679.-Dalle macerie di Sirte: i jihadisti si sarebbero imbarcati per l’Italia e, contro la car-jihad, il Governo chiama alla prudenza e all’equilibrio.

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Obice semovente Oto Melara da 155 mm “Palmaria”, già dell’esercito libico.

Cominciamo dalla Quarta Sponda. Sotto la spinta delle Forze del fragile governo di unità nazionale di Tripoli, appoggiate dalle Forze Speciali francesi e dalle navi della NATO, l’Isis ha rinunciato alla Libia e al suo petrolio. Si è parlato di un possibile pericolo per l’Italia: i jihadisti dell’Isis, intrappolati a Sirte, sarebbero salpati con i barconi per cercare la fuga nel Mediterraneo. Impossibile, all’epoca, ipotizzare una meta chiara. L’Italia, per vicinanza geografica, era ovviamente la più probabile.  Infatti, per l’Italia la Libia rimane il primo fronte.

Tant’è che la stampa britannica ha rilanciato l’allarme: “Centinaia di terroristi dello Stato islamico potrebbero imbarcarsi per l’Italia ‘travestiti’ da migranti dopo la sconfitta del gruppo estremista a Sirte, ormai ex feudo del sedicente ‘califfato’ in Libia”.

La novità, inattesa per gli strateghi e, anche, secondo il Daily Mail,è che i combattenti dell’Isis si sarebbero tagliati barba e baffi per confondersi tra i migranti in viaggio verso l’isola di Lampedusa e le coste della Sicilia. La notizia sarebbe stata confermata anche dalle pattuglie della Guardia costiera libica che – sempre secondo il quotidiano britannico – avrebbero visto alcuni miliziani dell’Isis dirigersi ad ovest, nell’area di Sabrata e Zuara, da dove partono le carrette del mare dirette alle navi della Marina Italiana.

Anche secondo le ricostruzioni fornite dai combattenti governativi, i terroristi, prima di fuggire, si sarebbero tagliati le lunghe barbe, come risultò dal gran numero di ciuffi di peli trovati nei bagni dei luoghi precedentemente controllati dal sedicente Stato.

La conquista di Sirte

Il porto di Sirte è nuovamente sotto il controllo delle forze governative libiche. Nell’offensiva lanciata ormai due mesi fa contro la roccaforte dei jihadisti in Libia, i miliziani fedeli al governo di unità nazionale sono riusciti a mettere in fuga gli estremisti islamici e a tagliare le loro linee di rifornimento via mare, grazie anche al sostegno delle bombe lanciate dagli aerei e ai missili sparati da navi da guerra. La battaglia aveva visto il primo raid di un drone armato decollato da Sigonella. Un Predator, forse. Il 28 febbraio, un velivolo non identificato aveva attaccato un convoglio che trasportava militanti dello Stato islamico, nei pressi della città libica nord-occidentale di Bani Walid. Gli Stati Uniti non rivendicarono l’attacco, così come la Coalizione escluse ogni responsabilità per le tre esplosioni che colpirono il convoglio. Nonostante le smentite, una tale capacità è prerogativa di pochi paesi nella Regione.Il silenzio degli Stati Uniti su quel raid, confermò il sospetto sul profilo di missione svolto, che non sembrò essere di “natura difensiva”, secondo quanto era stato stabilito tra Washington e Roma per il decollo delle piattaforma armate APR da Sigonella.

Sirte è una città fantasma, dove regnano solo le macerie e l’odore della morte. Qui morì Mu’ammar Gheddafi. Ricordate le sue ultime parole a “Il Giornale”? “Se al posto di un governo stabile, che garantisce sicurezza, prendono il controllo queste bande legate a Bin Laden gli africani si muoveranno in massa verso l’Europa. E il Mediterraneo diventerà un mare di caos”. Una profezia che è diventata realtà, grazie ai nemici dell’Italia.

