696.- Cosa si fa in Senato: Una legge per mettere in galera chi vuole curare i bambini a non diventare gay.

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Parliamo del DDL 2402 dal titolo “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori”, a firma sen. PD Sergio LO GIUDICE di Messina e, poi, BOCCHINO, CAPACCHIONE, CARDINALI, CIRINNÀ, DALLA ZUANNA, DE PETRIS, GATTI, GUERRA, IDEM, LO MORO, LUMIA, MASTRANGELI, ORELLANA, PALERMO, PEGORER, RICCHIUTI e SPILABOTTE, presentato alla Presidenza del Senato il 17 maggio scorso e annunciato nella conferenza stampa 14 luglio. Una proposta definita liberticida e sommamente antidemocratica, strumento per colpire psicologi e psichiatri non allineati all’ideologia gender. Leggete, riflettete e commentate.

DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.
(Definizione)

1. Ai sensi della presente legge, per «conversione dell’orientamento sessuale» si intende ogni pratica finalizzata a modificare l’orientamento sessuale di un individuo, inclusi i tentativi di modificare i comportamenti, o le espressioni di genere, ovvero di eliminare o ridurre l’attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui dello stesso sesso, di sesso diverso o di entrambi i sessi. La definizione di cui al primo periodo si intende riferita anche agli interventi noti come «terapie riparative».

2. L’espressione «conversione dell’orientamento sessuale» di cui al primo comma non comprende gli interventi che favoriscano l’auto-accettazione, il sostegno, l’esplorazione e la comprensione di sé da parte dei pazienti senza cercare di cambiare il loro orientamento sessuale.

Art. 2.
(Soggetti destinatari)

1. Chiunque, esercitando la pratica di psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico, assistente sociale, educatore o pedagogista, faccia uso su soggetti minorenni di pratiche rivolte alla conversione dell’orientamento sessuale è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da 10.000 a 50.000 euro. La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca delle attrezzature utilizzate.

Art. 3.
(Sanzione accessoria)

1. Se la condotta di cui all’articolo 2 è posta in essere nell’esercizio di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dallo Stato, la condanna comporta la sospensione dall’esercizio della professione da un minimo di un anno a un massimo di cinque anni.

 

R E L A Z I O N E

ONOREVOLI SENATORI. – Il 28 dicembre 2014, Leelah Alcorn, un’adolescente transgender di Kings Mills, Ohio, ha scelto di gettarsi sotto un camion in corsa per mettere fine a una vita già fortemente segnata all’età di 17 anni. Leelah non aveva retto il rifiuto della sua famiglia di fronte alla scelta di dire la verità sulla sua identità, sui suoi sentimenti e la sua percezione di sé. Quando a 16 anni Joshua aveva chiesto ai suoi genitori l’autorizzazione ad iniziare quel percorso di transizione che l’avrebbe accompagnata a diventare ciò che sentiva a tutti gli effetti di essere, una ragazza, il padre e la madre non avevano voluto ascoltare le sue suppliche. Al contrario i due genitori, appartenenti ad una comunità cristiana molto tradizionalista, avevano deciso di seguire ogni strada possibile per «curare» loro figlio, rivolgendosi a degli pseudoterapeuti specializzati nella cosiddetta «terapia di conversione dell’orientamento sessuale», una pratica stigmatizzata dalla letteratura scientifica e dal mondo accademico ufficiale.

Oggi Leelah è diventata un simbolo per la comunità LGBTI (lesbiche, gay, bisessuali e trangender e intersessuati) di tutto il mondo e il suo ricordo anima le battaglie di attiviste e attivisti che lottano per l’affermazione e la promozione dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, trans e intersex.

Il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama ha annunciato nell’aprile 2015 il suo sostegno ad un disegno di legge dedicato a Leelah Alcorn per bandire i trattamenti di conversione dell’orientamento sessuale sui minori e arginare in questo modo i danni derivanti dalle violenze inflitte alla sfera più intima dei giovani LGBTI.

Leggi in materia di proibizione delle terapie riparative sono già applicate dagli stati americani della California e del New Jersey e da queste il presente disegno di legge trae ispirazione.

