695.- Libia tra armi e politica, anche italiana, ora.

Mentre in Italia si “parlotta” della guerra di questi 40(10, 100 ?) uomini delle forze speciali italiane in Libia, senza il voto del Parlamento, sembra che le truppe di Fayez Al Serraj, Primo Ministro del nuovo Governo libico, filo americano, abbiano completato la conquista di Sirte, cacciandone Daesh e mettendo in scacco il generale Khalifa Haftar, filo egiziano e filo francese, che sostiene il Governo di Tobruk. Udite,udite: “Determinante per le operazioni aeree di supporto, l’autorizzazione italiana all’uso della base “americana” di Sigonella”. Di fatto, ci tranquillizza la cacciata dello Stato islamico da Sirte, ma, se guardiamo alla situazione, la Libia è un Paese in frantumi, che non ha una sua stabilità politica e rischia la guerra civile,  che manca completamente di un apparato di controllo per le varie milizie e che, da paese amico che era, è terra di conquista dei nostri alleati e che, dopo il maggio di Vienna, è tornato, dopo cinque anni di embargo, ad essere un mercato per le armi. Perciò, plaudire, si, alla vittoria di Sirte, ma con moderazione.

In attesa di maggiori notizie, riporto, chiosando e annotando per voi, l’intervista a Gaetano Potenza, Direttore di Alpha Institute, sul ruolo dell’Italia e sulle proiezioni future. Vi ricordo, però, che La Total si è già presa le concessioni che erano di Eni e ora vogliono fare pure la scarpetta.

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E proprio di ieri la notizia che vorrebbe l’Italia schierata in prima linea nella lotta all’IS con operazioni che non hanno l’avvallo del Parlamento. Il ruolo dell’Intelligence italiano in tutto questo è risultato decisivo, a scapito di manovre militari più poderose, può dirci cosa ne pensa?
La Libia si configura come lo scenario asimmetrico perfetto. Il nemico non è identificabile ed assistiamo alla commistione tra popolazione e forze ostili, inoltre, il continuo aiuto da parte di Stati terzi al sistema a fazioni contrapposte rende la situazione critica. Le strategie militari sono pensate e studiate per situazioni dove il nemico è identificabile, o meglio, dove si ha un target e la missione dipende dall’acquisizione di quel dato target, questo concetto non è del tutto applicabile ad uno scenario come quello libico. Come operare allora è la domanda che ci poniamo tutti. La risposta che mi sento di dare è che c’è bisogno di un organismo che sia dinamico che si sappia muovre al di sotto del tessuto sociali e che ponga le basi per una “diplomazia sotterranea” che possa pacificare il Paese. Queste capacità sono quelle che più rappresentano ‘l’intelligence’. Ovviamente solo l’apparato d’intelligence non può garantire la pacificazione del sistema, ed è per tali ragioni che il Governo italiano ha varato, nel settembre 2015, con il decreto missioni, la possibilità di operazioni d’intelligence formata da componenti delle forze speciali dell’Esercito. In questo modo si è avuta la possibilità di dotare l’Esercito di quella dinamicità tipica dell’intelligence e all’apparato d’intelligence la capacità di agire velocemente ed acquisire un target mirato. Per quanto attiene alle notizie uscite ieri su alcuni importanti quotidiani nazionali ritengo vi sia poco da dire se non che ci troviamo di fronte al solito desiderio di scoop. Qualora fosse confermato che un documento segreto (e sottolineo questo aggettivo perché mi sembra rilevante) con indicazioni circa la presenza italiana in Libia sia stato intercettato o peggio divulgato (magari, ad arte. ndr), la pubblicazione non doveva avvenire in nessun caso. Se sono notizie segrete ci saranno delle ragioni che le renderanno tali, ragioni che non sono di natura politica, ma che sfociano direttamente nell’incolumità delle truppe presenti in loco.

