599.-Reddito di sudditanza

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Tra i tanti eventi che certificano la morte della “sinistra” ce ne sono pochi di così simbolicamente potenti come il passaggio dalla battaglia per la piena occupazione a quella per il reddito o elemosina universale. La svolta è epocale ma consequenziale. Una comunità falsamente convinta che il denaro preceda la ricchezza non può che vedere nella disoccupazione un problema di mancato reddito e non – quale è – di mancata produzione, e quindi un impoverimento collettivo in termini reali.

Sul piano pratico le domande da porsi sono semplici. Se la produttività – cioè il rapporto tra output produttivo e costo – è tra le ossessioni principi dei tempi moderni, che senso avrebbe azzerarla per via istituzionale? E se la spesa pubblica improduttiva è l’incubo e lo spauracchio dei salotti contemporanei, che cosa c’è di più improduttivo di uno stipendio dato a chi non produce nulla? Poi dicono i forestali calabresi.

Ma soprattutto: perché uno Stato che lamenta carenze di risorse umane in settori vitali – sanità, giustizia, sicurezza, istruzione e uffici pubblici a ogni livello – adducendo l’impossibilità di pagarle, dovrebbe adesso distribuire stipendi senza chiedere in cambio le prestazioni lavorative di cui ha (cioè abbiamo) disperato bisogno? I 7.200 euro netti annui citati ad esempio nella proposta di legge del Movimento 5 Stelle corrisponderebbero a una decente retribuzione part-time. Chi la percepisce potrebbe riparare strade, argini e scuole cadenti, rimuovere discariche abusive, piantare alberi, custodire edifici pubblici, senza dire dei profili più qualificati: infermieri, geometri, giuristi, educatori ecc. Invece no. Ci teniamo il settore pubblico sotto organico («non ci sono i soldi!») e paghiamo i disoccupati per non far nulla («troveremo i soldi!»). Una proposta troppo folle per essere frutto (solo) della stupidità.

In realtà se i poveri bramano il reddito garantito per disperazione, i ricchissimi (come un Casaleggio, per dire) avrebbero ottimi e più ragionati motivi per desiderarlo. Molto è stato giustamente scritto sulla necessità di salvaguardare un livello minimo di sopravvivenza tra le masse per scoraggiarne le rivolte – che ricordiamolo, non si fanno né per le bandiere colorate né per la democrazia, ma per fame. Celebre è la formulazione di un padre spirituale dell’assetto economico comunitario europeo, Friedrich von Hayek (The Constitution of Liberty, cap. 19):

Occorre qualche forma di aiuto per chi versa nella povertà estrema o nella fame, anche solo nell’interesse di coloro che devono essere protetti dai gesti di disperazione dei bisognosi.
A sostegno di questo cinico ma centralissimo movente – in una civiltà in preda al caos il ricco non potrebbe godersi la ricchezza – altri aspetti concorrono a sposare felicemente il reddito senza lavoro con gli interessi di una ristretta classe dominante.

Compressione dei salari. Come ogni altro bene, anche la forza-lavoro risponde alla legge della domanda e dell’offerta, cioè si deprezza quando è più abbondante e si apprezza quando è più rara. Se tante persone si contendono pochi posti di lavoro vince chi, a parità di competenze, è disposto a farsi pagare di meno. Nello scenario opposto (tanto lavoro per pochi lavoratori) i datori di lavoro dovrebbero invece contendersi l’un l’altro i lavoratori offrendo compensi sempre più alti. La celebre curva di Phillips esprime questo fenomeno mostrando una relazione empirica di proporzionalità inversa tra disoccupazione e livello dei salari (all’aumentare della disoccupazione diminuiscono i salari). Ora, che nel nostro Paese la disoccupazione non sia una sciagura, ma uno strumento deliberato, cioè lucidamente perseguito, di compressione salariale (altrimenti detta “competitività”) e deflazione via curva di Phillips, è stato recentemente denunciato persino da un esponente del PD, Alfredo D’Attorre. In quanto al reddito di cittadinanza, versare un’elemosina di sopravvivenza ai disoccupati senza impiegarli consentirebbe di salvaguardare l’ordine sociale mantenendo al contempo alta la disoccupazione, cioè quell’esercito industriale di riserva che garantisce la disponibilità di lavoro a basso costo e a bassi diritti. Il vero capolavoro è che questa soluzione, a beneficio di pochissimi, sarebbe in carico alla fiscalità generale cioè ai “privilegiati” che, avendo un reddito da lavoro, dovrebbero cederne una parte per finanziare un meccanismo infallibilmente destinato a comprimere i loro stipendi e a minacciare la sicurezza stessa del loro impiego.