Il percorso di depatolicizzazione dell’orientamento omosessuale è iniziato nel 1973, quando l’American Psychiatric Association eliminò la diagnosi di omosessualità egosintonica dal DSM, il Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali, che fino a quel momento aveva considerato l’omossessualità prima come un disturbo sociopatico della personalità (1952), poi come deviazione sessuale (1968). Nel manuale rimaneva la cosiddetta omosessualità egodistonica, cioè accompagnata da una mancata accettazione del proprio orientamento omosessuale e, quindi, da disagio sociale e psichico. L’omosessualità egodistonica, considerata un disturbo «indotto» dalla stigmatizzazione sociale, è stata eliminata dal DSM nel 1987. Il 17 maggio del 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha depennato definitivamente l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Da allora i professionisti nel campo della psicologia e della psichiatria hanno smesso di considerare l’orientamento sessuale non eterosessuale una malattia da curare. Cionondimeno ve ne sono ancora alcuni che non ritengono che l’omosessualità sia una normale variante della sessualità umana. Una minoranza di psichiatri, psicologi, e psicoanalisti hanno infatti continuato a basare i loro trattamenti su un’idea patologizzante di omosessualità. Ancora oggi alcuni considerano l’omosessualità un disturbo o una forma di immaturità psichica, o considerano che un orientamento eterosessuale sia «preferibile» ad un orientamento non eterosessuale e, pertanto, un obiettivo di normalità cui aspirare. Gli interventi che mirano al cambiamento dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere di un individuo sono frequentemente chiamati «terapie riparative» poiché fondati sulla teoria, contraddetta dalla letteratura scientifica, in base alla quale l’orientamento omosessuale e il senso della propria identità di genere sono il sintomo di un problema nello sviluppo personale che deve essere individuato e «corretto». Si tratta di approcci privi di fondamento nella ricerca empirica e derivanti da estremizzazioni ideologiche o religiose, nonché da una scarsa conoscenza della moderna letteratura scientifica. Fattori come il sentimento religioso, il conservatorismo politico e una scarsa conoscenza delle persone lesbiche, gay, bisessuali o transessuali si traducono in atteggiamenti omonegativi che possono essere riscontrati anche tra psicologi o psichiatri. Studi scientifici hanno raccolto le opinioni dei «pazienti» delle cosiddette terapie riparative o di conversione dell’orientamento sessuale. Le loro testimonianze hanno permesso a clinici e ricercatori di stilare una rassegna dei danni psicologici e sociali subiti da coloro che sono stati sottoposti ai tali trattamenti. Tra i rischi psicologici, i due ricercatori statunitensi Ariel Shidlo e Michael Schroeder hanno riscontrato, da un campione intervistato nel 2002, un aumento di stati depressivi e istinti suicidi in risposta al sentirsi colpevolizzati dal terapeuta, al ripresentarsi di desideri sessuali verso persone dello stesso sesso dopo un lungo periodo di astinenza, al realizzare che il percorso di «cura» non produceva gli effetti desiderati. Altri effetti degli interventi di conversione dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere sono il calo dell’autostima, nonché l’aumento della cosiddetta «omofobia interiorizzata», legati al percepire il proprio orientamento sessuale come sbagliato e denigrato dal terapeuta, ad esempio, per mezzo di informazioni fuorvianti sulle persone LGBTI, le loro vite e le loro relazioni, nonché una distorsione della percezione della propria vita, dovuta alla tendenza acquisita a ricondurre al proprio orientamento sessuale tutti gli aspetti negativi della propria esistenza.

Per quanto riguarda le difficoltà sociali e interpersonali, molti intervistati hanno manifestato difficoltà nell’ambito familiare, in quanto parecchi terapeuti incitavano i pazienti a colpevolizzare i genitori per il proprio orientamento sessuale. Lo studio riporta, infatti, casi di alienazione e solitudine legati all’invito da parte delle comunità di «ex gay» ad allontanare tutte le amicizie gay e lesbiche, nonché alla paura di diventare un molestatore o una molestatrice di minorenni, sempre a causa dei racconti distorti dei terapeuti sulla sessualità delle persone LGBTI.

La depatologizzazione dell’omosessualità è un percorso oramai largamente acquisito dai professionisti della salute mentale di tutto il mondo e le associazioni professionali e scientifiche, italiane e straniere, hanno a più riprese dovuto chiarire l’antiscientificità e la pericolosità delle terapie di conversione.

