632.- IL PROGETTO EVERSIVO DEL GOVERNO ILLEGITTIMO.

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Il Governo e l’attuale discutibile legislatura si attendono che lo strumento del referendum legittimerà, non la millantata riforma con i suoi profili di incostituzionalità, ma, in pratica, una nuova Costituzione. Quel giorno, potremmo dire che, dopo settanta anni, la Costituzione della Repubblica è stata privata proprio di quello che ne costituiva il suo momento essenziale, lo spirito informatore. Lo spirito informatore di una Costituzione, infatti non sta nelle singole disposizioni e nemmeno in determinati istituti, ma nei principi fondamentali posti alla sua base, intimamente connessi fra loro, a formare quella che chiamo la trama dei principi costituzionali, alla base dello Stato e del suo Ordinamento Giuridico.

Posso tranquillamente affermare che volere sottrarre l’elezione dei senatori al voto dei cittadini, rappresenti una diminuzione della loro sovranità. Questa è sancita nel principio fondamentale, che è quello che apre, appunto, l’articolo 1 della parte prima della Costituzione con l’affermazione netta “la sovranità appartiene al popolo”. E’ questo il principio che costituì l’elemento innovativo rispetto ai passati ordinamenti fascista e pre-fascista, monarchico costituzionale parlamentare

Noto subito che, quanto meno negli ultimi decenni, questo principio è stato disatteso. Esemplificando, i cittadini non eleggono più i Consigli provinciali e non eleggeranno i Sindaci delle Città metropolitane. Ancora più questo principio potrebbe essere disatteso per l’effetto combinato che la legge elettorale Italicum e la così detta riforma del Senato (aggiungo e sottolineo: di iniziativa governativa) dovessero avere, ove confermati. Non si tratta di casualità, ma di una tendenza portata avanti negli anni in ambito europeo, con costanza e coerenza che possono essere soltanto l’espressione di un piano preordinato. L’Unione europea è governata da nominati e chiama i cittadini al voto soltanto per l’elezione di un Parlamento, che ha una modesta partecipazione all’attività legislativa. Essa rappresenta un’anomalia istituzionale, ma il suo Trattato di Lisbona dice che gli Stati membri devono “avvicinargli” le loro legislazioni. Perciò, posto che il Parlamento europeo è affetto da impotentia legislativa, non è casuale che la riforma del Governo(!) genererà un parlamento impotente. In estrema sintesi, lo sviluppo abnorme ed enorme delle multinazionali ci sta portando verso l’abolizione degli Stati sovrani, delle loro Costituzioni e dello Stato sociale, per affermare, invece, la legge ordoliberista dei mercati e il potere della finanza mondiale. Nessuno sfugga alle sue responsabilità e nemmeno noi, popolo incapace di difendere la sovranità conquistata in questi ultimi due secoli.

Democrazia, nel suo autentico significato, non rappresenta il governo di una maggioranza, ma l’autogoverno dei cittadini, insieme considerati e partecipanti alla vita politica in condizioni di eguaglianza. L’espressione “appartiene” al popolo ha un significato inequivocabile, che non ammette sovrapposizioni da parte delle istituzioni, siano esse costituite da rappresentanti eletti, che da nominati; comunque, la sovranità deve essere espressione diretta della reale volontà popolare. Stiamo parlando del diritto alla partecipazione alla vita politica attraverso i partiti sancito dall’art. 49 e del diritto di voto.

Senza addentrarsi in una analisi accurata, possiamo affermare che questa, di per se rivoluzionaria impostazione, ha spostato radicalmente il centro del potere dal vertice dello Stato, alla base, ai cittadini, perciò, non più sudditi. Questo passaggio, che ha sostanziato l’affermazione del principio personalistico, individua una priorità di valori: Non è la persona che serve e vive per soddisfare lo Stato, ma è lo Stato che serve e vive per soddisfare la persona. Parlando di partecipazione e di eguaglianza, viene a mente la difficoltà di ottenerle attraverso partiti politici non regolamentati adeguatamente e gerarchizzati al loro interno più di un esercito o di una Curia. E viene a mente, anche, il rapporto fra carichi fiscali e capacità e doveri contributivi dei cittadini. Ne discende anche che il fine di ogni organo sociale è lo sviluppo del cittadino. Di fatto, questo passaggio costituisce e deve attuare una inversione del tradizionale assetto che vedeva l’apparato statale sovrapposto al suddito, praticamente, prigioniero della somma delle sue norme, arbitrii e, a volte, angherie.

