682.-LA RUSSIA APPARE COME LA NUOVA FRONTIERA, PER LA TURCHIA, MA ANCHE PER I PAESI EUROPEI.

 

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Abbiamo sentito dire e ribadito che un’unione monetaria e finanziaria è insufficiente per rappresentare un vero progetto politico. Brexit ha messo in discussione il sistema Unione Europea e ha sepolto sul nascere un progetto ancora più impossibile: gli Stati Uniti d’Europa, lo stato meticcio come lo definisce Paolo Becchi. Unione europea e NATO hanno rappresentato, rispettivamente, il braccio della politica economica e il braccio della politica estera di una dittatura finanziaria, decisamente al di sopra degli Stati sovrani, che ha fatto della superpotenza Usa la sua macchina militare. Posso affermare che le politiche della finanza speculativa e la governance USA hanno minato le loro fondamenta e hanno dimostrato i loro limiti e, anche, che non sono in grado di sostenere una crescita continua, nemmeno per se stessa, anzi. La Russia, lasciatemi dire; la Santa Russia ha frizzato la potenza americana nei cieli siriani, sicuramente, impedendo l’escalation militare.  Di fronte alla bolla elettronica di 600 km creata dai russi, le portaerei d’attacco dell’US NAVY hanno passato di gran carriera il Canale di Suez. Contemporaneamente e con un significato ben al di là del suo peso bellico, il gruppo di battaglia della Marina dell’esercito popolare di liberazione della Cina è entrato in Mediterraneo per la prima volta. Insomma, ce n’è abbastanza per dichiarare pericolosa la politica della NATO. Probabilmente, è giunta l’ora che i Paesi europei – anzitutto quelli dell’€urozona – rivalutino i rapporti sia con l’Unione Europea sia con la NATO. Così, mentre la Commissione Esteri del Congresso USA ha confermato sanzioni più dure contro la Russia, seguita da Bruxelles bovinamente, appare chiaro che gli interessi europei non coincidono sempre con quelli americani. Le sanzioni sono state imposte dagli Stati Uniti, che sono il gendarme del mondo, prendendo a falso pretesto l’incidente del volo di linea MH 17, abbattuto da un vecchio missile terra-aria, mentre sorvolava la zona orientale dell’Ucraina, a circa 50 km dal confine tra Ucraina e Russia. Quel missile era, si, di fabbricazione russa, ma tanto obsoleto che era, ormai, in dotazione solo alle forze aere dell’Ucraina. Nessuno dei 283 passeggeri e dei 15 membri dell’equipaggio sopravvisse all’incidente. Gli Stati Uniti hanno imposto all’Unione europea di adottare anch’essa le sanzioni contro la Russia, perniciose, dal punto di vista economico per i Paesi europei e per l’Italia, in particolare. Esse rappresentano esattamente il contrario della politica che l’Unione europea avrebbe dovuto instaurare con la Russia. Perciò, anche in considerazione della perdita di valore della NATO per gli USA, forse, sarebbe opportuno e necessario che l’Europa rivedesse i propri rapporti con la Russia. Mosca è necessariamente la nuova frontiera per l’Europa, ma, oserei dire, anche per gli USA e la collaborazione con Mosca sarà “mandatory” in questo senso. Dagli accordi fra Putin e Netanyahu, centrati sul giacimento Leviathan e dall’affermazione dei combattenti kurdi sul Daesh, è sorta la percezione di una evoluzione rapida nei rapporti fra Russia, Turchia, Israele, Iraq ed Egitto. Una evoluzione che toglie molta efficacia alla campagna mediatica, diplomatica e militare, imponente, messa in atto dagli Stati Uniti per convincerci che ci troviamo ineluttabilmente nella Terza Guerra Mondiale: guerra che si guardano bene dallo scatenare, lasciando alle alleanze della NATO e del Patto segreto USA-Arabia Saudita – Qatar – Emirati Arabi il compito di tenere il fiato sul collo di Putin con esercitazioni (come la recente Exercise Anaconda) e proiezioni di potenza mai viste, ai confini della Federazione Russa. Sono proprio i paesi del Patto segreto USA-Arabia Saudita – Qatar – Emirati Arabi, insieme alla Turchia, quelli che hanno finanziato, armato e consentito l’addestramento dei terroristi, attraverso reti organizzate dalla Cia. I presidenti Usa ,almeno da Bush  a Obama, hanno sottoscritto questa politica e Hillary Clinton ne garantirebbe la continuità. La fedeltà degli europei al Patto Atlantico e al progetto politico europeo sono stati traditi. Mentre gli occhi della politica Usa sono sul Mar Meridionale cinese, sembra giunto il momento di chiudere con l’Unione europea, con la NATO e con l’era dell’austerità, dell’incertezza e della paura.

