628.-PROFESSOR UGO DE SIERVO SULLA RIFORMA “COSTITUZIONALE” DI RENZI E, POI, SUL CODICE DI CAMALDOLI.

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Il professor Ugo De Siervo, presidente emerito della Corte Costituzionale, che è uno dei massimi interpreti del pensiero di Giorgio La Pira e insegnava a Firenze quando il giovane Renzi si laureava con una tesi sullo storico sindaco democristiano, senza mai nominare il Presidente del Consiglio, ha demolito uno a uno i cardini della riforma, a colpi di commenti sarcastici.

Dunque critiche al metodo: «Molta improvvisazione». Allo stile: «Punti che non tornano». Al merito: «Norme ambigue» che tentando di «rimediare ad alcune cose combinano guai maggiori e più diffusi». Il docente, che è tra i promotori di un appello al «no» firmato da 56 giuristi, rivela che con i colleghi si è «spaventato» all’ idea che si volessero cambiare 40 articoli della Costituzione con queste modalità.

A chi gli sottopone uno dei più classici argomenti del fronte del «sì» («se non si cambia la Costituzione stavolta non si cambia più»), ricorda che dal ’48 a oggi ci sono state 15 modifiche al testo costituzionale e 20 leggi costituzionali. Insomma non cambiare la Carta per il docente di Diritto non è un dogma assoluto, ma un giudizio applicato al caso concreto. Una valutazione su misura per la proposta Renzi-Boschi.

Visto che siamo in tema, eccovi “I 70 ANNI DEL CODICE DI CAMALDOLI”. Convegno tenuto ad Arezzo per i settant’anni del Codice di Camaldoli (18-24 luglio 1943) dal Centro Studi  Storici, Economici e Sociali Amintore Fanfani. Ospite d’onore il costituzionalista Ugo De Siervo, presidente emerito della Corte Costituzionale.

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Il Codice di Camaldoli è una carta fondamentale del pensiero sociale cattolico, un programma per la rinascita dell’Italia e la sua Costituzione, base politica della Democrazia Cristiana, spesso disattesa ieri dagli stessi esponenti dello Scudo crociato, oggi dai politici cattolici sparsi nei vari partiti.

Sono in pochi a ricordare che, precedentemente, in pieno fascismo, sempre nell’antico monastero benedettino Giovanni Battista Montini, un prete bresciano che diverrà poi Papa Paolo VI, organizza le “settimane teologiche” degli studenti, un incontro che diventa il simbolo della resistenza morale e culturale di una generazione che viene formata alla pazienza della storia, alla ricerca, all’ascetica dello studio, della preghiera e della riflessione, contro l’arroganza brutalmente semplificatoria delle parole d’ordine, dei simboli e dei miti di massa, cari non solo alla dittatura ma a una parte non certo marginale del mondo cattolico.

Quanta attualità in questi concetti che mettono ancor più in risalto il fango in cui è sommersa oggi la politica nostrana e il nulla dei suoi esponenti (a cominciare da quelli cosiddetti cattolici), ad ogni livello!

In particolare il Codice di Camaldoli si basa sull’affermazione della dignità della persona e del suo primato sullo Stato (qui la profonda differenza con il comunismo marxista leninista), il riconoscimento della laicità dello Stato, il forte ruolo della politica e dei partiti come garanti della democrazia e della giustizia sociale, la funzione sociale della proprietà:
Punto centrale della dottrina economica del Codice è la teoria, elaborata da Vanoni, dell’attività finanziaria pubblica che, seguendo il criterio della giustizia sociale, deve provvedere all’equa ripartizione di oneri e benefici del prelievo fiscale.

Il ruolo svolto dai cattolici nella vita pubblica italiana, dall’immediato dopoguerra, è stato costruito su questi pilastri. Lontano dai riflettori. Insomma, una “terza via” che è la via dell’economia mista, dove lo Stato interviene nella gestione del mercato per regolamentarlo, controllando la redistribuzione della ricchezza. C’è l’influenza del New Deal di Roosevelt, superando la Rerum Novarum e le teorie di Toniolo che puntavano in una sorta di partecipazione dei lavoratori ai profitti dell’impresa.

Dal Codice, Alcide De Gasperi trarrà la linfa per costruire quella Democrazia Cristiana, “un partito di centro che guarda a sinistra”, componendo “in un equilibrio dinamico” le diverse anime, le diverse culture, le diverse origini e sensibilità sociali delle varie componenti confluite nella nuova formazione cattolica.

Immaginare che, in questa fragile democrazia, i cattolici possano efficacemente inserirsi nelle dinamiche politiche, economiche e dell’informazione, dominate da ristrette oligarchie, senza un disegno strategico e strumenti adeguati è una “pia illusione” e un’abdicazione al dovere di responsabilità verso i fratelli che assimilerebbe i nostri comportamenti alla risposta di Caino a Dio”.