Dopo le prese di posizione da parte degli Ordini degli psicologi regionali del Lazio, della Lombardia e dell’Emilia – Romagna, il 23 agosto 2013, anche il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (CNOP), in reazione a una nuova polemica sulla patologizzazione dell’orientamenti sessuali non eterosessuali, ha dichiarato tramite nota stampa dell’allora Presidente dott. Giuseppe Luigi Palma che: «affermare che l’omosessualità possa essere curata o che l’orientamento sessuale di una persona si debba modificare è un’informazione scientificamente priva di fondamento e portatrice di un pericoloso sostegno al pregiudizio sociale ancora così fortemente radicato nella nostra società (…). Gli psicologi, secondo il codice deontologico, non possono prestarsi ad alcuna “terapia riparativa” dell’orientamento sessuale di una persona, bensì collaborare con i propri pazienti nel caso di disagi relativi alla sfera sessuale siano essi avvertiti dagli etero- sessuali così come dagli omosessuali». Negli Stati Uniti d’America, il 17 maggio del 2012, l’Organizzazione Panamericana della Sanità ha definito «una seria minaccia» tutti i servizi che si propongono di «curare» le persone con orientamento sessuale non eterosessuale. Una ferma condanna dei trattamenti riparativi è giunta anche da altre importanti istituzioni, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la World Psychiatric Association, l’American Psychiatric Association, l’American Psychological Association, l’American Psychoanalytic Association. In particolare nel 2016 la World Psychiatric Association (WPA) ha bollato le terapie riparative come «antiscientifiche, non etiche, inefficaci e dannose», sostenendo la loro inefficacia scientifica e sottolineando i danni e gli effetti deleteri di questi trattamenti. La WPA, sostiene, in aggiunta, che: «non vi è alcuna prova scientifica che l’orientamento sessuale possa essere modificato. Inoltre, le cosiddette terapie di conversione dell’omosessualità possono alimentare pregiudizi e discriminazioni e sono potenzialmente pericolose. È assolutamente non etico fornire qualunque tipo di intervento che pretenda di “curare” ciò che non è un disturbo».

Nello specifico, il presente disegno di legge all’articolo 1 fornisce una definizione preliminare di «conversione dell’orientamento sessuale». L’articolo 2 individua le figure professionali alle quali è fatto divieto di applicare le suddette terapie di conversione su soggetti minorenni e stabilisce le sanzioni pecuniarie e accessorie in caso di violazione della norma. L’articolo 3 stabilisce la pena accessoria della sospensione da uno a cinque anni dal- l’esercizio della professione per qualsiasi delle figure professionali di cui all’articolo 2, qualora per le medesime sia richiesta una specifica abilitazione da parte dello Stato.

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Secondo Lo Giudice “fattori come il sentimento religioso, il conservatorismo politico e una scarsa conoscenza delle persone lesbiche, gay, bisessuali o transessuali si traducono in atteggiamenti omonegativi che possono essere riscontrati anche tra psicologi o psichiatri.” (DDL 2402, pag. 3).

Un gravissimo attentato alla libertà religiosa: per la prima volta il “sentimento religioso” viene marchiato senza appello o contraddittorio come un pericoloso fattore negativo in sé.

Un attentato contro una delle primordiali libertà e diritti costituzionali del cittadino: la libertà religiosa e la libertà di pensiero, che vengono negate a chi la pensa in modo diverso. Tolleranza solo per chi è pro-gender: un passo decisivo verso il totalitarismo.

Per questo è in corso una raccolta firme per dire no al DDL Lo Giudice.

Lo chiediamo al Presidente del Consiglio, scongiurando una irrimediabile ferita alla democrazia e alla dignità della persona e agli psicologi e psichiatri che non vogliono essere costretti a piegarsi alla ideologia gender, “rei” di commettere quella che il DDL definisce “conversione dell’orientamento sessuale”.

Con tale termine, chiarifica l’articolo 1, “si intende ogni pratica finalizzata a modificare l’orientamento sessuale di un individuo, inclusi i tentativi di modificare i comportamenti, o le espressioni di genere, ovvero di eliminare o ridurre l’attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui dello stesso sesso, di sesso diverso o di entrambi i sessi” (DDL 2402, art. 1). Si fa cioè riferimento alle “terapie riparative”, oggetto dell’odio ideologico del disegno di legge.

Per quale motivo? Perché “riparativo” presuppone che vi sia qualcosa da riparare (le attrazioni verso lo stesso sesso). Così si spiega il furore giacobino con cui si vuole a tutti i costi eliminare quel “pezzo di realtà” che potrebbe opporsi al pensiero unico dominante: “Chiunque, esercitando la pratica di psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico, assistente sociale, educatore o pedagogista faccia uso su soggetti minorenni di pratiche rivolte alla conversione dell’orientamento sessuale è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro”. (art. 2)

Poco importa che si neghi la libertà di pensiero o religiosa a qualcun’altro.

