617.-Lo schiavismo dei buoni

Voluntas enim naturaliter tendit in bonum sicut in suum obiectum: quod autem aliquando in malum tendat, hoc non contigit nisi quia malum sibi sub specie boni proponitur. (Tommaso D’Aquino)

Il Pedante pubblica questo paper che Anna Caccia Dominioni ci propone. Lo ripubblico; ma le metà verità non soddisfano. L’infermiera Bettina è lo Stato che deve assolvere al dovere della solidarietà verso i cittadini bisognosi (p.es., l’art.38 Cost.). Il disabile lasciato morire è il cittadino verso il quale lo Stato è stato inadempiente. I Principi che sostanziano la trama della Costituzione non ammettono graduatorie di merito. Forse che si può negare la “Libertà” per difetto di risorse? Adempiuto il dettato costituzionale, c’è , poi, il messaggio di Cristo, che ispira la cristianità: “Ama il prossimo tuo, come te stesso”; dove il concetto di prossimità non significa “tutti” e “come te stesso” presuppone che si ami “te stesso”. Infine, una cosa è il dovere costituzionale, un’altra cosa è il sostegno alle altre nazioni (ma come?), un’altra, ancora, è l’invasione. Tralascio il malaffare che il “regime” sostiene senza più pudore. Regime? Se manca l’equilibrio fra i poteri costituzionali e se manca il pluralismo nell’informazione, non c’è democrazia, ma c’è un regime; nel caso, per conto terzi.

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L’immigrazione di massa integra chiaramente un caso di guerra tra poveri. Non solo perché lo è nei fatti, con milioni di persone a contendersi alloggi insufficienti, lavori sottopagati o di bassa manovalanza criminale, periferie anguste e i palliativi di un welfare centellinato dai tagli. Ma anche perché così si vuole che sia – o quantomeno ce la si mette tutta affinché lo diventi.

Nei giorni in cui il Comune di Milano decideva di trasferire 400 euro al mese a chi accogliesse un profugo nella propria abitazione, nella stessa città moriva di stenti Giovanni Ceriani, un disabile di cittadinanza italiana che si manteneva con un assegno di 186 euro al mese e un bonus comunale di 1.000 euro all’anno. Mentre scrivo, a La Spezia l’invalido Roberto Bolleri è in sciopero della fame per rientrare in possesso del suo alloggio popolare occupato abusivamente da una famiglia di marocchini che, fanno sapere, usciranno solo quando il Comune avrà assegnato loro una sistemazione adeguata in deroga alle graduatorie. In Germania l’infermiera Bettina Halbey e la sua vicina di casa stanno per essere sfrattate dal Comune di Nieheim: dovranno lasciare i loro appartamenti ai richiedenti asilo, mentre nel resto del paese si espropriano immobili privati e si evacuano scuole pubbliche, per lo stesso motivo.

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Non c’è bisogno di essere leghisti per capire che finirà male, malissimo.

In un sistema di finanza pubblica dove la scarsità di investimenti è postulata come un dogma, è inevitabile che i poveri e gli impoveriti si contendano le briciole e temano l’arrivo di nuove bocche da sfamare. Tanto più se quello stesso sistema predica anche la scarsità dei salari e delle tutele come una virtù e la scarsità di lavoro come una colpa, non lasciando ai deboli altra scelta che un cannibalismo di sopravvivenza in cui l’odio etnico e razziale è solo il pretesto di una guerra per bande.

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C’è del dolo o comunque una sterminata irresponsabilità in chi sostiene queste politiche di scarsità e al tempo stesso auspica corridoi umanitari per prelevare gli stranieri alla fonte, chiede la rimozione dei blocchi alle frontiere e sogna di accogliere 300-400 mila persone ogni anno se non 30 milioni in 15 anni. Salvo poi, al delinearsi di una catastrofe umanitaria che colpirebbe tutti – in primis gli immigrati di cui si fanno paladini – sfoderare il ferro vecchio della rivoluzione culturale e rimproverare ai sudditi il vizio della xenofobia lanciando vibranti campagne contro l’odio. Quasi fossero, la xenofobia e l’odio, patologie dalle origini oscure da debellare con la profilassi (nei giovani) e gli antibiotici (nei vecchi) e non un’etologica conseguenza delle politiche da loro stessi create.

C’è del dolo e dell’irresponsabilità in questa filantropia a spese degli altri, ma c’è anche e soprattutto il suo contrario, cioè del razzismo. Che non è il razzismo di cui si lamentano i progressisti: l’islamofobia e il disprezzo di civiltà diverse che, deplorabile e insensato a parere di chi scrive, è già condannato a reti unite e sarà presto oggetto di un’apposita commissione per la schedatura dei reprobi. E neanche l’autorazzismo di cui si parla quando i bisogni degli stranieri sono anteposti a quelli degli autoctoni. Il razzismo dei buoni colpisce invece proprio loro: gli immigrati, che protegge a parole e trasforma nei fatti in strumenti di un piccolo e penoso esercizio di autocertificazione etica e di un più grande disegno socio-economico di sfruttamento degli ultimi.

