590.-MA QUESTO “CAPO” CHI E’ ?

 

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La storia controversa dei Mattarella, di Dimitri Buffa.
L’ex direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, sembra non avere dubbi sulla candidatura di Sergio Mattarella al Quirinale e scrive sul proprio profilo Facebook: “Un Mattarella al Quirinale sarebbe il trionfo dell’antimafia, dei pataccari e dei mafiosi”. La data è quella dello svelamento delle carte da parte del Premier Matteo Renzi: il 28 gennaio. Parole dure. Che fanno pensare.
L’ex direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, sembra non avere dubbi sulla candidatura di Sergio Mattarella al Quirinale e scrive sul proprio profilo Facebook: “Un Mattarella al Quirinale sarebbe il trionfo dell’antimafia, dei pataccari e dei mafiosi”. La data è quella dello svelamento delle carte da parte del Premier Matteo Renzi: il 28 gennaio. Parole dure. Che fanno pensare.

Lo stesso giorno, nella propria rubrica su “Il Foglio”, sempre Bordin conclude così la propria “bocciatura” relativa a quel nome: “Almeno si sappia che incolpevolmente rappresenta questa storia familiare e politica. Molto più tragica e grave di un carrello dell’Ikea o di un processo per truffa”. Con chiara allusione alle antipatie e alle controindicazioni del candidato donna del Pd, Anna Finocchiaro. E ai problemi del di lei consorte. Per Bordin insomma, pare di capire che, nella storia dei Mattarella, la mafia e l’antimafia, quella dei professionisti di sciasciana memoria, si intrecciano inesorabilmente. E portare questa storia al Quirinale potrebbe non essere il massimo della vita. Per chi si chiedesse come mai tanta ostilità di Bordin, radicale sincero, basterebbe andarsi a rileggere le cronache siciliane degli ultimi cinquant’anni così come raccontate dai quotidiani, dalle sentenze e dalle varie commissioni antimafia che si sono succedute.

08-bernardo_mattarella-i     Bernardo Mattarella (nella foto), il patriarca della famiglia che fece parte dell’Assemblea costituente, fu sempre, forse a torto, sospettato di collusioni con la vecchia mafia patriarcale che aveva anche aiutato gli americani nello sbarco in Sicilia. Avversario del banditismo separatista dell’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (Evis) e segnatamente del bandito Salvatore Giuliano, Mattarella fu accusato in aula al processo di Viterbo da Gaspare Pisciotta (quello che vendette Giuliano allo Stato su input della mafia che voleva continuare i propri traffici dell’epoca, tra cui quello embrionale di eroina sulla rotta Messico Stati Uniti) di essere stato uno dei mandanti della strage di Portella delle Ginestra (1 maggio 1947). Il movente era semplice: fare ricadere l’odio sul bandito e spezzare l’omertà che fino a quel momento lo aveva sempre preservato dalla caccia che gli dava lo stato italiano. La mafia si sarebbe comprata i due luogotenenti di Giuliano che quel giorno avevano avuto l’ordine di sparare al comizio sindacale per aria e che invece mirarono sui contadini. Undici morti e la nascita del primo mistero d’Italia.

Pisciotta non venne creduto e nella sentenza di Viterbo si parlò di depistaggio. All’epoca i traditori e i pentiti non avevano la fortuna giudiziaria dei giorni nostri. In seguito, nel 1965, fu il poeta e sociologo comunista Danilo Dolci ad accusare di mafiosità il padre di Sergio e Piersanti Mattarella. Ma in tribunale non riuscì a provare le accuse e si salvò solo con l’amnistia da una condanna a due anni di galera. Piersanti Mattarella, invece, dopo una lunga permanenza come assessore e poi come presidente alla famigerata Assemblea regionale siciliana (Ars), dalla mafia o da chi per lei venne spietatamente assassinato all’alba del giorno dell’Epifania del 1980.

A tal proposito, ecco un lungo servizio del vecchio Marrazzo, Joe non Piero, su tutta la vicenda, con un’inedita intervista a Joe Valachi.

Si era messo contro Vito Ciancimino e aveva denunciato le ruberie dell’assessorato all’agricoltura. Inoltre voleva cambiare verso alla Dc siciliana e andava a braccetto con Pio La Torre che di lì a un anno e mezzo sarebbe stato anche lui assassinato dai corleonesi. Buscetta al maxiprocesso e prima ancora al giudice Giovanni Falcone disse che i boss perdenti della guerra di mafia, Totò Inzerillo e Stefano Bontade, dovettero subire la volontà della Cupola in mano ormai ai corleonesi. Ma che, fosse stato per loro, mai avrebbero voluto uccidere il figlio di Bernardo Mattarella.