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L’attenzione, ora, è alla Turchia e al Mediterraneo Orientale, in un Medio Oriente agitato, dove si intravedono segni di un possibile cambiamento epocale. La fonte di oggi è © SPUTNIK. MIKHAIL KLIMENTYEV.

ERDOGAN PUTIN

 

Gli USA avevano fatto sperare a Erdogan nel sostegno della NATO alle sue rivendicazioni sul territorio siriano. L’abbattimento di un caccia Sukoi della Federazione sui cieli siriani da parte di un F-16 turco non vide, invece, la NATO schierata a fianco dei turchi. Il decreto del governo russo contenete le misure economiche speciali contro la Turchia, riguardò il divieto di voli charter e di importazione di alcuni prodotti alimentari (almeno tre miliardi di dollari al mese), ma non si applicò ai grandi progetti di investimento come il Turkish Stream o la centrale nucleare di Akkuyu, da 20 miliardi di dollari : la prima centrale nucleare della Turchia, nella provincia meridionale di Mersin. 

Il disgelo e il riavvicinamento tra Turchia e Russia sta costantemente costruendosi dietro le quinte negli ultimi mesi. Il ministro dell’energia della Federazione, Alexander Novak. ha annunciato che Russia e Turchia stanno discutendo sulla costruzione di rami del proposto gasdotto Turkish Stream. “La Turchia è interessato al flusso diretto di gas, scavalcando altri paesi di transito — ha aggiunto il ministro —. In tale contesto, almeno un ramo di Turkish Stream sarà previsto per i consumatori locali”. Stiamo parlando, chiaramente, della costruzione di due linee — ha sottolineato —; la seconda delle quali è per i consumatori europei del sud-ovest, che potrà essere collocata anche sotto il Mar Nero e instradata attraverso la Turchia”. Il progetto del gasdotto South Stream, dall’enorme capacità annua di 67 miliardi di metri cubi, un progetto per fornire gas russo ai Paesi sud-europei, era stato annunciato alla fine del 2014 dal presidente Vladimir Putin nella sua visita di stato in Turchia. Nel novembre del 2015, tuttavia, Mosca aveva sospeso i colloqui sul progetto con Ankara e ufficialmente abbandonato l’idea del progetto il mese successivo, a seguito dell’abbattimento del caccia Sukoi.

“Cos’è “Turkish Stream”? “Turkish Stream” è di fatto “South Stream” spostato più a sud verso la Turchia. Lo schema è lo stesso: 4 rami, uno dei quali direttamente in Turchia, e gli altri 3 necessari al transito di gas all’interno dell’Unione Europea. Di questi 2 rami erano destinati al “mercato turco”, – ha spiegato il direttore della Fondazione di Sicurezza Energetica -. Alla fine sarà attuato il progetto “South-Turkish Stream”. Ciò significa che 2 rami verranno protratti nel Mar Nero, poi andranno in direzione delle acque centrali della Turchia, e quando arriveranno qui saranno divisi in 2 parti. Una andrà in Bulgaria, l’altra in Turchia. Ovvero “South-Turkish Stream” avrà un flusso dimezzato e sarà diviso in 2 parti. Questo sarà l’opzione migliore. Un ramo è destinato per il mercato turco, l’altro andrà a servire la Bulgaria, la Grecia ed i Paesi dei Balcani”.

L’anno passato la Russia ha esportato verso la UE 64 miliardi di metri cubi di gas. Pertanto la parte russa ha bisogno di trovare una via transito per questo gas senza l’Ucraina, in particolare nei Paesi del sud e del sud-est europeo. La metà di questi volumi verrebbe assorbita dal mercato italiano.