Il Governo di Roma si è detto favorevole alla concessione della base di Sigonella agli americani, nonostante questi ancora non ne avessero fatto richiesta. Vorrebbe chiarire qual è lo status della base e perché c’è bisogno di una autorizzazione?
Per spiegare l’utilizzo della base di Sigonella in queste operazioni è indispensabile esplicitare una premessa di diritto. L’art. 3 del Patto atlantico (NATO) obbliga ciascuno Stato membro all’impegno di collaborazione reciproca, questa collaborazione è definita più propriamente nel SOFA, ratificata dall’Italia nel 1955. Oltre a ciò, gli Stati membri della NATO hanno concluso degli accordi bilaterali miranti a rendere in atto i fini contenuti nel Trattato atlantico. Uno di questi è il BIA (Bilateral Infrastructure Agreement) su cui si fonda la disciplina giuridica della Base militare di Sigonella. Dopo una lunga serie di accordi, successivi nell’aprile del 2006, Italia e Stati Uniti hanno sottoscritto il c.d. Technical Arrangement on Sigonella (TAS). La disciplina giuridica richiamate ed i principi di diritto internazionale, in estrema sintesi, affermano che la base è territorio italiano con giurisdizione in parte americana e nel TAS si è più precisamente determinato che la base di Sigonella è sotto il comando dell’Italia ed al comandante statunitense viene conferito il compito di gestire il comando pieno militare sul personale americano. Per quando concerne le “operazioni militari statunitensi” queste devono essere poste alla conoscenza del comandante italiano, poiché spetta il compito di avvertire il suo collega americano qualora consideri che le attività delle truppe militari statunitensi violino il diritto interno o che possono porre in pericolo la vita e la salute pubblica della Nazione. Inoltre, l’escaletion di operazioni militari contro un soggetto terzo devono essere autorizzate dal Governo di residenza, valutando caso per caso. Si colloca sotto questo aspetto sia l’autorizzazione data nel febbraio di questo anno per l’utilizzo dei Droni in Libia (contrariamente a quanto previsto dall’accordo del 2008. ndr), sia quella di adesso per l’uso dell’aviazione.

Ecco: avete letto un esempio di “politicamente corretto”. In realtà, TAS e diplomazia a parte, a Sigonella ci sono una base italiana e una base dell’US NAVY per il Mediterraneo, in territorio italiano, con personale americano, dove comanda l’US NAVY e il cui traffico aereo è gestito dal Controllo del Traffico Aereo italiano secondo le regole del volo. Le “operazioni militari statunitensi” devono essere poste alla conoscenza del comandante italiano, altrimenti, non ne saprà nulla. Sia l’autorizzazione del governo data a febbraio, che ha scavalcato l’accordo siglato nel 2008, sia quest’ultima, dimostrano che le basi militari vengono richieste e autorizzate perché, al bisogno, siano utilizzate .

Direttore Lei ed il suo Istituto vi occupate di Libia da diversi anni, con numerose pubblicazioni all’attivo ed una finestra sempre aperta sulla crisi.Cosa pensa un Centro Studi come il vostro, italiano, sul possibile futuro della Libia?
L’intelligence è fondamentale per ricostruire il Paese in maniera unitaria e per ridare alla popolazione un futuro in cui poter sperare (ma perché? gli mancava? ndr). Le operazioni militari devono essere solo uno strumento successivo alla pacificazione per attuare quello che nel gergo si chiama peace enforcing. I processi di State Building, ossia la ricostruzione del Paese, devono essere adoperati dal basso e mai dall’alto, come le Nazioni Unite hanno perseguito in questi anni, per questo è fondamentale creare una rete di “diplomazia sotterranea”. Questo ragionamento vale ancora di più per la Libia, poiché la struttura economica del Paese, che era fondata sul secondo volume del libro verde del Rais, era basata su una visione di economia socialista “centralizzata” che non ha permesso di sviluppare una classe media (noi, invece, gliele abbiamo distrutte tutte. ndr). Infatti, nessuna società di proprietà privata era in grado di operare nei settori del petrolio, ad esempio, o anche nei campi correlati dell’oil&gas (le corporation avevano vita dura con Gheddafi. ndr). Il settore pubblico ha rappresentato circa il 70 % dell’attività economica fino al 2008. Questo ha causato un vuoto nel sistema Paese della Libia. Conseguenza di tutto ciò è che alla scomparsa del Rais non c’è stato un interlocutore alternativo che potesse prendere il potere. Il Paese ha dunque bisogno di riforme, di decentralizzazione dello Stato, per ragioni di rafforzamento dei poteri locali (meglio gestibili). Le sinergie devono essere ricercate dal basso, anche in considerazione dei legami con le tribù locali che la bassa governace potrebbe garantire. Una volta garantita una struttura di Governace fondata sul vero consenso popolare è possibile eleggere un’Assemblea costituente (formata dai vari “governatori”) che possa portare il Paese verso la costituzione di uno Stato indipendente (!). Ieri è giunta una incoraggiante notizia ovvero la nomina da parte del Consiglio dei Ministri dell’ambasciatore Giuseppe Perrone riaprirà ufficialmente l’Ambasciata italiana a Tripoli. Un diplomatico importante, Direttore centrale per i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente della Direzione Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza della Farnesina, una nomina che arriva dopo le indiscrezioni di questi giorni della presenza di nostre forze speciali nel Paese. Un segno quello italiano di un chiaro appoggio politico al Governo di Serraj e di come si vuole sfruttare il momento in coordinamento con l’appoggio militare statunitense nel Paese. Se, infatti, gli americani garantiscono l’aiuto militare all’Esecutivo di Serraj, l’Italia, con la presenza diplomatica nel Paese, potrà apportare un contributo concreto per la costruzione dei rapporti politici e buttare le basi per un futuro processo di state building.

