630.-IL PARADOSSO €UROPEO: LA CENSURA SUL “PUNTO ZERO” E LA PROIEZIONE IDENTIFICATIVA DEGLI OPPRESSI.

da “orizzonte48″

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“In questa chiave “progressiva” si possono comprendere anche gli elevati livelli di tassazione: si tratta di una condizione transitoria e, naturalmente strumentale, che sconta la modifica del precedente ordine costituzionale dei welfare, mirando a farlo collassare per rigetto del corpo sociale; e ciò mediante la imposizione del vincolo monetario (ad effetti equipollenti “in parte qua” al gold standard) e dei ben noti “vincoli” di deficit e di ammontare del debito, posti rispetto ai bilanci pubblici.
I quali, naturalmente, in una fase iniziale, pazientemente durevole, debbono “rientrare”, consolidarsi, aumentando l’imposizione fiscale, prima di poter procedere, verificatesi le condizioni politiche, al taglio strutturale della spesa pubblica.
Alla fine, la gente, avvertendo come insopportabile il costo dei diritti sociali, cioè del welfare, invocherà il loro smantellamento, pur di vedersi sollevata da questa insopportabile tassazione”.

PARTE I.
1. Il sistema neo-liberista, che trova la sua forma più brutale nell’UE dell’euro, si fonda su un paradosso. Molti cittadini €uropei, sempre più numerosi, avvertono la sensazione che siamo immersi in un paradosso (“una conclusione evidentemente inaccettabile, che deriva da premesse evidentemente accettabili per mezzo di un ragionamento evidentemente accettabile”.).
Ma la difficoltà sta nel formularne i termini e lo sviluppo in modo completo dal punto di vista logico, sì che possa essere divenire un’acquisizione cosciente per ciascun individuo coinvolto: solo attraverso questa consapevolezza egli potrà regolarsi di conseguenza, senza sbagliare le scelte e le previsioni/aspettative legate ai propri comportamenti, nonché recuperando una qualche libertà di autodeterminarsi nel proprio interesse “reale”.
Ne discende che il problema della definizione del paradosso è molto pratico, e che chi non sa trarne le applicazioni concrete ad ogni questione applicativa (ad es; questa), sopravvenienti ormai a getto continuo nel dilagare del neo-liberismo federalista, ha bisogno di studiare ancora molto.

2. Proviamo dunque a dare una descrizione del paradosso nella sua struttura logica, (rinviando, per i concreti contenuti politico-economici storicamente affermatisi in base al “paradosso”, a due citazioni keyenesiane di Caffè, ben connesse alla costruzione europea):

– il sistema si fonda sulla cooperazione identificativa degli oppressi con gli oppressori: l’identificazione (cioè una “proiezione” in base a cui mi attribuisco qualità e interessi coincidenti con quelli di chi mi opprime) è resa possibile dalla sfasatura (lag temporale) tra gli effetti di tale cooperazione e la condizione transitoria del cooperante, che varia durante le fasi di realizzazione intermedia degli effetti.
L’induzione da parte degli oppressori della proiezione identificativa, sfrutta proprio le variazioni di condizione dei soggetti oppressi, e implica di utilizzarne programmaticamente i tempi di realizzazione. Ed infatti, tale condizione variabile ovviamente peggiora (in termini astratti: decremento di qualità autoattribuibili e perdita degli stessi interessi che avevano giustificato la proiezione identificativa): ma, – strumento saliente della strategia paradossale- il tempo che occorre al compimento del processo viene utilizzato, dagli oppressori, per attribuire la colpa del peggioramento allo Stato;

– E qui veniamo a come le premesse vengano (abilmente) rese accettabili. Si tratta in definitiva di nascondere, e censurare sistematicamente la più importante fra esse: il sistema, infatti, presuppone che gli oppressi che cooperano siano, in partenza, in condizioni di benessere relativo alla propria sfera economica e sociale. Altrimenti, l’identificazione di cui al precedente “punto” non può (non avrebbe potuto) verificarsi. Ma tale condizione di benessere socio-economico è dovuta alla precedente azione dello Stato democratico, inteso in senso non “filosofico” (cioè che non circoscrive la democrazia al processo elettorale e all’eguaglianza formale, disinteressandosi dei diritti sociali), come ente di tutela di una comunità sociale pluriclasse e integralmente solidaristica, cosa che in concreto esige l’affermazione attiva dei diritti sociali. Tali diritti, rammentiamo, consistono in reddito indiretto e reddito differito, e connesso risparmio diffuso, riconosciuti, dallo Stato, ad ogni componente della comunità che abbia partecipato attivamente ad essa in base ad un’attività lavorativa nel corso della quale sia protetta, dallo stesso Stato, la dignità del lavoro stesso;