Che le voci di quelli che fanno del sospetto l’anticamera della verità davano come vicino a sua volta al boss di Alcamo, Vincenzo Rimi. Anche lui esponente di quella mafia palermitana che poi, nei mesi successivi all’omicidio di Piersanti Mattarella, subì la ferocia di Riina e Provenzano. Che poi eliminarono negli anni seguenti nella più spietata delle guerre di mafia che Palermo abbia mai visto in un secolo di onorata società quasi tutti i suoi membri. Sergio Mattarella, invece, prima e dopo la tragedia che vide per sfortunata vittima il fratello, di mafia si occupò pochino sul campo pratico salvo sponsorizzare la candidatura di Leoluca Orlando Cascio (altro figlio di sospetto quanto storico mafioso) a sindaco di Palermo in quota alla corrente della Dc anti-andreottiana e anti-Ciancimino e Lima.

Erano gli anni della famosa “primavera di Palermo” e della polemica sui professionisti dell’anti mafia instaurata da Leonardo Sciascia non tanto sui giudici Falcone e Borsellino, come oggi la vulgata racconta, quanto sui presenzialisti da talk-show dell’epoca. Tra cui lo stesso Orlando. Che con le proprie parole di accusa a “Tempo Reale” determinò anche il suicidio del maresciallo Lombardo, quello che si era recato in America a interrogare Tano Badalamenti. Badalamenti che diceva di voler consegnare agli inquirenti informazioni importanti (forse anche in grado di ribaltare la tesi di Tommaso Buscetta riguardo all’omicidio Pecorelli), e che aveva conosciuto Lombardo in due precedenti incontri negli Usa, stabilì, come condizione al suo rientro in Italia per testimoniare, che venisse a prenderlo proprio il maresciallo.

Pur facendo notare la pericolosità dell’operazione, Lombardo infine accettò di organizzarla e fissò la propria partenza per il 26 febbraio 1995. Tuttavia, tre giorni prima di questa data, Lombardo ricevette un duro colpo su un fronte inaspettato: nella trasmissione “Tempo Reale”, condotta da Michele Santoro, i due ospiti Leoluca Orlando e Manlio Mele, sindaci rispettivamente di Palermo e Terrasini, mossero accuse pesanti verso di lui, pur senza nominarlo mai esplicitamente (ma riferendosi all’“ex capo della stazione di Terrasini”). A Luigi Federici, allora comandante generale dell’Arma, che telefonò alla Rai in difesa di Lombardo, non fu concesso di intervenire. Tutte cose che oggi nessuno ricorda più né vuole ricordare. Ecco perché un giornalista equilibrato, non certo un grillino, come Bordin può senza tema di smentite usare quei toni così insolitamente duri per lui rispetto alla candidatura di Sergio Mattarella al Quirinale.

In un Paese dilaniato da processi come quello sulla “trattativa Stato-mafia”, in cui l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano è stato di fatto costretto a testimoniare (dopo che le sue telefonate con l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, erano state intercettate dai pm di Palermo sia pure “per sbaglio”) un nome come quello di Mattarella appare per una volta non tanto “divisivo”, quanto piuttosto troppo “unificante”. Almeno rispetto ai due rovesci della medaglia costituti dalla “mafia” e dall’antimafia dei cosiddetti “professionisti”. Come simbolo effettivamente non è il massimo della vita per i futuri libri di storia.
L’ex direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, sembra non avere dubbi sulla candidatura di Sergio Mattarella al Quirinale e scrive sul proprio profilo Facebook: “Un Mattarella al Quirinale sarebbe il trionfo dell’antimafia, dei pataccari e dei mafiosi”. La data è quella dello svelamento delle carte da parte del Premier Matteo Renzi: il 28 gennaio. Parole dure. Che fanno pensare.

Lo stesso giorno, nella propria rubrica su “Il Foglio”, sempre Bordin conclude così la propria “bocciatura” relativa a quel nome: “Almeno si sappia che incolpevolmente rappresenta questa storia familiare e politica. Molto più tragica e grave di un carrello dell’Ikea o di un processo per truffa”. Con chiara allusione alle antipatie e alle controindicazioni del candidato donna del Pd, Anna Finocchiaro. E ai problemi del di lei consorte. Per Bordin insomma, pare di capire che, nella storia dei Mattarella, la mafia e l’antimafia, quella dei professionisti di sciasciana memoria, si intrecciano inesorabilmente. E portare questa storia al Quirinale potrebbe non essere il massimo della vita. Per chi si chiedesse come mai tanta ostilità di Bordin, radicale sincero, basterebbe andarsi a rileggere le cronache siciliane degli ultimi cinquant’anni così come raccontate dai quotidiani, dalle sentenze e dalle varie commissioni antimafia che si sono succedute.