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Oggi Sirte è una città fantasma

Secondo il generale Mohamed al Ghasri, già portavoce dell’operazione militare su Sirte, i leader dell’Isis sono fuggiti nel deserto a sud e molti di loro si sono tagliati barba e capelli nel tentativo di confondersi in mezzo ai civili in fuga. Ricordiamo che centinaia di militanti erano rimasti sotto assedio nel centro della città costiera, dove infuriò la battaglia. Bisogna sempre tenere a mente che l’Italia ha un confine, seppur marittimo, in comune con lo Stato islamico. La possibilità che i jihadisti possano trovarsi su imbarcazioni è sostenuta dal maggiore Mohammed al Ghasri, che ha guidato le operazioni militari contro Isis a Sirte.

La lotta per il controllo del petrolio libico.
Il gruppo jihadista aveva approfittato del caos politico per espandere la propria presenza in Libia. Lo Stato islamico era riuscito a controllare la città costiera di Sirte, a circa 260 chilometri ad est di Bani Walid. Il gruppo stava cercando di creare un califfato islamico transfrontaliero. Stati Uniti, Francia, Inghilterra ed Italia auspicano il consolidarsi dell’unità politica, per avere un interlocutore con cui gestire i loro interessi e sembrano appoggiare il governo di unità nazionale di Tripoli. Già lo scorso anno, gli Stati Uniti avevano lanciato attacchi aerei mirati contro i comandanti jihadisti in Libia. Gli americani, con Francia ed Egitto, appoggiano le truppe dell’esercito del generale Khalifa Haftar, a loro volta in lotta contro  le Forze del governo di unità nazionale. Entrambe le forze libiche sono in lotta  contro l’Isis.

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In marzo, in una brevissima dichiarazione rilasciata all’agenzia di stampa Sputnik, il senatore statunitense John McCain aveva confermato che due “gruppi di contatto”  erano già operativi in Libia, seguiti da unità dei reparti speciali Usa e che il loro numero sarebbe cresciuto.  La presenza sul terreno degli operatori dei reparti speciali americani, andrebbe letta in chiave tattica. Il Pentagono è “cieco” sul terreno e così come confermato lo scorso autunno, in un raro episodio di schiettezza, dai servizi segreti Usa, “nonostante la presenza sul terreno di numerose squadre dei reparti speciali inglesi, americani, francesi ed italiani, non disponiamo di informazioni sufficienti per identificare gli obiettivi dello Stato Islamico in Libia”. Dietro gli isolati, ma efficaci raid avvenuti nel Paese, ci sono le informazione di targeting dei reparti scelti della Coalizione a guida Usa. La forza dello Stato islamico in Libia stimata, all’epoca, variava dai 6500 ai 7000 terroristi ed era in aumento costante nei principali centri del califfato. Secondo il Dipartimento della Difesa Usa, l’ISIS era presente a Sirte, Tripoli e Bengasi, con una capillare organizzazione, ma non a Tobruck, saldamente nelle mani del generale Khalifa Haftar. A causa delle risorse disponibili lungo la costa mediterranea, la Libia è una spina nel fianco per la Coalizione. Il Pentagono, per contrastare i terroristi, confida sempre nei massicci raid aerei, per non compromettere ancora più, con le truppe, la soluzione politica che tarda ad arrivare.

I francesi operano al confine sud, quello che si affaccia sul Mali dove si concentrano gli interessi di Parigi”. Alle azioni militari prendono parte sia militari in divisa e quindi di tipo convenzionale e dichiarato, e una parte formata da quelli che vengono chiamati “precursori” che rimangono in incognito. Le missioni sono portate avanti nella più completa segretezza e spesso le informazioni vengono passata agli alleati.

Un esempio di queste operazioni degli 007 francesi è l’uccisione a Sabrata per mano dell’Air Force statunitense del terrorista tunisino Noureddine Chouchane, considerato membro più anziano dell’Isis sul territorio libico. Operazione simile a quella che nel novembre 2015 ha portato alla morte di Abou Nabil, jihadista iracheno. In entrambi i casi, pare abbiamo agito gli agenti segreti francesi, che opererebbero in stretta cooperazione tra i servizi americani, britannici e francesi. A rivelarlo al quotidiano francese sono degli analisti esterni che affermano che la Dgse, Servizio d’azione della direzione generale per la sicurezza esterna è tanto mobilitata in Siria quanto lo è in Libia.