– ergo, il sistema può funzionare proprio e soltanto sul presupposto che il benessere diffuso sia stato in precedenza raggiunto grazie all’azione dello Stato (democratico e keynesiano), dato che, in assenza di tale condizione (storico-economica) nel punto “0” dell’intero processo, l’induzione manipolativa alla identificazione sarebbe risultata inefficace. Ed è qui il nodo del paradosso, vale a dire il fine inaccettabile è dissimulato e trascende sia le falsificate premesse “accettabili” che il fine (formale) reso paradossalmente accettabile. Ed infatti, tutto ciò ha il fine (dissimulato) di distruggere lo Stato costituzionale democratico medesimo, in quanto strumentalmente colpevolizzato (fine enunciato e accettabile) della sopravvenuta impossibilità di far concidere le proprie qualità e i propri interessi con quelli degli oppressori appartenenti all’oligarchia. Questa oligarchia, ab initio (anche prima del punto “0”) vedeva nell’azione dello Stato democratico una minaccia alla conservazione e all’incremento dei propri privilegi: privilegi che raggiungono il massimo valore economico e, più ancora, raggiungono il vertice delle gerarchie socio-politiche, quando vengono a coincidere con l’istituzione (appunto, sovranazionale), cioè quando instaurano un nuovo e opposto tipo di Stato (quello oligarchico in luogo di quello democratico pluriclasse).

PARTE II.
3. Per i contenuti politico-economici che sono stati istituzionalizzati in base a questo schema, ci pare interessante riportare due citazioni riferibili a Caffè che ben descrivono l’evoluzione nel tempo, programmatica, di ciò che la “costruzione europea” avrebbe portato a compimento, in virtù della manipolazione identificativa. Li pongo in un ordine che rispecchi la tempistica (graduale) delle fasi realizzative:

4. “Che ne pensarebbe Caffè dell’Europa di oggi? Che sia sempre stato favorevole alla politica del “piede in casa” si sa; ci sono però anche articoli molto più precisi sull’Europa di ieri. Uno in particolare (comparso per la prima volta su “Il Manifesto”, 8 luglio, 1981 e ripubblicato in “La solitudine del riformista”, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, pagg. 197-99), per quanto ne so irreperibile in rete, ve lo trascrivo qui. Pesiamo la gravità delle rispettive situazioni e traiamo le nostre conclusioni. Buona lettura:
“Se sono esatte le notizie riferite dalla stampa circa le “sollecitazioni” con le quali la Comunità economica europea avrebbe accompagnato l’accettazione del provvedimento italiano di un deposito provvisorio infruttifero, nella misura del 30%, su determinate importazioni o acquisti di valuta estera per specificati scopi, ci si trova di fronte a un comportamento che attesta con chiarezza come la cooperazione comunitaria si sia trasformata in esplicito rapporto di vassallaggio.
Una espressione di indignazione morale di fronte a questo stato di cose lascerà del tutto indifferenti le autorità politiche del nostro paese, alle quali è verosimilmente da riferire l’origine prima di quelle “sollecitazioni”.
Ma è bene che i giovani i quali seguono queste note e le considerano quasi una continuazione del colloquio nell’aula universitaria siano consapevoli che condizionamenti del genere venivano, in un passato alquanto remoto, imposti ad alcuni paesi (come l’Egitto, la Turchia, la Cina) in momenti in cui non erano in grado di far fronte agli impegni del loro indebitamento verso l’estero. Questi condizionamenti venivano designati come regime delle “capitolazioni” e la parola rende abbastanza bene l’idea.
Ma, prescindendo dagli aspetti etico-politici, sono quelli di carattere strettamente tecnico che vanno contestati punto per punto.
In primo luogo (sono cose che giova ripetere) i trattati comunitari prevedono, in caso di comprovate difficoltà della bilancia dei pagamenti, “clausole di slavaguardia” che possono condurre anche alla temporanea reintroduzione di quote o contingenti alle importazioni (Ndr: tali “clausole di salvaguardia”, scompaiono, a partire dal Trattato di Maastricht, per i paesi-membri “la cui moneta è l’euro”: per questi, sia chiaro, l’unica misura di risoluzione del vincolo della bilancia dei pagamenti”, rimangono le “sollecitazioni” provenienti, puntualmente, da Commissione UE e BCE, sempre invariabilmente imperniate sulla svalutazione interna mediante deflazione salariale).
I paesi membri, vale a dire nel caso che ne ricorresse la necessità, potrebbero imporre misure restrittive più severe di quelle che si concretano con l’adozione di sovraddazi, o l’imposizione di un deposito infruttifero. Può essere discutibile se sia stato opportuno, a suo tempo, accettare provvedimenti restrittivi più blandi, ma non previsti dalle disposizioni comunitarie.
In tesi generale, sembra preferibile attenersi alle carte statutarie, anziché tollerare prassi difformi (alle quali, in altre circostanze, hanno fatto ricorso anche paesi diversi dal nostro). Ma l’importante è di tenere presente che i paesi membri hanno “diritto” di far appello alle clausole di salvaguardia e che le autorità comunitarie avrebbero soltanto titolo a verificare se ricorrano o meno gli estremi che ne giustificano l’applicazione.
Detto questo, non si intende constestare alle autorità comunitarie di valutare i fattori di difficoltà della bilancia dei pagamenti italiana e di esprimere le loro raccomandazioni.
Stupisce, tuttavia, che queste raccomandazioni siano la replica puntuale di interventi molto controversi nel dibattito economico che si svolge nel nostro paese (dalla “soluzione” del problema della scala mobile, al contenimento del disavanzo pubblico, dal “divorzio” tra il Tesoro e l’Istituto di emissione, alla predisposizione della copertura a fronte di nuove spese pubbliche, alla realizzione di un accordo tra le parti sociali).
Ancora una volta lasciando da parte i risvolti politici di simili raccomandazioni, vi è una tale sensazione di stantio, di ripetitivo, di carenza di originalità da lasciare perplessi sulle capacità di ispirazione di organi che hanno l’arduo compito di tracciare il disegno dell’armonizzazione delle politiche comunitarie.”
5. “Degli ostacoli che le strozzature frappongono alle politiche di piena occupazione erano ben consapevoli quelli che Steve ha chiamato i «keynesiani della prima generazione» (8), fra i quali vanno compresi Michał Kalecki e gli altri autori del libro “L’economia della piena occupazione”, del 1944, tradotto in italiano nel 1979 con un’introduzione di Caffè (9).
«Se non esistono riserve di capacità o queste sono insufficienti – scrive Kalecki in questo libro – il tentativo di assicurare la piena occupazione nel breve periodo può facilmente causare delle tendenze inflazionistiche in vasti settori dell’economia, poiché la struttura della capacità produttiva non è necessariamente adeguata alla struttura della domanda […]. In un’economia nella quale l’attrezzatura produttiva è scarsa è quindi necessario un periodo di industrializzazione o ricostruzione […]. In tale periodo può essere necessario impiegare controlli non dissimili da quelli impiegati in tempo di guerra.» (10). Un’affermazione come questa basta da sola a mostrare tutta l’inconsistenza e la superficialità dell’identificazione, che tanto spesso si è voluta fare, fra keynesismo e politiche keynesiane, basate esclusivamente sul sostegno della domanda aggregata”.

