697.-La strage di Bronte dell’Agosto 1860: per non dimenticare le vergogne di Garibaldi e Nino Bixio.

Negli ultimi anni, complice anche il re vigliacco dell’8 settembre, le simpatie degli italiani sono migrate dai Savoia ai Borbone. Mi piace ricordare che nell’ultima difesa della fortezza di Gaeta si distinse per il suo coraggio la regina diciannovenne Maria Sofia che sugli spalti, mentre la flotta piemontese vomitava migliaia di colpi da mare e da terra, non esitò a sostituire un artigliere morto sul suo pezzo. Marcel Proust, nella sua opera la Prisonniére scrisse:” Femme hèroique qui, reine soldat, avait fait elle meme son coup de feu sur les remparts de Gaete”. Francesco II è stato accusato di aver abbandonato l’Italia ai Savoia. In realtà, dietro i Savoia c’erano gli inglesi e Francesco II è stato tradito; ma non lo perdoneremo mai. 

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Traspare la facilità con cui la nostra terra viene manovrata dallo straniero, ieri come oggi.  Dietro i nostri ideali, c’è sempre un grande burattinaio. Purtroppo. Tuttavia, chi si batte per un ideale gode della mia stima. Così, il mio trisnonno Giuseppe Panascì, farmacista di Garibaldi e dell’Ambulanza garibaldina, come si chiamava allora la Sanità, in questa vecchissima immagine.

 

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Sembra incredibile che, ancora oggi, la Sicilia non si sia ancora liberata dal ricordo di questi due assassini. Ancora oggi le statue (soprattutto di Garibaldi) campeggiano in tante città della nostra Isola. E ancora oggi scuole e vie portano i nomi di questi due gaglioffi. Ricordiamo, in questo articolo, una strage che ancora oggi brucia

Dal 6 al 10 Agosto del 1860 esattamente 156 anni fa, a Bronte, Nino Bixio, su mandato di Giuseppe Garibaldi, si rendeva protagonista di un atto scellerato ed infame che la storia quella vera e non quella paludata della storiografia ufficiale e scolastica ci ha tramandato e condannato come “l’eccidio di Bronte”.

Ciò val bene per ricordare e non diminticare su come i “liberatori” alla Nino Bixio intendevano trattare i siciliani e soprattutto, i contadini illusi dalla promesse dei decreti garibaldini sulla assegnazione delle terre, convinti che, finalmente, con l’arrivo di Garibaldi e delle camicie rosse potessero legittimamente essere garantiti i principi di libertà e di giustizia sociale.

In quel maledetto e torrido Agosto del 1860 ai siciliani ed ai brontesi, speranzosi che per loro le cose sarebbero cambiate in meglio, mal gliene incolse. A farli ravvedere dalle loto aspettative provvide alla bisogna il paranoico generale garibaldino – il già citato Bixio – che certo dei siciliani non aveva gran considerazione e stima, se è vero che, alla moglie Adelaide, durante l’impresa dei mille, così ebbe tra l’altro testualmente a scrivere a proposito della Sicilia e dei siciliani:

“Un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili”.

E’ con questo stato d’animo e questa predisposizione nei confronti dei siciliani che Bixio si presentò a Bronte prendendo, per tre giorni, alloggio al collegio Capizzi. La mattina del 6 agosto, con due battaglioni di bersaglieri, Bixio decise di ristabilire l’ordine che era stato turbato nei giorni precedenti dai popolani e dai contadini-vassalli della ducea di Nelson che, illusi, si erano ribellati rivendicando il diritto all’assegnazione delle terre ed al riscatto sociale promesso loro dai truffaldini decreti garibaldini.

All’avanzata di Garibaldi in Sicilia e con l’illusoria promessa di una più equa distribuzione delle terre furono molti, infatti, i paesi della Sicilia che, come Bronte, insorsero al grido “Abbassu li cappeddi, vulimi li terri”. Tra questi, Regalbuto, Polizzi Generosa, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Montemaggiore, Capaci, Castiglione di Sicilia, Centuripe, Collesano, Mirto, Caronia, Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Cefalù, Linguaglossa, Trecastagni e Pedara.

Le aspettative del popolo e dei contadini nei confronti dei “cappeddi” ( i latifondisti ed i ricchi proprietari terrieri) furono represse in quei paesi con il piombo e nel sangue da quei garibaldini che avevano promesso loro terre, libertà e giustizia. Quello stesso piombo che, 34 anni dopo, nel 1894, l’ex garibaldino Francesco Crispi, che era stato prima segretario di Stato e teorico della spedizione dei Mille e successivamente, dopo l’Unità, divenuto presidente del Consiglio, ordinò di scaricare sui contadini siciliani che rivendicavano le terre e reprimendo così nel sangue con centinaia di vittime innocenti l’epopea dei Fasci Siciliani.

A distanza di anni con pedissequa ferocia, di fatto, si riproponeva, ancora una volta, in un bagno di sangue, la logica della difesa del privilegio e della conservazione perché nell’ottica gattopardiana nulla cambiasse, prima con Garibaldi e poi con Crispi.

Garibaldi, spacciato per “eroe dei due mondi”, in realtà era un criminale al soldo degli inglesi, per i quali aveva praticato il traffico di schiavi e il saccheggio mediante la “guerra di corsa”. Nell’America del sud era stato arrestato e condannato per aver rubato cavalli. Gli stessi Savoia si lamentavano del suo comportamento a dir poco disonesto.

Ma torniamo ai fatti e al grido di libertà dei contadini e dei cittadini di Bonte. Su pressione del console inglese di Catania, John Goodwin, a sua volta sollecitato dai fratelli Thovez amministratori della ducea per conto della baronessa Bridport, Garibaldi, costi quel che costi, per reprimere la rivolta di quei brontesi che avevano avuto l’impudenza di ribellarsi agli inglesi suoi protettori e finanziatori dell’impresa dei Mille, invia per risolvere la questione ed assolvere questo sporco lavoro, come era nelle sue attitudini ed abitudini, il suo fedele luogotenente Nino Bixio.

Appena giunto, come primo atto, il “liberatore” (degli interessi degli inglesi e non dei contadini e dei siciliani), Bixio decretò lo stato d’assedio e la consegna delle armi imponendo una tassa di guerra, dichiarando il paese di Bronte colpevole di “lesa umanità” dando inizio a feroci rappresaglie senza concedere alcuna minima garanzia e guarentigia alla cittadinanza. I nazisti ottant’anni dopo prenderanno lezioni da questi metodi dei “liberatori” garibaldini.

Bisognava dimostrare ai “padroni” inglesi che nessuno poteva toccare impunemente i loro interessi. E il paranoico “servo” con i suoi metodi criminali li accontentò appieno. Si passò ad una farsa di processo e tutto fu liquidato in poco tempo senza riconoscere alcun diritto alla difesa discutendo e dibattendo il tutto in appena quattro ore.

Alla fine, alle 8 di sera del 9 Agosto, calpestando ogni simulacro di garanzia, era già tutto deciso con la condanna a morte di cinque cittadini che niente avevano avuto a che fare con i tumulti e le rivolte delle precedenti giornate che avevano turbato la tranquillità ed il sonno degli inglesi in quel di Bronte.

I cinque, la mattina del giorno dopo il 10 agosto, nella piazzetta della chiesa di San Vito, finirono vittime innocenti dinanzi al plotone d’esecuzione. L’avvocato Nicolò Lombardo notabile del paese che, da vecchio liberale, con tanta speranza aveva atteso lo sbarco garibaldino sognando un futuro migliore per la sua terra dovette ricredersi in quell’attimo che la scarica di fucileria spense quel suo sogno e per l’avvenire il sogno di tanti siciliani. Con lui morirono Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Longhitano Longi, Nunzio Ciraldo Fraiunco. Quest’ultimo era lo scemo del paese che sopravvisse alla scarica di fucileria e invocando vanamente la grazia fu finito cinicamente con un colpo di pistola alla testa dall’ufficiale che aveva comandato il plotone

Dopo la feroce esecuzione, a monito per la popolazione di Bronte, i corpi delle vittime rimasero esposti ed insepolti per parecchio tempo.

Ma non era finita. A questo primo processo sommario ne seguì un altro altrettanto persecutorio e vessatorio nei confronti di coloro che avevano arrecato oltraggio ai grossi proprietari terrieri e agli inglesi della ducea. Il processo che si celebrò presso la Corte di Assise di Catania si concluse nel 1863 con 37 condanne esemplari di cui 25 ergastoli. Giustizia era stata fatta. I poveracci non avrebbero più alzato la testa.

Il 12 Agosto, dopo avere fatto affiggere nei giorni precedenti, a suo nome, un proclama indirizzato ai Comuni della provincia di Catania con il quale invitava i contadini a stare buoni e a tornare al lavoro nei campi pena ritorsioni e feroci rappresaglie, Nino Bixio ribadiva:

“Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati puniti e a chi tenta altre vie crede di farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e ai sovvertitori dell’ordine pubblico. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole”.

Proclami e avvisi tendenti ad rassicurare baroni, latifondisti, proprietari terrieri e soprattutto gli inglesi che, con Garibaldi e Bixio, non c’era alcun pericolo di rivolte sociali. La rivoluzione garibaldina aveva mostrato il suo volto. Gli interessi della borghesia, dei latifondisti, degli inglesi che facevano affari in Sicilia e di quei settentrionali che in nome di Vittorio Emanuele in futuro li avrebbero fatti erano salvi e salvaguardati dalle camicie rosse.

E dire che a questi personaggi, come Nino Bixio e Giuseppe Garibaldi, i siciliani con un masochismo degno di miglior causa, hanno dedicato una infinità di via strade, piazze, scuole, monumenti e quant’altro a significativa memoria che da sempre siamo affetti dalla sindrome di Stoccolma, ossia quella di innamoraci dei nostri carnefici.

E’ ora di finirla. Prendendo coscienza e consapevolezza della nostra vera storia, è giunto il momento di buttare giù lapidi, e disarcionare dai monumenti questi personaggi che, dipinti come falsi eroi, ci hanno depredato della nostra economia, della nostra storia, della nostra cultura e della nostra identità. I tribunali della storia che per fortuna sicuramente non sono quelli dei processi sommari di Bronte alla fine certamente condanneranno per i loro crimini questi personaggi: anticipiamo sin da ora le sentenze e buttiamoli giù dai loro piedistalli.

Nino Bixio, one of the bravest of Garibaldi's companions    Gerolamo Bixio

Per quanto riguarda infine Gerolamo Bixio detto Nino, pochi sanno che, alla fine la giustizia divina, per le sue malefatte, più di quella degli uomini, gli presentò un conto salato, facendolo morire tra atroci dolori, sofferenze e tormenti in preda alla febbre gialla ed al colera a bordo della sua nave (s’era dato ai commerci con l’Oriente) il 16 dicembre del 1873, a Banda Aceh, nell’isola di Sumatra, a quel tempo colonia olandese.

Il suo corpo infetto chiuso in una cassa metallica fu sepolto nell’isola di Pulo Tuan che nella lingua locale significa isola del Signore. Successivamente tre indigeni, credendo di trovare qualche tesoro, disseppellirono la cassa denudarono il cadavere e poi lo riseppellirono vicino ad un torrente. Due di loro, infettati dal colera morirono nel breve giro di 48 ore. Anche da morto Bixio era riuscito a fare delle vittime. Roba da Guinnes dei primati.

I pochi resti del suo corpo ed alcune ossa, grazie al terzo indigeno sopravvissuto alla maledizione, vennero ritrovati nel giugno del 1876. Il 10 maggio del 1877 quello che rimaneva dei resti del massacratore di Bronte veniva cremato nel consolato italiano di Singapore. Il 29 Settembre di quello stesso anno le ceneri giunsero a Genova e seppellite nel cimitero di Staglieno.

L’avvocato Nicolò Lombardo e le altre vittime di Bronte, per loro buona pace, si può dire che per la morte atroce del loro aguzzino e per ciò che ne conseguì, erano state vendicate, alla fine, dalla Giustizia divina.

di Ignazio Coppola

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E, ORA, LA STORIA RACCONTATA DALLO STORICO BRON­TESE BENEDETTO RADICE NELLE SUE “MEMORIE STO­RICHE DI BRONTE”. 

Gli interessi opposti di classe, le ambizioni deluse, la sete di vendetta, gli inveterati odii covati nel seno dei contadini resero il conflitto inevitabile, fatale.