Bernardo Mattarella (nella foto), il patriarca della famiglia che fece parte dell’Assemblea costituente, fu sempre, forse a torto, sospettato di collusioni con la vecchia mafia patriarcale che aveva anche aiutato gli americani nello sbarco in Sicilia. Avversario del banditismo separatista dell’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (Evis) e segnatamente del bandito Salvatore Giuliano, Mattarella fu accusato in aula al processo di Viterbo da Gaspare Pisciotta (quello che vendette Giuliano allo Stato su input della mafia che voleva continuare i propri traffici dell’epoca, tra cui quello embrionale di eroina sulla rotta Messico Stati Uniti) di essere stato uno dei mandanti della strage di Portella delle Ginestra (1 maggio 1947). Il movente era semplice: fare ricadere l’odio sul bandito e spezzare l’omertà che fino a quel momento lo aveva sempre preservato dalla caccia che gli dava lo stato italiano. La mafia si sarebbe comprata i due luogotenenti di Giuliano che quel giorno avevano avuto l’ordine di sparare al comizio sindacale per aria e che invece mirarono sui contadini. Undici morti e la nascita del primo mistero d’Italia.

Pisciotta non venne creduto e nella sentenza di Viterbo si parlò di depistaggio. All’epoca i traditori e i pentiti non avevano la fortuna giudiziaria dei giorni nostri. In seguito, nel 1965, fu il poeta e sociologo comunista Danilo Dolci ad accusare di mafiosità il padre di Sergio e Piersanti Mattarella. Ma in tribunale non riuscì a provare le accuse e si salvò solo con l’amnistia da una condanna a due anni di galera. Piersanti Mattarella, invece, dopo una lunga permanenza come assessore e poi come presidente alla famigerata Assemblea regionale siciliana (Ars), dalla mafia o da chi per lei venne spietatamente assassinato all’alba del giorno dell’Epifania del 1980.

A tal proposito, ecco un lungo servizio del vecchio Marrazzo, Joe non Piero, su tutta la vicenda, con un’inedita intervista a Joe Valachi.

Si era messo contro Vito Ciancimino e aveva denunciato le ruberie dell’assessorato all’agricoltura. Inoltre voleva cambiare verso alla Dc siciliana e andava a braccetto con Pio La Torre che di lì a un anno e mezzo sarebbe stato anche lui assassinato dai corleonesi. Buscetta al maxiprocesso e prima ancora al giudice Giovanni Falcone disse che i boss perdenti della guerra di mafia, Totò Inzerillo e Stefano Bontade, dovettero subire la volontà della Cupola in mano ormai ai corleonesi. Ma che, fosse stato per loro, mai avrebbero voluto uccidere il figlio di Bernardo Mattarella.

Che le voci di quelli che fanno del sospetto l’anticamera della verità davano come vicino a sua volta al boss di Alcamo, Vincenzo Rimi. Anche lui esponente di quella mafia palermitana che poi, nei mesi successivi all’omicidio di Piersanti Mattarella, subì la ferocia di Riina e Provenzano. Che poi eliminarono negli anni seguenti nella più spietata delle guerre di mafia che Palermo abbia mai visto in un secolo di onorata società quasi tutti i suoi membri. Sergio Mattarella, invece, prima e dopo la tragedia che vide per sfortunata vittima il fratello, di mafia si occupò pochino sul campo pratico salvo sponsorizzare la candidatura di Leoluca Orlando Cascio (altro figlio di sospetto quanto storico mafioso) a sindaco di Palermo in quota alla corrente della Dc anti-andreottiana e anti-Ciancimino e Lima.

Erano gli anni della famosa “primavera di Palermo” e della polemica sui professionisti dell’anti mafia instaurata da Leonardo Sciascia non tanto sui giudici Falcone e Borsellino, come oggi la vulgata racconta, quanto sui presenzialisti da talk-show dell’epoca. Tra cui lo stesso Orlando. Che con le proprie parole di accusa a “Tempo Reale” determinò anche il suicidio del maresciallo Lombardo, quello che si era recato in America a interrogare Tano Badalamenti. Badalamenti che diceva di voler consegnare agli inquirenti informazioni importanti (forse anche in grado di ribaltare la tesi di Tommaso Buscetta riguardo all’omicidio Pecorelli), e che aveva conosciuto Lombardo in due precedenti incontri negli Usa, stabilì, come condizione al suo rientro in Italia per testimoniare, che venisse a prenderlo proprio il maresciallo.

