664.-RUSSIA E ISRAELE INSIEME IN MEDITERRANEO. MA GLI USA?

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Facciamo seguito alla relazione del Quartetto di Federica Mogherini, sul futuro dei due Stati della Palestina (art.657) – a proposito, gli arabi chiamano Israele “La Palestina Occupata”! – e apriamo una finestra sulla politica estera filo-russa di Israele, susseguente ai rapidi mutamenti apportati nell’area dall’intervento russo a fianco di Assad e alla scoperta del giacimento di gas Leviathan, con le parole di Giampaolo Rossi. Di seguito, propongo una relazione sulla potenza nucleare di Israele, frutto di una mia traduzione e di varie altre fonti.

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Siamo già al corrente degli accordi di cooperazione stipulati fra Putin e Nethanhyau con la Russia, per la sicurezza e lo sfruttamento del più grande giacimento sottomarino del Medio Oriente, ma l’inizio di una cooperazione militare fra le due potenze nucleari e, quindi, con l’Iran, riscriverà il futuro dei rapporti fra USA e Israele e del Medio Oriente. L’Italia, la cara Italietta, avrebbe un suo ruolo da giocare con l’Egitto, dopo la scoperta dell’ENI di una altro mega giacimento nelle acque egiziane, ma la cattiva sorte di quel ragazzo poco prudente e poco tranquillo, Regeni, ha compromesso o quanto meno frenato questa prospettiva, con felice entusiasmo dei francesi, per cominciare. C’è la guerra in Mediterraneo. Il 2° Gruppo Portaerei d’Attacco dell’US NAVY, con la portaerei nucleare USS Eisenhower, da 113.800 tonn., opera sui bersagli siriani. Fra due mesi ci sarà anche la portaerei d’attacco russa Admiral Kuznetsov, da oltre 67.000 tonnellate di dislocamento, con il suo Gruppo di Battaglia; ma a noi non sembra interessare più di tanto.

Da sinistra, la CVN 69 Dwight D. Eisenhower e la Admiral Kuznetsov

DOVE VA ISRAELE? di Giampaolo Rossi

La notizia è di quelle che fa capire come sta cambiando il Medio Oriente; e come l’Occidente (chiuso nell’ottusità egemonica americana) stia anni luce indietro rispetto ai nuovi equilibri mondiali che si vanno definendo.
La notizia, riportata dal sito d’intelligence israeliano Debka, è questa: israeliani e russi si apprestano ad effettuare un’esercitazione militare congiunta nelle acque del Mediterraneo. Per la prima volta nella storia, le Forze Armate di Tel Aviv e quelle di Mosca opereranno insieme coinvolgendo reparti di Marina e Aviazione dislocati nella regione (per i russi quelli della base aerea di Latakia e navale di Tartus, in Siria).

Se questa notizia fosse confermata ci troveremmo di fronte a quello che gli esperti definiscono uno “sconvolgimento strategico”.

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UN COSTANTE AVVICINAMENTO
Che i rapporti tra Israele e Russia non siano più caratterizzati dall’ostilità della Guerra Fredda, lo dimostrano, da tempo, diversi segnali:
1) CRIMEA: nel 2014, Israele è stato l’unico paese, tra gli alleati degli Usa, a non votare la mozione di condanna all’Onu per l’annessione della Crimea da parte della Russia; cosa che scatenò le ire di Obama e della lobby neocon americana.
2) LEVIATHAN: nel Settembre scorso anticipammo in quest’articolo l’offerta di Putin a Netanyahu per la protezione militare e lo sfruttamento dei ricchissimi giacimenti di gas naturale che Israele detiene al largo del Mediterraneo (Leviathan); sfruttamento che consentirebbe ad Israele non solo di raggiungere autonomia energetica ma anche di diventare uno dei maggiori esportatori di gas della regione. L’articolo (che fu accolto dalla denigrazione dei soliti esperti che sanno tutto ma non ne azzeccano una) è oggi confermato dalla notizia che nello scorso vertice del 7 Giugno a Mosca, Netanyahu ha aperto alla possibilità che aziende russe cooperino nel progetto: “Le nostre porte sono aperte a tutte le compagnie che hanno esperienza nello sfruttamento di giacimenti di gas, ovviamente anche quelle russe”, un invito esplicito a Gazprom, leader mondiale nel settore, ed uno schiaffo in faccia alle sanzioni imposte da Washington.
3) SIRIA: l’intervento russo in Siria non è stato ostacolato da Israele; anzi, Tel Aviv ha persino tollerato azioni di sconfinamento di aerei russi nei propri cieli, finalizzate a colpire i ribelli anti-siriani e le bande di Al Qaeda appoggiate dagli Usa.
Attualmente Israele sembra possibilista all’idea russa di non frammentare la Siria, mantenendo sotto Assad anche il sud dietro la garanzia di una presenza di Mosca nella regione.
4) LA LOBBY DEGLI EBREI RUSSI: per quanto la lobby degli ebrei d’America rimanga la più potente del mondo e la più influente nella capacità di pressione su Israele, diversi osservatori segnalano la crescita, nell’establishment di Tel Aviv, di una lobby russa; il milione di ebrei russi emigrati in Israele iniziano ad avere ruoli importanti. Durante il viaggio a Mosca, molti esponenti della delegazione israeliana, parlavano russo (tra cui due ministri del governo in carica: il “russo” Elkin e il “moldavo” Lieberman).