Il proclama di Garibaldi
Siciliani!
“Io vi ho guidati una schiera di prodi, accorsi al­l’eroi­co grido della Sicilia, resto delle battaglie lom­barde.
Noi siamo con voi! e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. All’armi dun­que!
Chi non impugna un’arma è un codardo e un tra­dito­re della patria. Non vale il pretesto della man­canza d’armi. Noi avremo fucili; ma per ora un’arma qualun­que basta, impugnata dalla destra d’un valoroso. I municipi provvederanno ai bimbi, alle donne, ai vec­chi derelitti.
All’armi tutti!
La Sicilia insegnerà ancora una volta, come si libe­ra un paese dagli oppressori colla potente volon­tà d’un popolo unito”.
14 Maggio 1860
G. Garibaldi

I Fatti di Bronte dal 2 al 10 Agosto 1860
LA VENDETTA, L’ECCIDIO, LA REPRESSIONE, LA FUCILAZIONE

 

LA VENDETTA

Dal 29 Luglio al 6 Agosto, una sequenza impressionante di odio di classe e di violenza si abbatté su Bronte.
La popolazione, allo sbarco dei Mille era divisa in due fazioni: da un lato i “Comunisti” o Comunali (capeggiati dall’avv. Nicolò Lom­bardo, decisi a difendere gli inte­ressi del Comune e dei popo­lani, desiderosi di dividersi i demani comunali ed avere finalmente ac­ces­so ad un pezzo di terra); dall’altro i “Civili” o Ducali, amici del Duca Nelson e difensori delle sue prerogative (all’epoca dei fatti la Ducea era nelle mani di Charlotte Nelson-Bridport, nipote di Horatio Nelson, sposata a Samuel Hood, secondo visconte di Bridport).
«I ducali, – precisa Maria Serena Mavica – conservatori e sostenitori della proprietà privata delle classi agiate, si affiancavano agli espo­nenti della Ducea ed erano com­posti ovviamente dai proprietari terrieri, dai nota­bili del paese e da gran parte del clero, men­tre i comunisti, fau­tori della comunione delle terre usurpate e per anni fraudolen­temente sottratte alla popolazione, erano composti ovviamente da villici, dalla parte umile del popolo, da qualche borghese e professionista più liberale, e anche da qualche esponente del clero, per così dire, innovatore, rispetto ai colleghi.»
E sebbene fra i due gruppi non si fosse mai venuto ad guerra aperta, pure – scrive lo storico brontese Benedetto Radice – «tramavansi e macchinavansi a vicenda sin dal 1848 atroci calunnie, onde alcuni dei comunisti patirono il carcere. Si calunniavano a vicenda, e nel loro disaccordo, brontolavano i contadini.»
Con decreto del 2 giugno Garibaldi aveva promesso la divisione delle terre, il 14 maggio aveva ordinato lo scioglimento e la ricostituzione dei Consigli civici e la formazione della Guardia Nazionale e con un altro decreto del 17 giugno escludeva dai consigli tutti i favoreggiatori diretti e indiretti della restaurazione borbonica.
Gran parte della popolazione brontese – scrive in Risorgimento perduto lo storico Antonino Radice – «angosciata dai vecchi ricordi ed esasperata ancor di più, al momento, dalla mancata applica­zione dei decreti dittatoriali garibaldini rimasti lettera morta assieme ad altre provvidenze prome­sse. (…)
La correzione dei mali sociali che da sempre affliggevano le classi più povere non s’era verificata. Speranze deluse e malcontenti antichi e nuovi si erano accumulati senza sosta e si trasformavano ora in ingredienti esplosivi, pronti a produrre deflagrazioni e guasti.
Si profilava il verificarsi di una tristissima verità secondo la quale gli sconvolgimenti sociali quando avvengono muovono sempre da cagioni remote, crescono poi inosservati e si palesano infine d’improvviso allorquando la cecità e la insufficienza di coloro che avrebbero potuto evitare i mali peggiori, nulla han prodotto per impedire il peggio.»
Nella cittadina etnea sembrava non cambiasse niente, tutto restava fermo. «Il popolo, – scrive un protagonista di quei giorni, l’arciprete Politi – (…) fremeva che a vista di Adernò, Biancavilla e Centorbi la legge della divisione delle terre comunali non s’era dato attuare per Bronte, quindi nel bollore degl’interessi e nel desiderio di vendicare torti privati che diceva ricevuti dalla Borghesia, tolto ogni freno alla pazienza, si decisero finirla una volta.»
Intanto, indette nella seconda quindicina di giugno, si erano svolte le elezioni, e contro ogni previsione e speranza il partito dei comunisti ne era uscito battuto. Invece del Lombardo era stato eletto a presidente del Municipio Sebastiano De Luca, e il Barone Vincenzo Meli, uomo imbelle, a Presidente del Consiglio.
«Questa sconfitta – continua il Radice – crucciò ed esasperò i proletarii, dei quali crebbe vieppiù l’esasperazione, quando invece del Lombardo venne eletto a giudice l’avv. Cesare; il quale, allargatasi la lotta nei partiti, in quell’aspro cozzare, fu non piccola causa del tragico tumulto.»
«Gli interessi opposti di classe, le ambizioni deluse, la sete di vendetta, gli inve­te­rati odii covati nel seno dei contadini resero il conflitto inevitabile, fatale.
Il seme della discordia germogliò generando la mala contentezza del popolo» che male interpretando lo spirito che animava la spedizione garibaldina in Sicilia, resosi conto che si facevano solo promesse, non avendo più fiducia nei tribunali per ope­razioni legali né in chi gestiva il Comune, decise di scendere in piazza armato e compatto, fomentando disordini e creando un clima di terrore.
Già dal mese di luglio un’immensa folla iniziò a percorrere minacciosa le vie della città gridando: Abbasso il Municipio! Abbasso i Borbonici! Viva Garibaldi! Viva Lombardo! Vogliamo la divisione!
Tutti reputarono passeggera quella tempesta, e, imprevidenti non s’affrettarono a soddisfare i desideri dei contadini che, fiduciosi di potersi liberare dal giogo ducale e sicuri di potersi impadronire dell’immenso patrimonio terriero della Ducea, sfoga­rono il loro odio e la loro rabbia secolari con un aberrante eccidio di “cappelli” (così venivano chiamati i possidenti ed i feudatari brontesi) e di “ducali”.
L’eccidio era da tempo nell’aria fin dai primi giorni di agosto ed era stato quasi annunciato: un popolano, Nunzio Ciraldo Fraiunco, ritenuto demente, amplificava, infatti, gridando per le vie del Paese, sotto abitazioni artatamente indicatigli, la ripetitiva benaugurante cantilena:
– “Cappelli guaddàtivi, l’ura du giudizziu s’avvicina, pòpulu non mancari all’appellu”.
«Saliva – continua il Radice – anche sul Casino dei civili e lì, malaugurata Cassan­dra, ripeteva il suo rozzo, minaccioso e fatidico sermone, condito di sali e infarcito di scempiaggini. I galantuomini, veri dementi, ridevano del matto, mentre i popolani affilavano scuri e coltelli e preparavano polveri, aprendo l’anima alla brama di selvagge vendette.»
«La sera del 29 luglio fu grande e macabra serenata. Uno stormo di ragazzi, con torce accese, andavano per le vie, portando una bara, seguita apparentemente da curiosi, cantando Misere e Deprofundis sotto le case dei Borboniani, facendovi sopra il corrotto con grida e strilla lamentevoli, come si usa in morte di parenti: Patrittu meu!! Patrittu meu!! accompagnate da rare fucilate e tocchi di campana. Si diceva che facevano i funerali di re Bomba…»
Forse se l’avvocato Nicolò Lombardo, capitano di una delle tre squadre di Guardia Nazionale e “leader” dei Comunali, avesse avuto dal Governatore di Catania una delle due cariche a cui sicuramente aspirava (Presidente del Municipio o Giudice), forse sarebbe riuscito a fermare in tempo la follia dei contadini.
E la situazione precipitò in pochi giorni: le dimostrazioni di piazza si succedevano e sfuggirono ben presto di mano al Lombardo e, «per la dappocaggine delle autorità dei capitani del nobile corpo delle Guardie Nazionale», le sorti del paese inclinarono verso il precipizio.
Alcuni capi popolo programmarono un’altra manifestazione per il 5 Agosto, domenica, giorno di festa della Madonna della Catena, perchè non lavorando i contadini nei campi (era periodo di trebbiatura), si potesse levare a tumulto tutto il popolo.
Ma qualcuno, che era obiettivo della vendetta, nel frattempo era fuggito via alla chetichella, si temeva l’arrivo di soldati da Catania ed i caporioni (e non il Lombardo) decidevano di cingere d’assedio il paese e, al suono delle campane “a mortorio”, di anticipare la manifestazione (la “scanna”) al 2 Agosto.
«La mattina del 1 agosto, mercoledì, – scrive il Radice – continuarono le dimostrazioni e le grida. La sera, (…) furono occupati i posti di Salice, S. Antonino, Zottofondo, Scialandro, Catena, Colla, Camposanto, dietro S. Vito, Sciarone Lo Vecchio.
Verso le ore 5 della notte si sentirono tocchi di campane dal campanile di S. Anto­nino e della Madonna del Riparo, qualche fucilata e fischi: voci di allarme si rispon­devano da un posto all’altro: Sentinella all’erta! All’erta sto!
«Durante la notte era per le vie un va e vieni affaccendato, un picchiare alle case, un chiamare sommesso i compagni, ignari della novità, un sussurrio che a mano a mano diveniva come rumore di fiume che ingrossa nella sua corsa, e in mezzo a tutto questo un lieto suono di cornamusa.
Alcuni civili, atterriti da quei segni, travestiti, ebbero a ventura di trovare scampo nella fuga, facilitata dal denaro o della pietà di amici contadini.»

 

L’ECCIDIO

«La mattina del 2 agosto, giovedì, il paese si trovò militarmente assediato da ogni parte.
Chi voleva uscire era fatto tornare indietro con le buone o con le cattive: «Dobbiamo dividerci i beni del Comune, gridavasi, questi signori ci hanno succhiato il sangue nostro, ce lo devono restituire».
«In paese era grande agitazione e scompiglio; un correre qua e là popolarmente, tumultuaria­mente chiamando e invitando alla sommossa. «Chi non è con noi e contro di noi». «Guai a chi è contro il popolo!».
E molti di buone famiglie borghesi, volenti o nolenti, ingrossavano lo stuolo dei faziosi.
«Verso mezzogiorno la piazza vicino al Casino dei civili, era un nero bollimento. Un’onda di popolo incalzava e contrastavasi mugolando e urlando: Vogliamo la divisione delle terre.»
«Giunsero dai boschi i carbonari con le loro grandi accette. – scrive un testimone oculare, il filo borbonico padre Gesualdo De Luca – Alle ventitre del giorno si uniro­no armati sul largo di S. Vito i masnadieri ed i costretti da quelli. Suonarono quella campana a stormo, e tosto divisi in due falangi scesero nel paese.
La più grossa scese a sinistra per la via dei Santi, fermossi più volte, tremando verga a verga, pel sospetto di aversi scariche di fucilate dalle case dei ricchi.
Ma quando tra palpiti e furore percorse libere le strade giunsero al Casino di Com­pagnia dei civili, e lo trovarono sgombro; un delirio febbrile l’invase, guastarono ogni cosa di quel luogo, e corsero agli incendii ed ai saccheggi.»
Fra posti di blocco istituiti per evitare la fuga dei “cappelli” e gli incendi del teatro, dell’archivio del Comune (posto allora nei locali del Collegio di Maria all’epoca adibiti a sede della Cancelleria comunale), del “Casino dei civili” (alla fine furono 46 le case incendiate), i rivoltosi, come branco di lupi famelici, desiderosi di vendette covate e tramandate di generazione in generazione per secoli, di sangue e di rapine, invasero le strade; sbucavano da ogni vicolo, saccheggiavano, incendiavano, uccidevano.
«Nicolò Lombardo, – scrive Salvatore Scalia – che si è battuto e ha sofferto per la causa dei comunisti, davanti a quell’esplosione incontrollata di ferocia si sente perduto: i suoi seguaci non sono più dalla parte del diritto. La loro causa non può più essere la sua. “Cercò di ammansire quelle belve”, scrive Benedetto Radice che guarda i rivoltosi con gli occhi dell’avvocato. Ma invano: la rivoluzione, che aveva ardentemente sperato e gli era sembrata a portata di mano con la venuta di Garibaldi, si muta repentinamente in una tragica disillusione.»
NINO BIXIO A BRONTE
la monografia di Benedetto Radice (tratta dal II° volume delle Memorie storiche di Bronte) in formato
SCARICA IL LIBRO (100 pag., 803 Kb)
A sinistra l’anelito di “Libertà” che traspare in un qua­dro di Pietro Annigoni del 1988 ispirato ai Fatti di Bron­te. Il di­pinto è esposto nella “Pinacoteca N. Scia­var­rello”

Il proclama di Garibaldi
Siciliani!
“Io vi ho guidati una schiera di prodi, accorsi al­l’eroi­co grido della Sicilia, resto delle battaglie lom­barde.
Noi siamo con voi! e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. All’armi dun­que!
Chi non impugna un’arma è un codardo e un tra­dito­re della patria. Non vale il pretesto della man­canza d’armi. Noi avremo fucili; ma per ora un’arma qualun­que basta, impugnata dalla destra d’un valoroso. I municipi provvederanno ai bimbi, alle donne, ai vec­chi derelitti.
All’armi tutti!
La Sicilia insegnerà ancora una volta, come si libe­ra un paese dagli oppressori colla potente volon­tà d’un popolo unito”.
14 Maggio 1860
G. Garibaldi
I GARIBALDINI BRONTESI
L’elenco dei brontesi che “corsero ad arruolarsi sotto la bandiera” di Garibaldi ci è fornito dallo storico bron­tese Benedetto Radice nelle sue “Memorie sto­riche di Bronte”
«Furono Garibaldini: Sebastiano Casella, Schiros Vincenzo, Giovanni Longhitano Cazzitta, Luigi Man­giovì, Nunzio Meli fu Antonino, capraio, Pasqua­le Pettinato, Vincenzo Mazzeo, fabbro, Nunzio Pinzo­ne, Giuseppe Lombardo Emanuele, Placido Gangi, Giu­seppe Gangi, Salvatore Zappia Biuso fu Giovan­ni, che, ferito alla battaglia del Volturno, mutò la ca­mi­cia rossa nel saio del Cappuccino.
I fratelli Mariano ed Arcangelo Sanfilippo che si era­no già arruolati a Palermo e gli altri due fratelli Pie­tro e Filippo, che, cercati quali promotori del tumul­to, trovarono asilo sotto la bandiera.
Si arruolarono pure a Messina i caporioni delle stra­gi dell’agosto; Giosuè Gangi, Ignazio Quartuccio, Ar­cangelo Attinà Citarrella, Giuseppe Attinà Citar­rella, Nunzio Meli Fallaro, ma la camicia rossa non li salvò dalla galera.»