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O vive Sirte o muore la Libia!
La città come chiave di volta per una nuova fase della lotta all’IS e centrale nello scontro Haftar-Serraj. 

L’Operazione “Al Bonyan Al-Marsous” (“Solida struttura”), obiettivo: liberare Sirte, è iniziata nel mese di aprile, per poi arrestarsi bruscamene soprattutto dopo gli attriti con le truppe del Generale Khalīfa Belqāsim Haftar.

Le forze armate degli Stati Uniti hanno condotto raid aerei contro i combattenti dello Stato islamico a Sirte, in Libia. Lo ha ufficializzato ieri il Pentagono.
I raid sono stati richiesti dal Governo d’unità nazionale e sono stati autorizzati dal Presidente Barack Obama -a seguito di consultazioni con il Segretario alla Difesa, Ashton Carter, e con il capo dello Stato maggiore congiunto, Joseph Dunford.
Gli attacchi in Libia contro lo Stato islamico «continueranno sino a quando il Governo di unità nazionale libico lo richiederà», «non è prevista una scadenza in questo preciso momento» e «ci sarà un accordo attento e coordinato» con le Autorità libiche, ha dichiarato il portavoce del Pentagono, Peter Cook.
Il Primo Ministro libico, Fayez al-Serraj aveva spiegato che “il Consiglio presidenziale, come comandante supremo dell’Esercito, aveva deciso di richiedere agli Stati Uniti di compiere attacchi aerei mirati contro Daesh”, secondo il Premier si trattava di “operazioni limitate a un calendario specifico e che non sarebbero andate oltre Sirte e i suoi sobborghi”, precisando che il sostegno internazionale sul campo sarebbe stato limitato ad appoggio tecnico e logistico.
L’Italia, secondo una nota della Farnesina, “sostiene il Governo di Unità Nazionale guidato dal Primo Ministro Fayez al-Serraj e lo incoraggia dalla sua formazione a realizzare le iniziative necessarie per ridare stabilità e pace al popolo libico. L’Italia apprezza quindi gli sforzi che il Governo di Unità Nazionale e le forze a lui fedeli stanno conducendo per sconfiggere il terrorismo, in particolare l’operazione Bunyan al Marsous per liberare la città di Sirte da Daesh”. “Il sostegno italiano a questa operazione si è concretizzato in forme diverse nel corso degli ultimi mesi, in particolare attraverso importanti operazioni umanitarie per la cura dei combattenti feriti e a beneficio delle strutture sanitarie del Paese. In questo contesto l’Italia ha valutato positivamente le operazioni aeree avviate dagli Stati Uniti su alcuni obiettivi di Daesh a Sirte”.

