678.-MAR CINESE MERIDIONALE, CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA CONDANNA LA CINA: PECHINO “SENTENZA NULLA”. COSA FARÀ OBAMA?

 

La sentenza pone un punto fermo sull’egemonia strategica nel Mar Cinese Meridionale. Da una parte c’è la Cina che sta cercando di estendere il proprio controllo su di un tratto di mare di importanza cruciale sullo chiacchiere geopolitico, conquistando o fabbricando) isole al largo delle coste del Borneo e delle Filippine, dall’altra ci sono gli Stati Uniti, che hanno invece tutta l’intenzione di mantenere lo status quo e difendere i propri interessi commerciali e politici nella zona.

Senza avventurarci troppo in considerazioni di politica internazionale, non esauribili in poche righe, al momento uno scontro armato sembra improbabile, ed entrambe le superpotenze hanno tutto l’interesse affinché venga trovato un compromesso. La sentenza dell’Aja non esaurisce la questione perché, a Pechino, non sembrano affatto intenzionati a rinunciare a ciò che ritengono come proprio diritto, mentre i governi di Hanoi, Tokio, Manila e Taipei non vogliono rinunciare all’idea di vedere le portaerei americane solcare il Pacifico Orientale, arginando l’espansionismo Made in China.

La Cina è consapevole che la sentenza potrebbe minacciare l’integrità della sovranità marittima e territoriale del paese.

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La Corte Internazionale di Giustizia è l’Organo giurisdizionale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, elencato tra gli organi principali nell’art. 7, par. 1 della Carta dell’ONU. Ha sede all’Aia. 

Lo Statuto della Corte è annesso alla Carta delle Nazioni Unite. Tutti gli Stati membri dell’ONU sono pertanto aderenti allo Statuto della Corte, mentre gli Stati non membri dell’Organizzazione possono aderirvi alle condizioni stabilite, caso per caso, dall’Assemblea generale e dal Consiglio di sicurezza.
La Corte è formata da 15 giudici, eletti, a prescindere dalla nazionalità, fra persone di alta levatura morale, che possiedano i requisiti richiesti nei rispettivi Stati per la nomina delle più alte cariche giudiziarie, o che siano giureconsulti di riconosciuta competenza. I giudici durano in carica 9 anni e sono rieleggibili. La composizione della Corte – che si rinnova per un terzo ogni 3 anni, con l’elezione di 5 giudici – deve assicurare la rappresentanza delle principali forme di civiltà e dei principali sistemi giuridici del mondo. 

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Ai tempi del Vietnam, dal 1965, il peso geopolitico dell’Oriente era relativo: la Cina era un continente di biciclette; le “tigri asiatiche” del Far East non erano ancora nate e il subcontinente indiano non aveva chiuso il suo percorso d’indipendenza. La paura dell’Asia rossa però pesò più dei possibili rischi e l’America rimase impantanata in una guerra iniziata male e finita peggio. Oggi però l’Asia è diversa. Nessun continente è cresciuto così tanto negli ultimi 40 anni. Ed in Asia si giocheranno le partite del futuro.

In particolare il Mar della Cina Meridionale è al centro di un vortice politico, futuro luogo di scontro di placche geopolitiche planetarie: da una parte gli USA; dall’altra la Cina; in mezzo la Russia. Come si colloca il Vietnam?

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Hanoi ha copiato a Pechino il modello politico-economico introdotto dalle riforme di Deng Xiaoping. Fu lui a creare il “doppio sistema” mischiando le teorie di socialismo e capitalismo per dare vita ad un nuovo modello: dittatura rossa da un lato, economia di mercato dall’altro. Il cambio di tenore di vita e le nuove generazioni hanno fatto il resto.

Vietnam e Cina si ritrovano così sullo stesso orizzonte pronti alle sfide del nuovo secolo, ma ci si ritrovano guardandosi in cagnesco come ai tempi della guerra del ’79.