L’idea che abbiamo bisogno (?) dello sperma di milioni di disperati per ripopolare un continente in stasi demografica, o delle loro braccia per svolgere i lavori che gli italiani non vogliono più fare (cioè quelli sottopagati) non differisce in principio dalle deportazioni degli schiavi africani negli Stati Uniti del sud o dei forzati nelle colonie inglesi da ripopolare. Allora li si prelevava con la violenza, oggi li si costringe con la violenza del debito, della guerra e dello sfruttamento – che i deportazionisti buoni chiamano rispettivamente aiuti (sic) internazionali, missioni di peacekeeping e investimenti diretti esteri, e li sostengono pulendosi la coscienza con un’agile mossa lessicale. Ritenere normale che alcuni paesi del mondo, i più poveri, siano serbatoi di carne umana da ricollocare alla bisogna dei meno poveri soddisfa i requisiti non solo del razzismo, ma anche dello schiavismo tout court, e tradisce un disprezzo ignaro ma totale del diritto di queste popolazioni a vivere in pace e prosperità nelle proprie terre di origine.

In quanto al ritornello de i-lavori-che-gli-italiani-non-vogliono-più-fare, gira da almeno 20 anni ed è un classico esempio di come si peggiora un problema vero (l’abbassamento dei salari) con una soluzione falsa (l’immigrazione). Se molti mestieri non garantiscono redditi sufficienti per condurre una vita dignitosa nonostante siano richiesti dal mercato e in molti casi indispensabili, c’è evidentemente un problema di allocazione dei frutti del lavoro, che dalla base produttiva si spostano verso l’alto, ai dirigenti e ai grandi imprenditori fino a raggiungere lo stretto vertice degli investitori finanziari e dei loro vassalli. E se il lavoro vale sempre di meno, in ciò non aiuta la velleità di competere a frontiere aperte e a cambio fisso con i paesi che ci hanno preceduto nello sfruttamento in larga scala, condannandoci a una guerra globale tra poveri dove vince chi compra il lavoro, non chi lo svolge.

Per chi si dice di sinistra questi concetti dovrebbero essere pane quotidiano, se non fosse che l’oppio del moralismo gli ha fatto credere che gli italiani sono pigri e viziati e “non vogliono sporcarsi le mani”, mentre invece i migranti sarebbero baciati da una voglia di fare e di migliorarsi attraverso il lavoro duro, umile e senza pretese. Nel raccontarsi questa fiaba si inanellano almeno tre obbrobri: 1) il disprezzo per i propri connazionali che lottano per preservare i diritti e il benessere conquistati con il sangue degli avi, oggi derubricati a “privilegi”, 2) la celebrazione della propria eccezione etica (per la nota Equazione di Scanavacca) e, 3) in quanto agli stranieri, la certificazione del loro status di morti di fame disposti a tutto per un pugno di riso, di selvaggi che tutto sommato possono fare a meno del set completo di tutele e benefici formalmente garantiti a chi è nato nell’emisfero dei ricchi.

Se i primi due punti meritano compassione, trattandosi in ultima analisi di autolesionismo, il terzo suscita rabbia e stupore per i modi in cui i concetti antichi di colonialismo, paternalismo e sfruttamento sono riusciti a riciclarsi nei panni dei buoni sentimenti. L’unica, amarissima, consolazione è che chi ammette la deportazione del povero a beneficio del ricco – sia pure con la bonomia della dama coloniale che getta caramelle ai negretti – deve prepararsi a seguirne la sorte mettendosi al servizio di chi è ancora più ricco, come sta accadendo.

Forse un giorno ci si accorgerà che combattere la povertà importando poveri, lo schiavismo importando schiavi e la disoccupazione importando disoccupati non è una buona idea – da qualsiasi parte politica la si guardi. Quel giorno, italiani e stranieri, ovunque ci troveremo, sapremo chi ringraziare.

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3 pensieri su “617.-Lo schiavismo dei buoni

  1. Manfredi
    E’ davvero strano che, dopo aver analizzato il significato politico del progetto di integrazione europea, dopo aver messo in luce la straordinaria redistribuzione dai salari ai profitti che quel progetto sta realizzando, dopo aver insomma chiarito le cause della crisi, il Pedante si faccia venire in mente che *il* problema del disabile che campa con 1000 euro l’anno, dell’invalido senza casa, dell’infermiera Bettina siano i tre marocchini che occupano l’immobile. Certamente quello è un problema, gravissimo, che incide sulla vita di quei singoli. Ma quale significato storico e sociale attribuirgli? Questo dovrebbe essere l’interrogativo.