Se, anziché con la politica dell’offerta, il miglioramento dei conti con l’estero viene perseguito per mezzo della deflazione, il freno che ne deriva alla formazione di capacità produttiva tenderà ad aggravare ulteriormente la situazione. «E’ un affare molto serio – ha scritto un altro keynesiano della prima generazione, Richard Kahn – se l’attività produttiva deve essere ridotta perché la produzione a pieno regime comporta un livello di importazioni che il paese non può permettersi. Ed è un affare particolarmente serio se la riduzione in esame prende largamente la forma di una riduzione degli investimenti, inclusi gli investimenti volti alla formazione della capacità produttiva capace di farci esportare più beni a prezzi più concorrenziali e di diminuire la nostra dipendenza dalle importazioni.» (11).
Se proprio occorre ridurre gli investimenti, afferma ancora Kahn, tale riduzione deve essere «altamente discriminatoria»: bisogna, cioè, tentare di «stimolare gli investimenti nelle industrie esportatrici e in quelle capaci di sostituire le importazioni, particolarmente nei settori in cui è l’attrezzatura produttiva a rappresentare la strozzatura, e di scoraggiarli in tutti gli altri settori. Le restrizioni monetarie possono, tuttavia, essere caricate di un contenuto discriminatorio solo con difficoltà ed entro limiti piuttosto ristretti. Vi sono qui, per eccellenza, forti ragioni per ricorrere a metodi alternativi di scoraggiare gli investimenti, e particolarmente a quei metodi che operano attraverso controlli diretti» (12).
Dal fatto che la sostituzione delle importazioni e il potenziamento della capacità di esportazione sono obiettivi di medio o lungo termine, mentre la deflazione va evitata fin dall’inizio (anche per non pregiudicare il raggiungimento degli obiettivi suddetti), può discendere la necessità di imporre controlli amministrativi sulle importazioni di particolari merci, e dunque sulla loro distribuzione all’interno del paese”.
PARTE III.
Commento finale: sulle questioni di disattivazione della democrazia e di irrevesibile mutamento della “forma di Stato” che necessariamente da tutto questo derivano, rinviamo a…tutto il blog e ai due libri (le cui copertine trovate nella homepage, in alto a destra…). Ma rimane facile una semplice conclusione:
– se disattivare lo Stato democratico nazionale è il fine complessivo perseguito, mediante il paradosso €uropeo, con la manipolazione e l’inganno, -senza i quali sarebbe irrealizzabile-, per uscirne occorre ripristinare la piena applicazione della Costituzione del 1948.

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