L’orrendo eccidio dei “galantuomini” brontesi (i “cap­pelli”) in un disegno del 1988 del pittore jesino Orfeo Tamburi..

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L’uccisione del giovane Antonino Cannata, figlio del notaio della Ducea, che i libri di storia non hanno raccontato, in una scena del film di Vancini “Bronte, cronaca di un massacro…” ». L’uccisione del notaio Cannata e dei cugini Zappia (Dal film di Florestano Vancini, 1972)

Leggi gli atti processuali del
– PROCESSO DELL’AGOSTO 1860
Istruito dalla Commissione Mista Eccezionale di Guerra istituita da Nino Bixio
– IL “PROCESSO A BIXIO”
Il convegno, il dibattimento processuale e la sentenza della Corte istituita nel 1985

La prima vittima del furore popolare fu la guardia municipale Carmelo Luca Curchiurella, trucidata vicino al Carcere Bovi, perchè andava prendendo nota dei preposti al funzionamento e custodia dei posti di blocco.
«Stanchi – continua il Radice – irrompono nelle cantine, aperte dai proprietarii per evitare il sacco alle loro case. Mangiano, bevono rinfrescano le arse gole, ed ebbri alla fine di vino e di furore, al comando degl’improvvisati generali, come torrenti di lava, dagli squarciati fianchi d’un vulcano, corrono qua e là a nuovi saccheggi, a nuovi incendi.»
In una fitta sequenza di scene feroci, fra il 3 ed il 4 agosto, furono crudelmente trucidati civili e “cappelli” più un rivoltoso (Nunzio Bertino, di 36 anni) colpito per sbaglio da una pallottola vagante.

I 16 trucidati dai rivoltosi
Mastro Carmelo Luca (detto Curchiarella, di anni 36, guardia rurale);
Dott. don Ignazio Cannata (di anni 70, notaio del­la Ducea Nelson);
Don Antonino Cannata (di anni 34, figlio del no­taio Ignazio);
Don Giacomo Mariano Zappia (di anni 36) figlio di Don Giuseppe;
Dott. Don Mariano Mauro (di anni 22, avvocato, cugino di Mariano Zappia) figlio di Don Salvatore;
I fratelli Don Nunzio Battaglia (di anni 38) e Don Giacomo Battaglia (di anni 33) figli di don Giu­seppe;
Don Francesco Aidala (di anni 48, cassiere co­munale);
Don Vito Margaglio di don Ferdinando (di anni 22);
Don Vincenzo Lo Turco (di anni 40, impiegato del Catasto) figlio di Don Illuminato;
I fratelli mastro Nunzio Lupo (di anni 40, falegna­me) e mastro Antonino Lupo (di anni 54), figli di mastro Nunzio;
Don Giovanni Spitaleri (di anni 40, impiegato del Catasto) figlio di Don Gaetano;
Don Rosario Leotta (di anni 45, segretario della Ducea Nelson);
Don Giuseppe Martinez (di anni 43, usciere);
Don Vincenzo Saitta (Mò, di anni 18, chierico) fi­glio di Don Vincenzo.

Dietro questi eccidi vi erano una fame secolare di terre, odi mai sopiti, soprusi mai scordati, un’estrema miseria, ma anche desiderio di libertà e ansie generose risorte di fronte a quella che appariva la splendida e rapida azione di Garibaldi con le sue promesse di dare soddisfazione immediata alle rivendicazioni contadine.
Si erano improvvisamente riaccese le speranze dei contadini, quasi tutti poveri braccianti, di riap­propriarsi dei demani e anche dell’immenso patrimonio terriero per due volte palesemente usurpato in quattro ininterrotti secoli dall’Ospedale di Palermo (1494) e dall’ammiraglio Nelson (1799).
E poteva finalmente avere uno sbocco la gigantesca causa legale intrapresa da ben tre secoli dalla comunità brontese contro gli usurpatori (durava dal 1554 ed ancora non era stata conclusa).
L’ira a lungo repressa dei contadini esplose in forme di atroci violenze anche per l’infiltrazione dei molti elementi che erano scappati dalle carceri di tutta la Sicilia e per l’arrivo contemporaneo di altri individui poco raccomandabili piovuti dai paesi circostanti a fomentare vieppiù gli animi.
«Erano ritornati in Bronte dalle carceri – scrive Benedetto Radice in “Nino Bixio a Bronte” – alquanto malfattori, noti per uccisioni e furti… Il rumoreggiare del popolo attirò pure, come avvoltoi l’odor di carogna, molti altri facinorosi di Adernò, Biancavilla, Pedara, Alcara Li Fusi.»

Va dato merito allo storico brontese di aver correttamente ricostruito i Fatti oscurando la fantasia e gli errori (voluti?) di molti scrittori dell’epoca (Abba, Guerzoni, …) che parlarono di chierici e monache trucidati, seni di fanciulle recisi e dilaniati coi denti, bambini squartati o, come riportò il 15 settembre 1860 la Civiltà Cattolica nella “Cronaca contemporanea” dedicata al Regno delle Due Sicilie, di «quaranta persone delle più cospicue per probità e per natali.. crudelissimamente straziate ed uccise; le case loro messe a ruba e a sacco, poi date alle fiamme, ardendovi i cadaveri de’ trucidati; né havvi luogo a dubitare che alcuni di que’ mostri selvaggi diedero di morso a divorarne le carni mezzo abbrustolite».

«Dopo tre giorni – scrive Antonino Radice in Risorgimento perduto – accennava finalmente a chiudersi la vicenda che aveva fatto tremare di paura l’intera popolazione. E come avviene alla fine di molte rivoluzioni, specie quelle prive di sbocchi, che vanno avanti alla cieca, cominciava pure l’altra vicenda della inevitabile resa dei conti e della punizione per coloro che avevano commesso inutili misfatti. E questa ultima arrivò anch’essa alla cieca, per la malvagità di altri uomini chiamati a giudicare, i quali anche loro uscirono dai giusti limiti, esprimendosi in maniera esorbitante e crudele all’ombra e sotto l’alibi, cosa ancor più grave, della causa patriottica.»
Il 4 Agosto giunse a Bronte da Catania una compagnia della Guardia Nazionale (ottanta militi comandati dal questore Gaetano De Angelis) per ristabilire l’ordine, ma i tumulti ed il massacro continuarono. Ma poco dopo «la squadra catanese col suo imbecille Capitano se ne andò via», scrisse un testimone oculare dei Fatti, padre Gesualdo De Luca.
Il 5 Agosto, domenica, comandata dal colonnello Giuseppe Poulet arrivò a Bronte una compagnia di soldati (circa 300 militi ed un pezzo di artiglieria, comandato dall’ufficiale/giornalista Francesco Sempreamore) e la folla cominciò a placarsi.

Le pressanti richieste del Console inglese
Tre dispacci di John Goodwin
Molte le proteste e le pressanti richieste del Console in­gle­se John Goodwin al Generale Garibaldi ed al Mi­ni­stro del­l’inter­no Francesco Crispi per la repressione del­l’in­sur­rezio­ne e la tutela dei beni dei Nelson a Bronte.
Un esempio que­ste tre lettere (tratte da Ri­sorgimento per­du­to di A. Radice). In una addirittura il Console di S. M. bri­tannica ad­dita le per­sone da con­dannare “a men­te del­le leggi” indicandoli in Don Carmelo e Don Silvestro Mi­nis­sale e Don Nico­la Lom­bardo, ordi­ne pun­tualmente ese­guito da Bixio:

Al signor Generale Garibaldi Dittatore Palermo
Palermo, 28 giugno 1860
Il sig. Guglielmo Thovez inglese, amministratore di Lady Nel­son, Duchessa di Bronte, la quale possiede delle va­ste pro­prie­tà in quel Comune e suo distretto, ha espo­sto al sotto­scrit­to, di esservi colà dei forti timori di disor­dini, che pos­sono aver luogo ad opera di alcuni mali inten­zionati, e che se ciò avve­nis­se, la di cui costi­tuen­te potrebbe sof­frirne, e ha chie­sto al sotto­scrit­to d’interes­sare il Sig. Gen. Garibaldi onde fare av­ver­tire ener­gica­mente il Comitato di Bron­te di rispet­tare e far rispettare la proprietà della detta Si­gnora Nelson Bridport.
Il Sottoscritto nel darsi l’onore di riferire l’anzidetto al Signor Ge­ne­rale lo prega di dare quelle disposizioni che crederà op­portune per la sicu­rezza della proprietà di cui sopra è parola e approfitta della pres­ente occa­sione per manifestarle i sensi della più distinta con­si­de­razione.
Il Console di S. M. Britannica, Giovanni Goldwin
(Archivio di Stato di Palermo, Segreteria di Stato presso il Luogote­nente Generale, Interno, 1860, Vol. 1954)

Al Ministro dell’Interno,
Palermo, agosto 1860
D. Rosario Leotta di Bronte al servizio della Duchessa di Bron­te nella qualità di contabile fu crudelmente assassi­nato nel gior­no 3 corrente in detto comune da persona o persone igno­te e, per quan­to si crede, ad istigazione dei fratelli D. Car­melo e Don Silve­stro Minissale e D. Nicola Lombardo, tutti di Bronte.
Il Sottoscritto prega il Sig. Ministro dell’Interno e Sicurez­za Pub­blica di far ricercare ed arrestare l’autore di tale as­sas­si­nio onde es­sere giudicato dall’autorità compe­tente e con­dan­nato a mente delle leggi.
John Gooldwin
(Conservato in Pubblic Record Office, London, Foreign Office, 652/8 – 125889)

Al Ministro dell’Interno,
Palermo, 8 agosto 1860
Il sottoscritto ha l’onore di rassegnare al Sig. Ministro dell’In­terno che nella notte del 2 corrente una insur­rezione scoppiò a Bronte, a soppri­mere la quale 80 individui della Guardia muni­ci­pale furono colà mandati da Catania e quel vice con­sole in­glese si diresse tele­gra­ficamente al Gen. Garibaldi in Messina onde spedir­si una colonna mili­tare sul luogo dell’av­venimento.
Siccome il risultato di questa dimostranza è tuttora ignoto e si cre­de che le guardie municipali non saranno suffi­cienti per ri­met­tere l’ordine, il Sottoscritto è nella neces­sità di rivolger­si a codesto Go­verno onde dispor­re quanto crederà oppor­tuno per sop­primere l’in­surre­zione nella più sollecita ed effettiva maniera.
John Goodwin
(Conservato in Pubblic Record Office, London, Foreign Office, 652/8 – 12889)

 

LA REPRESSIONE

6 Agosto – Il buon Generale Poulet
«…Mentre eseguivasi il disarmo, sopraggiunse in carroz­za con al­tri due il terribile Bixio; cui avea Poulet spedito due uomini a caval­lo, per certificarlo del suo pacifico ingresso; e Bixio giunto diede ordine a Poulet di partire da Bronte con la sua brigata.
Il buon Generale riceve con dispiacere questa intima, ed ubbiden­do indirizzò a Bixio un suo biglietto, di cui diede copia al Sacer­dote suo amico per farlo noto ai Preti ed ai civili.
Il contenuto del biglietto era questo:
– Signor Generale.
Quando io arrivai nelle vicinanze di Bronte, trovai postato il popolo in tal ter­ribile sito e strategico modo, che potea truci­darci tutti, sen­za che noi avessimo potuto ferirli. Ma al ri­sa­pere, che noi erava­mo forza pubblica del Governo, abbas­sa­rono le armi, e ci accolsero come in festa. Io raccomando al­l’Eccellenza Vostra un popolo sì docile e sì buono. –

Poulet se ne andò. (…)»

8 agosto – Bixio parlava già di fucilazione…
NINO BIXIO (1821 – 1873)«Io sarò a Bronte per la fucila­zione e poi ci vedremo a Randaz­zo», scriveva Bixio al comandante Dez­za: era l’8 di agosto del 1860.
Il 6 era entrato in Bronte; l’8 par­lava già di fucila­zione, ancor prima che avesse inizio il pro­cesso; il 9, all’al­ba, raccoman­dava ai giudici celerità e severità e partiva per Regalbuto, a repri­mervi la rivolta; nel primo pome­riggio dello stesso giorno tor­nava a Bronte «per la fucilazione», che venne stabilita, con un proclama affisso alle can­to­nate, per l’indomani alle 8 al piano di San Vito.
(Leonardo Sciascia, I fatti di Bronte)