    Lo spessore del secondo paragrafo di questo post è pari a quello, impercettibile, della bieca propaganda ideologica: si prende un caso isolato e gli si attribuisce un significato generale che non ha, solo per giustificare una tesi priva di fondamenta. Come quando Confindustria ci racconta di quel lavoratore che ha rubato i soldi dalla cassa, così da giustificare l’abbattimento dello Statuto dei lavoratori; come quando l’Unione Europea ci racconta di quel politico corrotto, così da giustificare la cessione di sovranità e l’avvento dei tecnici. Come quando la Boldrini ci racconta dell’immigrato felice che si integra spazzando gratis il parco giochi della piazzetta sotto casa, così da giustificare la reintroduzione dello schiavismo istituzionalizzato. E così via, lungo una serie di nefandezze che non avevano nulla a che vedere con il rigoroso e prezioso lavoro di analisi e divulgazione svolto fin qui dal Pedante.

    Per chiudere: quale significa storico e sociale dare ai casi citati strumentalmente dai fascisti e dai leghisti, e finiti non si sa come su questo ottimo blog nel secondo, infelicissimo paragrafo di questo post? Il problema abitativo nelle nostre città deriva evidentemente dalla gestione capitalistica degli immobili: case sfitte e alloggi popolari inutilizzati non lasciano dubbi sul nesso tra l’emergenza abitativa e le rendite dei palazzinari che dominano le nostre metropoli. Passiamo ora all’immigrazione. La categoria della guerra tra poveri, adottata dal Pedante, mi pare utile: perché rende l’idea di una guerra che vede contrapporsi due ‘partiti’ della stessa classe di miserabili, l’invalido e l’immigrato, i quali vengono aizzati gli uni contro gli altri da chi, dall’alto, determina la loro miseria. Ma se è di questo che stiamo parlando, come possiamo giungere alla conclusione che la guerra tra poveri si risolva con altra guerra tra poveri, cioè con la ‘lotta all’immigrazione’ tanto cara a fascisti e leghisti? Non sarebbe, piuttosto, il caso di considerare che solo la difesa dei diritti degli immigrati, la fine della loro criminalizzazione, può rafforzare i miserabili autoctoni, altrimenti sottomessi alla concorrenza di un esercito industriale di riserva composto da disperati disposti a tutto, lavoratori docili perfettamente disciplinabili? Non si è ancora capito che la Boldrini e Salvini remano nella stessa, identica, direzione? I primi istituendo i CPT, i secondi trasformando l’immigrato in criminale, hanno entrambi contribuito a calpestare la dignità dei disperati che fuggono dalle nostre guerre, producendo così il prototipo del lavoratore docile, disciplinato, muto. Costituendo per questa via un invincibile esercito industriale di riserva.

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    1. Mario Donnini
      Le metà verità non soddisfano. L’infermiera Bettina è lo Stato che deve assolvere al dovere della solidarietà verso i cittadini bisognosi (p.es., l’art.38 Cost.). Il disabile lasciato morire è il cittadino verso il quale lo Stato è stato inadempiente. I Principi che sostanziano la trama della Costituzione non ammettono graduatorie di merito. Forse che si può negare la “Libertà” per difetto di risorse? Adempiuto il dettato costituzionale, c’è , poi, il messaggio di Cristo, che ispira la cristianità: “Ama il prossimo tuo, come te stesso”; dove il concetto di prossimità non significa “tutti” e “come te stesso” presuppone che si ami “te stesso”. Infine, una cosa è il dovere costituzionale, un’altra cosa è il sostegno alle altre nazioni (ma come?), un’altra, ancora, è l’invasione. Tralascio il malaffare che il “regime” sostiene senza più pudore. La prevengo: Se manca l’equilibrio fra i poteri costituzionali e se manca il pluralismo nell’informazione, non c’è democrazia, ma c’è un regime; nel caso, per conto terzi.