È qui che s’infilano gli States, mai tanto interessati a recuperare Hanoi come in questi ultimi due anni.

In gioco questa volta c’è la supremazia in un’area economicamente fortissima e strategica per questioni energetiche.

A cosa punta Washington?

Due sono i punti fondamentali:

  • evitare un riavvicinamento tra Cina e Vietnam che renda la Cina onnipotente nella regione;
  • evitare che nel Vietnam l’influenza russa torni a pesare come 40 anni fa.

China wants Japan to stay out of the South China Sea territorial disputes during an upcoming ASEAN meeting.

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Fumio Kishida (a sinistra), Ministro Giapponese degli Affari Esteri e Wang Yi, ministro degli esteri cinese.

China has urged Japan not to intervene in the South China Sea after Japanese Foreign Minister Fumio Kishida told reporters that he would try to convince Beijing to abide by the recent ruling of the Hague-based Permanent Court of Arbitration (PCA) on territorial disputes in the South China Sea during this week’s meeting of the Association of Southeast Asian Nations (ASEAN) in the Laotian capital of Vientiane.

“I’d like to emphasize importance of the rule of law and finding solutions through peaceful measures,” Kishida told reporters on July 24 before departing for Laos. Kishida is slated to meet with his Chinese counterpart, Foreign Minister Wang Yi, on the sidelines of the ASEAN foreign ministers meeting. Kishida’s comments immediately drew a harsh rebuke from the Chinese Ministry of Foreign Affairs. “Japan is not a party to the South China Sea issue, and considering its shameful history, it has no rights whatsoever to accuse China on the matter,” the ministry’s spokesperson, Lu Kang, said, according to Xinhua news agency.

Japan’s Foreign Ministry issued a statement immediately following the July 12 South China Sea ruling stating that it “strongly expects that the parties’ compliance with this award will eventually lead to the peaceful settlement of disputes in the South China Sea.” China was also critical of this statement by the Japanese foreign ministry. ”It is hoped that Japan would bear in mind the China-Japan relations and regional peace and stability, reflect upon its inciting actions on the South China Sea issue, stop poking its nose into and playing up this issue, and refrain from going further down the wrong path,” Lu Kang told reporters at a news conference on July 12.

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Kang justified his rebuke of Japan with history. “During WWII, Japan invaded and appropriated China’s South China Sea islands, which were then recovered by China after Japan was defeated. There are clear provisions on this in the Cairo Declaration and the Potsdam Proclamation which set up the post-war international order. And Japan keeps promising to comply with relevant provisions of the Potsdam Proclamation. Japan should respect the post-war international order,” the spokesperson said.

In fact, Japan has been abiding by the Potsdam Proclamation, which stipulated that the “terms of the Cairo declaration shall be carried out and Japanese sovereignty shall be limited to the islands of Honshu, Hokkaido, Kyushu, Shikoku, and such minor islands as we determine.”

The 1943 Cairo declaration reads: “Japan shall be stripped of all the islands in the Pacific which she has seized or occupied since the beginning of the first World War in 1914, and that all the territories Japan has stolen from the Chinese, such as Manchuria, Formosa, and The Pescadores, shall be restored to the Republic of China.”

Neither document explicitly offers an answer to the question over the sovereignty of the Paracel and Spratly Islands. (Neither do the 1952 San Francisco Peace Treaty with Japan nor the 1972 Joint Communiqué between Japan and China.) Japan is also not a claimant state in the South China Sea maritime disputes. The Chinese spokesperson’s remarks are therefore somewhat misleading.

Furthermore, China has accused Japanese judge and retired diplomat, Shunji Yanai, of bias in his selection of four of the five judges for the arbitral tribunal. Xinhua news agency referred to him as the “manipulator behind [the] illegal South China Sea arbitration,” and a person “rightist, hawkish, close to Japanese Prime Minister Shinzo Abe, pro-American,” and “unfriendly to China.” Nevertheless, neutral observers have repeatedly confirmed that Yanai’s selection process was unbiased and in accordance with the United Nations Convention on the Law of the Sea.