Il domani, 6 agosto, – scrive il Benedetto Radice – fu per pubblico bando ordinato il disarmo. La venuta dei soldati sbigottì i più sediziosi; i quali, sbolliti i fumi del vino e del furore, e raffreddati gli animi, pensando al proprio pericolo e vedendo già davanti la pena che li aspettava, stimarono bene mettersi al sicuro, dandosi alla campagna.»
Charlotte Nelson, «la signora duchessa stava in Inghilterra: e a Bronte, ad amministrare il gran feudo che graziosamente Ferdinando (III di Sicilia, IV di Napoli, I delle Due Sicilie) ave­va donato all’ammiraglio Nelson, stavano, come già il loro padre, Guglielmo e Franco Thovez, inglesi ma ormai così bene ambientati da poter essere considerati notabili del paese.
Ed è a loro che si deve il particolare rigore che Garibaldi raccomandò a Bixio per la repres­sione della rivolta di Bronte e che Bixio ferocemente applicò: alle sollecitazioni del console inglese John Goodwin, a sua volta dai fratelli Thovez sollecitato.» (Leonardo Sciascia, “Nino Bixio a Bronte”)
Le sollecitazioni del console inglese erano continue, pressanti e, addirittura, in un dispaccio molto precise nell’indicare gli istigatori della rivolta («i fratelli D. Carmelo e Don Silvestro Minissale e D. Nicola Lombardo») da «far ricercare ed arrestare» «onde essere giudicati dall’autorità competente e con­dannati a mente delle leggi».
Ed è lo stesso Generale Garibaldi che già il 30 giugno, da Palermo, rassicura il Con­sole Ingle­se, John Goodwin, facendo scrivere dal Segretario di Stato per l’In­ter­no, Gaetano Daita che «a nome del Dittatore si dà l’onore di far conoscere al Sig. G. Goodwin, console di S. M. Britannica in Sicilia, che si son date oggi stesso energiche disposizioni perchè non avvenga il menomo inconveniente, abuso o pregiudizio del diritto e delle proprietà di Lady Nelson, Duchessa di Bronte, e coglie questa occasione per esprimere i sensi della più distinta considerazione.» (Archivio di Stato di Palermo, Segreteria di Stato presso il luogotenente Generale Interno, anno 1860, vol. 1594, n. 217).
Accampato nella fiumara di S. Filippo, nella vicina periferia sud di Messina, senza minimamente appurare i motivi e le cause che avevano portato all’aggravarsi della situazione a Bronte, più per tutelare gli interessi dei possedimenti inglesi che per ragioni di ordine pubblico, il Dittatore dà ordine al suo fidato luogotenente Nino Bixio, di stanza a Giardini, di recarsi immediatamente a Bronte e di reprimere la rivolta.
Contro i diritti primari dei brontesi scelse quelli impropri dei cittadini inglesi e, cosa abbastan­za strana, una rivolta, sollecitata e tesa all’attuazione della rivoluzione garibaldina, fu soffo­cata dagli stessi capi garibaldini.
Gli inglesi, per ordine del Governatore di Malta, avevano aiutato Garibaldi: alla divisione  delle fregate, HMS Argus, HMS Intrepid, giunte per il caso da Palermo tre ore prima e ormeggiate avanti al porto di Marsala, il Vicecomandante della Mediterranean Fleet contrammiraglio George Rodney Mundy aveva impartito l’ordine di favorire lo sbarco dei garibal­dini, che così si effettuò in modo tranquillo ed incruento. Come pensare che avrebbero sopportato in silenzio il minimo pericolo o l’occupazione popolare della Ducea (come era avvenuto nel 1848) senza richiedere un vigoroso intervento delle truppe garibaldine?

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La Fregata “Partenope” della Marina Militare del Regno delle due Sicilie 

 

Alcune navi da guerra borboniche, la corvetta a ruote “Stromboli”, la fregata a vela “Partenope” ed il vascello da 74 cannoni “Capri”, infatti, erano giunte, sebbene con sensibile ritardo, nel porto di Marsala. Per navigare più celermente, la pirocorvetta “Stromboli” mollò il cavo con cui rimorchiava la fregata a vela “Partenope” e arrivò presso la città mentre i garibaldini stavano sbarcando. Ma, sollecitato dal comandante dell’”HMS Intrepid” inglese presente in porto, il capitano di fregata Gu glielmo Acton non aperse il fuoco, per evitar di col pire certi edifici con la bandiera britannica, ove si raccoglievano i Mille. Con il grado di capitano di fregata, Guglielmo Acton, nipote di John e cugino di secondo grado di Lord Acton, era il comandante della pirocorvetta “ Stromboli” , mentre Francesco Cossovich e Marino Caracciolo avevano il comando, rispettivamente, della fregata “Partenope” e del vascello “Capri”. Il ritardo con cui Acton entrò nelle acque marsalesi è attribuibile a due discussi episodi. Il primo riguarda l’ordine, ricevuto dal capitano di origini scozzesi, attraverso una nota reale del 9 maggio, di muovere verso Tunisi. Probabilmente, i sistemi di informazione del governo borbonico furono ingannati da uno stratagemma della propaganda liberale che diffuse la notizia di garibaldini pronti a partire dalla città africana.

Il secondo episodio, relativo proprio alla mattina dell’11 maggio, riguarda la decisione di imbarcare due cannoni, a bordo della “Stromboli”, che portò via ad Acton almeno due ore di tempo, impedendogli, così, di intercettare il “Piemonte” e il “Lombardo” in altro mare: situazione che sarebbe risultata molto pericolosa per i vapori garibaldini. Giunto nel porto, il vascello di Acton non contrastò immediatamente lo sbarco dei Mille. Egli, infatti, tardò, anche, a bombardare i garibaldini, probabilmente perché incerto circa le intenzioni delle due navi da guerra inglesi: il capitano Winnington Ingram, al comando dell’”HMS Argus” aveva segnalato la presenza sul molo di marinai britannici e chiesto ai napoletani di attendere che questi fossero reimbarcati prima di avviare le ostilità. Acton, con un atto di “cortesia internazionale”, acconsentì. Gli indugi furono finalmente rotti dall’avvio di un poco efficace bombardamento dei moli. La “Stromboli“ tirò qualche granata contro il “Piemonte” e sui garibaldini. Ma era troppo tardi e il bombardamento fu presto sospeso da un nuovo intervento del comandante dell’ “Argus”. 

Questi, accompagnato dal capitano Marryat, l’ufficiale al comando dell’”Intrepid”, e? da Richard Brown Cossins, vice console inglese a Marsala, salì a bordo dello “Stromboli” e ammonì Acton dicendo che lo avrebbe ritenuto personalmente responsabile se il cannoneggiamento avesse danneggiato le vicine proprietà vinicole britanniche[33]. Solo dopo aver rassicurato gli inglesi, l’attacco riprese, questa volta con l’ausilio delle bocche da fuoco delle navi “Partenope” e “Capri”, nel frattempo giunti nel porto. Proprio un ufficiale del “Capri“ fu inviato a bordo dell’”Intrepid” per parlamentare con gli inglesi. Questi, in sostanza, domandò un intervento britannico, avanzando la richiesta che una lancia venisse fatta accostare alle navi piemontesi per intimar loro la resa. Naturalmente gli inglesi rifiutarono. Subito dopo il colloquio, l’”Argus” spostò il proprio ancoraggio andando a collocarsi in posizione più prossima ai magazzini di vino per poter meglio proteggerli. 

Non sembra affatto strano se Francesco II stupisse sia per il modo con cui era « accaduto lo scandaloso avvenimento » sia per la conclusione alla quale arrivò il Consiglio di guerra cui i tre comandanti erano stati sottoposti: assoluzione, per avere essi « adempiuto con zelo ed energia il proprio dovere ».

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Il contrammiraglio George Rodney Mundy motivò la presenza delle due fregate con la necessità di proteggere gli interessi commerciali inglesi a Marsala, tra cui i magazzini vinicoli Woodhouse & Ingram in cui veniva imbottigliati il famoso vino che prende il nome dalla città; ma, in realtà, premeva loro di garantirsi il potere marittimo sul Canale di Sicilia, in vista dell’apertura del Canale di Suez, senza essere condizionati dal Regno delle due Sicilie, terza potenza industriale d’Europa. Il Piemonte e il Lombardo furono avvistati dal semaforo della punta della Provvidenza che segnalò la scoperta alle navi da guerra della Real Marina del Regno delle Due Sicilie; ma i comandanti delle due fregate inglesi erano scesi a terra a sorvegliare le operazioni di sbarco dei garibaldini e l’ammiraglio napoletano Acton, sopraggiunto con le sue Partenope, Stromboli e Capri temette di colpirli, se avessero aperto il fuoco.

