578.-PERCHÉ NON VA QUESTA RIFORMA COSTITUZIONALE.

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Non è facile parlare di riforme senza essere ripetitivi, da troppo tempo ne discutiamo. Tuttavia è ancora utile ribadire le osservazioni critiche: il testo della legge costituzionale non è definitivamente stabilito e ai gravi punti di disaccordo ne corrispondono altri non meno essenziali sui quali l’accordo è sicuro. L’esigenza di modificare l’assetto del bicameralismo è generalmente condivisa, come pure l’idea di superare il bicameralismo paritario lasciando alla sola Camera i poteri politici – in primo luogo il potere di dare la fiducia al governo e di revocarla –, attribuendo al nuovo Senato la rappresentanza delle autonomie territoriali.

Già qui la compattezza s’incrina: come va costruito un Senato destinato a rappresentare al centro il punto di vista delle autonomie? Deve essere espressione dei cittadini o dei loro governi?

La risposta del testo governativo è netta, così come quella dei suoi sostenitori: il popolo delle Regioni non c’entra, il Senato rappresenta le ‘istituzioni’ territoriali, ed è questa in primo luogo la giustificazione della scelta di far eleggere i senatori dalle istituzioni regionali anziché dal popolo di ciascuna Regione. Una scelta comunque bizzarra per le modalità di tale elezione: i consiglieri regionali si eleggono fra di loro e così tutto resta all’interno di ciascun Consiglio, all’interno dell’attuale classe politica, con la sola aggiunta di qualche sindaco. Una complicazione, questa, per gli estensori del Progetto, ma inevitabile. Era difficile ignorare i Comuni considerato il loro antico radicamento nel Paese. Ma ancor più difficile sembra pensare che i Sindaci, come del resto i Consiglieri regionali, possano svolgere un doppio ruolo trovando il tempo per continuare ad esercitare seriamente le loro vecchie funzioni e quelle di senatore insieme.

Un’altra questione incerta riguarda le funzioni da attribuire al Senato, anche perché la composizione dovrebbe essere in relazione alla natura delle funzioni ad esso attribuite: in una democrazia, esercitare le più alte funzioni costituzionali è consentito soltanto a chi sia dotato di legittimazione popolare. Nel testo governativo, invece, un Senato così malamente costruito partecipa addirittura alla funzione legislativa del più alto livello, la revisione della Costituzione, con i medesimi poteri della Camera elettiva, ed è chiamato pure ad eleggere due giudici della Corte costituzionale acquisendo così un potere ben più incisivo di quello del Senato attuale. Oggi, infatti, cinque dei quindici giudici costituzionali sono eletti dal Parlamento in seduta comune, all’interno del quale il minor numero dei senatori rispetto a quello dei deputati significa un loro minor peso. La riforma invece attribuisce l’elezione di tre giudici alla Camera (dove i deputati sono più di seicento) e di due giudici al nuovo Senato composto da sole cento persone. Il divario di potere tra le due Camere – e tra i loro componenti – è tanto evidente quanto ingiustificato: solo se il nuovo Senato fosse concepito quale organo di garanzia (com’era secondo alcune proposte) un simile potere potrebbe trovare giustificazione, ma è evidente che nella composizione stabilita dal progetto governativo è del tutto impensabile considerare i Senatori una ‘garanzia’. Il ruolo decisivo delle segreterie dei partiti sulla loro elezione (sostanzialmente una nomina) di certo non lo consente e la funzione loro attribuita non può che apparire un espediente per mettere le mani in modo indiretto sulla Corte costituzionale. Vale a dire sulla composizione dell’organo che ha l’alto compito di garantire il rispetto della nostra Carta! Due giudici, a disposizione dei politici, possono spostare i delicati equilibri della Corte.

In verità si tratta di una norma che la Camera aveva giustamente eliminato in un momento di lucida coscienza, in questi giorni ricomparsa al Senato come il terzo degli emendamenti proposti dal Governo per trovare l’accordo con la minoranza Pd. E questa, inspiegabilmente, ne sembra soddisfatta. È augurabile che una competenza dalle implicazioni tanto pericolose sparisca di nuovo quando il testo tornerà alla Camera.