UN DOPPIO SEGNALE ALL’OCCIDENTE
Il segnale che Israele manda a Stati Uniti ed Europa è doppio:

La Guerra Fredda è finita per sempre
L’America non è più il pivot della strategia di sicurezza di Israele in Medio Oriente
Per Israele la propria sicurezza è più importante dell’alleanza con gli Usa; e la sicurezza di Israele oggi è garantita più dalla determinazione russa che dalla goffa e disastrosa politica estera americana.
Non sfugge il caos che l’America ha prodotto in Medio Oriente negli ultimi anni: dalla Primavera araba alla rimozione di Mubarak (per cui gli israeliani si erano opposti); dal disastro libico, all’ambiguità colpevole con cui Washington ha di fatto alimentato l’espandersi del Califfato islamico e armato e finanziato i gruppi di Al Qaeda travestiti da “ribelli moderati”.
D’altro canto agli israeliani sono chiare due cose:

La Russia è entrata in Siria con il chiaro intento di sconfiggere il terrorismo e l’integralismo islamico a differenza di Washington la cui dipendenza dalla monarchia saudite (principale sponsor dell’Isis), ha permesso al Califfato islamico di espandersi.
Putin è in grado di mediare maggiormente con i nemici storici di Israele (Hezbollah sciti, Siria e Iran) di quanto possa farlo Washington.
Come ha scritto in questo articolo Giancarlo Elia Valori, Israele potrebbe “sostituire – a lungo andare – gli Stati Uniti con la Federazione russa come alleato globale e come presenza di riferimento nel Medio Oriente”.

Insomma il mondo cambia, nuovi equilibri prendono forma e con essi nuove alleanze e percorsi strategici. Solo per noi europei, sottomessi alla dittatura di Bruxelles e ai ricatti di Washington la storia sembra ferma al secolo scorso.

giampaolo_rossi  Giampaolo Rossi

 

LA POTENZA NUCLEARE D’ISRAELE

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Dopo aver attraversato chilometri di una zona esclusiva nel deserto del Negev, il reattore nucleare vicino alla città israeliana di Dimona, appare con la sua cupola grigia, debolmente scintillante sotto il sole. Ogni giorno alle 7 di mattina una flotta di quaranta autobus Volvo, bianchi e blu, passa velocemente sull’autostrada deserta che attraversa il deserto del Negev.
Dimona è un’oasi di palme e cemento raggiungibile dall’autostrada tra Beersheba e Sodom. A 14 chilometri dalla città di Dimona gli autobus svoltano a destra in una strada laterale e si fermano dopo quasi un chilometro presso un posto di blocco militare. I soldati svolgono uno sbrigativo controllo dei lasciapassare e agli autobus viene quindi fatto segno di procedere. Tre chilometri più in là nel deserto si fermano di fronte a un altro segnale di arresto, con maggiori misure di sicurezza.
Qui una recinzione elettrificata si estende tra la polverosa sterpaglia del deserto del Negev. Circonda lo stabilimento più segreto di tutto Israele. La sabbia all’interno del perimetro viene rastrellata da un trattore per segnalare le impronte degli intrusi ai controlli dei soldati e degli elicotteri. Postazioni di osservazione sono installate in cima alle colline circostanti. Delle batterie di missili hanno l’ordine di abbattare ogni velivolo che sorvoli lo spazio aereo, come un pilota israeliano scoprì suo malgrado nel 1967.