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Rivelata ufficialmente la data della visita di Erdogan in Russia da Putin
La prossima fase della normalizzazione sarà già l’annunciato incontro di Putin con il suo ex-amico Erdogan. Mosca aveva revocato il divieto ai turisti russi di visitare la Turchia come gesto di buona volontà. Quattro milioni di turisti russi avevano visitato la Turchia lo scorso anno, mentre il traffico s’è quasi prosciugato quest’anno, infierendo un colpo devastante all’economia turca. Murat Yetkin, capo redattore turco ha rivelato che gli interessi commerciali turchi avrebbero avuto un ruolo in questo ripensamento. (Hurriyet) Chiaramente, da entrambe le parti, c’è il desiderio di andare avanti.

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Turkish Deputy Prime Minister Mehmet Simsek .

Russia-Turchia, Ankara: prodotti turchi torneranno dopo sollevamento embargo
L’embargo commerciale russo ha ferito l’economia turca. Per i russi la Turchia è anche un importante partner economico dal fiorente commercio pari a 30 miliardi di dollari (dati del 2014) e fortemente favorevole alla Russia nelle esportazioni energetiche.
Tuttavia, la riconciliazione turco-russa ha anche importanti implicazioni geopolitiche. La Turchia è sul punto di una grande correzione di rotta politica regionale. Tutto indica che stia per rilassare l’intervento nel conflitto siriano e per uscire dall’isolamento regionale ricucendo i rapporti con Russia, Israele, Iraq ed Egitto. Nel frattempo, l’accordo tra Turchia ed Europa per fermare il flusso di migranti in cambio di aiuti finanziari dell’Unione europea, è in stallo. (Con la Brexit, la Turchia perde il principale sostenitore nell’UE). E’ evidente che una stabilizzazione della situazione politica in Medio Oriente influirebbe positivamente sulla possibile definizione del conflitto israelo-palestinese. La politica di Obama ha destabilizzato l’area, senza portare alla Turchia i frutti sperati e, infatti, i  rapporti con gli Stati Uniti sono andati in crisi in questi ultimi anni. Dall’altra parte, il “neo-ottomanismo” di Erdogan non ha acquirenti in Medio Oriente.

La Russia esprime distacco, ma è ben consapevole che la sua diplomazia in Medio Oriente non può mai essere ottimale senza rapporti con la Turchia, peso massimo nella politica regionale. Inoltre, la Russia vede la Turchia come importante Paese della NATO le cui politiche regionali sono spesso in contrasto con l’Occidente. Il Mar Nero è un esempio calzante. Russia e Turchia hanno storicamente dominato il Mar Nero ed il piano degli Stati Uniti d’imporre una presenza della NATO nella regione dipende in modo critico dalla volontà di Ankara di piegare le disposizioni della Convenzione di Montreaux del 1936 sul regime dello Stretto del Bosforo, limitando esplicitamente l’accesso e la permanenza di navi da guerra di nazioni esterne al Mar Nero.

USS Donald Cook DDG 75 in the Bosporus Straits, Turkey

L’USS Donald Cook DDG 75 negli Stretti del Bosforo.

La Russia ha urgenza, in quanto gli Stati Uniti hanno di recente avviato l’escalation navale nel Mar Nero e annunciato l’intenzione di schierare, insieme alla USS Truman, una seconda portaerei, l’USS Eisenhower, nel Mediterraneo, nell’ambito del rafforzamento militare per intimidire la Russia in generale (ma, direi, anche per tenere i polsi a Erdogan,ndr), in relazione all’intervento russo nel conflitto siriano. (Hurriyet) La Turchia, d’altra parte, sarà pronta a negoziare con la Russia una soluzione sul problema curdo-siriano che assicuri i suoi legittimi interessi nella sicurezza. È interessante notare che c’è congruenza di interessi tra Ankara e Damasco (e Teheran) per impedire l’emergere di un’entità curda nella Siria settentrionale, al confine della Turchia. La Russia può farvi da arbitro. Nel complesso sarebbe ‘vantaggioso’ per la Turchia e per la Russia riconciliarsi. Tuttavia, il vantaggio complessivo va alla Russia in quanto la riconciliazione con la Turchia segue la Brexit, che annuncia venti di cambiamento nella politica eurasiatica che potrebbero rafforzare i negoziati di Mosca con Unione europea ed occidente.

Putin ha risposto all’invio di una squadriglia di cacciatorpediniere lanciamissili USA nelle basi rumene e ha detto chiaro che il Mar Nero non diventerà un lago della NATO. Insomma, la Russia avanza e gli USA perdono terreno; certo non è la fine della superpotenza, ma neanche è più quella di prima. Ma, diciamolo chiaro: Stiamo parlando delle retrovie dello scontro fra USA e Cina e Donald Trump, che ha le idee chiare, svincolate da piani demenziali, più o meno, massonici, avrebbe anticipato lo sganciamento parziale dalla NATO, se non altro per ragioni di bilancio.ndr.