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D’altra parte, il nuovo governo italiano, da cui si sarebbe aspettato piuttosto l’annullamento della donazione del 1799, la rinnovò a sua volta e s’assunse pure l’onere di pagare all’Ospedale di Palermo i proventi della rendita che il re Borbone aveva assegnato nel 1799 all’ammiraglio.NINO BIXIO (1821 – 1873)
«Bixio, – scrive Antonino Radice in Risorgimento perduto – anche se controvoglia, per l’impazienza da cui era posse­duto e pochissimo lusingato dalla missione affidatagli, da soldato ligio agli ordini ricevuti dal proprio Capo, si mosse immediatamente verso Bronte deciso però ad ogni costo da parte sua a dare una lezione fin troppo severa ai responsabili dell’avvenuta sommossa.»
«La teoria che egli fece sua senza esitazione fu quella di dover intervenire colla massima decisio­ne e dentro un piccolissimo arco di tempo, allo scopo di dare un esempio di rigore e di intransi­genza alla cittadina che era stata teatro dei tristi avvenimenti per poter poi, chiuso il caso, ritor­nare colla massima velocità all’anelato posto di combattimento, accanto a Garibaldi.»
«Da Giardini – scrive uno dei garibaldini, G. C. Abba ne La vita di Nino Bixio – pigliò con sé due dei suoi battaglioni; gli altri l’avrebbero seguito. E su a piedi, a cavallo, in carroz­za, su carri, giungesse chi vi giungesse, marciò due giorni, coprendo la via dei suoi, ma alla fine fu Bronte.»
Vi giunse il 6 Agosto, lunedì, verso le ore 10. Entrò nel paese quasi deserto accolto dal colonnello Poulet e dal Rettore del Collegio Capizzi, monsignor Palermo, che gli mise a disposizione il proprio appartamento.
La sommossa aveva ormai esaurito la sua carica violenta ed i veri autori dei misfatti si erano già eclissati nelle vicine campagne. Era lo stesso Bixio ad ammetterlo in una sua lettera del giorno dopo, 7 Agosto, al maggiore Dezza che lo seguiva a distanza di qualche chilometro: “…Gli insorti sono naturalmente fuggiti”.
«In realtà, – continua A. Radice – il paese etneo, seppur faticosamente, era ormai rientrato dentro i confini d’una calma relativa e per tutti piena di speranze. Oltre che la naturale stanchezza dei rivoltosi era intervenuta anche a gettare acqua sul fuoco il comportamento equilibrato ed accorto del Col. Poulet giunto dal capoluogo ancora il giorno prima».
Prima ancora che Bixio facesse il suo ingresso nella cittadina etnea i focolai della rivolta erano ormai stati soffocati da oltre 24 ore. Il generale garibaldino arrivava dunque a fuochi ormai spenti.
«E proprio di tale ritorno alla ragione e del ripristino d’un salutare clima di tran­quillità il Poulet stesso, saputo dell’imminente arrivo del generale garibaldino, ave­va sentito il dovere di infor­mare quest’ultimo ancora nella mattinata del 6 agosto, facendogli recapitare mentre era an­cora in viaggio a pochi chilometri da Bronte, un messaggio col quale lo avvertiva, per suo buon uso, che già da un giorno e più la rivolta era definitivamente cessata.
L’indicazione era utile e obiettivamente importante perché l’azione punitiva che Bixio si proponeva di compiere poteva essere ora diversamente regolata, partendo da queste premesse di relativo ritorno alla calma.
Il messaggio però, per quanto tempestivo e ispirato a corretta informazione, non venne tenuto in alcuna considerazione dal ricevente e non fu sufficiente per indurlo ad una maggiore cautela ed a una certa discrezionalità nel portare avanti la sua azione di intervento.»
Il luogotenente di Garibaldi prese alloggio nel Collegio Capizzi per restarvi solo tre giorni. Or­dinò al colonnello Poulet di riportare a Catania il reparto militare di 400 uomini la cui presenza s’era rivelata il giorno precedente provvidenziale per la immediata cessazione dei tumulti.
Senza tante cerimonie bollò l’intera cittadina dell’accusa di “lesa umanità” (vedi accanto il proclama emanato il 6 agosto), dichiarò lo stato d’assedio e ordinò l’immediata consegna delle armi di qualsiasi tipo e specie, operazione per la verità già iniziata il giorno precedente dal colonnello catanese giunto prima di lui.
Sciolse immediatamente il municipio e le compagnie della guardia nazionale, che per vero triste prova avevano dato nei giorni della rivolta e si erano limitate o per paura o per cattiva organizzazione a starsene alla larga senza alcuna volontà di intervenire.
Predispose un immediato cambiamento delle cariche pubbliche al posto di quelle assegnate nei tre giorni della sommossa, riconfermando però in massima parte gli inetti amministratori precedenti, proprio quelli che si erano opposti fin dal primo momento alle innovazioni da molti invocate.
Impose anche all’intero paese una tassa di guerra di ragguardevole entità (10 onze) che la popolazione senza distinzione di sorta fu costretta a depositare sul suo tavolo allo scadere di ogni ora.
Per dare anche un esempio di rigore, quale deterrente per altre simili situazioni che stavano verificandosi in altri comuni, attuò una rappresaglia senza precedenti contro l’inerme popolazione contadina trasformando, improvvisato giustiziere, in vittime innocenti i primi che caddero nella rete.
Ancora lo storico brontese Antonino Radice scrive che «al suo arrivo nella citta­dina, risulta che il generale garibaldino in preda ad una incontenibile collera iniziò i suoi colloqui con molti cittadini del comune di Bronte e con appartenenti alla vec­chia ufficialità della locale ammini­strazione, personaggi in quel momento impauriti e tremanti, usciti appena dai nascondigli dentro cui s’eran fin allora tenuti allo scopo di salvare la propria vita.
Esortati a dare la loro versione sui fatti costoro risposero all’invito come era da prevedere, deformando l’accaduto e fornendo delle vicende ricostruzioni imprecise, dettate per lo più dall’emozione che ancora in quel momento li possedeva. (…)»
«Il Bixio nella esaltazione puni­trice da cui era posseduto in quei momenti, andava solo in cerca di individui da dichiarare colpevoli in pubblico e da destinare ad una immediata punizione. Per tale motivo egli prese subito per buono, nel corso dei suoi personali inter­rogatori e senza l’aggiunta d’una minima riflessione, quanto gli veniva raccontato, poco curandosi, come la ragione avrebbe sugge­rito, di veri­ficare o far verificare da altri la credibilità delle deposizioni che gli venivano via via offerte. Eppure un confronto era necessario fra le differenti versioni per stabilire una verità che alla fine fosse tale per tutti. Una simile opportunità non attraversò per un solo istante la sua mente.
(…) Ma per Bixio preso dalla fretta di chiudere la partita e di ripartire colla massi­ma velocità verso la gloria che egli anelava procurarsi in campo aperto, tutto questo contava poco e la prosecuzione di ulteriori colloqui di chiarimento signi­ficava per lui solo una inutile perdita di tempo. Qualche vita umana in più o in meno non significava a quel punto proprio nulla per il frettoloso militare. In quel momento vinsero nel personaggio solo la fretta e l’ansia di ricongiungersi ai suoi compagni fermi ancora per poco sulla riva siciliana dello Stretto.»
Un altro testimone oculare, il frate cappuccino, il filoborbonico amico del Poulet, Gesualdo De Luca, che tanto si attivò in quei tre giorni di tumulti per riportare la pace e far cessare la rivolta, racconta che «l’indomani, ai suoi soldati giunti dopo lui, Bixio diede ordine di arrestare gli individui, dei quali avea ricevuto nota.
Fu avvertito D. Nicola Lombardo di salvarsi colla fuga, nol volle fare. Ben presto fu in prigione nel Collegio Capizzi custodito rigorosissimamente. Furono agli arresti e tradotti nel pubblico carcere D. Luigi Saitta, D. Carmelo Minissale e moltissimi plebei ed artisti.»
«…A nulla valse la schiettezza del Lombardo- scrive Maria Serena Mavica -, la limpida consapevolezza di avere la coscienza pulita e di essersi adoperato per arginare il fenomeno di violenza collettiva, di nessun rilievo venne considerato l’essersi recato personalmente a conferire con Bixio, anzi proprio questo gli costò l’arresto e la vita, malgrado gli avvertimenti accorati dei suoi amici gli intimavano di fuggire. Certo è che l’opinione del Bixio doveva essere già stata opportuna­mente influenzata dallo zelo degli avversari politici del Lombardo, tant’è che que­sti, in virtù dei preconcetti già instillatigli nei confronti di alcuni dei presunti capo­rioni della rivolta, lo fece immediatamente arrestare.»
Per Fernando Mainenti (Agorà, periodico di cultura siciliana, n. 13-15, Apr.-Dic. 2003) «i nemici politici dell’avvocato Nicolò Lombardo colsero dunque l’occasione di macchinare la rovina del loro onesto e leale avversario, indicandolo a Bixio quale caporione della rivolta: la reazione di Bixio fu inconsulta e immediata.
Il sicario di Garibaldi non si preoccupò minimamente di accertare o meno la colpe­volezza dell’accusato, ma sotto l’effetto dell’ira più violenta ordinò al Poulet di arrestare il Lombardo ed i principali colpevoli della tragica sommossa.
Alcuni amici ed un ufficiale della compagnia del colonnello Poulet avvertirono il Lombardo del pericolo e gli consigliarono la fuga per sottrarsi alla rappresaglia di Bixio. Ma il Lombardo, forte della sua coscienza pulita, consapevole di avere tentato con tutti i mezzi di placare gli animi esagitati, si recò al Collegio Capizzi e chiese di conferire con Bixio.
Monsignor Palermo, non appena lo scorse, lo implorò di fuggire, avendo già intuito che il Lombardo andava incontro ad una morte certa.
Ma nemmeno questo consiglio rimosse don Nicolò dal suo proposito di presentarsi al gene­rale. Bixio lo accolse con occhi di fuoco, bollente d’ira e lo apostrofò con violenza: Ah! Siete voi il presidente della canaglia!
Non gli diede il tempo di scol­parsi, di manifestare le sue buone ragioni; gli impedì ogni, seppur vana, difesa! Con un ruggito che nulla aveva più di umano, ordinò l’arresto immediato dell’avvo­cato e lo fece rinchiudere nella stanza di disciplina del Collegio, sorvegliata a vista da un picchetto armato di garibaldini.»
L’iracondo generale fece immediatamente intervenire a Bronte, da Adrano dove era in sosta, la “Commissione mista eccezionale di guerra” (“mista” perchè ne face­vano parte sia militari che civili), per celebrare un rapido e sbrigativo processo contro coloro che gli erano stati rapportati come capi della rivolta.

6 Agosto – Il proclama di Bixio
Il Generale Nino Bixio, appena arrivato a Bronte, col bando del 6 Agosto dichiara il paese colpevole di lesa umanità (i proclami originali sono conservati negli archivi del Real Collegio Capizzi)
AVVISO
Affinchè tutti conoscano come l’ordine pubblico intenda dal Go­verno ristabilirsi ne’ Comuni ove si oserà turbarlo, il Gover­na­tore della Pro­vincia di Catania deduce a pubblica cono­scen­za il seguente Decreto:

Il Generale G. N. BIXIO in virtù delle facoltà ricevute dal dittatore
decreta

il Paese di Bronte colpe­vole di lesa umanità è di­chiarato in istato d’assedio.
Nel termine di tre ore da co­min­ciare alle 13 e mezza gli abitanti consegneranno le ar­mi da fuoco e da taglio, pe­na di fucilazione pei reten­tori. Il Mu­nicipio è sciolto per orga­niz­zarsi ai termini di legge.
La guardia Nazionale è sciol­ta per orga­nizzarsi pure a termine di legge. Gli au­tori de’ delitti com­messi saranno conse­gnati all’au­torità milita­re per essere giu­dicati dalla commissione speciale.
E’ imposta al paese una tassa di guerra di onze dieci l’ora da comin­ciare alle ore 22 del 4 cor­rente giorno, ora della mobi­lizzazione della forza milita­re in Posta­vina e da avere termine al momen­to del­la regolare orga­nizzazione del paese.
Il presente Decreto sarà affisso e bandizzato dal pubblico Ban­ditore.
Bronte 6 Agosto 1860.
IL MAGGIORE GENERALE G. N. BIXIO

IL PROCESSO

Bixio – scrive Benedetto Radice – «temeva di non essere chiamato dal Dittatore a passare lo Stretto per trovarsi al posto dell’onore; onde, secondo lui, quella lentezza del processo, ma più, lo stimolo della partenza lo rendeva febbricitante, più impetuoso, più nervosamente agi­tato. A lui, in quei momenti, tre giorni parevano tre lunghi anni, e un frullo la vita di quattro o cinque uomini che potevano essere fucilati, magari innocenti, quando era in pericolo l’unità della patria.»
L’8 Agosto in una lettera al Consiglio comunale di Cesarò, Bixio ne preannunciava già, prima ancora che fosse iniziato, l’esito: “La commissione mista di guerra – scriveva – sta istruendo sommariamente i processi, i capi saranno fucilati e i complici condotti a Messina innanzi al Consiglio di Guerra».
«Segrete denunzie, – continua Benedetto Radice – accuse manifeste dei più accaniti nemici, accusarono il Lombardo, il Saitta, i fratelli Minissale, come Borboniani, reazionarii: li dissero aizzatori ai saccheggi alle uccisioni; ma più che contro gli altri, le ire e le vendette si avven­tarono contro il Lombardo, temuto capo del partito avverso. Si giunse perfino ad infamarlo che in casa sua furono portati libri ed oggetti provenienti dal saccheggio, che promise compensi ai ladri i quali deponessero presso di lui la roba rubata (…)»

9 Agosto 1860: Elezione del difensore da parte di Nicolò Lombardo

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«L’Anno Mille Otto Cento Sessanta il giorno Nove Agosto in Bronte (…) volendo interrogare gli imputati presenti in carcere sulle prime ci siamo trasferiti in queste prigioni ove abbiamo fatto uscire il primo, ch’essendo libero e sciolto d’ogni legame diretto gli abbiamo le seguenti interroga­zioni:
D. Qual’è il Vostro nome, cognome, e tutt’altri connotati?
R. Mi chiamò Don Nicolò Lombardo del fu Don Francesco di anni 48 Civile da Bronte.
D. Sapete dirci quale persone scegliete per la vostro difesa, e per quella degli altri sei imputati?
R. Signore. Eleggo per mio difensore, e per la mia difesa ancora degli altri sei imputati il Signor Don Nunzio Cesare di questa Comune.
Datagli lettura l’ha confermato e si è firmato con Noi e col Cancelliere Sostituto.»
Originale conservato presso l’Archivio di Stato di Catania (faldone I, foglio 63)

La fase preliminare del processo si tenne in parte nei locali del Nosocomio, l’antico Ospedale dei poveri sito nelle adiacenze del Casino de’ Civili (l’attuale Circolo di Cultura E. Cimbali, dato a fuoco dei rivol­tosi) e in parte nel salone della casa di Don Giuseppe Fiorini (di fronte alla Chiesa del Rosario) destinata per la pubblica discus­sione.