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  2. Bombadillo 13 aprile, 2016 16:47
    Caro Pedante,
    sull’interessante tema che proponi e sviluppi con la solita padronanza, mi viene innanzitutto da segnalare che, giuridicamente, la Repubblica italiana non ha gli stessi doveri nei confronti dei cittadini italiani e di quelli stranieri: questo, beninteso, non significa che non abbia doveri anche nei confronti degli stranieri, ma che i cittadini italiani vengono prima di loro, possono vantare maggior diritti, e sono più garantiti. Questo è un fatto piuttosto ovvio, scontato, ma nell’attuale stato di confusione mentale che caratterizza, purtroppo, fin troppa gente, diventa utile ribadirlo: si vede che hai ragione tu, quando scrivi che ripetere l’ovvio…Per altro, se mi riferisco ai doveri dello Stato nei confronti dei cittadini, chiaramente non rinvio a qualche oscuro regolamento, ma alla Costituzione.
    In questa Repubblica italiana, piaccia o dispiaccia, gli stranieri vengono dopo dei cittadini. Se poi, invece, si vuole approdare ad una nuova Repubblica italiana (o ad una forma di Stato che Repubblica italiana non è più, vuoi perché non è repubblica, ma oligarchia, vuoi perché non ha più nulla di italiano, perché è cosmopolita), mutando la parte immutabile della Costituzione, si è molto vicini ad un atto di guerra civile.
    Nella mia materia, ad es., appare chiaramente il minore livello di garanzia per l’estradizione riferito agli stranieri (art. 10) e ai cittadini (art. 26). Ma, più in generale, è facile rendersi conto che alcuni diritti la Costituzione li attribuisce a tutti, come i diritti umani (art. 2), quello di professare liberamente la propria religione (art. 19), o di manifestare il proprio pensiero (art. 21), altri li attribuisce espressamente ai soli cittadini, come il diritto al lavoro (art. 4) –fermo restando che se lo straniero è lavoratore assume tutti i diritti, anche costituzionali, connessi a tale status, a partire da quello ad una retribuzione proporzionata (art. 36)-, alla circolazione (art. 16), all’associazione (art. 18), se inabile al lavoro e sprovvisto di mezzi, al mantenimento e all’assistenza sociale (38), etc. Giusto la questione dell’art. 3 è un poco più complessa, e non è questa la sede per affrontarla.
    Poi c’è il tema delle risorse, introdotto dal commentatore Pierfrancesco.
    Ah, se ci fossero più risorse, potremmo accogliere tutti, ma non ci sono per via di corruzione, evasione, etc. Qui mi pare fondamentale rispondere che non siamo in una crisi di produzione e di offerta, ma di liquidità e di domanda, dunque, le risorse non ci sono non per via di corruzione ed evasione, ma perché è stata artificialmente creata e mantenuta una situazione di rarefazione monetaria, di cui si avvantaggiano solo i prestatori professionali di denaro, oltre che, incidentalmente, gli imprenditori stranieri che vengono a fare compere di marchi in Italia.
    Ma un punto dev’essere chiaro, anche se domani il Pedante, con alle spalle una maggioranza parlamentare schiacciante, divenisse Presidente del Consiglio, uscisse dall’euro e da tutti i trattati connessi, e iniziasse a finanziare la crescita in deficit, facendoci facilmente tornare in quattro-cinque anni (se non ce lo ammazzano prima) la potenza economica mondiale che eravamo nonostante corruzione ed evasione, ugualmente non potremmo accogliere tutti.
    Accogliere tutti sarebbe impossibile, anche in un’età dell’oro con il Pedante al posto di Renzi. E’ un mito che esprime solo il disordine mentale di chi vi crede. C’è sempre un limite, che certamente si innalza nei periodi di vacche grasse, ma non per questo scompare, e questo limite è dato dal mantenimento di quei doveri che lo Stato ha nei confronti dei cittadini, ed anche degli stranieri. Quando, cioè, uno Stato si accorge che accogliere più stranieri comporterebbe l’impossibilità di adempiere ai propri obblighi di prestazione nei confronti dei cittadini, e pure degli stranieri residenti, dovrebbe comunque “dire basta”.
    Ora, invece, siamo in una situazione in cui lo Stato, per colpa di una classe politica eterodiretta, non assolve ai propri obblighi di prestazione nei nostri confronti, e utilizza la valanga di immigrati, che lui stesso contribuisce a creare stando sempre dalla parte sbagliata in campo internazionale (cioè sempre dalla parte della destabilizzazione dei territori dai quali gli immigrati, di conseguenza, inevitabilmente provengono), per comprimere ulteriormente i diritti dei cittadini, nonché degli stessi stranieri già residenti in Italia, e dei lavoratori, siano essi cittadini o stranieri.
    E’ il solito trucco: quando la politica vuole comprimere i diritti dei lavoratori, per farlo -mantenendo, però, la maschera buonista- li mette in concorrenza con quelli dei consumatori, e, quando vuole comprimere i diritti dei cittadini, mantenendo la stessa maschera, li mette in concorrenza con quelli degli stranieri. Ovviamente, fregando poi tutti allegramente, lavoratori e consumatori (che anche lavoratori sono), cittadini e stranieri (che poi si trovano ad essere residenti senza diritti di prestazione).
    Per svelare il trucco, in cui cadono troppi italiani in buona fede come il commentatore Pierfrancesco, basta tornare alla gerarchia di valori della Costituzione, che infatti tutela il lavoro e i lavoratori –come il risparmio e i risparmiatori-, e non il consumo e i consumatori, e, analogamente, tutela i cittadini prima e più degli stranieri.
    Tom Bombadll – Tom Bombadillo

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