Il nodo politico di fondo – la rappresentatività democratica del parlamento se non addirittura la sorte del ‘popolo sovrano’ – emerge più chiaro guardando al complesso delle riforme, in particolare guardando la riforma del Senato e la nuova legge elettorale insieme. Una legge approvata con forzature procedimentali evidenti e senza un reale confronto, che distorce la volontà degli elettori attraverso l’attribuzione di un ingente premio, e così alterando l’esito del voto, può consentire ad una minoranza esigua di impadronirsi di tutte le istituzioni, comprese quelle di garanzia. Parlo di una minoranza esigua perché la soglia del 40% richiesta per ottenere il premio è solo un ingannevole schermo; se nessun partito la raggiunge, non avviene come disponeva la ‘legge truffa’ del 1953, che nessuna ‘coalizione’ (altra essenziale differenza) goda del premio e ciascuno abbia i seggi corrispondenti ai voti ottenuti. Con la legge attuale i due partiti più votati partecipano comunque al ballottaggio, qualunque percentuale abbiano raggiunto; uno dei due necessariamente supererà l’altro ottenendo il premio in seggi e il dominio su tutti, pur avendo un consenso elettorale bassissimo.

Senza una soglia per partecipare al ballottaggio e senza possibilità di coalizzarsi, un solo partito prende tutto in nome della stabilità, della governabilità, della velocità del ‘decidere’: ma la stabilità prodotta artificialmente da meccanismi elettorali creati per tacitare il dissenso e nascondere le fratture sociali serve solo a portarci fuori dalla democrazia costituzionale. Si annullano le voci, non le fratture, mentre è il divario tra le persone e tra le fasce sociali a mettere a rischio la stabilità del sistema politico; ed è questo divario che si dovrebbe colmare, come la Costituzione esige, attraverso la ‘solidarietà’ se si vuole una stabilità che non sia fittizia.

Tirando le somme: i cittadini non eleggono più il Senato; nell’elezione della Camera la loro volontà viene distorta ed ha scarsissimo peso; nelle Province abolite, che in realtà sopravvivono, abolito è solo il Consiglio provinciale, vale a dire l’organo elettivo!

Dal processo riformatore in corso il popolo esce privo di voce, esce sconfitta la democrazia: nulla “giustifica la sostituzione della definizione di democrazia come governo del popolo con una definizione dalla quale il popolo, come potere attivo, sia eliminato o sia mantenuto soltanto come fattore passivo in quanto è richiesta da parte sua l’approvazione di un leader, comunque espressa”. Sono parole di Hans Kelsen, grande giurista democratico del secolo scorso. Da poco le ho ricordate in altra sede; mi sembra di doverle, ancora una volta, ricordare.

(*) Lorenza Carlassare, Professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università di Padova, fa parte del Consiglio di Presidenza di LeG

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4 pensieri su “578.-PERCHÉ NON VA QUESTA RIFORMA COSTITUZIONALE.

  1. Sergio Bagnasco

    Cara Lorenza, è un vero e proprio atto eversivo per mano di un Parlamento che rappresenta solo i Partiti, dai quali in modo opaco sono stati scelti i parlamentari.
    È l’azzeramento della funzione del Parlamento.
    Resterà solo un Governo votato in modo truffaldino dagli elettori: chiamati per rispondere alla domanda “chi volete che vi rappresenti in Parlamento”, rispondono alla domanda non formulata, e non prevista dalla Costituzione riscritta, “chi volete che vi governi”.
    Ma non c’è problema.
    Qualcuno si sta adoperando anche per ripristinare la semplice maggioranza assoluta per eleggere il Presidente della Repubblica, così concludono l’opera trasformando il Presidente in un maggiordomo del partito che controllerà potere esecutivo e legislativo.
    Dio salvi il Re!

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  2. Marco_

    Interessante il discorso sulla soglia minima per accedere al ballottaggio. Bisogna però capire: quale sarebbe la soglia minima ideale? 25, 30, 35%?
    Forse avrebbe più senso stabilire che al ballottaggio (a cui si ha accesso indipendentemente dal numero di voti al primo turno) si vince il premio se si ottiene almeno il 40% dei voti totali.
    È anche vero, però, che c’è un aspetto di costrizione, perché l’elettore viene spinto a giocarsi il proprio voto su una lista che possa raggiungere l’agognato spareggio.