Privatizzazioni. Che lo Stato crei lavoro – unica ricetta anti-crisi ad oggi collaudata con pieno successo, quella keynesiana – è una bestemmia da non pronunciare nei consessi politici contemporanei. Piuttosto, al reddito senza lavoro si contrappone il lavoro senza reddito. Ma pagare i propri cittadini per lavorare, giammai! Perché? Perché di norma i settori in cui opera lo Stato sono quelli potenzialmente più lucrosi: sia perché coprono bisogni vitali e irrinunciabili – salute, energia, sicurezza, giustizia, infrastrutture – sia perché intrinsecamente universali. Se lo Stato assorbisse la disoccupazione in modo diretto assumendo i lavoratori di cui ha bisogno, toglierebbe ai privati la possibilità di lucrare nei settori di sua competenza tramite privatizzazioni e appalti. Il reddito di cittadinanza scongiura efficacemente questo pericolo e fa sì che le casse pubbliche, cioè i cittadini, paghino tre volte: l’obolo ai disoccupati + il servizio pubblico ai privati + il relativo lucro.

Domanda interna. Come è noto, la “distruzione della domanda interna” è un obiettivo orgogliosamente rivendicato da Mario Monti e diligentemente perseguito dai suoi successori. Occorre tuttavia preservare un lumicino di domanda diffusa a beneficio delle élite industriali transnazionali senza minacciarne il primato economico. Come? L’importo esiguo del reddito di cittadinanza consente di foraggiare un mercato di consumatori low cost inevitabilmente orientati all’acquisto di merci seriali, di bassa qualità e di importazione: cioè esattamente il segmento produttivo delle industrie multinazionali. Gli eventuali produttori nazionali e di piccole dimensioni sono esclusi dal beneficio di uno stimolo economico di così bassa entità, avverando così la definizione lepeniana: «La mondialisation, c’est faire fabriquer par des esclaves pour vendre à des chômeurs». E che cos’è il reddito di cittadinanza se non appunto uno strumento per «vendre [pattumiera] à des chômeurs»?

Controllo sociale. Se il lavoro garantisce dignità e indipendenza, l’assistenzialismo crea schiavi. La condizionalità del beneficio è uno strumento di governo degli ultimi dove alla partecipazione democratica si sostituisce il ricatto. Non è certo un caso che fin dall’inizio il dibattito sul reddito di cittadinanza sia stato caratterizzato da letture “meritocratiche”, cioè moralistiche e punitive: chi rifiuta un lavoro – qualunque lavoro, a discrezione del proponente – perde il diritto all’elemosina. Chi non dimostra di cercare lavoro, idem. Chi fa lavoretti in nero, pure. La definizione e il controllo dei requisiti apre orizzonti illimitati di potere per il dominus, che può imporre il proprio modello etico-politico e i propri interessi mediante la carota (cioè il bastone) dell’obolo.

Andrebbe fatto sommessamente notare che, se l’elemosina non è un diritto, lo sono invece il lavoro (Costituzione, art. 4), la sua retribuzione dignitosa (art. 36) e la salute (art. 32). Il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, di cui l’Italia è parte e che ha – ci piace dimenticarlo – la stessa obbligatorietà di Maastricht, riprende e amplia i diritti costituzionali includendo il diritto di ogni individuo “alla sicurezza sociale” (art. 9), “ad un livello di vita adeguato per sé e per la sua famiglia, che includa alimentazione, vestiario, ed alloggio adeguati” (art. 11), “alla libertà dalla fame” (ibidem), “a godere delle migliori condizioni di salute fisica e mentale che sia in grado di conseguire” (art. 12). La revoca del reddito di cittadinanza, per qualsiasi motivo e in assenza di misure sostitutive a garanzia dei succitati diritti, non è uno stimolo per costringere i “fannulloni” alla virtù paventando miseria, ma un crimine contro l’umanità: che è poi l’esito puntuale di ogni forma di moralismo collettivo.

Ma non solo. Lo stesso Patto sancisce “il diritto di ogni individuo di ottenere la possibilità di guadagnarsi la vita con un lavoro liberamente scelto od accettato” (art. 6). Comunque la si metta, il reddito di cittadinanza non è compatibile con il diritto umanitario, il quale infatti individua il veicolo di realizzazione dei diritti fondamentali nel lavoro e nella sua “decorosa” remunerazione (art. 7), non nell’assistenzialismo in conto capitale. Se gli Stati devono prendere “misure appropriate per garantire” il diritto al lavoro (art. 6), uno Stato che versa salari senza creare lavoro è inadempiente.

Il reddito di cittadinanza è uno strumento di controllo e sottomissione sociale, repressione dei salari e favoreggiamento dei grandi gruppi privati. Il fatto che sia invocato dal movimento politico personale di due milionari è perfettamente coerente con le premesse, mentre è patologico il sostegno dei cosiddetti, residui ed eventuali compagni. Un tempo difendevano le ragioni del lavoro contro il capitale. Oggi di quel capitale, bramato e quindi legittimato, chiedono le briciole per alimentare e sedare le fila di un gregge inerte, obbediente e ricattabile. Da proletari senza prole a lavoratori senza lavoro. Un bijou.

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