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Leggiamo di Tommaso Scandroglio:

Luca – nome di fantasia – è un maschietto che a 13 anni scrive a mamma e papà raccontando loro di sentirsi una femminuccia. I genitori decidono di assecondare il suo desiderio di “diventare” Lucia e quindi entra in psicoterapia, prende dei farmaci per bloccare il testosterone (per essere meno uomo) ed altri a base di estrogeni (per essere più donna). Intanto inizia a vestirsi da femminuccia.

Poi il febbraio scorso, quando Luca ha 16 anni, viene presentata richiesta presso il Tribunale di Roma per la rettificazione sessuale. Qualche giorno fa la sentenza che autorizza il ragazzino «a sottoporsi a trattamento medico-chirurgico per l’adeguamento dei caratteri sessuali da maschili a femminili» e «ordina […] la rettifica degli atti di stato civile in riferimento al sesso (da maschile a femminile) e al nome». É la prima volta che in Italia un minorenne è autorizzato dal giudice a cambiare sesso.

Un nota bene. Non sappiamo se al momento della nascita del bambino il medico abbia sbagliato l’attribuzione del sesso (a motivo di alcune patologie non immediatamente evidenti a volte può succedere) oppure Luca era davvero geneticamente Luca. Nel primo caso la rettificazione sessuale potrebbe essere lecita sotto il profilo morale e dunque legittima nella prospettiva giuridica. C’è però da aggiungere che, dal racconto che Luca stesso ne fa, pare vera la seconda ipotesi, dato che non accenna a particolari anomalie fisiche o genetiche riscontrate.

Se la transessualità minorile è entrata nel nostro Paese per via giurisprudenziale, in Spagna è invece vigente grazie alla legge. Un normativa varata il 21 marzo scorso dal presidente della Comunità autonoma di Madrid Cristina Cifuentes, dal titolo “Legge sull’identità e l’espressione di genere, sull’uguaglianza sociale e sulla non discriminazione”, ha novellato in direzione assai più liberal la precedente legge del 2012 sulla rettificazione sessuale. Cifuentes, che ha licenziato di recente anche una legge sulla cosiddetta “omofobia” cioè a danno della libertà di espressione e di religione, è riuscita a promulgare una normativa – valida solo per la Comunità di Madrid – che oltre a punire severamente chi contesta la gender theory sull’identità psicologica sessuale («se sei maschio ti devi comportare da maschio» è affermazione ora dai profili criminali nella capitale spagnola), ha introdotto anche la possibilità che un minore “cambi” sesso.

«Le persone trans minori di età hanno il diritto a ricevere il trattamento medico opportuno relativo alla loro transessualità», dichiara la legge all’art. 6. Per la neo-legge il cambio di sesso può portare il minore, come ovviamente il maggiore di età, a diventare maschio, femmina oppure intersessuale. Insomma né carne né pesce dal punto di vista sessuale. Più in particolare, continua il testo di legge all’art. 14, «i minori trans avranno diritto: a) a ricevere un trattamento per il blocco ormonale all’inizio della pubertà […] per evitare lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari non desiderati; b) e a ricevere un trattamento ormonale , fissato nel momento adatto della pubertà, per favorire il fatto che il suo sviluppo fisico corrisponda a quello delle persone della sua età, al fine di propiziare lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari desiderati». Interessante quest’ultima nota: che il dottore non faccia spuntare un paio di seni ad un bambino di 6 anni, mi raccomando.

Arriviamo poi ad un altro punto critico: il ruolo dei genitori. Dopo aver chiarito che tale procedura deve essere approvata dai genitori o da chi ha la rappresentanza legale del minore, si aggiunge però che «a fronte del rifiuto dei genitori o tutori ad autorizzare i trattamenti relativi alla transessualità o la decisione di sottoporsi ad un trattamento che inizi lo sviluppo ormonale, si potrà ricorrere all’autorità giudiziaria quando si constati che [il rifiuto] può causare un grave pregiudizio o sofferenza al minore. In ogni caso si farà riferimento al criterio del superiore interesse del minore». (art. 14 comma 3).