Arezzo, 14 febbraio 2014

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Sono passati 70 anni dal Convegno nel monastero di Camaldoli, dove un gruppo di intellettuali cattolici, laici e religiosi  – pochi giorni prima del Gran Consiglio che disarcionò il Duce – si incontrarono presso il monastero benedettino di Camaldoli, sotto la guida di mons. Adriano Bernareggi, assistente ecclesiastico dei laureati dell’Azione Cattolica, con l’intento di confrontarsi e riflettere sul magistero sociale della Chiesa sui problemi della società, sui rapporti tra individuo e stato, tra bene comune e libertà individuale. Qui, sottoscrissero il famoso “Codice”.
Il progetto era quello di elaborare un testo di cultura sociale che aggiornasse il Codice di Malines, primo tentativo di dottrina sociale cattolica fatto dall’Unione internazionale di studi sociali di Malines, in Belgio, a partire appunto dai contributi emersi nella settimana del seminario, al quale partecipò attivamente anche Giorgio La Pira.
Il 25 luglio e i successivi avvenimenti modificarono il piano di lavoro, che prevedeva una ampia partecipazione; la stesura fu affidata a Sergio Paronetto, Pasquale Saraceno, Ezio Vanoni, Giuseppe Capograssi che la completarono nel 1944; l’opera fu pubblicata nel 1944.
Una delle caratteristiche essenziali del “Codice” consiste nel porre la giustizia sociale tra i fini primari dello Stato, così come la salvaguardia della libertà. Evidente l’influenza che questa elaborazione ha avuto tra gli intellettuali cattolici dell’ala “sociale” della Democrazia Cristiana e nella stessa stesura della Carta Costituzionale.
Sul Codice di Camaldoli resta esemplare la definizione che ne dette Gabriele De Rosa: “Quel complesso di indirizzi programmatici, ispirati dalla Dottrina Sociale della Chiesa, che furono elaborati in vista della ricostruzione”. Oggi l’attualità di quello straordinario documento, oltre ai principi che l’ispirarono, è nel metodo con il quale fu realizzato: di lavoro, di partecipazione, di elaborazione di un’idea di sviluppo e di futuro del Paese.
Ad Arezzo sono stati celebrati i settant’anni dall’elaborazione del Codice di Camaldoli con un convegno che si è svolto nella Sala dei Grandi della Provincia. L’iniziativa organizzata dal Centro studi Amintore Fanfani è stata presentata al pubblico nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta nella Sala Rosa del Comune.

Un evento che ha ricevuto il plauso dell’amministrazione comunale aretina.

Durante il convegno nella Sala dei Grandi della Provincia il Prof. Ugo de Siervo e il Prof. Piero Roggi si sono concentrati sui collegamenti tra codice e Carta costituzionale.

I valori contenuti all’interno del codice hanno preso in esame anche gli aspetti economici dell’Italia di allora, offrendo numerosi spunti per cercare di allontanare la crisi economica che imperversava in seguito alle grandi distruzioni provocate dalla seconda guerra mondiale.

 

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2 pensieri su “628.-PROFESSOR UGO DE SIERVO SULLA RIFORMA “COSTITUZIONALE” DI RENZI E, POI, SUL CODICE DI CAMALDOLI.

  1. Il professor De Siervo, che è uno dei massimi interpreti del pensiero di Giorgio La Pira e insegnava a Firenze quando il giovane Renzi si laureava con una tesi sullo storico sindaco democristiano, senza mai nominare il premier ha demolito uno a uno i cardini della riforma, a colpi di commenti sarcastici.
    Non è sfuggita la portata di una bocciatura così netta, proprio per i legami tra Renzi e De Siervo. Non solo quelli accademici: Lucia, figlia del costituzionalista, è stata capo di gabinetto del Renzi sindaco di Firenze, ed è tuttora dirigente del settore Attività economiche e turismo. L’ altro figlio, Luigi, è uno storico amico di Renzi e dirigente di Raicom, anche se ha dichiarato di non averlo più sentito da quando lavora nella tv di Stato.

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  2. Nel luglio del 1943, pochi giorni prima della caduta di Mussolini, un gruppo di professionisti e intellettuali cattolici si ritrovò nel Monastero di Camaldoli, con l’obiettivo di raccogliere idee comuni per la rinascita del Paese. Il documento, elaborato nel 1943-1944 e pubblicato nel 1945, alla vigilia della Liberazione, caratterizzerà in modo decisivo la nostra Costituzione e le riforme di De Gasperi. L’ispiratore dell’operazione fu Giovanni Battista Montini (il futuro Papa Paolo VI), all’epoca nella Segreteria di Stato vaticana mentre Sergio Paronetto (scomparso nel marzo del 1945) ne fu il protagonista dimenticato. Accanto al testo originale del Codice di Camaldoli, il libro ricostruisce il clima culturale e politico di quegli anni, ed è arricchito dai commenti di Fausto Bertinotti, Paolo Savona e Valerio Castronovo. Leggere oggi queste pagine vuol dire ripercorrere il periodo più intenso e creativo della nostra Repubblica, affinché possa servire da bussola nella politica del presente che, prima di fare, dovrebbe ricostruire le indispensabili capacità di pensiero, di elaborazione e di coesione per proiettarci nel futuro.

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