio illuminante di come imprimere una forza militare sia solo un aspetto, certo il più appariscente, della strategia delle grandi Potenze. Se rileggiamo la dichiarazione di Putin nei primi giorni dei bombardamenti russi, ovvero “Il nostro obbiettivo è quello di stabilizzare il governo legittimo e creare le condizioni per un compromesso politico” e quella successiva all’annunciato ritiro di parte degli apparati militari “Considero generalmente raggiunti gli obbiettivi stabiliti dal Ministero della Difesa”, si nota una discreta indeterminatezza circa gli scopi dell’intervento e il loro raggiungimento (‘stabilizzare’, esistono dei limiti?, ‘creare le condizioni’, ‘generalmente’, non compiutamente quindi?), tali da escludere che la Russia sia impegnata in una resa dei conti vicino-orientale.

Quindi, se si esclude un conflitto risolutivo, quali sono i percorsi paralleli che la strategia russa segue nel sostegno a Damasco? Certo, colpire i jihadisti in Siria comporta indebolirli nel Caucaso (nonostante ci siano poi wahabiti ceceni che combattono con frange di estrema destra in Ucraina), ma nessuno si aspetta che l’Isis o Al-Nusra vengano spazzati via dall’area nel giro di pochi mesi esclusivamente dai caccia russi. Innanzitutto, come spiega l’ufficiale Vasilij Pavlov, questa non è una guerra che può essere vinta col semplice uso della forza. Il jihadismo è un effetto, e non una causa. E il terrorismo, al pari dell’immigrazione, è un fenomeno di massa i cui canali di alimentazione, continui e costanti, sono localizzati in retrovie ben distanti dalla linea di combattimento, nei Paesi che supportano e finanziano direttamente i jihadisti (Qatar, Arabia Saudita, Turchia).

Se non si interviene a troncare questi flussi o non si riguadagna l’impermeabilità dei confini siriani non si può contare su campagne ad ampio raggio, che sarebbero come una fatica di Sisifo, oltre a essere esattamente quello che gli Usa stessi non fanno (il che suggerirebbe quasi un tentativo di infilare i russi in una trappola). Non si dimentichi mai che la Russia non ha il peso militare della defunta Unione Sovietica, non può permettersi quelle perdite/sconfitte (come quelle derivate da un ipotetico coinvolgimento di Ankara) che di contro la superpotenza egemonica, gli Usa, sopporta da decenni. Comprensibile quindi che l’aver evitato la disfatta e quindi la deflagrazione dello Stato siriano sia già di per sé una vittoria, per quanto temporanea e non finale.

E nella superiore dimensione strategica, altri importanti risultati sono stati conseguiti. Come ha confermato l’ambasciatore russo a Londra, l’azione in Siria ha impedito la proclamazione unilaterale di una no-fly zone della NATO nel 2015 (come già detto, il prodromo di un attacco americano), ossia ha scongiurato per la seconda volta in pochi anni una catastrofe in stile libico. La sensibile ritirata dell’Isis, la collaborazione attiva agli accordi di Ginevra tra governo Assad e opposizione (il compromesso politico di cui sopra Putin), la liberazione di Palmyra, sono stati un successo (temporaneo, certo) di propaganda/info war per la Russia, il cui ruolo di potenza attiva nella lotta al terrorismo ultimamente ha persino filtrato le maglie dei media in Europa. Inoltre, ai vantaggi di testare nella pratica i progressi compiuti a livello tecnico-militare si aggiunga l’indubbio segnale dato all’Occidente – esistono dei limiti che non devono essere superati, perché Mosca non si tirerà indietro (colpire i terroristi con missili lanciati dal mar Caspio è un segnale magari indiretto, annunciare ufficialmente che lo spazio aereo siriano è protetto dalle VVS e che chiunque, chiunque non lo rispetti verrà abbattuto lo è un po’ meno).

La Russia e la “Teoria del Limite”

Ma questi sono ancora tratti tipici di una strategia difensiva come quella russa, che mira alla semplice tutela dei propri interessi nazionali. La teoria del limite che non deve essere superato dovrebbe valere per tutti i contendenti, ma per ragione ovvie è più stringente per chi ha più da perdere. Ecco perché nel 2008 i russi non occuparono Tbilisi, pur avendone la possibilità; ecco perché in Ucraina tentano continuamente la via del dialogo con la giunta golpista o con l’Ue la diplomazia lavora nonostante un regime di sanzioni; e va da sé come pure nella lotta al terrorismo siano gli Stati Uniti gli interlocutori privilegiati, nonostante siano l’avversario permanente, e proprio per questo, quello su cui concentrare i maggiori tentativi di circonvenzione psicologica. A Mosca hanno capito da diverso tempo che è l’arma psicologica uno dei fattori chiave della guerra non-convenzionale, e questo conta tanto nella diplomazia quanto nell’ingaggio militare, nell’abbattimento morale degli eserciti nemici e nell’influenza sulle popolazioni civili.

Il “dialogo” tra Russia e il Patto Atlantico

Va da sé che, nei dettagli sul campo, la situazione sia sempre più fluida di quella descritta dagli analisti, come gli avvenimenti dei passati sei mesi e persino degli ultimi giorni stanno dimostrando. La persistenza del dialogo russo-americano nella lotta al terrorismo avviene insieme alle recenti mosse statunitensi in Europa. Nel dicembre scorso gli Stati Uniti hanno attrezzato nella base romena di Deveselu l’installazione del sistema missilistico “Aegis”, che, nelle parole del segretario NATO Jens Stoltenberg, rappresenta ”un programma di difesa missilistica non diretto contro la Russia”, individuando implicitamente nell’Iran il possibile aggressore.