Japan’s interests in the South China Sea are confined to upholding the so-called rule-based order while accommodating the wishes of its closest ally, the United States, to more actively engage in the region. There were unofficial discussions over joint U.S.-Japan patrols in the South China Sea last year. However, this was quickly denied by Japanese officials (See: “China is on ‘High Alert’ for Japan’s ‘Intervention’ in the South China Sea”). As of now, there appear to be no concrete plans for stepping up Japan’s role in the South China Sea.
Fonte: The Diplomat

 

A differenza degli altri continenti, l’Asia non è coperta da convenzioni o organizzazioni sovranazionali importanti. Fatta  eccezione per l’ASEAN (di cui la Cina non fa parte), il grosso delle cooperazioni, soprattutto dal punto di vista politico-militare, è stabilito con accordi bilaterali. In altri termini, il più svelto a muoversi fa bottino. Gli USA lo sanno e la paura di rimanere tagliati fuori ha agitato l’East Asian Pacific Affairs del Dipartimento di Stato.

Per evitare che Cina e Vietnam si prendano un giorno per mano, in realtà non c’è molto da fare. La diffidenza reciproca è enorme. Basta alimentare il contenzioso aperto dall’occupazione cinese delle Isole Paracel nel ’74 e la diatriba sempre più aspra per le non lontane Spratly, ricche di petrolio. L’aumento della presenza americana nell’area suona come una pulce all’orecchio del Vietnam, la cui cooperazione economica con Washington cresce di anno in anno.

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Le provocazioni reciproche fra marine militari USA e cinese degli ultimi mesi, rientrano in questo tentativo d’inserimento nell’area degli Stati Uniti.

Nella partita fra USA e Cina, c’è da fare i conti però con la storica amicizia tra Vietnam e Russia.

In un clima di Guerra fredda nel Mar Cinese Meridionale, Mosca non starà a guardare.

Did Russia Just Ask China to ‘Buzz Off’ on the South China Sea?
The Russian MFA statement after the PCA ruling was not as soft on China as usual.

No appeasement. No accommodation. On July 12, the Permanent Court of Arbitration in The Hague smashed China’s expansive nine-dash line claim in the South China Sea, as well as its conduct with regards to the environment and Philippine fishermen, as inconsistent with the Constitution of the Oceans – the 1982 UN Convention on the Law of the Sea (UNCLOS). Beijing is now in damage control mode – disregarding the court’s jurisdiction, denying any compliance with the merits and making a list of international reactions.

On the long list of countries Beijing claims to have support from, Russia is the largest and most influential state. Moscow’s reaction to the court ruling was somewhat delayed and was voiced on July 14. It also came in the form of an answer to a question posed by a Chinese journalist at the weekly press briefing by the foreign ministry’s spokeswoman Maria Zakharova – a clear sign that Russia wishes to distance itself from the disputes and does not regard the South China Sea as a first tier issue.

As usual with the Russian stance, Moscow expressed support for a diplomatic solution to the dispute by the parties involved, called for compliance with international law, including UNCLOS and the 2002 Declaration of Conduct, and an early conclusion of a binding Code of Conduct.

But there was something else. The Russian MFA spokeswoman explicitly said that Russia does not take sides in the conflict. Though making the case against extra-regional involvement, she did not mention non-claimants that are using the situation for their own geopolitical considerations, the usual euphemism for the United States. Finally, she mentioned UNCLOS not once but twice, supporting the Convention’s role in upholding rule of law in the oceans and stressing the universal nature of the document.

These minor additions made the fresh Russian statement go a little bit beyond the baseline. Emotionally, it looked like a snap of the teeth toward extensive pressure. And pressure there has been. There is no doubt that Beijing has utilized bilateral channels to push Russia toward more support. Just one day before the ruling was announced, the deputy chief of China’s diplomatic mission to Russia visited the Foreign Ministry to discuss “current bilateral and global issues.” Zakharova said that Russia will not be drawn into the disputes and it is rather clear who has been most industrious in trying to do so.