Al contrario, gli Stati Uniti diffideranno della riconciliazione russo-turca (così come temono quella russo – tedesca, ndr). A dire il vero, Washington ha interesse (tra i tanti) a spezzare il legame tra Putin e Erdogan che condividono l’antipatia per le politiche degli Stati Uniti. Molto dipende dalla capacità dei due leader di riconquistare la vecchia spavalderia della loro amicizia. Infine, non può non notarsi come la riconciliazione turco-russa riesca a superare la normalizzazione tra Stati Uniti e Iran, ancora in corso. Basti dire che la geopolitica del Medio Oriente muta e gli Stati Uniti hanno un grosso ritardo. A differenza della guerra fredda, la diplomazia russa è riuscita a lanciare un’ampia rete in Medio Oriente. Teheran, Cairo, Ankara sono capitali che hanno rapporti problematici, ma Mosca spera di cavarsela bene con tutte e tre. Niente di meno.

Ma, diciamolo chiaro: Stiamo parlando delle retrovie dello scontro fra USA e Cina e Donald Trump, che ha le idee chiare, svincolate da piani demenziali, più o meno, massonici, avrebbe anticipato lo sganciamento parziale dalla NATO, se non altro per ragioni di bilancio.

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L’ultima ‘black op’ di cui si ha notizia è quella con nome in codice ‘Tymber Sycamore’, svelata di recente dal ‘New York Times’. Si tratta di un’operazione avviata nell’estate 2012, quando membri dell’intelligence saudita e qatariota cominciarono ad acquistare fucili e munizioni risalenti all’epoca sovietica e missili di fabbricazione cinese in Croazia e in altri Paesi dell’Europa orientale attraverso una rete organizzata dalla Cia. Le armi venivano poi inviate ai ribelli siriani – finendo molto spesso nelle mani dei guerriglieri dello ‘Stato Islamico’ – tramite la Turchia, sotto la supervisione del direttore della Cia, generale David Petraeus, che nel 2013 ottenne anche ‘luce verde’ dalla Casa Bianca per avviare l’addestramento dei ribelli. Secondo un’inchiesta condotta dal ‘Washington Post’, il 7% di tutti i fondi della Cia sarebbe stato “investito” nella guerra in Siria; tenendo contro solo del denaro messo a disposizione dalla Cia – e quindi senza contare le sovvenzioni delle altre 15 agenzie di intelligence Usa, del Mossad, del Mit turco, dell’Mi6 britannico, del Dgse francese, del Bnd tedesco, del Sismi italiano e non includendo il fiume di denaro profuso da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti – gli Stati Uniti avrebbero speso l’immane cifra di 100.000 dollari per ciascun guerrigliero addestrato al combattimento da inviare in Siria.
Sia per gli Usa che per i sauditi, il rovesciamento del governo siriano guidato da Bashar al-Assad rappresenta un obiettivo di primissimo piano, in grado di ridimensionare la profondità strategica russa in Medio Oriente anche attraverso la realizzazione del gasdotto qatariota, volto a spezzare la posizione semi-monopolisitica di Gazprom sul mercato energetico europeo.  Assad aveva rigettato questo progetto dando la priorità al cosiddetto ‘gasdotto islamico’, concepito per collegare il gigantesco giacimento iraniano di Sud Pars all’Europa attraverso Siria – dove è stato scoperto un altro vasto giacimento, nei pressi di Homs – e Mar Mediterraneo. Il progetto, verso cui Gazprom aveva espresso un certo interesse, non poteva non destare grande preoccupazione a Washington, dal momento che l’Iran era da tempo impegnato a ridurre la propria dipendenza dalla divisa Usa vendendo i propri prodotti petroliferi in un paniere di valute – tra cui euro, yuan, yen e rubli – alternative al dollaro. A tale scopo era stata inaugurata la Borsa petrolifera di Kish, isola del Golfo Persico dal clima molto arido. Anche dopo la revoca delle sanzioni, Teheran ha preteso che le decine e decine di miliardi di dollari di crediti arretrati che vanta nei confronti dei Paesi importatori di petrolio come l’India vengano rimborsati in euro, e annunciato che d’ora in poi sarà la moneta europea il riferimento principale del mercato energetico iraniano. Una fonte interna alla società pubblica National Iranian Oil Company (Nioc) ha suffragato tutto ciò, confidando alla ‘Reuters’ che d’ora in poi l’Iran fatturerà in euro i contratti petroliferi e gassiferi siglati recentemente con aziende quali French Oil, Total e Litasco, controllata della russa Lukoil.
Il che conferma quanto asserito dall’ex Presidente Ali Hashemi Rafsanjani, una sorta di Talleyrand iraniano, secondo cui la lotta secolare tra sciiti e sunniti che va approfondendo e insanguinando la ‘fitna’ affonda le radici non tanto nella diversa interpretazione del Corano, quanto nel perseguimento di obiettivi strategici antitetici fra loro. Nel complesso, l’Islam conta 1,5 miliardi di fedeli, di cui gli sciiti rappresentano il 10% circa, ma le loro caratteristiche peculiari – come l’ottima organizzazione – conferiscono a questo gruppo religioso un peso strategico che va ben oltre i numeri. Il che rende l’Iran, che non è un Paese arabo, il naturale polo d’attrazione per le popolazioni sciite disseminata in Iraq, Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Yemen e Asia centrale permettendo alla Repubblica Islamica di imporsi quale attore regionale di primo livello, di cui il wahhabismo saudita rappresenta l’antitesi.