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Visto da fuori, il reattore è una costruzione di cemento, grezza e senza finestre, alta due piani, con un magazzino apparentemente poco utilizzato e un blocco per gli uffici.
Due dettagli mostrano qualcosa di diverso dal solito: le mura sono spesse abbastanza da resistere a un bombardamento e sul tetto c’è una torre per l’ascensore che non sembrerebbe necessaria per una costruzione così piccola.
Per tre decenni questo innocuo pezzo di cemento ha nascosto i segreti di Israele da satelliti curiosi e ispettori nucleari stranieri. In superficie l’intero sito è esattamente quello che Israele sostiene: un reattore nucleare di ricerca. Agenzie di intelligence, scienziati e giornalisti hanno provato per molti anni a dimostrare che la realtà è differente. Ma tutti si sono arresi di fronte a una domanda chiave. Dov’è la tecnologia che permette di trasfomare la ricerca atomica per usi pacifici in una fabbrica di bombe? L’Istituto 2 fornisce la risposta. Le mura del piano terra nascondono ascensori di servizio che portano uomini e materiali a 6 livelli sotterranei, dove i componenti per le armi nucleari vengono prodotti e assemblati in parti per testate missilistiche. Oggi, tutti i servizi stranieri di intelligence e gli scienziati nucleari sanno che è la fonte del materiale fissile usato per la fabbricazione di armi nucleari di Israele.
Ufficialmente, Dimona è gestita dall’Autorità Israeliana per l’Energia Atomica per condurre esperimenti sull’energia nucleare. Il suo nome ufficiale è Kirya-le-Mehekar Gariny (KMG) – Centro di Ricerca Nucleare del Negev. Il mondo la conosce come Dimona,  la fabbrica della bomba atomica di Israele.

I segreti atomici del Paese sono sempre stati gelosamente custoditi e così è stato per l’impianto di Dimona. Tuttavia, i funzionari della Commissione Atomic Energy Israele (AICE) hanno ammesso in una conferenza scientifica che il reattore comincia a mostrare la sua età. Un controllo a ultrasuoni del nucleo di alluminio ha evidenziato 1.537 piccoli difetti e crepe. La durata di un tale reattore è di solito di circa 40 anni. A 53, Dimona è una delle più antiche centrali nucleari, in funzione, di tutto il mondo.

Dimona fu costruita segretamente dalla Francia tra il 1957 e il 1964. Originariamente Israele dichiarò che si trattava di un impianto tessile. Quando i costruttori francesi spianarono per la prima volta la sterpaglia desertica nel 1957, cominciarono a scavare nella sabbia un cratere profondo 25 metri. In esso seppellirono l’Istituto 2, il bunker di cemento di 6 piani, che fu ricoperto dai due innocui piani in superficie. Le false mura furono costruite per nascondere agli occhi degli ispettori statunitensi gli ascensori di servizio per i piani sotterranei. Quando la struttura fu completata, gli ingegneri e i tecnici francesi installarono la tecnologia per la costruzione delle armi nucleari, che De Gaulle sostenne, poi, di aver negato a Israele. Un ingegnoso sistema di raffreddamento maschera l’emissione.

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Quando, nel 1960, un aereo spia statunitense U2 fotografò Dimona per la prima volta, l’appena eletto presidente John F. Kennedy costrinse il primo ministro israeliano, David Ben Gurion, ad accettare ispezioni periodiche da parte di scienziati statunitensi per controllare che lo scopo reale di Dimona restasse la ricerca nucleare civile. Queste visite diedero al successore di Kennedy, Lyndon B. Johnson, sufficienti certezze per poter affermare pubblicamente che Dimona era un reattore nucleare civile.
Il presidente De Gaulle aggiunse la sua rassicurazione, confermando, appunto, che la Francia aveva interrotto la fornitura di tecnologia che avrebbe potuto adeguare Dimona a scopi militari. Ma le sue dichiarazioni non sono mai state accettate come convincenti. Quindi, il reattore, è stato fornito dalla Francia ed è stato acceso 15 anni dopo la creazione dello stato di Israele. L’allora primo ministro del paese, già assediato, David Ben-Gurion, insistette affinché Israele disponesse di un deterrente nucleare. Il programma fu diretto dal suo assistente, Shimon Peres, e le prime sue componenti principali furono attivate nel 1963.

Le armi atomiche sono costruite con uranio 235 o con plutonio. La produzione di uranio 235 richiede però un mastodontico impianto a diffusione gassosa, oppure un grande numero di centrifughe a gas. Il plutonio, invece, può essere prodotto in un compatto impianto di separazione.