Previously, China has been very liberal with Russia’s position, bending the non-internationalization clause as proof of Russian support. If we take the clause at face value, then it makes perfect sense, as Moscow has been historically against any interventions by extra-regional states into its own neighborhood and other neighborhoods by extension. However, when put into context it sounds too much in harmony with China’s opposition to the internationalization of the South China Sea disputes, by which Beijing means mainly two things – U.S. involvement and international arbitration.

Beijing, as it has done previously, will still count Russia on the list of states that support China in its defiance of any arbitration and this week’s PCA ruling in particular. Moscow is unlikely to make clarifications, let alone take back words or make excuses, to avoid irritating its strategic partner. This means that in this rapidly changing environment, Russia’s big diplomatic success will consist in standing ground and withholding pressure from both sides — even if this neutrality is taken as a lack of support.

Anton Tsvetov is a Southeast Asia researcher with the Russian International Affairs Council (RIAC), a Moscow-based foreign policy think tank. He tweets on Asian affairs and Russian foreign policy at @antsvetov. The views expressed here are the author’s own and do not reflect those of RIAC.

Fonte: The Diplomat

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imagesDi fronte alle coste del Vietnam, all’altezza di Da Nang, emergono le Isole Paracel, Hoang Sa in lingua locale. Nel ’74 in uno scontro navale breve ma sanguinoso il Vietnam fu costretto a cederle alla Cina. In realtà a fare un passo indietro era il Vietnam del Sud ormai abbandonato dagli USA e prossimo alla definitiva uscita di scena dalla Storia. Un anno dopo i nordvietnamiti sarebbero entrati a Saigon per unificare il Paese e coprire la regione con venti anni di ombra.

thediplomat_2016-07-16_10-30-08-386x289 Avamposto vietnamita

Dell’arcipelago non se n’è parlato più per anni, benché i due nemici rossi, Cina e Vietnam, continuassero la loro locale guerra fredda. Tra il Golfo del Tonchino e il Mar Cinese Meridionale, le marine di Hanoi e Pechino avrebbero continuato a provocarsi. Il Vietnam non ha mai accettato l’occupazione delle isole, la Cina non ha mai pensato di ritirarsi.

Nella partita col tempo si sono inseriti Taiwan e soprattutto Stati Uniti, tornati sul luogo del delitto dopo il riavvicinamento col Vietnam. Lo scioglimento dell’URSS, grande fratello vietnamita, e le successive riforme politiche di Hanoi hanno trasformato il più grande incubo della storia americana in un “volemose bene” sempre più intenso. Le relazioni diplomatiche ristabilite nel 1995 non hanno però solo un significato sentimentale. In realtà le Isole Paracel e tutto il Mar Cinese Meridionale hanno un grande valore economico e geopolitico. Gli interessi per gli scogli si sovrappongono al confronto sulle Isole Spratly, 400 miglia più a largo, che coinvolgono anche Malesia e Filippine in una baruffa secolare.

Gli interessi sulla sovranità nascono dai grandi giacimenti petroliferi presenti nei fondali (delle Spratly soprattutto) e finiscono per diventare una propaggine dello scontro a tutto campo tra Cina e Stati Uniti.

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Il mare intorno alle Parecel è la terza area di attrito tra Pechino e Washington dopo Taiwan e le coste del Pacifico.

La Cina in una sorta di “damose da fa’, semo cinesi…” si rivolge a Taiwan provando la carta dell’adulazione nel tentativo di allontanare i cugini dall’orbita di Washington. Taipei, sull’onda delle spinte di piazza, non cade nel tranello e rifiuta il flirt, dopo anni di provocazioni militari e minacce di Pechino. Gli schieramenti sono pronti, manca solo l’incidente navale.