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20060422 – ROMA- POL – IRAQ: NASSIRIYA; BOMBA MENTRE PASSA PATTUGLIA, ITALIANI ILLESI Soldati italiani pattugliano una strada di Nassirya in una foto del 16 novembre 2004. Questa mattina e’ scoppiata una bomba a Nassiriya mentre passava un pattuglia del Reggimento carabinieri della MSU del Contingente italiano, composta da tre veicoli (due VM protetti e un VM torpedo) con a bordo 13 militari ed un interprete iracheno. ARCHIVIO – MARIO DE RENZIS ANSA-CD

L’Italia, come scrisse La Stampa, avrebbe schierato le sue eccellenze: “Tornado e reparti speciali di piccole dimensioni ma di forte impatto operativo”, a protezione dei siti dell’ENI. Si sa, in via del tutto ufficiosa, che si tratta di un piccolo distaccamento basato all’aeroporto militare di Misurata, che partecipa insieme alle forze speciali britanniche all’operazione “Banyoun Al Marsoos” (Struttura Solida) lanciata a maggio delle brigate misuratine e dalle guardie petrolifere di Ibrahim Jadhran per riconquistare la roccaforte Isis di Sirte. I combattimenti hanno provocato pesanti perdite tra le forze filo-governative libiche, ufficialmente supportate dall’Italia solo con un ponte-aereo di soccorso medico. Come sempre, ne sapremo a cose fatte. Ma, sopratutto e di fatto, l’Italia ha dato al nostro nuovo “proconsole” John Kerry libertà di uso sulle basi USA in Sicilia. Un passo avanti rispetto all’accordo segreto” sottoscritto tra Roma e Washington nel 2008 (La base aerea dell’US NAVY in Mediterraneo: la ‘Sigonella Naval Air Station’ è la “base di lancio” per operazioni militari nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Vi stazionano 13.000 soldati americani con 16.000 familiari e ospita i drone Predator e, in un hangar segreto, i giganteschi Global Hawk).

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Gli italiani fra il terrorismo e l’invasione dalla Libia

Sulla Libia, dopo la resa di Berlusconi e l’abbandono di Gheddafi al suo infame destino, la politica estera del nostro Governo si è caratterizzata per le continue genuflessioni agli Stati Uniti d’America, che ci hanno portato a prendere un ruolo internazionale che non ci compete e che, soprattutto, non ci conviene. Sul piano interno e sul pericolo di infiltrazione di jihadisti, dopo il massacro di Nizza, dieci giorni fa, il governo Renzi ha fatto il punto su terrorismo islamico e sicurezza. All’ordine del giorno del vertice con i capigruppo di maggioranza e opposizione c’era pure l’emergenza immigrazione. Citiamo la “luminosa” iniziativa presentata da Alfano: istituire una Commissione nazionale indipendente, formata da tecnici e esperti, per studiare il fenomeno della radicalizzazione dell’islam ! Il ministro dell’Interno avrebbe insistito su uno studio chiesto ad alcuni esperti, che verrà messo on line – grande! – , per individuare le iniziative possibili rispetto alla italianizzazione delle moschee. Altri temi sconcertanti: “preoccupazione” per la democrazia e la reintroduzione della pena di morte in Turchia e ”angoscia” per l’attentato di Nizza. La strage di Nizza, si è concordato al vertice, “non è un episodio isolato, fa parte della strategia definita, appunto, car-jihad. Auto e camion come nuove armi, più facili da reperire ed utilizzare, per colpire la massa, come suggeriscono i messaggi web del Califfo e dei suoi fanatici seguaci”. Preoccupante il rilievo di  Franco Roberti, Procuratore Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo circa un difetto nello scambio e nella circolazione delle informazioni nelle istituzioni, che – cosa grave – vengono divulgate prima di arrivare nel circuito istituzionale. Reggetevi! “Scambiare le informazioni, metterle in comune per avere una strategia di tutti i Paesi occidentali è fondamentale, ha sottolineato anche il capo della procura di Roma Giuseppe Pignatone”. Aria fritta e frasette scartate dai cioccolattini, dunque, che non ti aspetteresti da un vertice d’un esecutivo. Impressionante, invece, il forcing della Marina italiana   in questo mese di luglio: anche 12.000 barbari abbronzati importati in una settimana; ma per Renzi, in questo momento è importante “comunicare ai cittadini prudenza ed equilibrio”. Ma anche mostrare coesione tra le forze politiche (sic!).

