576.-LA COSMESI DEL 1° MAGGIO E LA QUINTA COLONNA DEI MERCATI

1 Maggio: manifestazione a Genova
Il corteo per la festa nazionale del lavoro con i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Genova, 1 maggio 2016. ANSA/ PAOLO RUBINO

In quasi tutti i paesi la Festa del lavoro è festa ufficiale nazionale. In alcuni, come nei Paesi Bassi e Danimarca, non è festa ufficiale nonostante esistano alcune celebrazioni in occasione del Primo maggio.

da Orizzonte48.

1. Oggi è il primo maggio e, si dice, ricorre la festa del lavoro.
La cosa singolare è che, pur essendo divenuta una festa “istituzionale” (cioè prevista da qualche tipo di norma, v.sopra) nella maggior parte dei paesi del mondo, ci troviamo di fronte a una delle più imponenti manifestazioni cosmetiche del paradigma neo-liberista di controllo culturale totalitario: proprio perché questo si è impadronito stabilmente delle istituzioni formali e sociali.
L’€uropa, la più vasta e “ricca” (ancora per poco) entità territoriale caratterizzata da un centro di potere politico unificato, è fermamente governata dalla formula suprema della “economia sociale di mercato”, cioè da quello che è stato definito un bio-potere antidemocratico di riduzione dell’ordinamento sociale al sistema dei prezzi.
Gli Stati Uniti sono governati dalla elite raffigurabile negli interessi di Wall Street e dalla sua banca centrale, che tenta di mantenere una facciata di interesse pubblico nel suo mandato “duale” di perseguire la piena occupazione “insieme” alla stabilità dei prezzi.
Il resto del mondo, vive sulla capacità di resistere alla nuova fonte suprema di diritto: le lettere di intenti e le condizionalità, nonché gli indici e le classifiche, imposte dal FMI e dalla World Bank, dall’OCSE, dalla BCE e dalla Commissione UE (p.6), che, a loro volta, riflettono le policies elaborate all’interno delle elites che governano USA e UE.

2. La festa del lavoro viene così celebrata mentre un intero sistema mediatico e di governo è imperniato su questo paradigma istituzionalizzato, da completare con l’instaurazione di un omogeneo governo mondiale dei mercati: senza indugio e senza alcuna rilevanza attribuibile al concetto di tutela del lavoro.
Nel mondo della sovranità sovranazionale da attribuire alle istituzioni rappresentative dei “mercati internazionali”, il lavoro viene piuttosto fatto oggetto di riforme, a carico degli Stati ex-sovrani, la cui attuazione è riscontata in classifiche di competitività misurata esclusivamente sulla maggior flessibilizzazione salariale, sulla facilità di licenziare e sulla minor costosità della normativa di sicurezza sul lavoro:

“Dunque la ricetta per una globalizzazione intelligente sarebbe un ritorno agli Stati nazionali? Rosa Lastra, docente di International Financial and Monetary Law alla Queen Mary University of London, non è per nulla d’accordo.
«Secondo me la dicotomia tra mercati internazionali e leggi nazionali può essere meglio affrontata proprio attraverso l’internazionalizzazione delle regole e delle istituzioni che governano i mercati mondiali – spiega – .
La risposta è quella di più leggi internazionali e meno nazionali». Quindi una strada opposta rispetto a quella indicata da Rodrik. L’eccessiva fiducia nelle leggi nazionali accompagnata da deboli standard normativi internazionali è stata anzi una delle cause della crisi finanziaria globale, spiega ancora Lastra. Ma chi può gestire il cambiamento? «Il Fondo monetario internazionale, istituzione al centro del sistema monetario e finanziario internazionale, è nella miglior posizione per diventare uno “sceriffo globale” della stabilità», conclude la studiosa. Con buona pace del trilemma”.

3. Ora, date tutte queste premesse, che sono mere registrazioni storiche, cioè prese d’atto dell’assetto istituzionalizzato di governo a cui dovremmo essere, senza eccezione, assoggettati, -e questo nelle affermazioni delle stesse massime cariche istituzionali italiane- il concetto stesso di istituzione, cioè di organizzazione legittimata stabilmente a dettare le norme effettivamente vincolanti, e quindi a determinare il destino del “lavoro” che, a parole, si intende “festeggiare”, è riducibile all’unico concetto coerente con il paradigma di governo dei mercati che si propugna:
“L’analisi economica identifica comunemente le istituzioni con i “padroni del gioco”.
I lavoratori, per definizione, nel “governo sovranazionale dei mercati”, non sono i padroni del gioco e le istituzioni, divenute volontariamente riflesso di questo paradigma – quand’anche attraverso lo schermo formale di trattati economici “cooperativi”che conducono espressamente a tale risultato- , si riducono a garantire l’accettazione idealizzata di questo stato di cose.