Pur facendo notare la pericolosità dell’operazione, Lombardo infine accettò di organizzarla e fissò la propria partenza per il 26 febbraio 1995. Tuttavia, tre giorni prima di questa data, Lombardo ricevette un duro colpo su un fronte inaspettato: nella trasmissione “Tempo Reale”, condotta da Michele Santoro, i due ospiti Leoluca Orlando e Manlio Mele, sindaci rispettivamente di Palermo e Terrasini, mossero accuse pesanti verso di lui, pur senza nominarlo mai esplicitamente (ma riferendosi all’“ex capo della stazione di Terrasini”). A Luigi Federici, allora comandante generale dell’Arma, che telefonò alla Rai in difesa di Lombardo, non fu concesso di intervenire. Tutte cose che oggi nessuno ricorda più né vuole ricordare. Ecco perché un giornalista equilibrato, non certo un grillino, come Bordin può senza tema di smentite usare quei toni così insolitamente duri per lui rispetto alla candidatura di Sergio Mattarella al Quirinale.

In un Paese dilaniato da processi come quello sulla “trattativa Stato-mafia”, in cui l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano è stato di fatto costretto a testimoniare (dopo che le sue telefonate con l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, erano state intercettate dai pm di Palermo sia pure “per sbaglio”) un nome come quello di Mattarella appare per una volta non tanto “divisivo”, quanto piuttosto troppo “unificante”. Almeno rispetto ai due rovesci della medaglia costituti dalla “mafia” e dall’antimafia dei cosiddetti “professionisti”. Come simbolo effettivamente non è il massimo della vita per i futuri libri di storia.

Lo stesso giorno, nella propria rubrica su “Il Foglio”, sempre Bordin conclude così la propria “bocciatura” relativa a quel nome: “Almeno si sappia che incolpevolmente rappresenta questa storia familiare e politica. Molto più tragica e grave di un carrello dell’Ikea o di un processo per truffa”. Con chiara allusione alle antipatie e alle controindicazioni del candidato donna del Pd, Anna Finocchiaro. E ai problemi del di lei consorte. Per Bordin insomma, pare di capire che, nella storia dei Mattarella, la mafia e l’antimafia, quella dei professionisti di sciasciana memoria, si intrecciano inesorabilmente. E portare questa storia al Quirinale potrebbe non essere il massimo della vita. Per chi si chiedesse come mai tanta ostilità di Bordin, radicale sincero, basterebbe andarsi a rileggere le cronache siciliane degli ultimi cinquant’anni così come raccontate dai quotidiani, dalle sentenze e dalle varie commissioni antimafia che si sono succedute.

Bernardo Mattarella (nella foto), il patriarca della famiglia che fece parte dell’Assemblea costituente, fu sempre, forse a torto, sospettato di collusioni con la vecchia mafia patriarcale che aveva anche aiutato gli americani nello sbarco in Sicilia. Avversario del banditismo separatista dell’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (Evis) e segnatamente del bandito Salvatore Giuliano, Mattarella fu accusato in aula al processo di Viterbo da Gaspare Pisciotta (quello che vendette Giuliano allo Stato su input della mafia che voleva continuare i propri traffici dell’epoca, tra cui quello embrionale di eroina sulla rotta Messico Stati Uniti) di essere stato uno dei mandanti della strage di Portella delle Ginestra (1 maggio 1947). Il movente era semplice: fare ricadere l’odio sul bandito e spezzare l’omertà che fino a quel momento lo aveva sempre preservato dalla caccia che gli dava lo stato italiano. La mafia si sarebbe comprata i due luogotenenti di Giuliano che quel giorno avevano avuto l’ordine di sparare al comizio sindacale per aria e che invece mirarono sui contadini. Undici morti e la nascita del primo mistero d’Italia.

Pisciotta non venne creduto e nella sentenza di Viterbo si parlò di depistaggio. All’epoca i traditori e i pentiti non avevano la fortuna giudiziaria dei giorni nostri. In seguito, nel 1965, fu il poeta e sociologo comunista Danilo Dolci ad accusare di mafiosità il padre di Sergio e Piersanti Mattarella. Ma in tribunale non riuscì a provare le accuse e si salvò solo con l’amnistia da una condanna a due anni di galera. Piersanti Mattarella, invece, dopo una lunga permanenza come assessore e poi come presidente alla famigerata Assemblea regionale siciliana (Ars), dalla mafia o da chi per lei venne spietatamente assassinato all’alba del giorno dell’Epifania del 1980.