Avviciniamoci, ora, al diverso assetto che ci troveremmo a sopportare con la legge elettorale Italicum, la riforma del Senato e, non di meno, il prevaricamento sistemico della divisione dei tre poteri legislativo, esecutivo, giudiziario, portato avanti dal potere esecutivo. Vediamo, con stupore, che, per la seconda volta nella storia della Nazione, avremmo un assetto che sostanzierebbe, sia pure atecnicamente, una dittatura.

Ora, cerchiamo di capire in che modo si stia attuando tutto questo. Ho sempre sostenuto che la sudditanza in politica estera comporta inesorabilmente la impossibilità di perseguire una politica interna mirata a soddisfare l’interesse nazionale. E’ di tutta evidenza che il perdurare dell’adesione alla NATO, per incidens, non più definibile difensiva, vincoli all’asservimento ai suoi obiettivi la politica estera italiana e quella dell’Unione europea. Se osserviamo che la politica della NATO viene dettata dalle multinazionali, abbiamo un quadro d’insieme illuminante.

La rappresentatività del Parlamento è stata oggetto di un vulnus portato dal premio di maggioranza e dalle liste bloccate che è stato marcato dalla Corte Costituzionale, sia pure con qualche ombra. Se la sovranità appartiene al popolo, certamente essa non può essere appannaggio esclusivo di una qualsivoglia maggioranza. Tanto meno, di una maggiore minoranza o di un potere di fatto. Tanto una maggioranza, quanto, evidentemente, una minoranza, sono solo una parte del potere sovrano. Ne discende che un’opposizione ne fa parte e deve poter esercitare il suo ruolo con pari dignità. Viceversa, quando ai cittadini è dato di partecipare solo saltuariamente, con il voto e non continuativamente e attivamente, attraverso i partiti politici, il popolo non è sovrano. Si invertono, cioè nuovamente, i ruoli fra Stato e popolo e non siamo, perciò, in democrazia. E’ ciò che sta accadendo. Non c’è democrazia se si limita la partecipazione alla vita politica alle sole elezioni; vieppiù se alle sole elezioni amministrative, lasciando agli eletti di esercitare il potere legislativo secondo propri criteri. Così, non c’è democrazia se il potere legislativo viene esercitato dal potere esecutivo e, ancora e di più, non può esserci se, anziché di eletti, parliamo di nominati, perché, in tutti questi casi, vengono a mancare il supporto e il controllo, cioè la partecipazione, della pubblica opinione. Analizzando l’operato degli ultimi quattro Esecutivi, nell’ordine: Berlusconi, Monti, Letta e Renzi, si scopre infatti che l’80 per cento delle norme approvate sono di iniziativa governativa. Quello che accade da alcuni anni in Italia corrisponde, non a caso, al modello adottato nell’Ordinamento dell’Unione europea, dove il potere legislativo non sta in capo al Parlamento. L’elezione, quindi, è un atto positivo di sovranità e non un semplice delegazione di poteri agli eletti e le istituzioni non devono sostituirsi agli elettori e mi sento di dire che qui sta il problema di questa democrazia. In ultimo e a proposito, occorre citare il ricorso al voto di fiducia che il Governo pone su un determinato provvedimento, ponendo fine alla discussione parlamentare e impedendo qualsiasi eventuali modifiche. Uno strumento di cui i vari esecutivi hanno sempre abusato per portare avanti le loro iniziative. L’Art. 70 della Costituzione recita: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. E’ lecito temere che siano diventati due Camere e un Palazzo

Ma c’è un altro caso, poco additato alla critica dei giuristi ed è il difetto di proiezione politica della pubblica opinione che caratterizza i partiti politici. Questi, quando sono strutturati con livelli gerarchici rigidi, fra loro, separati e blindati rispetto alla base, contravvengono a quella che è la loro finalità espressa dall’art. 49 della Costituzione, rendendo, di fatto, solo teorica la partecipazione dei cittadini alla vita politica.

Ognuna delle ipotesi negative qui delineate è oggi presente nella politica italiana e, non è difficile temere che la progressiva, prevaricante attuazione del neoliberismo adottato dall’Unione europea, porti alla fine della democrazia reale e della Repubblica.

