634.- Esercito comune o liberi tutti? In Europa si decide il futuro, ma l’Italia dorme.

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Sull’asse Londra-Bruxelles-Berlino si sta giocando la partita a scacchi del dopo Brexit: Donald Tusk vuole meno Europa, i tedeschi preparano un piano di difesa comune. C’è chi vuole dominarci che punta sugli Stati Uniti d’Europa per privarci delle residue sovranità, chi, realisticamente, obietta che abbiamo 9 monarchie e 21 repubbliche fra presidenziali e parlamentari, 25 diverse lingue, 28 welfare e che si tratta di una bufala con ben altri scopi. Chi vincerà?

Parliamo del referendum sulla Brexit, che si terrà il prossimo 23 giugno, la cui incertezza sul risultato sta squassando i mercati. Soprattutto, parliamo di quel che gira attorno al referendum, delle mosse che i leader europei stanno pianificando attorno a entrambi gli scenari, quello in cui Londra è dentro e quello in cui è fuori.

Partiamo da quest’ultimo: nella sua intervista a Der Spiegel dello scorso 10 giugno, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble – “poliziotto cattivo” del governo Merkel per antonomasia – è stato molto chiaro: se la Gran Bretagna vuole uscire, si scordi pure il mercato comune europeo. Ha anche aggiunto, peraltro, che la risposta a una eventuale Brexit non sarà necessariamente un accelerazione del processo di integrazione europea di chi rimane, per evitare altre spinte centrifughe.

È una presa di posizione tattica, quella di Schäuble, che con intelligenza scopre le carte solamente in relazione allo scenario meno probabile. Tenendo coperte quelle che Berlino giocherà in caso – probabile – che fosse lo “stay” a vincere. È qui che si gioca la vera partita a scacchi del resto.

Come ha spiegato Jacopo Barigazzi su Politico, si è fatta largo una corrente di pensiero, guidata non a caso dal presidente del Consiglio Europeo, il polacco Donald Tusk, secondo cui per evitare che l’Europa imploda è necessario che diminuisca il proprio potere, che restituisca un (bel) po’ di sovranità agli Stati nazionali. Non è un caso, dicevamo, che di questa visione si sia fatto portavoce chi si trova, quotidianamente a dover costruire faticose mediazioni tra ventotto capi di Stato e di governo.

Così come non è un caso che sia un polacco, leader di una forza politica che ha perso il potere a favore dei nazionalisti di destra, peraltro. È proprio la Polonia la candidata numero uno a proporre un referendum analogo a quello britannico per avere lo spazio di manovra necessario a legittimarsi come forza strategica da un punto di vista geopolitico. Soprattutto, aggiungiamo noi, in chiave filo anglo-americana e anti russa: «Non è questa l’Europa che i polacchi volevano, quando hanno votato per entrarci», ha dichiarato minaccioso il ministro degli esteri di Varsavia Witold Waszczykowski, lo scorso 23 maggio.

All’angolo opposto, per l’appunto, c’è la Germania. Che, si dice, stia preparando un piano da presentare immediatamente dopo il voto, per la creazione di un sistema di difesa comune. In altre parole, per dar vita ai primo embrione di esercito europeo.

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Tutto lascia supporre che dal 23 giugno, la Germania si farà capofila di un progetto destinato, se andrà in porto, a cambiare la fisionomia del Vecchio Continente. Così come, se non ce la farà, a decretare la fine del sogno – o incubo, per alcuni – della ever closer union.

Si tratta di un tema, questo, che riemerge carsico nel dibattito politico continentale. Senza tornare troppo indietro nel tempo era l’8 marzo 2015 quando il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker dichiarava, in un’intervista a un settimanale tedesco, che l’Europa avrebbe dovuto avere “un esercito suo”, con l’obiettivo “di far capire alla Russia che l’Unione Europea è seria nel suo sostegno ai valori europei”. Ed era il 28 dicembre dello stesso anno quando il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ribadiva che “il nostro scopo finale dovrebbe essere un esercito dell’Unione Europea”, poiché “le risorse che spendiamo per i nostri ventotto eserciti nazionali potrebbero essere usate molto meglio, se le spendessimo assieme”. Una simile prospettiva, peraltro, era stata fatta propria anche in Italia: da Giulio Tremonti, nel 2003 e da Enrico Letta, nel 2013: “Manca un vero Esercito europeo, che ci permetterebbe anche di ridurre le spese militari, che pesano sui bilanci nazionali”, aveva dichiarato l’allora premier italiano in un’intervista al Corriere della Sera.

Era stata proprio Londra a opporsi, allora: “Per gli eurocrati, ogni crisi è un’opportunità per portare avanti gli obiettivi di centralizzazione dell’Unione Europea”, aveva dichiarato il responsabile per la difesa del partito conservatore Geoffrey Van Orden, secondo cui Juncker viveva “nel mondo dei sogni”.

E come scrivemmo in seguito agli accordi bilaterali pre-referendum tra Gran Bretagna e Unione Europea, quest’ultima, a dispetto di ogni critica aveva “portato a casa un risultato fondamentale: la fine del veto britannico a una più stretta integrazione politica dell’Europa”. Può sembrare irrilevante, scrivevamo “ma è la fine di una delle principali pregiudiziali alla nascita di un esercito europeo. O a quella di qualunque embrione politico che possa portare alla nascita degli Stati Uniti d’Europa. Il Regno Unito, da oggi, accetta qualunque cosa, purché possa non farne parte”. Insomma, tutto lascia supporre che dal 23 giugno, la Germania si farà capofila di un progetto destinato, se andrà in porto, a cambiare la fisionomia del Vecchio Continente. Così come, se non ce la farà, a decretare la fine del sogno – o incubo, per alcuni – della ever closer union.

La finestra di opportunità è stretta e ricca di insidie. Da un lato, la minaccia terroristica e l’emergenza dei migranti che premono ai confini dell’Europa potrebbero essere argomenti forti, per convincere l’opinione pubblica della necessità di unire le forze per difenderci meglio dalle minacce incombenti. Tanto più, in una fase in cui la Nato – leggi: gli Stati Uniti – chiede più spesa militare agli alleati europei in chiave anti-russa. Soprattutto, se l’alternativa fosse una spesa militare europea finanziata attraverso l’emissione di Eurobond. Ipotesi lontana, oggi, ma non del tutto peregrina.

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D’altro canto, questa mossa potrebbe rivelarsi anche un clamoroso boomerang. Soprattutto, se la Le Pen usasse questo argomento per solleticare il nazionalismo sciovinista dei francesi, che già oggi è un Paese molto più euroscettico di quanto lo sia la Gran Bretagna. Insomma, siamo a uno snodo fondamentale per la Storia di questo continente. Ma l’Italia, che tra le potenze europee è quella con le elezioni più lontane e quindi, potenzialmente, quella più in grado di far pendere la bilancia da un lato o dall’altro, sembra disinteressarsene. Peccato.

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