598.-LA RIFORMA DEL TITOLO V DELLA SECONDA PARTE DELLA COSTITUZIONE.

13177647_546902965491980_8132877581441683087_nLa seconda parte più importante della riforma costituzionale riguarda la riduzione dell’autonomia degli enti locali a favore dello stato centrale ottenuta con la riforma Costituzionale del 2001, quando alle regioni fu garantita autonomia in campo finanziario (con cui poter decidere liberamente come spendere i loro soldi) e organizzativo (con cui poter decidere quanti consiglieri e quanti assessori avere e quanto pagarli). La riforma inoltre specificò quali erano le competenze esclusive dello Stato, lasciando alle regioni il compito di occuparsi di tutte quelle non nominate esplicitamente.
Con il ddl Boschi (leggi: ministero per le Riforme Costituzionali), molte di quelle competenze torneranno in maniera esclusiva allo Stato, mentre le competenze concorrenti (cioè condivise tra Stato e regioni) dovrebbero scomparire completamente. La competenza principale che rimane alle regioni sarà la sanità. Nella riforma sono anche contenute clausole che permettono allo stato centrale di occuparsi di questioni esclusivamente regionali, nel caso lo richiede la tutela dell’interesse nazionale. La riforma porterà anche all’abolizione definitiva delle province
Ora, commentiamo brevemente.
– Lo scopo di tutte le riforme del Titolo V, compresa quella del 2001, era di dare allo Stato italiano una fisionomia più “federalista”, nella quale i centri di spesa e di decisione si sarebbero spostati dai livelli più alti, lo Stato centrale, a quelli più locali, “avvicinandosi” così ai cittadini. Ma, lasciando alle regioni tutte le materie la cui competenza non è esclusivamente dello Stato si sono creati numerosi contenziosi tra regioni e Stato. Con la riforma del 2001, in particolare, alle regioni fu garantita autonomia in campo finanziario (con cui poter decidere liberamente come spendere i loro soldi) e organizzativo (con cui poter decidere quanti consiglieri e quanti assessori avere e quanto pagarli). La riforma inoltre specificò quali erano le competenze esclusive dello Stato, lasciando alle regioni il compito di occuparsi di tutte quelle non nominate esplicitamente.
Il denaro che le regioni possono spendere piuttosto liberamente grazie a questa autonomia arriva da una serie di imposte: compartecipazione all’IVA, addizionale IRPEF e IRAP. Le prime due sono imposte raccolte dallo Stato, che ne decide il quantum e poi ne versa parte nelle casse delle regioni, mentre la terza è un’imposta regionale (sull’IRAP, le regioni posso aumentare o diminuire soltanto dell’1% l’aliquota base). Tutte e tre però hanno la caratteristica di non garantire alle regioni un ampio margine di manovra.
Dagli anni Settanta alla riforma del 2001, le regioni hanno visto crescere in tutti i campi la loro autonomia organizzativa e di spesa senza che di pari passo crescesse la loro autonomia fiscale. Così, lo Stato deve aiutare direttamente le regioni, prelevando il denaro dalla fiscalità generale (quella che paghiamo tutti) e utilizzandolo per ripianare le perdite di una sola regione. Viene meno agli abitanti della regione l’incentivo a punire gli amministratori locali inefficienti. All’aumento delle competenze degli Enti territoriali è seguito un incremento delle spese; ma senza dover pagare alcun prezzo politico in termini di inasprimento delle tasse locali. All’aumento dell’autonomia in campo finanziario è corrisposta, invece, una serie di scandali in quasi tutte le regioni italiane, senza che lo Stato e nemmeno i cittadini, potessero intervenire. La solidarietà tra le varie aree del Paese non deve premiare le cattive amministrazioni. Il cattivo uso che la politica ha fatto delle autonomie locali dimostra che fra Stato e Comune è bastevole un solo altro livello di responsabilità amministrativa. La riforma, finalmente, abolisce definitivamente le province; ma siamo sicuri che le Regioni, così distanti dai cittadini, debbano rappresentare questo altro livello? E le città metropolitane? Chi parla di federalismo, deve proporre la responsabilizzazione degli amministratori locali, ché siano tenuti a dimostrare la bontà e l’efficienza della loro gestione.

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