5 Takeaways: A Closer Look at the Historic South China Sea Arbitration Award
Reading the historic award in Philippines v. China raises several interesting questions. By Ankit Panda
July 13, 2016

We’re hardly 12 hours out from the release of today’s historic award by a five-judge tribunal in The Hague on maritime entitlements in the South China Sea. The Tribunal, among other things, ruled China’s nine-dash line claim invalid and ruled in the Philippines’ favor on almost all counts. You can read my summary and early analysis of the award in a previous article here at The Diplomat. While I’m far from finished with the 500-page document, I do want to highlight some notable takeaways from my early reading of the award. (Readers may have caught some of these impressions on Twitter already, but it’s always good to avail of the longer form permitted here.)

Taiwan’s island isn’t an island. One of the big bang outcomes of the arbitration is the ruling on Itu Aba, the largest feature in the Spratlys occupied by Taiwan. Itu Aba had been a complicating factor in this whole dispute. While the case involved a filing by the Philippines against China, Taiwan possessed a feature at the center of the Spratly imbroglio that could have potentially been ruled an island under Article 121.3 of the United Nations Convention on the Law of the Sea, generating a full 200 nautical mile exclusive economic zone (EEZ). This didn’t happen and Itu Aba is just a rock, like so many of the other features involved in the award.

My colleague Shannon has written about why the result is so deeply disappointing for the Taiwanese, but there’s a broader fallout that’s worth considering too. If Itu Aba isn’t an island on the account that it doesn’t support a “stable community of people,” it raises questions about other EEZ-generated possessions, like Wake and Midway Islands for the United States and Japan’s Okinotori claim (which I’ve discussed recently). The U.S. hasn’t ratified UNCLOS while Japan has. Meanwhile, the results of this award are binding on China and the Philippines, but will serve as a notable precedent in potential other cases of generously understood “islands.”

Let’s talk about Mischief Reef. In its ruling, the Tribunal decided that Mischief Reef, along with Second Thomas Shoal, is part of the Philippines’ continental shelf and falls within Manila’s EEZ. As a low-tide elevation, it receives no special consideration for a territorial sea. As some readers may be aware, Mischief Reef also happens to be the site of one of China’s artificial islands. In paragraph 1177, the Tribunal remarkably notes that “China has effectively created a fait accompli” at Mischief Reef.

The Tribunal’s observation is correct. Mischief Reef now contains an illegally constructed Chinese dual-use facility on the Philippines continental shelf that a) cannot be reverted to its pre-artificial island state, and b) is highly unlikely to change hands. If Manila and Beijing do enter bilateral talks as per the Duterte government’s recent signals, this fact will loom as an awkward elephant in the room.

Finally, way back in October 2015, after the first U.S. freedom of navigation operation (FONOP) near Subi Reef, I made the incorrect prediction that Washington would opt to conduct a FONOP near Mischief Reef, which was enticing as it likely had far fewer constraints, permitting a high seas-assertion FONOP instead of an innocent passage operation like the first three we’ve seen. The ITLOS award effectively confirms what I’d suggested about the feature, but it also makes it an acute flash point given U.S. commitments to the Philippines under the Mutual Defense Treaty.

Slice it any way, it seems likely that Mischief Reef, through China’s island-building, has been sealed in as a long-term flash point in the South China Sea.

China’s island-building made the Tribunal’s job a lot harder than it needed to be. Remember, when the Aquino administration in the Philippines decided to file an Annex VII compulsory arbitration under UNCLOS back in 2013, after the 2012 stand-off over Scarborough Shoal, the present seven Chinese artificial islands didn’t exist (though the features were Chinese possessions). China began building them up shortly thereafter, but the arbitration was always a motivating factor.

In its award Tuesday, the Tribunal notes as much: “China has undermined the integrity of these proceedings and rendered the task before the Tribunal more difficult.” The Tribunal effectively alleges that Beijing obstructed the swift carriage of an investigation. Reading pages 131 to 260 of the decision, it’s apparent, for instance, how much work went into ascertaining the pre-reclamation status of some of the features that the Tribunal ended up ruling on. Given Chinese land reclamation and island-building activities, the Court resorted to pre-2013 hydrographic and navigational data from a variety of sources to make its decision easier (going back to early 20th century sources in some cases).