“Apprezzamento” per l’azione USA e nessun coinvolgimento italiano, il che fece immediatamente alzare la voce alle opposizioni: “Si dimostra ancora una volta la totale irrilevanza del Governo italiano nello scenario politico internazionale, finanche nel contesto mediterraneo: a fronte della responsabilità quotidiana di provvedere al “salvataggio in mare dei migranti” (la presa in giro è, ormai, ufficiale), che vede impegnata in prima linea la nostra Marina, quando si tratta di intervenire con operazioni di contrasto e contenimento del terrorismo direttamente nei territori libici, origine del flusso migratorio, spicca l’assenza dell’Italia”, ha dichiarato il Presidente dei senatori di Forza Italia, Paolo Romani. “Dalla prima azione coordinata contro il terrorismo islamico richiesta dal Governo legittimo libico, l’Italia non doveva tirarsi indietro: non possiamo essere spettatori delle responsabilità che altri si assumono”. Di fatto, è da maggio scorso che Roma ha deciso di chiamarsi fuori da qualsiasi coinvolgimento militare nel Paese (con la palese irritazione degli USA).
La liberazione di Sirte segna una tappa assolutamente strategica sia dal punto di vista militare che, soprattutto, da quello politico, nella guerra contro lo Stato Islamico.
Sirte è l’immagine della battaglia politica e ideale che si sta combattendo in Libia. Oltre ad essere un centro di notevole estensione, con tutte le potenzialità e le risorse di una città portuale, Sirte è un simbolo del potere libico. Qui nacque Muammar Gheddafi, il quale, sebbene contro di lui si sia scagliata la rivoluzione, rimane un grande riferimento per i libici, esattamente come Saddam Hussein per l’Iraq. Il sedicente Califfo, con le milizie e i clan a lui affiliati, sta tentando di trovare una legittimità al suo nuovo Stato, ricorrendo alla causa religiosa, ai simboli tradizionali, alla storia dell’Islam e (soprattutto in Libia e Iraq) agli emblemi dei grandi poteri nazionali locali. Sirte assume quasi un valore messianico di potere, così lo Stato Islamico aveva voluto mandare un chiaro messaggio ai popoli africani: il Califfato cammina seguendo le orme degli illustri predecessori e ne assume il valore e il peso morale.
Si deve specificare il fatto che Daesh si rivolse ai popoli africani e non solo ai libici, in quanto lo Stato Islamico ha realmente perpetrato il tentativo di Gheddafi di “unificare” i governi africani in una lega sotto la guida libica, una grande alleanza in opposizione al mondo europeo e americano, che con Daesh ha assunto la connotazione di “islamico”. A prova di ciò, proprio Sirte fu teatro della omonima Dichiarazione che vide (il 9 settembre 1999) la nascita dell’Unione Africana, inoltre, le milizie della Jihad hanno scelto proprio il Ouagadougou Conference Center di Derna come quartier generale, un imponente struttura voluta da Gheddafi per incontrare i Capi degli Stati Africani, che Daesh ha perduto ieri sera.
Sirte rappresenta, dunque, un “santuario” dell’unità libica e di quella dell’intero continente, tuttavia questa non è la sua unica peculiarità: la città è situata al centro della costa libica, lungo la quale si snoda un importantissimo oleodotto, oltre ad essere crocevia delle rotte carovaniere attraverso il deserto da tempi remoti.
Risorse economiche, valori tradizionali e potenziali collegamenti marittimi attraverso il Mediterraneo fanno di Sirte una base strategica rilevante: il flusso illegale di cocaina proveniente dal centro Africa e commerciato dai narcotrafficanti jihadisti aveva tranquillamente trovato nel porto cittadino un luogo di deposito e distribuzione, garantendo a Daesh soldi facili, aggiunti a quelli guadagnati attraverso gli accordi con scafisti ed altri mercanti di esseri umani e approfittando così delle popolazioni in fuga dalla guerra… e dei migranti.

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Il premier del Governo di Unità Nazionale Fayez Al Serraj