In questo contesto, la caduta degli alawiti spezzerebbe, nel suo punto centrale, la corda tesa dell’arco sciita che, passando per Damasco, collega la Teheran degli ayatollah alla Beirut di Hezbollah. Ciò ridimensionerebbe la posizione iraniana, accrescendo il peso delle potenze sunnite del Golfo Persico e privando Israele di uno scomodo e pericoloso nemico. Senza più la deterrenza data dalla capacità di influire sulla composizione degli equilibri regionali attraverso la leva confessionale, l’isolamento della Repubblica Islamica dell’Iran diverrebbe insostenibile. In tale quadro rientra anche il brutale intervento armato dei sauditi in Bahrein, dove la maggioranza sciita si era sollevata contro il monarca sunnita alleato di Riad, e in Yemen, dove l’insurrezione degli Houthi, un gruppo filo-sciita appoggiato da Teheran, minaccia di consegnare un fondamentale tassello alla sfera egemonica iraniana. In entrambi i casi, i sauditi hanno beneficiato del sostegno statunitense sia sotto il profilo diplomatico che militare, dal momento che le rivolte in Bahrein e in Yemen avrebbero potuto istigare la nutrita minoranza sciita dell’Arabia Saudita, che per strane vicissitudini della Storia risiede proprio a ridosso dei maggiori giacimenti petroliferi, a sollevarsi a sua volta contro il regime di Riad. Nel qual caso, si sarebbe venuta a creare una continuità territoriale sciita in grado di assicurare a Teheran il controllo sugli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb, vale a dire le due vie fondamentali a garantire l’afflusso del petrolio del Golfo Persico verso Asia ed Europa, serrando l’accerchiamento delle forze filo-iraniane al regno dei Saud.

Putin-Erdogan: i turisti russi potranno tornare a visitare la Turchia senza limitazioni
Il Presidente Vladimir Putin non ha ritardato, nemmeno di un giorno, la decisione di revocare il divieto imposto a novembre sul flusso turistico e commercio ed investimenti verso la Turchia. Costituisce un grande gesto di buona volontà politica. Di certo, Erdogan afferrerà la mano tesa di Putin. La Turchia ha disperato bisogno di riconquistare la fiducia e l’amicizia della Russia. Niente chiarisce più vividamente l’interdipendenza tra Russia e Turchia oggi del fatto agghiacciante dei kamikaze responsabili degli orribili attacchi terroristici all’aeroporto di Istanbul, identificati come russo, kirghizo e uzbeko. Naturalmente, Putin corre un grosso rischio perché i terroristi possono muoversi camuffati da turisti. Mosca ha sostenuto in passato che i terroristi che operano nel Caucaso del Nord utilizzano la Turchia come santuario (anche l’ISIS aveva sei centri d’addestramento intorno a Istanbul) . Ma la decisione di Putin di aiutare la Turchia sarebbe lungimirante per la Russia. Non molti dirigenti avrebbero il coraggio di prendere una decisione così rapida, tattica e strategica, toccando le sabbie mobili politiche del Medio Oriente. Il punto è che la Turchia non dovrebbe essere isolata in questo frangente, quando è alle prese con ciò che appare una crisi esistenziale. È un punto controverso se la crisi sia propria della Turchia. In realtà, rimane una questione controversa ed è difficile giudicarla.