Abbiamo parlato della riforma del Senato. Invero, di un’ipotesi di riforma si parla fin dal tempo della sua istituzione. L’aver configurato la seconda assemblea senza diversificarla apprezzabilmente dalla prima sembrò e sembra contraddire la stessa ragione d’essere della struttura bicamerale. Nel tempo, alla piccola riforma, solo quantitativa, prodotta nella IIIa Legislatura, si era pensato di aggiungerne una qualitativa, valutando anche le altrui esperienze in campo internazionale. Così, p. es., affiancando agli eletti i rappresentanti dei mondi produttivo e professionale. Ci si chiede: Possiamo pensare di dare voce e rappresentanza a questi gruppi o dobbiamo restare ancorati all’individuo? Qui, la domanda che si pone è se la tradizionale rappresentanza politica fondata sul suffragio universale degli Stati liberal-democratici sia sufficientemente adeguata al progresso della società globalizzata. La domanda può riguardare, evidentemente, soltanto le elezioni politiche e non quelle amministrative. Mi domando: E’ corretto valutare la Nazione come un semplice aggregato di individui di egual valore elettorale, intesi sia come elettori che come eleggibili, in quanto semplicemente cittadini? L’assetto multiculturale imposto alla società italiana (e noi parliamo ancora di popolo sovrano!) rafforza questa domanda. Quanto, la nostra esasperata visione dell’individualismo, penalizza i gruppi economici, sociali, intellettuali, professionali? Quanto, nel futuro non lontano della società, potrà penalizzare l’identità degli italiani?

La presente discutibile legislatura pretende di chiamarsi costituente. Un appellativo difficile da confermargli, attesa la dichiarazione di incostituzionalità attribuita alla sua legge elettorale dalla Sentenza della Corte Costituzionale N.° 1/2014 e l’aver essa abbondantemente abusato e violato il principio di continuità e l’art. 61 della Costituzione, permanendo ben oltre il trimestre ivi previsto. Il danno più grande che questa legislatura ha prodotto è proprio l’aver sciupato l’occasione di un democratico, serio dibattito sulle possibili riforme costituzionali: possibili perché la Costituzione ammette solo riforme migliorative e mai le ammette per la sua prima parte e, a nostro parere, anche per la seconda, stanti le reciproche loro interconnessioni.

Il Senato dei nominati

La riforma proposta dal Governo di un Senato di nominati, allontana ancora più la partecipazione alla politica dei cittadini e “avvicina” l’ordinamento italiano al modello europeo, proprio come ha richiesto il Trattato di Lisbona.

Il tradimento della Costituzione non è di oggi. l’art. 11 della Costituzione è stato violato con, le cessioni di sovranità, in permanenza, a una ridicola Unione europea, costruita intorno e basata su una misera moneta, sui rapporti di cambio. La tutela del lavoro come ascensore sociale, è stata violata e violentata, tramutandolo in un mero fattore della produzione, dal minor costo possibile. Il sostegno previsto dall’ art. 38 ai malati, agli inabili, ai vecchi, ai disoccupati involontari è stato dimenticato. La possibilità di investimento a debito per sostenere e promuovere l’economia è stata eliminata con l’inserimento, perciò demenziale, del “pareggio in bilancio” in Costituzione! Poi, è stata la volta del risparmio, i cui sacrosanti diritti sono stati ceduti, ma posso dire rapinati, con il decreto “Salva Banche”.

Tutto quanto delineato, così sommariamente, è accaduto e sta accadendo perché le istituzioni poste a garanzia della Costituzione, la Corte Costituzionale, i Presidenti della Repubblica, i Governi e i Parlamenti e, non ultima la Magistratura, hanno abdicato di fronte alla politica neoliberista dell’Unione europea, tradendo la Costituzione. Non potevamo non sottolineare e rimarcare il mancato esercizio dell’azione penale (art. 245 C.P., p. es.) da parte della Magistratura, inerte anche dopo la presentazione della denuncia penale specifica e circostanziata presentata da valenti giuristi e ripresentata dai cittadini in varie Procure d’Italia. Ancora meno garantista sarà la Corte Costituzionale dopo l‘ulteriore sua politicizzazione.

Ma tutto ciò sta accadendo anche perché la coscienza democratica dei cittadini è venuta meno ai propri principi, separando da loro la politica, fino a farne un corpo estraneo rispetto al popolo e ai suoi interessi; quindi delegittimandola e, con essa, delegittimando la Repubblica. Concludo, per quanti, invece, intendono delegittimare la Costituzione perché, pretestuosamente, sarebbe divenuta inadeguata, che possiamo rispondere: E’ viva, nella sua attitudine rivoluzionaria a interpretare il futuro della democrazia e non vogliamo la sua fine.

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