4. Per questo la festa del lavoro, celebrata in questa cornice politico-economica sovranazionale, diviene una cosmesi inscenata da istituzioni democratiche ormai naviganti nelle acque dei “meri rapporti” politici di fatto, allo stato puro; la cosmesi discende dallo stato di eccezione permanente imposto dai mercati, che consente solo di enunciare una realtà di facciata a dispetto della incoerenza con l’effettiva linea politica, in altre sedi propugnata.
La istituzioni democratiche stesse devono, senza alternative (e probabilmente senza consapevolezza) abbracciare un sistema di enunciati complementari a realizzazione congiunta tecnicamente impossibile, risolvibili solo con la predeterminazione autoritaria dell’unica soluzione anticipatamente voluta, non essendo più in grado di denunciare la realtà dei rapporti di forza neo-istituzionalizzati:

“Possiamo quindi individuare tre gruppi sociali distinti in cui rapporti di produzione determinano una subordinazione, interessi contrapposti ed una conflittualità:
1 – le banche, ovvero gli istituti di credito: valutano la (ri)concessione o meno del credito e del relativo tasso di interesse;
2 – le imprese: decidono quantità e livello dei prezzi delle merci;
3 – i lavoratori salariati: subiscono l’esito del conflitto tra banche ed imprese”.
Istituzioni che siano allineate all’idea della cessione di sovranità verso le organizzazioni internazionali imperniate sulla governance dei mercati, dunque, sono nella sostanza inserite, come terminale di comunicazione di ultimo grado, nel processo normativo composto da “riforme” e “classifiche” dettate dalle organizzazioni internazionali tributarie di questa sovranità.
Le vecchie istituzioni costituzionali, quindi, sono riqualificate dal ruolo di meri “nunci” del nuovo costituzionalismo sovranazionale e la tutela del lavoro si dissolve di pari passo con la devoluzione della sovranità.

4.1. Infatti:
“Se il popolo è democraticamente sovrano (art.1 Cost.), la rigidità salariale congiunta ad un intervento pubblico di spesa a deficit, contribuisce alla stabilità del sistema economico: il sistema delle famiglie e delle imprese possono estinguere i debiti inizialmente contratti con gli istituti di credito.
La rigidità salariale viene garantita da una forte azione sindacale (art.39 Cost.) e da una decisa politica in difesa della stabilità lavorativa e del potere di acquisto salariale (artt. 35,36,37 Cost.)

L’intervento pubblico di spesa deve essere volto a favorire la piena occupazione (artt. 1,3,4 Cost.), l’erogazione di redditi indiretti in forma di Stato sociale (artt. 31,32,34,38 Cost.) e l’assorbimento della sovrapproduzione causata dal sottoconsumo.

A supporto del perseguimento degli obiettivi (costituzionali e democratici), la Banca Centrale – secondo le direttive dell’Esecutivo nella forma istituzionale del dipartimento del Tesoro del ministero dell’Economia e delle Finanze – adeguerà politica valutaria (per mezzo della gestione delle riserve in valuta pregiata – vedi X-M) e, in primis, monetaria (fissando il costo del denaro, ovvero il tasso di sconto) al fine del raggiungimento degli obblighi costituzionali medesimi.

Se “sovrana” è un’oligarchia bancaria, la spesa pubblica verrà tagliata, l’imposizione fiscale verrà aumentata (tendenzialmente gravando maggiormente sulle classi subalterne con minor capacità di elusione, oltre che contributiva), redditi (C) e risparmi (S) verranno compressi, gli investimenti (I) crolleranno e lo Stato sociale verrà smantellato. (Punti 1 e 2)
L’unico sistema produttivo che potrà sopravvivere sarà quello che riuscirà ad esportare secondo la logica dei vantaggi comparati.”

5. La conclusione che trarremo da quanto precede, in occasione di questo primo maggio, potrà forse non sembrare pienamente consequenziale a chi non seguisse con autentica partecipazione questo blog.
Ma la “cosmesi” della festa del lavoro divenuta espressione orwelliana di bis-linguaggio, dovrebbe far comprendere chiaramente la correlazione che tutto ciò ha con l’argomento trattato nel precedente post e che, grazie all’arricchimento dei vari commentatori, è sintetizzabile in questo commento (leggermente integrato per renderlo più esauriente):

“Purtroppo siamo costretti a dare spazio alla confutazione del pensiero neo-liberista perché nel negare la metafisica, cioè il pensiero, esso si insinua nel pensiero umano con estrema efficacia (ed efficienza: cioè col minimo sforzo. ESSI VIVONO).

Ciò pone persino l’esigenza preliminare di una scrupolosa comprensione fenomenologica di tale interferenza: più esattamente ci si rende conto di un “altro” fenomeno, diverso da quello, – altrimenti centrale ed espressione dell’autentica libertà spirituale umana-, della qualità intenzionale del percettore, cioè dell’essere umano dotato di intenzionalità astratta e capace di esprimere la realtà attraverso il pensiero (tant’è vero che seguendo tale interferenza, si finisce per accettare il concetto di “umano” come bruto, in assenza della civilizzazione imposta dal capitalismo sfrenato, proiettando tale assunto su tutta la Storia umana!).

Ma allora dovremmo prendere atto che la sostanza del pensiero è alterabile. Cioè, è possibile la massiccia contaminazione dell’essere umano con un pensiero “inessenziale”, e del tutto preclusivo delle sue capacità cognitive, ma atto a schermare le qualità essenziali di ogni oggetto naturale.

In sintesi: nel metabolismo del grande albero della conoscenza, che coincide con l’essenza dell’Umanità, è introducibile un parassita e questo può proliferare fino a divenire un organismo che sostituisce lo stesso albero.

E tutto questo, senza che la struttura biologica originaria sia più in grado di possedere gli strumenti per “ricordare” la propria essenza autonoma.
Il punto terminale di una malattia…

Questo è il conflitto, interno all’Umanità, in quanto invasa da una Quinta Colonna di parassiti mimetizzati (nel pensiero), che dobbiamo fronteggiare”.

E sì, ha ragione Bazaar: si tratta dello stesso “fenomeno” di cui parlava Giordano Bruno:1616299_581355291940203_2138618299_n

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...