Renzi avrebbe dichiarato che quando ci sarà un attentato in Italia, parleremo di terroristi.

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Da questo rapido riassunto, appare chiaro che al Governo incaricato (?) e agli “alleati”, non importa proprio nulla della sicurezza, come già degli interessi del popolo italiano, meravigliosamente intessuti dai governi Berlusconi con la buon’anima di Gheddafi.

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2 pensieri su “679.-Dalle macerie di Sirte: i jihadisti si sarebbero imbarcati per l’Italia e, contro la car-jihad, il Governo chiama alla prudenza e all’equilibrio.

  1. La guerra all’Isis l’Italia la fa ma non lo dice. Operazioni militari segrete condotte dalle forze speciali e decise dal governo all’insaputa del parlamento, missioni che ufficialmente non esistono e che quindi vanno categoricamente smentite fino alla loro conclusione, fino a quando non arriva il conferimento ufficiale di medaglie e onorificenze. È accaduto dieci anni fa per l’operazione “Sarissa” della Task Force 45 in Afghanistan, decisa e sempre negata dal governo Prodi. Sta accadendo oggi in Iraq e in Libia, dove truppe d’élite italiane partecipano da tempo ai combattimenti contro l’Isis.

    Partiamo dall’Iraq. Il coinvolgimento di truppe italiane nella guerra al Califfato nella provincia sunnita di Al-Anbar, oltre ad essere trapelato sulla stampa un anno fa a inizio missione (con inevitabile smentita dalla Difesa), è stato riportato lo scorso febbraio anche sul sito web ufficiale dei marines. Rispondendo a un’interrogazione parlamentare in proposito, la Difesa – non potendo smentire anche gli americani – disse a marzo che la presenza nell’area aveva riguardato solo cinque uomini ed era terminata. Ad aprile però il sito dei marines confermava la presenza italiana. Ora il Fatto Quotidiano apprende da autorevoli fonti militari che in Al-Anbar è in corso ancora oggi un’azione delle forze speciali italiane. Si chiama operazione “Centuria” ed è condotta dalla Task Force 44, inizialmente basata su un’aliquota del 9° Reggimento d’assalto “Col Moschin”, poi affiancati, o avvicendati, dalle altre unità dipendenti dal Cofs (il Comando interforze per le operazioni delle forze speciali del generale Nicola Zanelli) quindi gli incursori di Marina del Comsubin, quelli del 17° Stormo dell’Aeronautica e i Gis dei Carabinieri, solitamente supportati dai ricognitori del 185° Folgore e dai Ranger del 4° Alpini.

    La partecipazione del Goi (Gruppo operativo incursori, alias Comsubin) è certa, altre fonti riferiscono la presenza di uomini di tutte le 4 unità del Cofs. Difficile dire con esattezza quale sia la consistenza numerica della TF-44: certamente non i 200 uomini della TF-45 afghana, ma si dovrebbe essere non di molto sotto ai cento che suggerisce il richiamo alla centuria romana. La base operativa della Task Force 44 è l’aeroporto militare di Taqaddum, tra Ramadi e Fallujah, teatro delle principali offensive anti-Isis degli ultimi mesi. Ed è qui che le forze speciali italiane, insieme a quelle australiane e ai marines, sono state impegnate al fianco dell’8ª Divisione dell’esercito iracheno con compiti di pianificazione, coordinamento e appoggio ai combattimenti. Una funzione che le forze regolari della Coalizione svolgono inside the wire, cioè all’interno della base, ma che per le unità speciali comporta anche attività outside the wire, cioè sul campo al fianco dei corpi d’élite iracheni.