A tal proposito, ecco un lungo servizio del vecchio Marrazzo, Joe non Piero, su tutta la vicenda, con un’inedita intervista a Joe Valachi.

Si era messo contro Vito Ciancimino e aveva denunciato le ruberie dell’assessorato all’agricoltura. Inoltre voleva cambiare verso alla Dc siciliana e andava a braccetto con Pio La Torre che di lì a un anno e mezzo sarebbe stato anche lui assassinato dai corleonesi. Buscetta al maxiprocesso e prima ancora al giudice Giovanni Falcone disse che i boss perdenti della guerra di mafia, Totò Inzerillo e Stefano Bontade, dovettero subire la volontà della Cupola in mano ormai ai corleonesi. Ma che, fosse stato per loro, mai avrebbero voluto uccidere il figlio di Bernardo Mattarella.

Che le voci di quelli che fanno del sospetto l’anticamera della verità davano come vicino a sua volta al boss di Alcamo, Vincenzo Rimi. Anche lui esponente di quella mafia palermitana che poi, nei mesi successivi all’omicidio di Piersanti Mattarella, subì la ferocia di Riina e Provenzano. Che poi eliminarono negli anni seguenti nella più spietata delle guerre di mafia che Palermo abbia mai visto in un secolo di onorata società quasi tutti i suoi membri. Sergio Mattarella, invece, prima e dopo la tragedia che vide per sfortunata vittima il fratello, di mafia si occupò pochino sul campo pratico salvo sponsorizzare la candidatura di Leoluca Orlando Cascio (altro figlio di sospetto quanto storico mafioso) a sindaco di Palermo in quota alla corrente della Dc anti-andreottiana e anti-Ciancimino e Lima.

Erano gli anni della famosa “primavera di Palermo” e della polemica sui professionisti dell’anti mafia instaurata da Leonardo Sciascia non tanto sui giudici Falcone e Borsellino, come oggi la vulgata racconta, quanto sui presenzialisti da talk-show dell’epoca. Tra cui lo stesso Orlando. Che con le proprie parole di accusa a “Tempo Reale” determinò anche il suicidio del maresciallo Lombardo, quello che si era recato in America a interrogare Tano Badalamenti. Badalamenti che diceva di voler consegnare agli inquirenti informazioni importanti (forse anche in grado di ribaltare la tesi di Tommaso Buscetta riguardo all’omicidio Pecorelli), e che aveva conosciuto Lombardo in due precedenti incontri negli Usa, stabilì, come condizione al suo rientro in Italia per testimoniare, che venisse a prenderlo proprio il maresciallo.

Pur facendo notare la pericolosità dell’operazione, Lombardo infine accettò di organizzarla e fissò la propria partenza per il 26 febbraio 1995. Tuttavia, tre giorni prima di questa data, Lombardo ricevette un duro colpo su un fronte inaspettato: nella trasmissione “Tempo Reale”, condotta da Michele Santoro, i due ospiti Leoluca Orlando e Manlio Mele, sindaci rispettivamente di Palermo e Terrasini, mossero accuse pesanti verso di lui, pur senza nominarlo mai esplicitamente (ma riferendosi all’“ex capo della stazione di Terrasini”). A Luigi Federici, allora comandante generale dell’Arma, che telefonò alla Rai in difesa di Lombardo, non fu concesso di intervenire. Tutte cose che oggi nessuno ricorda più né vuole ricordare. Ecco perché un giornalista equilibrato, non certo un grillino, come Bordin può senza tema di smentite usare quei toni così insolitamente duri per lui rispetto alla candidatura di Sergio Mattarella al Quirinale.

In un Paese dilaniato da processi come quello sulla “trattativa Stato-mafia”, in cui l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano è stato di fatto costretto a testimoniare (dopo che le sue telefonate con l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, erano state intercettate dai pm di Palermo sia pure “per sbaglio”) un nome come quello di Mattarella appare per una volta non tanto “divisivo”, quanto piuttosto troppo “unificante”. Almeno rispetto ai due rovesci della medaglia costituti dalla “mafia” e dall’antimafia dei cosiddetti “professionisti”. Come simbolo effettivamente non è il massimo della vita per i futuri libri di storia.

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