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  3. Vittorio

    Le obiezioni espresse non sono affatto prive di senso, anche se non le condivido. Ma non mi sembrano comunque sufficienti a giustificare certi toni estremi e terrorizzanti.
    Differenziare le due camere secondo me implica automaticamente la necessità di differenziare il modo come sono elette. Ci si è ispirati probabilmente al Bundesrat tedesco: non mi sembra che la Germania sia un paese antidemocratico. E’ chiaro che un Senato eletto come la Camera (suffragio universale diretto) avrebbe avuto un peso politico molto maggiore, ma ciò va in senso esattamente contrario allo spirito con cui il bicameralismo si supera. Quanto al discorso dei “nominati”, mi sembra che l’accordo trovato sia soddisfacente. La singole leggi elettorali regionali entreranno nel merito, ma nella sostanza saranno senatori gli eletti col maggior numero di preferenze tra i consiglieri di un singolo partito.
    Mi rendo conto che il nodo è la legge elettorale della Camera. Non è una soluzione perfetta, ma soluzione perfette che accontentino tutti non ne esistano, e personalmente mi batto per un vero sistema maggioritario sin dai tempi dei referendum dei primi anni ’90. Con questa legge una lista con il 20% di consensi al primo turno può avere la maggioranza assoluta? E’ vero. Ma è anche vero che se il restante 80% non riesce ad aggregare una proposta alternativa di maggior consenso, probabilmente è giusto così. Ma questa è solo speculazione teorica. Nei fatti l’Italicum modificherà l’offerta politica in modo che vengano offerte agli elettori proposte potenzialmente di ampia condivisione. La prospettiva del ballottaggio renderà conveniente che si superi la logica violenta del “noi contro tutti” per interecettare il consenso anche da elettori che al primo turno hanno votato diversamente. Alla fine gli elettori potranno scegliere democraticamente la migliore (o la meno peggio) tra le due proposte con maggior consenso. Credo che sia un’ottima cosa per il funzionamento di una democrazia. Mi rendo conto che ciò mette orrore ai “duri e puri”, quelli che vogliono votare esclusivamente per il partitino dello zerovirgola che la pensa esattamente come loro. Ma forse è ora di diventare grandi anche per i “duri e puri”.

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  4. Marco Travaglio ha scritto

    Una revisione costituzionale che riduce il Senato a un’assemblea non eletta dai cittadini e sottrae poteri alle Regioni per consegnarli al governo, mentre scompaiono le Province.
    Potevano essere trovate altre soluzioni, equilibrate, di modifica dell’assetto istituzionale, ascoltando le osservazioni, le proposte, le critiche emerse perfino nel seno della maggioranza. Si è preferito forzare la mano creando un confuso pasticcio istituzionale, non privo di seri pericoli. La revisione sarà oggetto di referendum popolare nel prossimo autunno, ma la conoscenza in proposito è scarsissima. I cittadini, cui secondo Costituzione appartiene la sovranità, non sono mai stati coinvolti nella discussione. Domina la scena la voce del governo che ha voluto e dettato al Parlamento questa deformazione della Costituzione, che viene descritta come passo decisivo per la semplificazione dell’attività legislativa e per il risparmio sui costi della politica: il risparmio è tutto da dimostrare e la semplificazione non ci sarà. Avremo invece la moltiplicazione dei procedimenti legislativi e la proliferazione di conflitti di competenza tra Camera e nuovo Senato, tra Stato e Regioni. Il risultato è prevedibile: sono ridotte le autonomie locali e regionali, l’iniziativa legislativa passa decisamente dal Parlamento al governo, in contraddizione con il carattere parlamentare della nostra Repubblica, e per di più il governo non sarà più l’espressione di una maggioranza del paese.
    Già l’attuale parlamento è stato eletto con una legge elettorale definita Porcellum. Ancora di più in futuro: con la nuova legge elettorale (c.d. Italicum) – risultato di forzature parlamentari e di voti di fiducia – una minoranza, grazie ad un abnorme premio di maggioranza e al ballottaggio, si impadronirà alla Camera di 340 seggi su 630.
    Ridotto a un’ombra il Senato, il Presidente del consiglio avrà il dominio incontrastato sui deputati in pratica da lui stesso nominati. Gli organi di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Csm) ne usciranno ridimensionati, o peggio subalterni. Se questa revisione costituzionale sarà definitivamente approvata la Repubblica democratica nata dalla Resistenza ne risulterà stravolta in profondità. E’ gravissimo che un Parlamento eletto con una legge giudicata incostituzionale dalla Corte abbia sconvolto il patto costituzionale che sorregge la vita politica e sociale del nostro paese.
    Nel deserto della comunicazione pubblica e con la Rai sempre più nelle mani del governo, chiediamo a tutte le persone di cultura e di scienza di esprimersi in un vasto dibattito pubblico, anzitutto per informare e poi per invitare i cittadini a partecipare in tutte le forme possibili per ottenere i referendum, firmando la richiesta, e per bocciare con il voto nei referendum queste pessime leggi. Sentiamo forte e irrinunciabile il compito di costruire e diffondere conoscenza per giungere al voto con una piena consapevolezza popolare, prima nel referendum sulla Costituzione e poi nei referendum abrogativi sulla legge elettorale. Per ottenere questi referendum sulla Costituzione e sulla legge elettorale occorrono almeno 500.000 firme, per questo dal prossimo aprile vi invitiamo a sostenere pienamente questo impegno.

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