Il Lombardo scelse a difensore il suo acer­rimo nemico e rivale l’avvocato Cesare.
Parlò breve il Lombardo, protestò la sua innocenza, tacciò di menzogna i testi­moni, disse di essersi con tutti i mezzi adoperato al trionfo della rivoluzione ed a sedare i tumulti, che, a tempo, aveva scritto al comandante della Guardia Nazio­nale del Distretto ed al Governatore per segnalare il pericolo di un peggioramento dell’ordine pubblico, e ne presentò alla Corte le risposte ricevute, indicando oltre dieci testimoni a sua difesa (13 persone delle quali sette erano stimati preti brontesi).
La faccenda fu sommariamente liquidata nel giro di soli tre giorni: con gravissime violazioni delle procedure giuridiche e processuali, la causa fu conclusa, la sera del 9 Agosto in appena quattro ore.
La Commissione nominata da Bixio era composta dal maggiore Francesco De Felice, presidente, Biaggio Cormagi, Alfio Castro e Ignazio Cragnotti, giudici, Nicolò Bo­sca­rini, segretario cancelliere, Michelangelo Guarnaccia, avvocato fìscale e Giuseppe Boscarini Previtera, segretario cancelliere sostituto.
Fin dal primo giorno il processo fu istruito in modo sbrigativo, veloce, sommario ed anche superficiale.
Si pensi che il primo giorno (il 7 agosto) la Commissione verba­lizzò ben 24 inter­rogatori (di parti lese e di numerosi testimoni d’accusa), si recò a perquisire la casa di Don Nicolò Lombardo, nel quartiere Annunziata, e, alle ore 22, la casa di Nunzio Spitaleri Nunno nel quartiere San Vito; ascoltò e verbalizzò tre perizie giurate sulle armi rinvenute e sequestrate e procedette a tre repertamenti di armi con sigilli e verbali.
Il giorno dopo, l’8 agosto, correndo a perdifiato di qua e di là effettuò ben 17 sopralluoghi nelle case devastate od incendiate. Alla fine, sfinita, non potè dedi­care nemmeno un minuto per ascoltare anche un solo testimone a difesa dei sette imputati.
L’ultimo giorno, il 9 agosto, alle 12.00, agli imputati (alcuni dei quali analfabeti) fu data un’ora di tempo «a presentare – scriveva loro Michelangelo Guarnaccia, avvocato fiscale della Commissione di guerra – le loro eccezioni e difese, ad eleggersi difensori, a potersi informare del processo depositato presso questo nostro Segretario Cancelliere dimorante nella casa del Sig. Fiorini e da questo momento in poi poter conferire gli imputati coi loro difensori».
Anziché un’ora, l’avvocato di quattro imputati, i più istruiti, quelli che tentarono una pur minima difesa, impiegò due ore.
La consegna poté avvenire dalle 14.00 alle 14.30 (vedi a destra le posizioni a discolpa presentate dall’avv. Cesare, difensore di Lombardo).
Questo fu sufficiente perché il tribunale rigettasse con durezza tutto perché, scriveva la Commissione di guer­ra nell’Ordinanza di rigetto che «viste le posizioni a discolpa presentate in Giustizia per gli accusati alle ore 14 di questo giorno, visto il verbale di pari data col qua­le si prescriveva l’improrogabile termine a produr­re le loro discolpe alle ore 13, inteso l’avv. fiscale, dichiara irrecettibili le posizioni perchè prodotte fuori termine.»
«In un’ora – sono le parole pronunciate dall’avv. Sebastiano Aleo nel Processo a Bixio del 1985 – il difensore doveva recarsi nella cancelleria che era presso la casa del dott. Fiorini e prendere conoscenza degli atti (perché se non avesse letto quali erano gli ele­menti di accusa, quali erano le indicazioni probatorie, quali erano i testimoni che stavano a carico di tutti e 7 gli imputati – gli imputati erano 7 – naturalmente non avrebbero potuto concepire una sorta di piano difensivo), andare al carcere e colloquiare con ciascuno degli imputati e informarli delle colpe che a ciascuno di essi venivano attribuite. Predisporre le note difensive e le discolpe con le indica­zioni dei testimoni.
Ebbene, quel povero cristo di difensore, il quale pare che fosse un avvocato valente (era l’avv. Cesare, Ndr), probabilmente anche lui ha, come dire, subìto l’effetto di un’intimida­zione generale, certo che di una parola di protesta da parte di questo difensore nel processo verbale di dibattimento non se ne ha cenno.
Ma non gliene possiamo fare una colpa, non possiamo sapere come siano andate le cose (forse non venne verbalizzato, può succedere anche questo), e se poi consideriamo il clima di quel momento probabilmente il presidente lo zitti per non perdere tempo.»
Il dibattimento iniziò alle 16, due ore dopo la presentazione delle posizioni a discolpa, per concludersi esattamente alle ore 20 dello stesso giorno e senza che la Commissione ammettesse all’udienza i testimoni a discolpa come chiesero, ancora una volta, durante il dibattimento gli imputati (l’accusa ne presentò 23).
Inutili ed infruttuose furono i tentativi e le contestazioni dell’accusato principale (l’avv. Nicolò Lombardo) che con tutte le sue forze cercò di convincere i giudici della debolezza e della falsità delle accuse raccolte contro di lui.
«Finito l’esame dei testimoni a carico – è scritto nel verbale del dibattimento – gli accusati Lombardo, Saitta, e Minissale han chiesto di sentirsi i testimoni dei medesimi additati in loro discolpa. L’Avvocato fiscale ha chiesto di rigettarsi le dimande degli accusati e di prose­gui­re il dibattimento. La Commissione ritiratasi nella camera delle deliberazioni uniforme­men­te alle orali conclusioni dell’Avvocato fiscale ad unanimità di voti ha rigettato le diman­de degli accusati ed ha ordinato proseguirsi il dibattimento.»
Si aveva una gran fretta di chiudere, anche se sommariamente come raccoman­dava Bixio, il processo.
«Questo processo sommario – puntualizza Maria Serena Mavica -, esempio di ce­lerità e pressapocaggine istruttoria, è un momento di aberrazione giuridica sen­za pari, da ricordare a testimonianza di un episodio che si spera non debba mai più ripetersi nella storia del nostro Paese; rimane come marchio di infamia a testi­monianza della dabbenaggine morale di una politica senza scrupoli. La sen­tenza di condanna non lasciò scampo ai 5 condannati alla fucilazione, malgrado l’assoluta assenza di pro­ve certe a loro carico. Essa, rimane altresì come raccapricciante abuso giuridico, in violazione del diritto internazionale: emessa, infatti, in nome di Vittorio Ema­nuele II Re d’Italia quando ancora l’Italia non esisteva e i condannati erano ancora sudditi del Regno delle Due Sicilie.»

DAGLI ATTI DEL PROCESSO
Una condanna
“per voce pubblica” o per “sentito dire”
Dagli atti del processo risulta che «l’Anno Mille Otto Cento Ses­san­ta il giorno Nove Agosto alle ore dodici d’Italia in Bron­te» Mi­che­lan­gelo Guar­nac­cia, «Avvo­cato fiscale della Com­missione mi­sta ec­ce­zionale di guerra all’uopo eretta, assisti­to dal Can­cel­liere Sosti­tuto Don Giu­seppe Boscarini Previ­tera» fece notificare agli imputati dallo «uscie­re al Circondario Bronte» Giu­seppe Tor­cetta la seguente disposizione:
«Attesocché la causa è sul punto di diver essere trattata deffini­ti­va­mente. Accordiamo agli imputati sudetti il ter­mine di un’ora a presen­tare le loro eccezioni e difese, ad eleggersi difensori a potersi infor­mare del processo depo­sito presso questo nostro Se­gretario Cancel­liere dimo­ran­te nella casa del Signor Fiorini e da questo momento in poi poter conferire gl’Imputati coi loro di­fen­sori. Il termine co­mincia a decorrere dal momento della notificazione della presente.»
Bixio aveva una dannata fretta di far concludere veloce­mente il pro­cesso e la Commissione, dovendo rispettare almeno la for­ma, con­ce­deva agli imputati solo un’ora per eleggere il proprio difen­sore, con­ferire con lui, studiare le carte del processo, ap­pron­tare le pro­prie difese.
Insomma una pura formalità tanto che le “posizioni a discol­pa”, consegnate dalle 14 alle 14 e 30, cioè un’ora dopo la scadenza del termine, furono dichiarate inam­mis­sibili e quindi nes­sun testimo­ne (9 ne aveva presen­tato il solo Lombardo e 4 erano preti) fu ammes­so a favore degli imputati.
Dagli atti risulta che l’accu­sa portò invece a testimo­niare contro Lom­bardo e gli altri 6 imputati «nel salone della casa di Don Giu­seppe Fiorini de­stinata per la pubblica discus­sione a porte aperte» 16 testimoni più 7 parti offese.
E, leggendo gli atti del processo, saltano subito agli occhi una sequela di frasi che i testimoni dell’accusa e le stesse parti offe­se ripe­tono qua­si all’unisono: «per sentito dire…, per voce di po­po­lo so che…, correva voce che…, per voce pubblica inte­si…, so poi per voce pubblica…, sono a conoscenza per vo­ce pubbli­ca…, …ciò lo intese per voce pubblica, per voce pubblica poi inte­si…, per bocca di un certo … mi fu rapportato che…, Nul­la so, ho inteso però dire per voce pubblica, che Don Nicolò Lom­bardo sia stato Capo della congiura e Capo del­la compa­gnia degli assassini».
Gli interrogati asserivano quasi concordemente di non aver mai visto in verità coi propri occhi gli autori dei crimini avvenuti e di aver saputo della loro partecipazione ai fatti solo dalla bocca di persone che a loro volta avevano appreso ciò dal racconto di altri ancora.
Insomma una condanna “per voce pubblica” con scene e frasi che in un’aula di giu­sti­zia avrebbero dovuto far riflettere un pò.
Cosa che fece un’altra Commissione mista eccezionale di guer­ra istituita a Ma­letto per giudicare un certo Giu­sep­pe Petrina ac­cusato di omici­dio.
La Commissione, come scrive uno dei suoi componenti, l’ufficiale France­sco Sempreamore, ebbe il fon­dato so­spet­to che alcuni testimoni «non solamente non dice­vano il vero, ma dove­va­no essere mano­vrati e sug­geriti da qualche persona intel­li­gen­te e malefica»; non sotto­pose a giudizio nè condannò ed imme­diata­mente fece fuci­lare l’imputato ma tra­sferì il proces­so ad Aci­reale per essere lì “serena­mente” giudi­cato.
E dalla nuova istruttoria risultò ai giu­di­ci chiarissima la manovra per far con­dan­nare un innocente e la falsità dei testi­moni. Ma, a diffe­renza di Maletto, a Bronte non c’era tempo, si do­ve­va correre e fucilare per ordini supe­riori.
Solo due imputati si salvarono: Luigi Saitta e Carmelo Minissale. Per loro fu disposto un supplemento di indagini e pochi mesi dopo a dicembre, furono scagionati del tutto dai giudici catanesi.
«Finito l’esame dei testimoni a carico – si legge negli atti proces­suali – gli accusati Lombardo, Saitta e Minissale han chiesto di sentirsi i testimoni dai medesimi additati in loro discolpa. L’Avvo­cato fiscale ha chiesto di rigettarsi le dimande degli accusati e di proseguire il dibat­timento. La Commissione ritiratasi nella camera delle delibe­razioni uniformemente alle orali conclusioni dell’Avvocato fiscale ad unani­mi­tà di voti ha rigettato le diman­de degli accusati ed ha ordinato pro­se­guirsi il dibbattimento.»
Il destino del liberale avv. Nicolò Lombardo, del matto Frajunco e degli altri tre imputati era stato già deciso ancor prima dell’arrivo di Bixio a Bronte.
Tutto si concluse in fretta poche ore dopo, alle 20 di quel 9 agosto, con la condanna alla fucilazione e l’esul­tanza dei nemici politici di Nicolò Lombardo e dei funzionari della Ducea.
La Commissione nella sentenza non ebbe vergogna di scrivere «… in­tesi nelle forme di rito tanto i testimoni a carico, che a di­scarico» ma non era assolutamente vero e gli atti del processo sono lì a dimo­strar­lo.
(aL)

9 agosto – Posizioni a discolpa di Don Nicolò Lombardo
«I° – Sac. Don Gaetano Rizzo per contestare, che pria dei suc­ces­si disordini, il Lombardo s’impegnava al man­te­nimento del­l’ordine e che nel giorno primo nelle ore pomeridiane ritiene il testimonio si portava in casa del giudicabile per sortire in piazza onde conoscere quel che dagli insorti si pretendeva dagli insorti, a sedarsi. Ciò non poté verificare giacché nella ora stessa si udì il suo­no delle campa­ne a martello, gli insorti irrompevano nella piazza ed il Lombardo restò in casa.
II° – Sac. Don Gaetano Palermo a contestare che pria dei suc­ces­si disor­dini, il Lombardo si cooperava pel man­tenimento del­l’or­dine pubblico.
III° – Mastro Carmelo Petralia e Sac. Don Mariano Meli per conte­stare, che nel giorno ultimo di luglio or spento il Lombardo nella pubblica piazza dinnanzi al caffè di Ma­stro Vincenzo Isola ai contadini che tumultavano per la divisione delle terre comunali il Lombardo arringava l’or­dine, esortandoli a darsi pace, promet­tendo loro la divisione legale e pacifica delle stesse.
IV° – Che nella sera in cui successoro i diversi incendi il Lombar­do si stava ritirando in casa; può essere tanto contestato da 1) Agata Imbrosciano, 2) Mastro Nunzio Costa, ferraro, 3) Donna Vittoria Castiglione.
V° – Nel giorno susseguente del camminante questo de­le­gato d’unita a moltissime persone venne a rilevare il Lombardo dalla propria casa invitandolo a sortire e que­sti temendo qualche sini­stro dubitava fortemente ad uscire. Può contestarsi questo vero dal delegato.
VI° – Che il Lombardo diede tutta l’opera sua a poter fre­nare il tu­multo nei giorni susseguenti nei quali durava il disordine, può con­testarsi dai 1) Delegato Don Nicolò Spedalieri, 2) Don Giu­seppe Radice, 3) Don Giuseppe di Bella Sac., 4) Sac. Don Vin­cenzo Leanza.
VII° – Che il giudicabile non può dirsi detentore di armi vietate del perché egli fu arrestato la mattina stessa della insurrezione dal decreto del disarmo, e quindi non poté conferirsi in casa per con­segnare le armi; per altro la sera di quel giorno sei del cammi­nante il Lombardo con­segnava la chiave della sua camera, ove erano le armi al Segretario del Generale Bixio, per mandare a rile­vare dalla stanza anzidetta le armi, che dichiarava con­siste­re in un fucile, in un bastone animato, in una pisto­la piccola, in uno stilo, ed in alquanta munizione. Ciò può conte­starsi dai 1) Sac. Don Luigi Radice, 2) Sac. Don Antonino Zappia.
Bronte lì 9 Agosto 1860.
Nunzio Cesare, Difensore
Le sopracitate posizioni a discolpa sono state presenta­te alle ore quattordici del giorno 9 Agosto 1860 in Bron­te. Il Segretario Can­celliere, Nicolò Boscarini».
(dagli atti del processo)

