665.-Il Ttip non si farà, ma a Bruxelles riprendono i negoziati. Abbiam cantato vittoria troppo presto?

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La protesta dei movimenti anti Ttip in Piazza Affari

 

Gli Stati europei, Francia in testa, sono sempre meno convinti dell’utilità dell’accordo di libero scambio, ma per il momento non cambia il mandato dei negoziatori che passeranno la settimana nella capitale belga per il 14esimo round di trattative. Sul tavolo ancora troppi nodi da risolvere

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10 luglio 2016
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MILANO – Nonostante le critiche e le incertezze se mai il Ttip vedrà davvero la luce, lunedì inizierà a Bruxelles il 14esimo round di negoziati sull’accordo di libero scambio tra Ue e Usa. Il mandato ricevuto dai negoziatori non è cambiato e loro obiettivo resta quello di “riuscire a chiudere prima della fine dell’amministrazione Obama”, con un “ritmo molto intenso di incontri” tra gli ultimi due mesi e i prossimi tre. L’intenzione è quella di arrivare a un testo consolidato entro la fine dell’estate: per il momento, infatti, le parti si sono solo scambiate offerte senza riuscire a giungere a una sintesi efficace. Secondo gli addetti ai lavori, il momento clou sarà “settembre”, quando è previsto “un significativo numero di incontri a livello politico” tra la commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstroem e il rappresentante americano Michael Froman che saranno chiamati a sciogliere al massimo livello tutti i nodi ancora aperti. Una delle difficoltà maggiori resta infatti la decisione settore per settore delle date di inizio di accesso al mercato. Altro nodo chiave riguarda la partecipazione agli appalti pubblici, su cui gli Usa continuano a mettere paletti e allo stesso tempo il riconoscimento delle indicazioni geografiche su cui le posizioni restano ancora molto distanti.

Altro punto critico sono gli ex ‘Isds’, ovvero la questione della protezione degli investimenti, su cui l’Ue ha presentato una proposta per la creazione di un tribunale arbitrale per risolvere le dispute, mentre gli americani preferiscono un collegio nominato di volta in volta. I negoziatori consideran il tema “questione che può far chiudere la partita”. Resta inoltre la questione dell’energia, su cui l’Ue vorrebbe un capitolo a parte per poter aver accesso alle risorse energetiche che ora sono considerate “sicurezza nazionale” e quindi fuori dalla portata di società non-Usa. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che dell’intesa con gli Usa è stato un grande sostenitore non ha dubbi: “Il Ttip secondo me salta perché siamo arrivati troppo lunghi sulla negoziazione e rischia di saltare anche l’accordo con il Canada perché c’è una mancanza di fiducia verso tutto quello che internazionalizzazione e una mancanza di delega a una governance europea certa”.

La finestra di opportunità. Adesso è difficile fare previsioni su quello che sarà il futuro del Ttip. Di certo il mandato di Barack Obama alla Casa Bianca termina a gennaio e nessuno dei candidati in corsa per la successione pare aver intenzione di spendersi per il Ttip. Nel 2017 in Europa inizierà una nuova tornata di elezioni e difficilmente il presidente francese Francois Hollande – la cui popolarità è già al minimo per la legge sul lavoro – sfiderà nuovamente le piazze per un accordo in cui nessuno crede. Nel 2018 si torna al voto anche in Germania e Italia, mentre l’anno dopo verranno rinnovati Parlamento e Commissione Ue. Insomma come ha più voltre ribadito Paolo De Castro, eurodeputato ed ex ministro delle Politiche agricole, “bisognera aspettare almeno fino al 2020” per arrivare una bozza d’intesa.