La Libia, è risaputo, è una questione geopolitica tra le più complesse degli ultimi decenni e decisamente scomoda, che proprio ieri è stata protagonista di ulteriori sviluppi, sia sul piano politico italiano, sia sul piano militare sul terreno.
In mattinata, il quotidiano “La Repubblica” aveva confermato la notizia -già anticipata alcune settimane fa- della presenza di uomini delle forze speciali italiane in Libia, avendo, pare, intercettato un documento segreto inviato dal Governo al Copasir. Nel pomeriggio, dopo imbarazzi e tentativi di smentita -il Copasir ha definito “inesatta” l’informazione-, le agenzie hanno diramato la notizia, trapelata da fonti istituzionali, che sarebbero tra cinquanta e cento le unità delle forze speciali italiane impegnate in Libia, uomini dei corpi d’elite: gli incursori del Comsubin, del 9° reggimento Col Moschin, del 17esimo stormo incursori dell’Aeronautica Militare e del Gis dei Carabinieri -i militari non sarebbero coinvolti in nessun combattimento o nessuna missione specifica sul territorio-, mentre si accelera la riapertura dell’Ambasciata a Tripoli con la nomina Giuseppe Perrone -49 anni, attuale Direttore centrale per i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente della Direzione Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza della Farnesina- a capo della sede diplomatica.
In serata, poi, una notizia che, se la verifica dei dettagli nelle prossime ore la dovesse confermare e definire, potrebbe essere molto importante, ovvero le milizie libiche hanno annunciato di aver preso il controllo di Ouagadougou, quartiere generale dello Stato islamico a Sirte. Lo hanno reso noto, attraverso Twitter, le forze militari vicine al Governo di unità nazionale del premier Fayez al-Serraj. Le milizie hanno dichiarato di avere il controllo dell’Università, dell’ospedale Ibn Sina e della regione militare Giza. Una notizia, questa, che ha significato una svolta decisiva nella riconquista di Sirte, essenziale per il futuro della Libia ma anche per il futuro dello Stato Islamico.
Sempre a Gaetano Mauro Potenza, abbiamo chiesto:

Direttore Potenza, la crisi libica si protrae ormai da diversi anni, come dovremmo leggere e collocare la recente richiesta del Premier Fayez Serraj di aiuto agli USA?
Fayez Al Serraj, Primo Ministro del nuovo Governo libico, ha per la prima volta chiesto l’intervento di un Paese straniero nella lotta contro lo Stato Islamico. L’obiettivo strategico, dunque, non è il bombardamento di Sirte fine a se stesso, ma la contrapposizione alla figura del generale Khalifa Haftar che sostiene il Governo di Tobruk, e che ha a sua volta ingaggiato una folle corsa per la riconquista della città.

La richiesta formale è stata di iniziare un’operazione militare che fosse in grado di preservare i giacimenti di greggio nella zona della Cirenaica. Niente bombardamenti, niente navi o droni questa volta, le truppe sul terreno sono essenziali e sarebbero anche il cuore pulsante di un dispositivo militare di cui si stenta a capire i compiti effettivi. La struttura della tanto auspicata missione si è presentata, dunque, come un classico scenario ‘combat‘ con le difficoltà del caso e ha suscitato le titubanze di molti governi, che ancora non avevano deciso con che regole d’ingaggio intervenire.
Il Governo Serraj non è, tuttora, in grado di garantire il controllo delle sue città, nè, tantomeno, dei suoi pozzi petroliferi, di conseguenza si è auspicato un intervento su due fronti. Il primo: forze di addestramento per un non ben specificato esercito libico che ancora non è nemmeno nei sogni del neo Governo; il secondo: aliquote non troppo numerose che facciano da “guardiani” ai pozzi e scaccino i tentativi di incursione del Daesh.

 

La richiesta è stata subito appoggiata dal Governo statunitense, che ha mobilitato l’aviazione in sostegno del Governo libico che gode del beneplacito della comunità internazionale. La richiesta di colpire avamposti dello Stato Islamico, poteva essere condotta con veicoli a pilotaggio remoto, che avrebbero evitato la perdita di vite umane, ma gli americani hanno preferito una tattica più appariscente, utilizzando i caccia. Risulta, quindi, evidente come gli Stati Uniti vogliono dare una svolta alla loro strategia nella campagna libica, mostrando apertamente il loro schieramento al fianco del Governo che si tende a definire regolare. La presenza USA nel Paese equivale al “segreto di pulcinella”, è, infatti, risaputo che le forze speciali statunitensi sono dispiegate in diverse parti del Paese e nei mesi scorsi Fayez Serraj aveva ammesso che le forze di Misurata impiegate a Sirte nell’operazione “Bunyan al Marsous” ricevevano aiuto logistico e di intelligence dagli occidentali. Inoltre operazioni di bombardamenti mirati erano state condotte fino a febbraio scorso contro postazioni jihadiste. L’uso dell’aviazione è stato un chiaro intento di come gli americani hanno voluto assicurare la “Presa di Sirte” per un rafforzamento della loro posizione nello scacchiere internazionale, dopo il ridimensionamento della loro posizione in Siria ed Iraq.