LA SENTENZA

Alle ore 20 di giovedì 9 Agosto la Commissione mista eccezionale di guerra emise la sentenza : cinque persone, fra cui l’Avv. Nicolò Lombardo, vecchio patriota di educa­zione liberale conosciuto in tutta la Sicilia, che si era spontaneamente presentato a Bixio, colpevoli secondo il suo giudizio e quello dell’improvvisata ed impaurita Commissione, “in nome di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia” furono condannate alla fucilazione.
Per gli altri due imputati, Luigi Saitta e Carmelo Minissale, sempre parimenti impu­tati come caporioni della rivolta alla stessa stregua dell’avv. Nicolò Lombardo fu disposto un supple­mento di indagini e si salvarono sia dalla fucilazione che dal carcere: insieme a Placido Lombardo, il fratello di Nicolò, pochi mesi dopo, a dicembre, furono scagionati del tutto dai giudici catanesi.
«Del resto – scrive Maria Serena Mavica – i primi due erano personaggi scomodi al pari del Lombardo e se da un lato non può estremizzarsi l’idea che il Bixio avesse voluto eliminare i personaggi che potessero nuocere alla Ducea, sicuramente non può escludersi che egli prese invece gli imputati a caso, poiché a fronte dell’iniziale mandato di deposito per numero 32 individui, abbiamo solo 7 imputati dei quali due fortunati, rinviati alla Corte d’Assise per una integrazione di indagine.»
L’avv. Armando Radice, che sostenne l’accusa nel Processo a Bixio del 1985, affermò che «il processo fu una vera e propria esecuzione sommaria, camuffata da un paravento giuridico»; che il Lombardo e gli altri furono fucilati «ai sensi dell’art. 129 del codice borbonico, per aver eccitato la guerra civile tra sudditi del Regno, proprio per quella eccitazione, alla quale il popolo siciliano era stato chiamato dal proclama di Salemi».
Contestò anche come non valida, illegale ed irregolare la formazione della Commis­sione, illegale il giudizio “con procedura subitanea”, ma sopratutto che i compo­nenti della Commissione «non avevano investitura, diretta o indiretta, per emanare una sentenza in nome di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia, in nome cioè di un rap­presentante di una istituzione, al momento inesistente».
«Il processo, la procedura e la sentenza – dichiarò allora lo storico Salvatore Can­dido – si svolsero secondo tempi e modalità che possono giustificarsi in tempi di emergenza e di guerra. Il vero processo, cui si riferiscono il Gaudioso, il Tenerelli Contessa, lo stesso Radice, il Sipala, si svolse dopo, a Catania e in un tribunale ordinario (la Corte di Assise del Circolo di Catania) e in tempi lunghi che si protras­sero fino al 12 agosto 1863, e con giudici togati, e con le garanzie più complete per gli imputati e per il collegio di difesa.
Detto tribunale condannò all’ergastolo ben venticinque imputati e altri dodici a pene più lievi. Ma il dott. Luigi Saitta e il “civile” Carmelo Minissale furono as­solti, come leggiamo nell’opera del Radice (p. 140), già nel dicembre 1860, dalla R. Pro­cura di Catania. Chi sa che questa non avrebbe assolto, anche, gli altri cinque imputati che erano andati dinanzi al plotone di esecuzione il 10 agosto dello stesso anno!»
E la Corte del Processo a Bixio (Giuseppe Alessi, presidente; Antonio La Pergola, Ettore Gallo, Vittorio Frosini e Martino Nicosia, giudici) definì nelle conclusioni finali questa sentenza «fondamentalmente viziata sul piano processuale e gravemente erronea sul piano valutativo: in conclusione, assolutamente ingiusta».
«E che farsa di processo! – aggiunge lo storico Gino Longhitano – Chi non ha letto attenta­mente i verbali non può farsene un’idea adeguata. Un assassinio legale mal concepito e mal eseguito. Una liquidazione fisica ideata come preciso stru­mento d’una definitiva liquidazione politica.»
L’avv. Nicolò Lombardo accolse la condanna con rassegnazione e un commento che testimo­niava la continuità del suo impegno politico: “I miei nemici hanno alfine trionfato. Dieci anni prima o dopo è lo stesso. Era questo il mio destino”.
Per Salvatore Scalia l’avvocato era stato «vittima della realpolitik, di quegli equilibri otte­nuti con scambi di favori, di quei compromessi e sacrifici di ideali che accompa­gnano ogni avveni­mento storico così come ogni momento della vita quotidiana.»
«Data la sentenza, – scrive Benedetto Radice – l’arciprete Politi andò al collegio a comunicare al Lombardo la ferale notizia…

Im85a

9 Agosto – La sentenza
La Commissione mista eccezionale di Guerra pubblica la sentenza del 9 Agosto, che il Governatore fa affiggere in tutti i comuni della Sicilia

IL GOVERNATORE DELLA PROVINCIA DI CATANIA
Rende di ragion pubblica la Decisione emessa in Bronte, dalla Com­missione mista eccezionale di Guerra, pei reati ivi avve­nuti, cosi concepita:
La Commissione mista eccezionale di guerra all’uopo eretta, residente in Bronte, composta dai Signo­ri Francesco De Felice Mag­giore Presi­dente, Bia­gio Cor­magi, Alfio Castro, Igna­zio Cagnotti Giu­dici, coll’intervento del­l’Av­vocato Fiscale Michelangelo Guar­naccia, assistita dal Segreta­rio Can­cel­liere Niccolò Boscarini nella seduta d’og­gi stesso ha emesso la seguen­te deci­sione.
Nella causa a carico di D. Niccolò Lom­bardo, D. Luigi Saitta, D. Car­melo Minis­sale, Nunzio Longhitano, Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Sam­peri Spirione, e Nunzio Ciral­do Fraiunco da Bronte, imputati di guerra civile, de­va­stazione, sac­cheggi, incendi con seguiti omicidii, e di deten­zione d’ar­me vietate pei solo Lombardo, Longhitano, e Spitaleri, avvenuti in Bronte dal 1 Agosto e seguenti del 1860 in danno di Rosario Leotta e compagni, e del­l’ordine pubblico.
ha dichiarato
1. Non constare abbastanza che Luigi Saitta e Carmelo Minissale siino colpevoli dei reati loro addebitati, difforme­mente alle con­clu­sioni dell’avvocato fiscale.
2. Constare che D. Nicolò Lombardo, Nunzio Samperi Spirione, Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Ciraldo Fraìunco, e Nunzio Lon­ghi­ta­no Longi siino colpevoli dei reati loro addebitati, giu­sta l’atto d’ac­cu­sa, ed uniformemente alle orali conclusioni del­l’av­vocato fiscale.
ordina
Prendersi una più ampia istruzione sul conto dei sudetti Saitta e Minissale, rimanendo sotto lo stesso modo di custodia.
Condanna D. Nicolò Lombardo, Nunzio Samperi Spi­rio­ne, Nun­zio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Spitaleri Nunno, e Nunzio Lon­ghi­ta­no Longi alla pena di morte da eseguirsi colla fucila­zione, e col secondo gra­do di pubblico esempio nel giorno di oggi alle ore 22 d’Italia, li con­danna altresì alle spese del giudizio in solido in favore della cassa delle finanze da liquidarsi come per legge.
Ordina infine che della presente decisione se ne affissino tante co­pie in istampa per quanto sono i comuni dell’Isola per la de­bita pub­blicità.
Fatto, deciso, e pubblicato in Bronte lì 9 Agosto 1860 alle ore 20.
Per estratto conforme – Niccolò Boscarini
PER IL GOVERNATORE Il Segretario Generale
CARLO DE GERONIMO

Insieme a quei cinque malcapitati, moriva anche lo spirito battagliero dei brontesi, tradito da Garibaldi, colui nel quale erano state riposte tante speranze.

LA FUCILAZIONE

«Data la sentenza, – scrive Benedetto Radice – l’arciprete Politi andò al collegio a comunicare al Lombardo la ferale notizia; altri corsero al carcere a darne la novella al Saitta e ai fratelli Minissale. Ascoltò tranquillo il Lombardo e disse: I miei nemici hanno alfine trionfato. Dieci anni prima o dopo è lo stesso. Era questo il mio destino.»
Fu tra i pianti e le strilla di una sua donna celebrato in articulo mortis il matrimonio ecclesiastico; e, avuti gli estremi conforti della religione, stoicamente si preparò al gran passo.
«Quella sera – scrive Vincenzo Pappalardo – l’avvocato si preparò con serenità alla fine, sposando in articulo mortis una servetta, forse tenuta per amante, certamente bisognosa di quella parte di eredità che le nozze le avrebbero assicurato.
Era l’atto di estrema magnanimità di un uomo non privo di ambiguità, eppure animato da una spinta morale e utopica enorme, un gigante rispetto a quegli omuncoli gretti e vigliac­chi, meschini e profittatori che sospirarono di sollievo nel mandarlo a morte e nel ricacciare i contadini alla servitù di sempre.» (Un destino feudale, in La Ducea di Bronte di A. Nelson Hood, Bronte, 2005).
I parenti del Lombardo si presentarono al Bixio per implorare da lui di poter dare l’ultimo abbraccio al condannato; ma egli fieramente li respinse; e il povero garzone, andato a portargli delle uova, fu rimandato con dure parole: Non ha bisogno di uova, domani avrà due palle in fronte!»
– Don Nicolò Lombardo del fu Don Francesco di anni 48 (avvocato, la vittima più innocente)
– Nunzio Spitaleri Nunno (del fu Nunzio di anni 40, villico),
– Nunzio Samperi Spiridione (di Spirione di anni 27, murifabbro),
– Nunzio Longhitano Longi (fu Giuseppe di anni 40, villico) e
– Nunzio Ciraldo Fraiunco del fu Illuminato, di anni 40, villico, il cinquantenne scemo del paese totalmente infermo di mente (“simbolo vivente dell’irrazionalità della moltitudine”, così lo definì Alberto Moravia),
additati come i provocatori dei saccheggi e delle uccisioni dei “galantuomini”, vittime di ragioni per loro incomprensibili, all’alba del 10 Agosto 1860 venivano fucilati in pre­senza di tutta la popolazione nella piazzetta antistante la Chiesa di San Vito «col secondo grado di pubblico esempio».
“Il domani venerdì, verso le 8, i condannati furono condotti al luogo del supplizio. Una folla immensa di popolo, nei cui occhi leggevasi lo spavento e la compassione, seguiva in ferale silenzio il corteo.
L’arciprete Politi e il sac. Radice li andavano confortando. Il Lombardo, aitante della per­sona, con lo sguardo mesto, con un cappello a cencio, procedeva a passi lenti, fumando un sigaro, lisciando la sua folta e nera barba, che gli scendeva sul petto, invitando i com­pagni a rispondere alle preci degli agonizzanti.
Giunti alla chiesa del Rosario si sentirono grida e pianti. Era una nipote del Lombardo. Alzò egli occhi al balcone, li riabbassò, dando un profondo sospiro, e voltosi agli astanti disse:
Sono innocente come Cristo
Un fremito e un lungo mormorio accolse le parole del condannato, che, austero, muto continuò il suo cammino. Arrivati sulla piazza di S. Vito i cinque condannati furono posti a sedere in fila. Protestò di nuovo il Lombardo la sua innocenza, chiese in grazia di essere il primo fucilato, e volto ai compagni disse:
Recitatemi il credo.
Letta da un ufficiale la sentenza fu ordinato il fuoco. Caddero riversi un dopo l’altro tutti e cinque.
“Un condannato, risparmiato dalla scarica della fucileria, tenendo con la mano l’immagine della Vergine, come un talismano sul petto, gridava:
Grazia! Grazia!

Im85f

Era il matto. Gli si avvicinò l’ufficiale e gli diede il colpo di grazia”. Stava Bixio con gli occhi fissi, vitrei, a cavallo, come l’angelo della vendetta.
[…] I corpi dei giustiziati immersi nel proprio sangue furono lasciati fino a sera esposti al pubblico, spettacolo miserando e ammonitore.
Questa esecuzione assai la plebe sbigottì, solo agli offesi soddisfece, quella per timore di peggio, questi per vedersi vendicati del danno e delle ingiurie patite”. (Benedetto Radice)
Quel 10 Agosto 1860, insieme ai cinque malcapitati, moriva anche lo spirito battagliero dei brontesi, tradito da colui nel quale erano state riposte tante speranze: dal “liberatore” Garibaldi, dietro il quale anche da Bronte erano partiti dei volontari per “fare” la rivoluzione.
L’azione imposta da Bixio ai giudici della Commissione mista di guerra fu frutto di scelta freddamente calcolata.
Sacrificava certamente la giustizia, ma rispondeva pienamente alle necessità della politica e alle dure leggi della guerra.
Le fucilazioni dettero ampia soddisfazione alla nazione britannica i cui interessi secolari sulla Ducea erano stati seriamente minacciati dall’ondata rivoluzionaria.
A Bronte non dovevano assolutamente scalfirsi questi privilegi, che il popolo voleva abbattere e che avevano intristito ed avvilito nella miseria per molte generazioni tutta la comunità brontese.