Negoziati. A sciogliere la matassa non ha certo contribuito lo stile negoziale molto diverso delle parti in gioco: se gli europei cercano di smussare gli angoli poco alla volta, gli americani tendono a dire “no” fino alla fine per mettere alle strette la controparte presentando poi una proposta “last minute”. Una strategia che ha contribuito a costruire solo salite: e le proposte arrivate da una parte e dall’altra mostrano come le parti siano rimaste distanti anni luce sul tema dell’agricoltura con l’Europa che ha sbattuto la porta in faccia alle richieste americane di aprire il mercato alla sua carni con gli ormoni e ai prodotti geneticamente modificati e gli Usa che restano sordi sulla tutela dei nomi dei prodotti Doc.

Gli appalti pubblici. Sulla stessa lunghezza d’onda i negoziatori si lamentano della timida apertura americana sul fronte degli appalti pubblici: Washington non ha problemi a riconoscere il libero accesso alle gare, ma non ha intenzione di derogare alla legge “buy american”. In sostanza chiunque può aggiudicarsi un appalto, ma il 50% dei prodotti utilizzati per i lavori deve essere americano. Come a dire che un’impresa europea per costruire un autostrada americana dovrebbe utilizzare solo cemento a stelle e strisce. Una condizione inaccettabile per Bruxelles perché discrimina i prodotti europei, non crea lavoro nel Vecchio continente e non alimenta il Pil. Utile, quindi, solo per le multinazionali, ma in contrasto con gli obiettivi dichiarati dal Ttip che punta a una crescita dell’economia – a regime – nell’ordine di 120 miliardi di euro con l’aumento dell’occupazione. L’Europa vorrebbe anche accesso al settore dei tasporti marittimi e aerei, mentre gli Stati Uniti chiedono libero accesso nel campo della sanità e in quello dell’educazione: fronti sui quali nessuno dei negoziatori ha intenzione di cedere.

Arbitrati. La parti sono distanti anche sulla questione della tutela degli investimenti esteri: gli americani vorrebbero una corte arbitrale nominata di volta in volta a seconda delle dispute, l’Unione europea propone – sulla falsariga di quanto fatto con il Canada – un tribunale con un doppio grado di giudizio composo tra giudici e non professionisti interessati a compiare questa o quell’altra parte con lo scopo di essere richiamati per un nuovo arbitraro. Su questo punto, però, nessuno dei due attori è pronto a venire incontro all’altro.

Governance globale. Se l’accesso ai mercati, uno dei tre pilastri su cui si basa il Ttip insieme alla cooperazione regolamentare e le regole globali, divide profondamente Usa e Ue gli altri sono molto meno complessi. Stati Uniti e Europa hanno una visione comune della governance globale e hanno, soprattutto, l’interesse a scrivere un impianto di regole prima che a farlo sia una potenza emergente come la Cina. Da questo punto di vista ai tecnici dei trattati manca solo l’input politico sul come scrivere le regole: l’esempio più chiaro è quello che riguarda la tutela dei lavoratori. Washington è d’accordo con Bruxelles sui principi, ma non vuole che l’intesa passi per la ratifica delle convenzioni Ilo. “E’ una questione di forma, più che di sostanza”, spiega una fonte. Come a dire che per gli Stati Uniti gli accordi sottoscritti davanti all’Organizzazione internazionale del lavoro sono condivisibili nella sostanza, ma non nella loro forma. Serve quindi uno sforzo comune per trovare un’intesa sui termini.

La regolamentazione. Il secondo fronte è quello della regolamentazione e della definizione dello standard dei prodotti. L’intesa politica su questo fronte è praticamente totale. La volontà è di garantire il livello più alto su entrambe le sponde dell’Atlantico: in questo senso, quindi, la difficoltà è puramente tecnica. Insomma, una questione di pazienza: gli sherpa devono mettersi a tavolino per scrivere tutti i dettagli, dalla dimensione degli specchietti
per le auto alle cinture di sicurezza. Una lavoro mastodontico, ma che non dovrebbe presentare incognite. E’ sui temi economici che si gioca la partita più complicata e ancora tutta in salita.

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