Senza dubbio, Washington aveva incoraggiato la Turchia a credere che, da alleata della NATO, avrebbe potuto guidare l’intervento in Siria per rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. Ricordiamo le missioni segrete dell’allora direttore della CIA David Petraeus, a fine 2012, in Turchia per pungolarla ad accendere la guerra civile in Siria?

La tragica esperienza della Turchia in qualche modo somiglia a quella del Pakistan, spiegando in gran parte il motivo per cui Erdogan sia rimasto così amareggiato e disilluso dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, musulmano come lui, che, tra l’altro, vedeva nel capo turco un alleato disponibile e compare fidato della NATO, “il tipo di ragazzo su cui Casa bianca e Pentagono possono contare per farsi aiutare nella parte araba del vecchio impero ottomano, un accesso ai ribelli che potrebbero far cadere l’odiato Bashar al-Assad”, come l’irrefrenabile Robert Fisk dell’Independent scrisse una volta. Naturalmente gli Stati Uniti hanno unilateralmente cambiato corso sulla Siria e nessuno confidò ad Erdogan che la “dottrina Obama” aveva superato la disavventura del cambio di regime di Petraeus a Damasco. Il resto è storia e come una cosa tira l’altra, Erdogan è finito su una strada disastrosa trafficando con i gruppi estremisti in Siria, credendo di esorcizzare la milizia curda nel nord della Siria (che naturalmente è l’agente preferito di Washington nella regione); una giravolta di proporzioni incredibili da cui nessuno ne esce bene, né Petraeus né Erdogan né Obama. Un altro bel Paese e grande popolo vacillano sull’orlo del baratro dell’anarchia.

Il tema di oggi è cosa ci aspetta. Purtroppo, la Brexit arriva in un momento terribile e praticamente siglerà il destino dell’adesione della Turchia all’Unione europea.. Nessuno lo prende sul serio. (Leggasi il candido commento di Deutsche Welle, scritto 10 giorni prima della Brexit, su come gli europei semplicemente la tirino per le lunghe con la Turchia). In poche parole, l’aiuto di Putin sarà prezioso per Erdogan in questo frangente, dato che in termini pratici rilancerebbe l’economia turca (che dipende in modo cruciale da turismo ed esportazioni verso la Russia) e forgerebbe da subito la cooperazione nella sicurezza tra le agenzie d’intelligence. La Russia ha una forte intelligence in Turchia ed assieme al ruolo attivo nel conflitto siriano Mosca offre una partnership unica alle agenzie di sicurezza turche, monitorando le attività e i movimenti degli islamisti. Infatti, Mosca ci guadagna parecchio.

E’ un fatto che noi italiani, certo influenzati negativamente dall’invasione in atto, non vediamo di buon occhio l’ingresso di 90 milioni di musulmani turchi in Europa. La Turchia l’ho viaggiata in lungo e in largo, in auto, e so che è un grande paese e che sarà un grande mercato. La Serenissima lo sapeva bene al punto che a Istanbul, certe operazioni, si concludevano in veneto. ndr.

La linea di fondo è che Mosca non può trascurare la possibilità fatale che Hillary Clinton sia il prossimo presidente degli Stati Uniti e che le pratiche di Petraeus siano riaperte. Usando il linguaggio erotico pakistano in relazione al pluridecennale tragico flirt con gli Stati Uniti, sull’ “importante alleato non-NATO”, Washington ha un simile vergognoso passato di “strumentalizzazione” con la Turchia. Senza dubbio, i colloqui a Sochi tra i Ministri degli Esteri di Russia e Turchia imposteranno la rapida normalizzazione dei loro rapporti. Parlando della storia dei secolari rapporti reciproci, entrambi i Paesi hanno sempre avuto nel loro arsenale diplomatico, elementi d’eccezione, dalla ricca esperienza. Non è mai stato un rapporto facile, perché i due imperi si sono scontrati e  sono convissuti per molto tempo, con inevitabili alti e bassi. Ma il rapporto non è mai andato perduto e continua ad essere una realtà interessante per entrambi, anche oggi, in questi tempi tumultuosi.

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