China’s non-participation in the case was always going to be an issue, but the award makes it clear just how deleterious Beijing’s activities in the Spratlys were to the Tribunal’s work.

China’s “own goals” in the South China Sea. Several paragraphs in the Tribunal’s award expose episodes of China shooting itself in the foot. For instance, there’s the Tribunal’s statement in paragraph 1164 that it would have found itself lacking jurisdiction over the seven artificial island-bearing features had China stated that they had military applications. Instead, the Tribunal “will not find activities to be military in nature when China itself has consistently resisted such classification and affirmed the opposite at the highest level.” Remember Xi Jinping’s pledge in the White House Rose Garden that the Nansha Islands (the Chinese name for the Spratlys) would not be militarized? Turns out that turned what could have been a less embarrassing verdict into a virtual calamity for China.

Other areas in the award–for instance, paragraph 209, on petroleum block assignment–highlight simple lapses in China’s conceptual framing of its position. In the aforementioned paragraph, the Tribunal points out that had China eschewed framing its entitlement to continental shelf rights in terms of the language of “historic rights” and used language consistent with UNCLOS, it may have had some luck with the Tribunal. Instead, the judges found that “the framing of China’s objections strongly indicates that China considers its rights with respect to petroleum resources to stem from historic rights,” which were declared invalid elsewhere.

One final example of the Tribunal underlining an “own goal” by China is in its reading of the nine-dash line itself. Paragraph 213 notes that China’s declaration of baselines in the Paracels and around Hainan contradicts its ambiguous claim to a territorial sea or internal waters within the area claimed by the nine-dash line. “China would presumably not have done so if the waters both within and beyond 12 nautical miles of those islands already formed part of China’s territorial sea (or internal waters) by virtue of a claim to historic rights through the ‘nine-dash line,’” it notes.

One wonders if China could have fared better on these counts if it had actively participated in the arbitration process, instead of refusing to participate and leaving its position up to the Tribunal’s interpretation based on a lone position paper, public statements, and past declarations.

Reduced bargaining space. One final takeaway from today’s award is somewhat counter-intuitive. The Philippines may have won a favorable award on nearly all 15 of its submissions, but that leaves the space for bilateral negotiation and “off ramping” with China limited. With Itu Aba a mere rock and the Spratlys reduced to a small collection of rocks with territorial seas and some LTEs, there’s little the Philippines can concede that would not involve the capitulation of something the ITLOS Tribunal has clarified is legitimately Manila’s under international law. For instance, concessions over Mischief Reef or Second Thomas Shoal (where the stranded BRP Sierra Madre sits) are out of the question unless Duterte wants to either face constitutional scrutiny under Article XII, Section 2 of the Philippines constitution or public outcry.

The one open door–somewhat poetically–is Scarborough Shoal, the disputed feature that led Manila to the court in the first place. (After the award, Scarborough is a disputed feature, albeit within the Philippines’ EEZ.) The Tribunal’s award leaves some space for the two sides to come to an agreement on joint resource exploitation. For this to work–in my personal read of the diplomatic situation–China would have to be both literally and figuratively the bigger country and make the first concession. (Chinese Coast Guard currently hold the chips for Scarborough Shoal, chasing away Chinese fishermen and sailors.) Manila isn’t in a position to make the first concession. Another option may be some form of energy exploitation bargain at Reed Bank, but that too has its complications, as Jeremy Maxie explores in The Diplomat.

Given China’s reaction to the award and the fact that, despite its legal propriety, the verdict will be read as another “national humiliation” in a long string of embarrassments, I don’t see Beijing taking the opening.

b0050805_4d01a9957e7a9Cacciatorpediniere TYPE 051C “루저우”

Stando ad un report della BBC firmato da Rupert Wingfield-Hayes, la marina statunitense stanziata nel Pacifico Orientale starebbe eseguendo delle esercitazioni militari atte a preparare le truppe e l’equipaggio ad un eventuale attacco da parte dell’esercito cinese.