Il plutonio è un sottoprodotto del processo nucleare, che in alcuni tipi di reattore, come quello di Dimona, può essere estratto dalle barre del combustibile nucleare dopo che queste hanno trascorso un certo periodo nel nocciolo del reattore. Nel progetto di armi sofisticate, appena 2,5 chilogrammi di plutonio sono sufficienti per costruire una bomba.

Il prodotto annuale netto di questo processo di separazione è di circa 40 chilogrammi di plutonio all’anno, all’incirca sei volte la previsione più ottimista della capacità di produzione di plutonio da parte di Israele. 40 chilogrammi di plutonio all’anno sono sufficienti per produrre 10 bombe all’anno.
Inoltre, altre unità vennero aggiunte tra il 1980 e il 1982, costruite e installate dagli israeliani intorno all’impianto di separazione del plutonio e monitorate dalla medesima sala controllo.
Una di loro, l’unità 93 del livello 4, produce Trizio. Ciò è di grande importanza, perché significa che Israele può potenzialmente produrre armi termonucleari molto più potenti delle bombe atomiche ordinarie.
In più, la produzione del litio 6, del trizio e del deuterio evidenzia che Israele sta producendo i materiali grezzi necessari per realizzare componenti atti ad aumentare di dieci volte la potenza di 20 chilotoni delle armi atomiche di tipo più semplice. Perciò. mediante progetti sofisticati richiedenti minori quantità di plutonio, Israele potrebbe essere in possesso di 200 bombe nucleari.
Due foto in particolare sembrano mostrare un emisfero di deuteruro di litio che potrebbe essere usato per la costruzione dell’arma più devastante di tutte, la bomba termonucleare, un’arma equivalente alla forza esplosiva di centinaia di migliaia di tonnellate di TNT. Nel gelido gergo dei costruttori di armi nucleari, Israele sarebbe passato dalla capacità di produrre armi “spiana-quartiere ” a bombe nucleari “spiana-città”.

Lontano dall’essere un pigmeo nucleare, è evidente che Israele deve ora essere tenuto in considerazione come una potenza nucleare, al sesto posto nella graduatoria atomica, con un arsenale di almeno 100 armi nucleari e con i componenti e la capacità di costruire bombe atomiche, a neutroni e all’idrogeno.

Una domanda rimane senza risposta. La Francia ha costruito per Israele un reattore da 26 Megawatt che può produrre al massimo 7 chilogrammi di plutonio all’anno. Come ha potuto raggiungere un valore annuale di 40 chili?
Mordechai Vanunu, un ebreo marocchino che ha lavorato alcuni anni a Dimona, fa riferimento a 100 barre di uranio grandi, e 40 piccole, e le relative quantità, in litri o in grammi, prodotte dal processo di separazione suggeriscono un reattore da 150 Megawatt, l’esatta potenza per produrre 40 chili di plutonio all’anno. Vanunu, a dispetto delle misure di sicurezza è stato in grado di introdurre una macchina fotografica dentro l’Istituto 2 e di fare più di 60 fotografie. 
Due eventi avvenuti verso la fine degli anni ’60 spiegano la discrepanza nei calcoli.
Primo, il servizio segreto di Israele, il Mossad, ideò alla fine del 1968, durante un’operazione nota come Affare Plumbat, l’acquisizione illegale di 200 tonnellate di “yellow-cake”, il materiale grezzo dal quale si possono estrarre 123 tonnellate di combustibile nucleare. Nessuno ha mai saputo spiegare come mai Israele avesse bisogno di così tanto combustibile. Un reattore da 26 Megawatt richiede soltanto 20 tonnellate di combustibile all’anno. La Francia aveva fornito il combustibile iniziale, l’industria dei fosfati di Israele forniva altre 10 tonnellate all’anno e il combustibile usato veniva riciclato per costruire nuove barre. In questo modo Dimona aveva uranio a sufficienza per alimentare un reattore da 26 MW.
Alcuni mesi dopo Israele provocò deliberatamente gli scienziati statunitensi che ispezionavano periodicamente Dimona, stressandoli al punto che decisero tutti insieme di ritirarsi. Da allora nessuna agenzia esterna è stata dentro Dimona, lasciando quindi gli israeliani liberi di ingrandire il loro impianto da 26 Megawatt trasformandolo in uno da 150 Megawatt. Scienziati atomici britannici hanno confermato che il potenziamento del reattore francese di Dimona di un fattore cinque sarebbe stato possibile senza dover ricostruire il reattore.
Ciò viene confermato da notizie provenienti dalla Francia. Fonti citate in un recente libro sulla cooperazione nucleare franco-israeliana affermano che il reattore costruito nel Negev era molto più grosso di quanto ammesso.
Il livello e la sofisticazione della capacità di produzione di armi nucleari da parte di Israele, messa in evidenza da Insight, mostra come Israele sia ora una potenza nucleare. La sua sopravvivenza di fronte a una sconfitta in una guerra convenzionale sembra assicurata, perché nessuna nazione araba potrebbe contrapporsi alla sua potenza nucleare. La Cina possiede approssimativamente 300 testate nucleari, la Francia 500 e la Gran Bretagna 700. Sia gli Stati Uniti che l’URSS sono in un’altra categoria, con le loro 27.000 testate ognuno. La proiezione dell’arsenale di Israele tra le 100 e le 200 armi potrebbe sembrare minima in confronto agli altri, ma è sufficiente a rendere Israele la sesta potenza sul pianeta.