C’è di più. Washington ha fornito un assist al Governo di Serraj, contro Daesh, ma a livello strategico e ha voluto garantirsi la supremazia dei Cieli Libici in chiave anti coalizione avversaria e anti russa. L’unica aviazione presente nel Paese era quella in possesso ad Haftar, che allo stato dei fatti non ha appoggiato il nuovo Governo e che potrebbe, qualora le circostanze lo richiedessero, non garantire più un salva condotto al Governo Serraj, facendo ripiombare così la Libia in un status di Guerra Civile. I caccia, infatti, per la loro capacità di combattimento aereo sono perfetti per garantire al nuovo Governo una copertura aerea, effettuare ricognizione ed eliminazione di obiettivi sensibile in chiave anti Daesh e, nel contempo, esercitare il potere aereo, insieme alle raddoppiate portaerei della VIa Flotta.

 

E l’Italia? Qual è il ruolo del nostro Paese in Libia e come si modifica la strategia nazionale ed internazionale dopo i recenti bombardamenti alleati?
Risulta importante una precisazione dei fatti: i media italiani hanno parlato poche ore dopo l’inizio delle operazioni statunitensi di un presunto ‘obbligo’ da parte del Governo di Roma di affiancare le operazioni militari in Libia. Allo stato attuale non esistono norme di diritto internazionale che obblighino le forze armate italiane ad entrare a fianco di operazioni statunitensi in Libia. Inoltre, l’intervento degli Stati Uniti non è garantito da un accordo internazionale, ma dalla richiesta di un organo dello Stato Libico, il Governo di Serraj, che allo stato attuale risulta quello riconosciuto dalla comunità internazionale. Non vi è, dunque, nessun obbligo da parte del nostro Governo nei confronti di una campagna del Paese, tanto che nessuno dei nostri caccia si è alzato in volo nelle ore successive alla comunicazione dei bombardamenti. La situazione, tuttavia, si colloca in pieno in una strategia nazionale nei confronti della Libia. Infatti, i bombardamenti da parte degli americani garantiscono un fronte in chiave anti-Haftar e questo equivale ad una posizione strategica diametralmente opposta a quella di Parigi che è contrapposta – per ovvie ragioni – alla nostra posizione. Avvallando i bombardamenti (o almeno non condannandoli apertamente) Roma ha assunto una posizione rilevante nei confronti della Francia, che attualmente vorrebbe vedere riconosciuta la sua leadership sostenendo il generale Haftar. Come abbiamo richiamato in diversi studi in Alpha, la grave situazione in Libia è aggravata dalla visione opposto che hanno le potenze europee. La Francia sembra propendere per una divisione della Libia con la secessione della Cirenaica, zone di fatto sotto il controllo di Tobruk e di Haftar, garantita da un alleato locale, l’Egitto, sono, infatti, evidenti le forniture di armi da parte degli egiziani all’Esercito di Haftar, ed è ormai verificata la notizia circa la presenza di forze speciali francesi nella base di Benina a supporto delle milizie del Generale. L’Onu e l’Italia sembrano, invece, optare per una Libia unitaria che non leda i nostri interessi nel Paese. Ed è per tali ragioni che molto probabilmente Roma ha subito autorizzato gli americani all’uso di Sinogella come base per le missioni dell’aviazione, infatti, se la missione dell’aviazione dovesse garantire la presa di Sirte da parte di Serraj questo vorrebbe dire la perdita di un punto strategico da parte di Haftar che non si collocherebbe più come unico salvatore del Paese, ma sarebbe ridimensionata la sua posizione e con essa i progetti di secessione del Paese.

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Concludiamo noi, per quel che ci riguarda. La guerra contro Muhammar Gheddafi, dopo i falliti tentativi di opposizione del Presidente Berlusconi, è partita da Sigonella e l’Aeronautica Militare italiana vi ha partecipato “di nascosto”, ma efficacemente. Questa seconda mano, vede di nuovo solo un diverso Presidente del Consiglio. Probabilmente, anche Renzi non avrà potuto fare di meglio.

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