Le autorità statunitensi, ovviamente, negano ogni possibile collegamento tra tali esercitazioni e la paura per un attacco cinese, affermando che la marina “non si sta preparando con una guerra contro alcuna nazione nello specifico”. Eppure appare chiaro come, al momento, sia proprio la Cina il principale pericolo per la flotta americana.

Non è certo un caso, infatti, se da Washington sono stati inviati due portaerei con relativi gruppi di battaglia – più un totale di 200 aerei da combattimento – al largo delle coste di Guam, avamposto statunitense nel Pacifico Orientale, che vanno ad unirsi alla portaerei USS George Washington stanziata al largo del Giappone. Un tale dispiegamento di forze è comprensibile solo in presenza di un potenziale nemico, e nella zona l’unica grande potenza a non essere fedele alleata degli Stati Uniti è, appunto, la Cina.

L’ipotesi che la marina americana si stia preparando per uno scontro con l’ex Impero Celeste è corroborata anche dal fatto che tali spostamenti sembrano seguire fedelmente la strategia d’azione che al Pentagono hanno rinominato AirSea Battle.

Tale strategia, resa pubblica nel resoconto quadriennale del Dipartimento della Difesa nel 2010, prevede un’integrazione delle forze di mare e delle forze aeree per far fronte ad avversari con equipaggiamenti ad alta tecnologia che possano mettere a repentaglio la libertà d’azione statunitense in aeree ritenute di cruciale importanza strategica, nello specifico il Pacifico Orientale (in cui il principale pericolo è, appunto, la Cina) e il Golfo Persico.

Al momento la forza bellica della marina cinese non è minimamente paragonabili a quella americane, capace di un dispiegamento di forze imparagonabile rispetto a quello di qualunque altra potenza, eppure l’Esercito Popolare di Liberazione Cinese sta sviluppando armi e tecnologie in grado di limitare la libertà di movimento delle portaerei a stelle e strisce: sottomarini più silenziosi, missili ipersonici a lungo raggio e, soprattutto e missili balistici a medio raggio estremamente precisi, sono un pericolo da non ignorare.

Detto fatto.

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Cacciatorpediniere USS Curtis Wilbur DDG 54

Il passaggio del 30 gennaio a ridosso delle Paracel del cacciatorpediniere americano USS Curtis Wilbur DDG 54 (classe Arleigh Burke) fa coppia con l’incursione di ottobre della nave gemella Lassen a due passi dalle Spratly. Che tra le caratteristiche salienti della US Navy ci sia quella di essere presente ovunque per i Sette Mari, è noto. Meno noto è che la Cina considera acque territoriali tutto il mare entro le 12 miglia da isole e isolotti occupati, compresi quelli artificiali su cui continua a costruire basi navali e aviosuperfici, rivendicando di fatto la sovranità su buona parte del Mar Cinese Meridionale. Le accuse reciproche di provocazione com’è logico, sono automatiche.

Si attivano le cancellerie del Sudest asiatico e viene così a configurarsi un asse che oppone alla sempre più intraprendente Pechino, gli USA, Taiwan, le Filippine, la Malesia e il Vietnam.

Se il ruolo di Kuala Lumpur e Manila appare secondario, è interessante cogliere gli sviluppi della collaborazione nemmeno troppo indiretta fra Hanoi e Washington. Quel che è certo è che Pacifico ed Estremo Oriente saranno il terreno di scontro di interessi geopolitici globali del prossimo mezzo secolo.