Questo articolo 14 pare la fotocopia del nostrano art. 12 legge 194 sull’aborto, laddove prevede che se i genitori non sono d’accordo sulla scelta abortiva della figlia minore, il consultorio può redigere relazione da consegnarsi al giudice minorile, il quale poi deciderà il da farsi. L’ “interesse del minore” poi è stato il cavallo di battaglia usato dai nostri giudici per sdoganare la stepchild adoption a favore di coppie gay. Tutto torna. In breve: se il minore spagnolo decide di cambiare sesso nessuno ci deve mettere becco. Non solo i genitori, ma anche gli specialisti.

E qui torniamo in Italia con il disegno di legge n. 2402 dal titolo “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori”, depositato in Senato il 14 luglio scorso e che vede come primo firmatario il senatore Sergio Lo Giudice (Pd) – “sposato” ad Oslo con il compagno Michele e “padre” di un bambino avuto con la pratica dell’utero in affitto – e a seguire altri politici tra cui la sinistra Monica Cirinnà (Pd), autrice della legge sulle unioni civili. All’art. 2 del ddl si può leggere: «Chiunque, esercitando la pratica di psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico, assistente sociale, educatore o pedagogista faccia uso su soggetti minorenni di pratiche rivolte alla conversione dell’orientamento sessuale è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro».

Cosa si intende per «conversione dell’orientamento sessuale»? Ce lo spiega l’articolo 1 comma 1: «Ai sensi della presente legge, per “conversione dell’orientamento sessuale” si intende ogni pratica finalizzata a modificare l’orientamento sessuale di un individuo, inclusi i tentativi di cambiare i comportamenti o le espressioni di genere ovvero di eliminare o ridurre l’attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui dello stesso sesso, di sesso diverso o di entrambi i sessi. La definizione di cui al primo periodo si intende riferita anche agli interventi noti come “terapie reparative”».

In breve, se il disegno di legge verrà approvato, potrà finire in galera lo psicoterapeuta che accoglie nel suo studio un minore che presenta orientamenti omosessuali e asseconda la richiesta dei genitori volta a mutare l’orientamento sessuale del figlio. Finirà dietro le sbarre anche nel caso in cui l’omosessualità del minore è egodistonica, cioè non voluta dal minore stesso e percepita da lui come una gabbia da cui fuggire. Sul punto è esplicito l’articolo 1 comma 2: «L’espressione “conversione dell’orientamento sessuale” […] non comprende gli interventi che favoriscano l’auto-accettazione, il sostegno, l’esplorazione e la comprensione di sé da parte dei pazienti senza cercare di cambiare il loro orientamento sessuale».

Questo comma, quindi, indica come unico intervento non sanzionabile del professionista quello che andrebbe a convalidare l’orientamento sessuale percepito dal minore, seppur rifiutato dal bambino stesso. Il ddl non fa dunque distinzione tra omosessualità accettata e subita. Da qui tre domande: dove è finita la libertà di ricerca, di cura e di esercizio della professione medica? In secondo luogo: dove è finita la libertà di educazione dei genitori? Soprattutto in quella fase di età in cui i turbamenti sul proprio orientamento non devono essere supinamente assecondati ma indirizzati, corretti ed illuminati? Terza domanda: se la libertà dell’individuo è esaltata dalla gender theory perché non riferirsi a questa stessa libertà quando il minore (ed anche il maggiorenne) vuole uscire dalla propria condizione di omosessuale?

La risposta data dal disegno di legge è la seguente: «Fattori come il sentimento religioso, il conservatorismo politico e una scarsa conoscenza delle persone lesbiche, gay, bisessuali o transessuali si traducono in atteggiamenti omonegativi che possono essere riscontrati anche tra psicologi o psichiatri». Se tu mamma non accetti l’idea che tuo figlio sia gay sei “omonegativa” e se tu psicologo consideri l’omosessualità strada sicura verso l’infelicità significa che o fai parte della schiera dei baciapile cattolici oppure sei di destra, ma di certo non sei un professionista serio. In un caso come in un altro meriti la galera.

L’omosessualità e la transessualità sono quindi dogmi morali assolutamente veri e da imporre sempre e comunque anche nella tenera età, poco importando che la crescita psicologica sessuale dei bambini e degli adolescenti è come canna al vento che spesso si piega a qualsiasi refolo provocato da un disagio in famiglia, a scuola, tra gli amici, se non, inutile a dirlo, da un campagna massmediatica ideologica a senso unico.

 

 

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