    L’operazione “Centuria”, inquadrata nell’operazione multinazionale a guida Usa Inherent Resolve, è cosa ben diversa sia dall’operazione italiana “Prima Parthica” per l’addestramento dell’esercito iracheno e dei peshmerga curdi, sia dalla missione della Brigata Friuli a protezione della diga di Mosul. È invece probabile che gli elicotteri italiani da attacco Mangusta e da trasporto Nh-90, schierati a Erbil in primavera per missioni Combat search and rescue, possano fornire supporto alle nostre forze speciali. Soprattutto se, conclusa anche la riconquista di Fallujah dopo quella di Ramadi, la TF-44 venisse ridislocata più a nord, nella base aera di Qayara, dove in vista dell’offensiva autunnale su Mosul stanno per arrivare 560 marines e forze speciali americane.

    Veniamo all’altro fronte della guerra segreta all’Isis: la Libia. Dell’operazione italiana nell’ex colonia, autorizzata da Renzi lo scorso 10 febbraio con un decreto subito secretato, non si conosce ancora il nome in codice né i corpi speciali che vi partecipano. Si sa solo, in via del tutto ufficiosa, che si tratta di un piccolo distaccamento basato all’aeroporto militare di Misurata, che partecipa insieme alle forze speciali britanniche all’operazione “Banyoun Al Marsoos” (Struttura Solida) lanciata a maggio delle brigate misuratine e dalle guardie petrolifere di Ibrahim Jadhran per riconquistare la roccaforte Isis di Sirte. I combattimenti hanno provocato pesanti perdite tra le forze filo-governative libiche, ufficialmente supportate dall’Italia solo con un ponte-aereo di soccorso medico. A fine aprile, quando fonti israeliane hanno riportato la notizia di soldati inglesi e italiani caduti in un’imboscata dell’Isis, la smentita del governo italiano è stata immediata: “Non ci sono soldati italiani che combattono in Libia”. Come non ci sono in Iraq. Come non c’erano in Afghanistan.

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  2. Il fondatore del portale Wikileaks, Julian Assange, ha dichiarato e il sito canadese Global Research ha rivelato, che dispone di 1700 messaggi di posta elettronica che mostrano la falsa testimonianza del candidato democratico alal Presidenza USA, quando davanti a una speciale commissione del Congresso ha affermato che non avevano partecipato o non era a conoscenza della vendita di armi ai “ribelli” siriani.

    Assage ha spiegato che l’ex Segretario di Stato era pienamente consapevole della complicità degli Stati Uniti nella crisi libica quando sono state inviate armi agli insorti per porre fine al governo libico di Muammar Gheddafi. Si sostiene che queste armi sono poi finite nelle mani del gruppo terroristico SISI
    In questo contesto, Assange ha sostenuto che Hillary Clinton ha mentito durante la sua apparizione al Congresso degli Stati Uniti, che si è tenuto dopo gli attacchi al consolato degli Stati Uniti a Bengasi ll 11 settembre 2012. In tale riunione, Clinton ha giurato che non era a conoscenza dei trasferimenti armi verso la Libia, Turchia e Siria nei mesi prima degli attacchi.

    Assange ha annunciato che Wikileaks che ha l’accesso alle altre e-mail che sono più “importanti” per il candidato alla presidenza degli Stati Uniti

    La questione che Clinton sia stata informata sul dispiegamento di navi con armi in Libia è stata posta per la prima volta dal Senatore Rand Paul, che ha censurato l’intervento della NATO) in Libia nel 2011.

    In numerose occasioni, Paul ha lamentato che le politiche della amministrazione del presidente Barack Obama e di alcuni politici statunitensi hanno aiutato la diffusione del terrorismo in Medio Oriente.

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