“La Cina non ha alcuna base legale per rivendicare diritti storici sulle risorse del Mar Cinese Meridionale. Le pretese cinesi sono in contrasto con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Di conseguenza, il Tribunale ha concluso che, nella misura in cui la Cina rivendicava diritti storici sulle risorse nelle acque del Mar Cinese Meridionale, tali diritti sono stati estinti nella misura in cui sono diventati incompatibili con le zone economiche esclusive previste dalla Convenzione. La Corte rileva che la Cina ha violato il diritto sovrano delle Filippine nella zona economica esclusiva del paese e ha creato seri rischi di collisione e pericolo per le navi filippine nel Mar Cinese Meridionale. La Cina, infine, ha causato gravi danni alle isole Spratly”. E’ stata appena pubblicata decisione dell’arbitrato internazionale sulle controversie in atto nel Mar Cinese Meridionale.

Non è ancora chiara la posizione della Casa Bianca e quanto intenda spingersi oltre emessa la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia: Washington ha schierato due Gruppi da Battaglia nel Mar Cinese Meridionale ed un numero imprecisato di sottomarini.

Nel 2013, le Filippine hanno richiesto l’intervento della Corte Internazionale di Giustizia all’Aia per pronunciarsi sulla pertinenza delle Isole Spratly, contese da Vietnam, Filippine, Taiwan, Malesia, Brunei e la Cina.

Poco dopo la lettura del dispositivo, il ministero degli esteri cinese ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Per quanto riguarda la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia all’Aia istituito su richiesta unilaterale dalla Repubblica delle Filippine, il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese la ritiene solennemente nulla e senza alcun valore vincolante. La Cina non accetta né riconosce quanto stabilito”.

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2 pensieri su “678.-MAR CINESE MERIDIONALE, CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA CONDANNA LA CINA: PECHINO “SENTENZA NULLA”. COSA FARÀ OBAMA?

  1. 20:53 07.06.2016
    Per la prima volta dal novembre 2012 sono sei le portaerei della marina degli USA che si trovano in mare. Ne ha scritto il Defense News.

    In questo momento, osserva la pubblicazione, la flotta dispone di quattro sei portaerei che di occupano di compiti specifici.

    La portaerei “Ronald Reagan” è in Giappone; sulla costa orientale degli USA si trova la “Dwight Eisenhower; la “Harry Truman” opera nel Mar Mediterraneo e la “John Stennis nel Mar Cinese Meridionale.

    Le portaerei “Carl Vinson” e “George Washington” si trovano rispettivamente presso le coste occidentale e orientale degli USA impegnate in missione di addestramento. Un’altra portaerei, la “George Bush”, prenderà il mare per una esercitazione a giugno.

    La decisione non rappresenta una reazione a qualche crisi, ha sottolineato il comando della US Navy, specificando che si tratta di mettere in pratica il programma di addestramento Global Force Management program. La pubblicazione nota che la “Stennis” si trova nel Mar Cinese Meridionale per tenere lontana la Cina dal conflitto per le isole contese.

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  2. 09:29 30.07.2016

    Più che un commento, un aggiornamento:
    Si terrà in un prossimo futuro un incontro della commissione intergovernativa russo-cinese sulla cooperazione tecnico-militare. Il vice ministro della Difesa russo Anatoly Antonov ha detto:
    “Contatti regolari tra i capi dei nostri ministeri della Difesa sono di particolare importanza nelle nostre relazioni. Stiamo progettando di tenere presto una riunione della commissione intergovernativa russo-cinese sulla cooperazione tecnico-militare” e, diplomaticamente, ha detto anche che il principale nemico è il terrorismo globale.
    La cooperazione fra Russia e Cina,continua a migliorare anche nell’economia e anche al di fuori dei loro confini, su molte questioni di carattere internazionale, compresa la Siria, l’Afghanistan e la penisola coreana. Entrambe, Russia e Cina, hanno assunto la medesima posizione sul dislocamento del sistema di difesa missilistica americano “Thaad” in Corea del Sud.
    Intanto, a settembre, le marine militari cinese e russa saranno impegnate in esercitazioni congiunte nel Mar Cinese Meridionale.

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