Im19

12 Agosto – Gli assassini sono stati puniti
Col proclama del 12 Agosto Bixio annuncia agli abitanti della provincia di Catania che a Bronte giustizia è stata fatta!

ABITANTI DELLA PROVINCIA DI CATANIA
Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti — Voi lo sapete! la fucilazione seguì imme­diata i loro delitti — Io lascio questa Provincia — i Municipi, ed i Consigli civici nuova­mente nominati, le guar­die nazionali riorganizzate mi rispondano della pub­blica tran­quil­lità!… Però i Capi stiino al loro po­sto, abbino energia e coraggio, ab­bino fiducia nel Governo e nella for­za, di cui esso dispone — Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capa­ci e vigorosi che possano rimpiaz­zarli.
Le Autorità dicano ai loro Ammini­strati che il governo si occupa di apposite leg­gi e di opportuni legali giudizi pel reinte­gro dei demanî — Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da se, guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico sotto qualunque pretesto.
Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole.
Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di que­sto distretto.
Randazzo 12 Agosto 1860.
IL MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO

Pochi giorni dopo Bixio annunciava che “gli assassini e i ladri di Bronte sono stati severamente puniti… la fucilazione seguì immediata i loro delitti”.
E – conclude il Radice – «tal fine ebbe Nicolò Lombardo. Egli andò a morte per i sobillamenti dei suoi nemici, e per soddisfazione della nazione britannica.»
«Il console inglese, affermò il Tenerelli Contessa davanti alla Corte d’assise di Catania, assalì a dispacci il Dittatore, chiedendo pronta ed efficace repressione. E siccome in quei supremi istanti l’uomo sparisce e la vita di lui non si calcola, purché si ottenga il fine, così dovettero offrirsi delle vittime ad un interesse politico momentaneo del rappresentante di una nazione straniera, fiera purtroppo del suo orgoglio e della sua dignità, e Nicolò Lombardo fu fucilato.»
E alla fine tutto tornava come prima: i “signori” al loro posto, i poveri contadini sempre più poveri.
«In paese – conclude Verga la sua novella Libertà – erano tornati a fare quello che facevano prima; già i galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Così fu fatta la pace.»
E il Radice aggiunge che «così ebbe fine questa sanguinosa sommossa, che ira cumulata di generazioni per soprusi e ingiustizie, mal governo del Comune, pochezza di senno e di animo nelle autorità e nei cittadini, discordia e cupidigia di potere in tutti, fruttò al paese tanto esterminio e tanta morte!»
La tragedia di Bronte si era chiusa, e non era servita a niente.
Nino Bixio avrà per tutta la vita sulla coscienza i morti di Bronte; così si esprimeva in una lettera alla moglie: “Missione maledetta, dove l’uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato”.
Ai brontesi non restavano che le condizioni miserevoli, la fame, il desiderio di “libertà” dalla schiavitù e dalla miseria e l’amara certezza delle promesse non mantenute.
Al primo sommario processo, fatto istruire da Bixio davanti alla Commissione speciale e concluso rapidamente con cinque condanne a morte, ne seguì un altro contro – scrive M. Sofia Messana Virga – «altri 145 imputati per reati minori, per i quali la pena prevista non era la fucilazione; vennero trattenuti in carcere in attesa di essere trasferiti a Messina per essere messi a disposizione delle autorità del luogo, le quali avrebbero stabilito il da farsi.»
Il Consiglio Civico brontese, che continuava ad essere espressione della volontà dei “cappelli”, chiese ripetutamente che il processo fosse celebrato a Bronte e dal Consiglio di Guerra.
Ma il Governatore di Catania si oppose ed il processo fu celebrato davanti alla Corte d’Assise di Catania tra il 1862 e il 1863.
C’è da notare anche che quando Garibaldi, dopo la vittoria del Volturno, emanò, il 29 ottobre 1860 il decreto d’indulto, lo stesso Consiglio civico dette mandato ai suoi avvocati perché si interessassero a Catania per non fare estendere agli imputati del processo per i fatti dell’agosto i benefici dell’indulto.
«E così – scrive V. Pappalardo in L’identità e la macchia – i contadini servi del Duca e di una miseria senza riscatto, che al grido di Viva l’Italia! Viva Garibaldi! avevano pensato anche loro di essere chiamai a un Paese nuovo e più giusto, venivano esclusi dalla grazia che la nuova Italia concedeva a chi pur sbagliando l’aveva aiutata a nascere.»
Il 12 agosto 1863 la Corte d’Assise di Catania emise la sentenza definitiva con 37 condanne tra cui 25 ergastoli.

L’arringa dell’avvocato Michele Tenerelli Contessa, un catanese che difese davanti alla Corte d’assise di Catania cinque imputati del secondo processo – “appassionata, lucidissima, d’un avvocato colto e intelligente” – è stata pubblicata recentemente dalla “C.u.e.c.m.” (Catania, 1989) con una “Introduzione” del brontese prof. Gino Longhitano.

«Occorre dire che noi, a distanza di 125 anni da quegli eventi, siamo in grado di vederli e giudicarli in rapporto a più ampi e completi accertamenti ed, anche e soprattutto, con una valutazione più serena di uomini e cose.
Ma in quei giorni, nell’eccitazione del momento, quando la casa bruciava, l’unica soluzione che era proposta ai giudici era quella della condanna a morte; ma era una soluzione per difetto perché molti, troppi altri imputati, avrebbero dovuto essere dinanzi al plotone di esecuzione.
Ma, ci chiediamo, cosa sarebbe avvenuto se i 13 testimoni a difesa fossero stati con­vocati ed ascoltati? se si fossero ascoltate le deposizioni del sac. Rizzo, del sac. Gae­tano Palermo attestanti che il Lombardo si era attivamente adoperato pel manteni­mento dell’ordine pubblico, o le testimonianze dei sacerdoti Giuseppe Di Bella, Vincenzo Leanza e di altri nel senso che, come leggiamo nella comparsa proposta il 9 agosto dal difensore, “diede tutta l’opera sua a poter frenare il tumulto”.
Ma queste testimonianze sarebbero valse a togliere importanza e valore a quelle gravissime formulate, come abbiamo visto, dalle parti lese?
E come mai, ci si chiede ancora, un solo professionista e “civile”, il Lombardo fu por­ta­to a morire, assieme a 3 “villici”, quali erano Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Lon­ghita­no Longi, Nunzio Spitaleri Nunno ed un murifabbro (Nunzio Samperi Spiridione) mentre per gli altri due “civili” imputati (il medico chirurgo Luigi Saitta e il “civile” Carmelo Mi­nissale) fu ordinato che sul loro conto dovesse prendersi una più ampia istruzione?
Occorre dire che soltanto il cadavere di Nicolò Lombardo era il cadavere eccellente che poteva essere proposto come esempio ai malintenzionati e riottosi, alle popolazioni contadine che la secolare fame di terre poneva in agitazione e poteva facilmente condurre alla rivolta.
E i responsabili di questo erano Nicolò Lombardo e i suoi compagni di fede societaria, di cui in questa sede è stata poc’anzi esaltata l’immagine.
Di lì a pochi giorni la divisione Bixio, sbarcata a Melito, in Calabria, costituì la massa di manovra per l’avanzata fulminea verso Napoli.
Bixio adempiva agli ordini ricevuti, ma sarebbe stato inchiodato a Bronte e dintorni qualora non fosse stato dato un esempio terribile ed il cadavere del Lombardo (ben noto fin dal 1848 nella provincia e in Sicilia) non fosse stato d’esempio, così come nell’età medievale ed anche, in tempi a noi più vicini, le teste dei decapitati erano lasciate alla visione del pubblico perché fossero di esempio a tutti quelli che passassero.»
Salvatore Candido (Atti del Processo a Bixio, a cura di S. Scalia, Bronte 1985)

L’avv. Lombardo – affermò durante il Processo a Bixio il brontese avv. Armando Radice – «è stato il capro espiatorio che Bixio consegnerà alle nuove classi dirigenti, che hanno trovato alleanze perché non sia turbato il vecchio ordine e perché nulla cambi nella grigia, dolorosa atmosfera della nostra disgraziata terra.
La sentenza della commissione di guerra non è altro che il paravento giuridico di una decisione politica che Bixio, non si sa quanto responsabilmente, ha già adottato.
La lettura del suo diario, l’esame più attento del suo carteggio, ci danno la prova più indiscussa che Bixio aveva stabilito che i cosiddetti capi sarebbero stati fucilati.»

Le 16 vittime ed i 5 loro presunti carnefici, vittime a loro volta di una sommaria giu­stizia, furono ben presto dimenticati; nessun ricordo, cerimonia o commemo­razione ebbe mai luogo nei decenni successivi.
Anzi qualche solerte amministratore, volle ricor­dare il Generale Bixio, dedicandogli una stretta stradina di fronte al luogo della fucilazione.
Solo dopo 50 anni, nei primi decenni del 1900, lo storico brontese B. Radice si adoperò per riscri­vere questa storia, per portare alla luce lo “scheletro nell’armadio” (come lo definì L. Sciascia), di cui tutti conoscevano l’esistenza, ma di cui nessuno parlava. E ripristinare un pò di verità sui Fatti fu anche lo scopo, nel 1972, del film di Florestano Vancini, “un padano, nato a Ferrara, così lon­ta­no da Bronte”.
Nel 1985 anche Bronte cercò di attirare l’attenzione sui Fatti rinviando a pro­ces­so Nino Bixio. Ma la stretta stradina di fronte a San Vito continuava a portare ancora il suo nome.
Anzi, in perfetto equilibrismo, a pochi metri, in una villetta antistante fu eretto allora un piccolo monu­men­to ai cin­que malcapitati da lui fatti sommariamente fucilare.
Nessun pubblico ricordo, invece, per i sedici “cappelli” trucidati dai rivoltosi.
Dovevano passare 150 anni dai Fatti per essere in qualche modo richiamati alla memoria. Nel 2010, nel 150° anniversario dei Fatti, il Comune di Bronte ha fatto murare su una parete del Convento una lapide con i 21 nomi (quelli delle 16 vittime e dei 5 loro presunti carnefici) «tutte vittime del cruento eccidio avvenuto a Bronte nel 1860. Il loro perenne ricordo nella storia e nei nostri cuori a custodia della pace».
Oggi, dopo qualche polemica, anche il nome di Nino Bixio è scomparso dalla topono­mastica bronte­se: la stretta stradina di fronte al convento è stata chiamata Via Libertà (“Nino Bixio non merita una via”, ha dichiarato il sindaco).
Nessun onore o ricordo invece Bronte ha voluto riconoscere a quel vecchio patriota di educazione liberale, conosciuto in tutta la Sicilia, sostenitore e capo del partito dei «comunisti» (fautori degli interessi del Comune, in contrapposizione con il par­tito dei «ducali», sostenitori degli interessi della Ducea) fatto fucilare da Bixio per dare un esempio e per soddisfazione della na­zio­ne britannica. Bronte si è sempre dimen­ticato di questo liberale che ha difeso sino alla morte gli interessi del Comune e dei brontesi.
(in merito vedi anche Chi dici Nicò, una canzone dedicata all’avv. Nicolò Lombardo da un cantautore siracusano).

Im2178

Dopo i sanguinosi fatti di Bronte, eliminato anche som­ma­ria­mente uno dei pochi intralci che si erano creati allo svol­gi­mento dell’impresa dei “Mille”, la “libe­ra­zione gari­bal­dina” continuava, ri­prendeva il suo cor­so. Ma malgra­do la “libera­zione” e l’unificazione italiana del 1861, malgrado le promes­se ed i procla­mi, i Duchi erano rimasti nella Ducea.
Fallita anche la sanguinosa rivolta brontese del 1860, chi avreb­be più potuto togliere ai Nelson-Bridport le terre della Ducea per divi­derle fra i contadini di Bron­te o di Maniace o di Maletto se non il nuovo Stato italiano?
Ma anche le speranze di un intervento in questo sen­so furo­no presto deluse. Da quella fallita sollevazione popolare, anzi, de­rivò al­tra repressione e la secolare lite fra il Comu­ne e i discen­denti di Nel­son continuò per altri cento anni.
Il regime di feudalità vigente a Bronte non fu supera­to nean­che nel periodo fascista, nonostante l’accesa rivalità con la Gran Breta­gna.
21 ottobre 1860, Plebiscito della SiciliaPochi mesi dopo la sanguinosa rivolta po­po­lare repressa con tan­ta violenza da Bixio, nelle elezioni del 21 Otto­bre/4 Novembre 1860, i bron­tesi vota­rono nella Chie­sa di San Giovanni all’unanimità la formazione della nazione italia­na unificata sotto Casa Savoia: «Bronte, votanti millenove­cen­tonovantaquattro, tutti pel si». Il prof. Placido De Luca fu eletto nel primo Parlamento italiano (primo nel Collegio di Re­gal­buto con 334 voti su 455).

vedi anche l’art. 670.- Ferdinando II di Borbone, il re dei record che sbagliò lasciando l’Italia ai Savoia.

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