Molti dei sistemi ancillari nel reattore sono stati rinnovati o sostituiti, ma è il cuore che non può essere cambiato. I difetti che sono stati rilevati sono strettamente monitorati e non vi è alcun indizio serio che il reattore sia a rischio. Eppure, nella maggior parte degli altri paesi sarebbe stato disattivato da molto tempo. Le preoccupazioni sulla sicurezza aumenteranno solo con il tempo.

Israele non ha mai usato i suoi reattori (uno nella valle di Nahal Sorek, fra le colline della Giudea e Dimana) per la produzione di energia elettrica. Insieme con Stati Uniti, Francia, Russia e Cina, è uno dei pochi paesi che si ritiene abbia acquisito la “triade” nucleare. E ‘in grado di fornire le armi nucleari sia come bombe sganciate da un aereo, sia come testate di un missile terra-terra, lanciato (dal 1970) e sia per i missili lanciati dai sottomarini.

La terza tappa della triade si pensa che sia stata aggiunta nel 1999, quando Israele ricevette il primo di sei sottomarini in programma. Questi sono stati costruiti e in gran parte pagati dalla Germania. Se, come viene riportato, si può lanciare missili da crociera nucleari in immersione, questo darebbe a Israele una capacità di “secondo-strike”, permettendo così di vendicarsi, anche se un nemico dovesse distruggere le sue basi aeree e i silos dei missili con un “primo colpo” nucleare . In gennaio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto: “La nostra flotta di sottomarini fungerà da deterrente per i nostri nemici che vogliono distruggerci.”

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Gli esperti nucleari stimano che Israele possiede tra 80 e 200 testate, più che sufficienti a scoraggiare i potenziali aggressori. Il dilemma di fronte a Israele è se chiudere il reattore di vetusto che li ha aiutati a raggiungere questo traguardo. Se lo facesse, sarebbe poco probabile che otterrebbe i materiali necessari per costruirne uno nuovo, dal momento che non ha mai firmato il trattato di non-proliferazione nucleare. Eppure Uzi Even, un ex membro dello scienziato dell’AICE a Dimona, sostiene che il reattore dovrebbe essere coperto. (Un reattore più piccolo e più vecchio, fornito dagli USA nel 1960, per scopi di ricerca, è previsto che sia disattivato nel 2018 e che sarà sostituito da un acceleratore di particelle.)

I difensori di Dimona gli attribuiscono un valore simbolico (come un promemoria che Israele si difenderà ferocemente) e la capacità di soddisfare a usi pratici. È, certamente, una fonte per i materiali necessari a mantenere le testate nucleari, come per il trizio (che decade, ma potrebbe teoricamente essere prodotto o acquistato con altri mezzi). E ‘anche il centro di un “regno segreto” degli scienziati, alle cui capacità il governo è restio a rinunciare.

Per quasi sei decenni, la politica israeliana di “opacità nucleare” ha servito bene. I suoi vicini arabi sono convinti che sia una potenza nucleare, ma Israele si aggrappa alla formulazione ambigua che “non sarà il primo ad introdurre armi nucleari nella regione”; cioè, né riconosce né nega le sue capacità. Con i potenti vicini che ancora sostengono apertamente la sua distruzione, lo stato ebraico manterrà le sue armi per il giorno del giudizio. Ma il suo vecchio reattore? Forse no.

 

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