La notizia di questa installazione (che può lanciare sia razzi intercettori che testate convenzionali e non, atomiche incluse), alla quale si aggiungerà una analoga in Polonia, è stata accolta con grande inquietudine da Mosca, in quanto questi sistemi antimissile vanificano il trattato INF firmato nel 1987 tra USA e URSS sui missili nucleari a media gittata e alterano l’equilibrio della deterrenza. “L’abbandono unilaterale dell’Accordo sulla difesa antimissilistica da parte USA era stato il primo passo per tentare di distruggere l’equilibrio strategico mondiale; questo è il secondo passo” ha spiegato Putin, “Mosca intraprenderà ogni azione necessaria per garantire l’equilibrio strategico, che rappresenta la garanzia più sicura dall’insorgere di conflitti su larga scala”. Incidentalmente, si noti che quella di Deveselu è una base statunitense, e non della NATO, anche se poi è il segretario generale dell’Alleanza Atlantica a giustificarne la presenza, in una sovrapposizione di ruoli che non sorprende. A ribadire questo ambiguo modus procedurale è stato Barack Obama in persona nel maggio 2016 nel suo incontro di Washington coi governanti dei paesi scandinavi e dell’Islanda (che ha da poco concesso agli Usa la possibilità di stazionare forze americane nell’isola), denunciando la crescente presenza militare russa nel Baltico, ”its nuclear posturing” e le azioni provocatorie delle sue forze navali, e di nuovo l’8 luglio 2016 nel summit NATO a Varsavia, nel quartiere Praga *.

Questo incontro è stato rivelatore, in quanto non ci si è limitati a condannare la politica di Putin nella crisi ucraina per affermare i nuovi piani di difesa antimissilistica, ma si è deciso che quattro nuovi battaglioni rinforzeranno la presenza militare dell’Alleanza nell’area baltica e che gli Usa stazioneranno mille soldati americani e nuovi istruttori in Polonia, e manterranno gli 8.400 effettivi già operanti in Afghanistan. Infine, e di massimo interesse per la Russia, è stato fatto il punto sulle procedure di adesione alla Nato di Montenegro, Georgia e Finlandia. Sulla possibilità di ingresso di quest’ultima il presidente Putin ha già dichiarato come questa sia una minaccia agli interessi nazionali russi, e che Mosca risponderà nel caso dovesse verificarsi questo ulteriore allargamento militare ai suoi confini.

Il prossimo incontro Russia-NATO del 13 luglio a Bruxelles potrà dare ulteriori elementi, ma è un dialogo che procede in un crescente clima di provocazione. Non solo per l’aumento delle violazioni degli accordi di Minsk tra esercito ucraino e milizie filorusse nel Donbass, ma per la doppia esercitazione militare del giugno scorso, quella della Baltops 2016 tenuta a 200 km dall’enclave russa di Kaliningrad, e che è poi confluita in Anakonda 2016, l’enorme manovra che ha coinvolto 31.000 membri delle forze armate di ogni Paese associato all’Alleanza Atlantica (Italia inclusa, certo).

Le nuove prospettive aperte dalla Brexit

A questo quadro la Russia ha replicato con fermezza, ma senza incepparsi nel meccanismo dell’escalation, anche considerando come con l’evento della Brexit le cose potrebbero cambiare nel Vecchio Continente. L’uscita in sé del Regno Unito dall’Ue non rappresenta un grande significato geopolitico, ma con il peggioramento delle condizioni economico-sociali nell’Eurozona, la crisi immigratoria e la tornata elettorale del 2017 (si voterà in Olanda, Francia e Germania, forse anche in Italia) l’esito del referendum britannico potrebbe aver aperto diversi spiragli nel dialogo di contrappeso che la Russia vuole con i governanti europei. E non si dimentichi il duello Clinton/Trump per le presidenziali americane di novembre 2016. Nonostante il pericoloso gioco al rialzo della fase finale della presidenza Obama, si è in una fase di stallo (relativo), nella quale soppesare vantaggi e svantaggi, elaborare piani ed evitare danni è ancora la priorità strategica.

È la partita giocata su più tavoli, l’applicazione di metodologie, fra loro simultanee e magari in – apparente – antitesi. Fino a ieri, i successi strategici del Cremlino dalla fine degli anni 2000 sono dovuti al rispetto di questa elasticità, per cui ove la decifrazione sapiente degli eventi ha portato qui a dare battaglia lì a interromperla, in un momento a rischiare e in un altro a frenare, la Russia ha conseguito ottimi risultati. Vittorie tattiche, preliminari, di uno scontro globale la cui intensità è destinata ad aumentare nei prossimi anni.

Federico Pastore

*Una scelta doppiamente simbolica. La capitale polacca ospita un vertice del Patto Atlantico quando una volta dava il nome al Trattato di mutua assistenza tra i Paesi del Blocco comunista, ossia il Patto di Varsavia, mentre il New York Times ci ricorda che la scelta del quartiere si deve a ragioni storiche, in quanto durante la rivolta polacca del’44 contro i tedeschi l’Armata Rossa si trattenne sul fiume Vistola (ovvero nel quartiere Praga) e non soccorse gli insorti. Questo fa comprendere su quali tasti batta Washington per sfruttare la russofobia dei Paesi dell’Est Europa.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...