663.- l “memorandum” e la verità sull’Iraq.

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UNA RIUNIONE SEGRETA

È il 23 luglio del 2002, otto mesi prima l’inizio dell’Operazione Iraqi Freedom.
A Downing Street, il Primo Ministro britannico Tony Blair riunisce segretamente gli uomini più fidati del suo governo e i vertici dello Stato. Sono presenti:

il Segretario alla Difesa Geoff Hoon
il Ministro degli Esteri Jack Straw, anello di congiunzione con l’amministrazione Bush
il capo del JIC (Joint Intelligence Commitee) John Scarlett (che l’anno dopo verrà messo a dirigere l’MI6)
il Capo di Stato Maggiore Francis Richards
il capo dello Staff di Downing Street Jonhatan Powell
Personaggi di spicco del Partito Laburista come la baronessa Sally Morgan;
il capo Strategie di Comunicazione, Alastair Campbell uomo di collegamento con il sistema dei media britannici
il Procuratore Generale della Gran Bretagna, Lord Goldsmith

L’incontro serve ad analizzare i piani operativi sull’Iraq, le fasi di sviluppo dei preparativi di guerra, a dare gli aggiornamenti sugli ultimi colloqui con l’amministrazione Bush, ad individuare le basi giuridiche per l’intervento e le strategie comunicative per addomesticare l’opinione pubblica.

A verbalizzare la riunione c’è Matthew Rycroft, allora consulente strategico di Blair per la politica estera.
Il documento è, come raccomanda lo stesso Rycroft, “materiale altamente sensibile, in unica copia mostrabile solo a coloro che possono conoscerne il contenuto”.
E segreto rimane per tre anni, fino a quando non capita nelle mani di Michael Smith giornalista d’inchiesta del Sunday Times che lo pubblica il 1° Maggio del 2005.

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L’effetto in Gran Bretagna è devastante; il documento, passato alla storia come il “Memorandum di Downing Street”, è la famosa “pistola fumante” (smoking gun) che prova la manipolazione della guerra in Iraq sulle “leggendarie” armi chimiche di Saddam e sulla lotta al terrorismo che invece è stato alimentato proprio grazie a quella guerra.

Tre i passaggi del verbale che vanno consegnati alla storia:

Scarlett riferisce i suoi colloqui con Washington ed il fatto che “l’azione militare è vista ormai come inevitabile (…) Bush vuole rimuovere Saddam attraverso un’azione militare giustificata dal collegamento tra terrorismo e WMD” costruito artificialmente dai servizi d’intelligence. Inoltre “c’è poca discussione a Washington sulle conseguenze dell’azione militare” nella gestione del dopoguerra.
Hoon rivela che gli Usa hanno raggiunto in Iraq “picchi di attività” per mettere sotto pressione il regime. In altre parole i bombardamenti erano iniziati mesi prima lo scoppio ufficiale e il via libera del Congresso americano all’uso della forza.
Straw ammette che la decisione della guerra era ormai presa dagli americani. Ma la questione è delicata. “Saddam non è una minaccia per i suoi vicini” la sua capacità di “fornirsi di armi di distruzione di massa risulta inferiore a quella di Libia, Corea del Nord e Iran”.
Insomma, il teatrino messo in campo in quei mesi con le risoluzioni Onu e il tira e molla degli ispettori erano una pantomima che serviva a coprire scelte già prese. La guerra era decisa, gli americani la volevano “entro 30 giorni delle elezioni del Congresso”(Midterm); bisognava solo trovare il casus belli.
Nel memorandum si conferma che i report dell’intelligence furono piegati alla volontà politica.

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IRAQ: LA MADRE DI TUTTE LE GUERRE
Alla fine le armi chimiche non sono state trovate ed erano inesistenti i presunti collegamenti tra il regime iracheno e Al Qaeda che giustificarono il principio della “Guerra preventiva”.
Quella in Iraq è stata la madre di tutte le guerre in Medio Oriente; da qui è partita la destabilizzazione voluta dagli strateghi neo-con che hanno dominato la politica estera di Washington e Londra degli ultimi 15 anni (prima nelle amministrazioni Bush e Blair poi in quelle Obama e Cameron e che ora appoggiano in Usa la candidatura della signora Clinton): le primavere arabe pilotate, il regime change in Egitto, l’intervento in Libia (fotocopia di quello in Iraq con tanto di manipolazione dei report d’intelligence), fino alla tentativo di dissoluzione della Siria per costruire un’entità salafita (il Califfato) garanzia di espansione al Mediterraneo per gli alleati sauditi sotto il controllo dell’Isis. Un caos voluto e pianificato per ridisegnare il Medio Oriente in funzione del Nuovo Secolo americano preconizzato nei documenti ufficiali.

1.116 vs 2.600.000
In questi giorni si sta parlando molto del rapporto Chilcot, il lavoro concluso dalla Commissione d’inchiesta britannica che inchioda l’ex Premier Tony Blair alle sue responsabilità circa la decisione e la condotta della guerra in Iraq; 7 anni di lavoro, oltre 2,6 milioni di parole in un documento conclusivo che è lungo tre volte l’Opera omnia di Shakespeare.
Eppure per capire veramente cosa è stata la guerra in Iraq, il processo di manipolazione e falsificazione che l’ha generata, non serve questa mole di lavoro; di parole ne bastano 1.116: quelle del Memorandum di Downing Street.

Dal Blog di Giampaolo Rossi

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Un pensiero su “663.- l “memorandum” e la verità sull’Iraq.

  1. Hanno impiccato Saddam per lo stesso motivo per cui hanno ucciso Gheddafi e cercato di distruggere Egitto e Siria. E’ chiaro che Saddam era un dittatore, come lo era anche Gheddafi e Mubarak. Ma ciò che è sempre sfuggito agli Usa ed ai suoi accoliti è che il mondo islamico non è un mondo democratico. O c’è una dittatura oppure c’è una teocrazia, che è una dittatura ancora peggiore. La vera domanda è: cosa è meglio, una dittatura tipo quella della Libia, dell’Egitto o della Siria, oppure la teocrazia che c’è in Iran, in Arabia Saudita o negli emirati arabi??? Per essere ancora più chiari: è meglio lo stato islamico di erdogan in Turchia oppure era meglio lo stato laico che Ataturk, con molte difficoltà , era riuscito ad instaurare???
    Vedendo la situazione attuale di Turchia, Libia, Siria ed Egitto, la risposta dovrebbe essere piuttosto semplice.

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