670.- Ferdinando II di Borbone, il re dei record che sbagliò lasciando l’Italia ai Savoia

Il Regno delle due Sicilie era la terza o quarta potenza industriale d’Europa; la sua flotta militare si poneva al nono posto nel mondo, all’ottavo tra gli stati europei e dai dati parziali che ho esaminato sono convinto che quella mercantile occupasse una posizione similare. Perse l’indipendenza per volere dei gabinetti francese e inglese. La sua fine mi riconduce al pericolo che corre l’Italia nell’€urozona (v. 597).

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Ferdinando II di Borbone, nato a Palermo il 12 gennaio 1810 e morto a Caserta il 22 maggio 1859, diventò re delle Due Sicilie nel novembre del 1830, a soli 20 anni, al termine del brevissimo regno di suo padre, Francesco I. Soprannominato “re bomba”, questo nomignolo è erroneamente ricondotto al bombardamento di Messina del 1848, poiché le fonti più certe e recentemente portate alla luce lo fanno risalire a una battaglia avvenuta a Palermo mesi prima, dove non vi fu un bilancio grave di vittime. Il suo regno lo si potrebbe dividere in due grandi fasi: una prima caratterizzata da riforme e lungimiranza, l’altro da isolamento internazionale per non aver saputo ben reagire alle istanze liberali e ai sabotaggi internazionali, fattore che ha poi condotto alla caduta delle Due Sicilie.

Il giovane Ferdinando si dimostrò all’inizio un re energico e intraprendente, secondo molti il più dinamico dopo re Carlo, suo bisnonno e primo re della dinastia Borbone nel futuro Regno delle Due Sicilie. I primi dieci anni di governo furono splendenti, tali sono stati riconosciuti sia dai suoi contemporanei che dagli storici moderni: la nazione che ereditò era uscita da poco dai tumulti napoleonici che scossero tutta l’Europa e risentiva ancora del precario equilibrio conferito dal Congresso di Vienna, ma egli prese in mano la situazione e attuò una serie di riforme che attestarono le Due Sicilie tra il novero delle grandi nazioni europee.

Il deficit dello stato, al momento della sua presa di potere, era di ducati 4 milioni, 345mila e 251 con un vuoto erariale di poco più di 1 milione e 128mila ducati. Per rimettere in sesto la situazione disastrosa delle finanze statali il re, l’8 novembre 1830, enunciò il proprio programma. Cominciò da sé stesso e dalla propria corte, riducendo la propria lista civile di 370mila ducati annui (decreto 9 novembre 1830), dimezzando lo stipendio dei ministri (decreto 4 febbraio 1831), ridusse le spese per la guerra e per la marina, ridusse le spese per tutti gli altri dipartimenti governativi. In tal modo risparmiò più di un milione e 241mila ducati, colmando dunque il vuoto erariale con pochi accorgimenti che colpivano direttamente i costi della politica.

Altri provvedimenti riguardavano la bonifica dell’amministrazione giudiziaria, cacciò i cortigiani e i poliziotti corrotti che si erano arricchiti alle spalle dello Stato, emanò un’ampia amnistia per gli esuli e i detenuti politici, mise nelle posizioni chiave dell’esercito i migliori uomini scegliendoli anche tra coloro che erano stati fedeli a Murat.

Rivoluzionaria fu la misura, con decreto del 29 settembre 1838, con cui ripartiva tra i cittadini più indigenti le terre appartenenti al demanio e che, tuttavia, erano sfruttate con prepotenza dai locali “galantuomini”, rifacendosi dunque agli ideali democratici dell’antica Roma. Bonificando e incanalando il lago di Fucino, vicino L’Aquila, restituì terre coltivabili ai contadini e altrettanto fece nel Tavoliere delle Puglie. Secondo alcune fonti il volume del commercio crebbe di 50 volte in 30 anni. Aderì alla lega contro la tratta degli schiavi.

Per meglio conoscere le esigenze dei suoi sudditi moltiplicò le udienze e viaggiò parecchio nelle proprie province, ispezionando di persona gli ospedali e i lazzaretti durante l’epidemia di colera del 1836. Diede impulso allo sviluppo industriale, tant’è vero che quasi ogni nuova invenzione trovava attuazione, in Italia, per prima a Napoli e nel resto del Paese. Tra i record troviamo la prima linea ferroviaria, il ponte sul Garigliano, l’illuminazione a gas nella città di Napoli, la fabbrica di Pietrarsa “perché del braccio straniero a fabbricare le macchine mosse dal vapore, il Regno delle Due Sicilie più non abbisognasse”, il primo centro vulcanologico del mondo e altri (clicca qui per approfondire).

Una siffatta politica infiammò gli animi di chi voleva unire tutto lo stivale, chiedendo proprio a Ferdinando II di capeggiare le lotte per scacciare gli austriaci dal Nord Italia e procedere, man mano, a unificare l’Italia. D’altro canto, la stessa Austria e specialmente l’Inghilterra e la Francia non vedevano di buon occhio la figura di Ferdinando, il quale rischiava di compromettere l’egemonia anglo-francese nell’assetto politico europeo. Sul letto di morte confessò di aver rinunciato alla corona d’Italia per non ledere il diritto degli altri regnanti italiani, specialmente quello del Papa, in ossequio perciò al profondo senso religioso col quale era stato educato. Nel 1833 aveva tuttavia proposto a Carlo Alberto di Savoia, al Granduca di Toscana Leopoldo II e al Papa Gregorio XVI di realizzare un’unione tra gli stati italiani, senza ricevere risposta.

Il passo falso, come ammettono gli storici e recentemente anche Paolo Mieli sulle colonne del Corriere della Sera, fu quello di inimicarsi Londra, che temeva, all’approssimarsi dell’apertura del canale di Suez, che ci potesse essere anche un’altra grande potenza nel Mediterraneo. È storia nota, infatti, che lo sbarco dei Mille a Marsala nel 1860 fosse protetto proprio dalle navi inglesi, così come inglesi furono i tanti episodi che destabilizzarono il regno di Ferdinando del quale, nonostante tutto, riuscì a tenere le redini: appena morì cominciarono le operazioni di invasione piemontesi, concordate con Francia e Inghilterra.

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