567.-IL DRAMMA INFINITO IN CUI GLI “ALLEATI” HANNO GETTATO LA LIBIA.

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C’è anche sangue italiano in questa Libia distrutta dai predoni occidentali. Il nostro alleato e paladino del continente africano Muhammad Gheddafi era riuscito a dare stabilità e benessere a questa regione immensa. Immensa perché il territorio libico è due volte quello di Francia e Germania, dell’Olanda e della Gran Bretagna. Quello che rimane basterebbe per altri due Stati almeno. La sua costa mediterranea si estende per 1600 km e questa vasta area è abitata da sei milioni di persone, due dei quali si trovano ora in Tunisia insieme ad altri milioni di iracheni e siriani, in attesa delle condizioni ritornare alle loro case e alla normalità.

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Un’area di 1,8 milioni di chilometri quadrati con la costa più lunga del Mediterraneo, la Libia è il sedicesimo paese del mondo per dimensioni e occupa il decimo posto a livello mondiale tra i produttori di petrolio. Per altro, il petrolio libico è di qualità superiore e a prezzi inferiori in termini di estrazione e trasporto per la vicina Europa. È su questo vasto terreno, ricco di ogni tipo di risorse naturali, che combattono i libici, sei milioni di persone e un reddito pro-capite stimato di 14 mila dollari, uno dei più alti tra i paesi del mondo arabo.

Tutta la regione del Nord Africa è interessata da crescenti sfide, economiche, sociali e di sicurezza, e la Libia è oggi bersaglio di un intervento militare occidentale con il pretesto di contrastare Daesh (ISIS) e l’aumento dei gruppi militanti.

Naturalmente un intervento di questo tipo influirà negativamente su tutti i paesi della regione: la Tunisia sarà bruscamente condizionata da tale circostanza, così come il Marocco, che pure ha fatto grandi sforzi per promuovere la soluzione politica, e ha ospitato a Skhirat la maggior parte dei negoziati tra le fazioni libiche. Infatti, la Tunisia soffre già della mancanza di sicurezza nella vicina Libia: un intervento militare distruggerà i tentativi di Tunisi di consolidare il suo modello di democrazia e danneggerà la sua già fragile economia e il turismo già compromesso dagli attacchi terroristici degli ultimi anni. Tunisi ha rifiutato ogni intervento militare e non parteciperà in alcun modo alla coalizione internazionale, com’è stato confermato dal ministro della Difesa. Il Marocco ha, a sua volta, espresso il proprio rifiuto di ogni intervento esterno, e il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione ha riaffermato la necessità di dare priorità alla soluzione politica.

L’intervento militare occidentale non è una soluzione in grado di restituire stabilità al paese e portare ai suoi abitanti sicurezza e speranza, come dimostrano gli interventi americani in Iraq e in Somalia, che non hanno fatto che aumentare le divisioni, o quelli di Russia e Iran in Siria, che hanno portato ulteriore distruzione. Qualsiasi attacco militare in Libia avrà conseguenze disastrose per l’intera regione poiché provocherà i terroristi e fornirà occasione agli estremisti per giustificare la loro violenza e guadagnare consenso.

Invece, tutti coloro che seguono la questione libica ritengono necessario proseguire e incoraggiare la soluzione politica, e che tutti i tentativi di dividere il paese siano il primo passo verso la distruzione della stabilità dell’intera regione. Ma è stato trovato un accordo sul governo o sul parlamento, sull’esercito o sulle forme di Stato, i suoi ambasciatori e le relazioni con uno dei paesi vicini del Magreb o l’Egitto? I libici devono voler qualcosa ma fino ad ora è un segreto che non sa nessuno. Il governo di unità libico è ora in sospeso, e il paese annaspa tra problemi di ogni tipo. Resterebbe la possibilità che quei paesi della regione capaci di influire sulla realizzazione di una soluzione politica prevalessero: tali paesi sono consapevoli di essere in pericolo, nella loro identità, stabilità e sicurezza, e che la minaccia di un intervento straniero non è meno grave del dilagare delle cellule terroristiche. Ma la teoria che l’accordo politico sia la base per stabilire una nuova legittimità ha bisogno di maggiore intesa tra le varie parti in causa nella crisi. La Libia è ora incapace di realizzare una stabilità in assenza di un’autorità che possa imporre l’ordine e controllare i confini, mantenere il controllo sulla circolazione di armi e sull’intervento delle molteplici autorità esterne (e i loro interessi), il proliferare dei gruppi terroristici e lo sviluppo del pensiero estremista. Mentre l’ISIS approfitta della situazione e si rafforza, il paese fatica a trovare l’accordo sull’unità. Noi dirimpettai italiani dobbiamo (dovremmo) contrastare gli interessi dell’Occidente che si frappongono a una pacificazione e aiutare tutti i paesi del Maghreb arabo a intensificare gli sforzi per realizzare una riconciliazione interna completa, senza esclusione o coercizione.

Sembra che il governo italiano sia consapevole che la situazione nella Libia occidentale richiede la nostra partecipazione diplomatica attiva. Lasciare aperta la porta all’eventualità di un intervento militare straniero o lasciare che si estenda l’estremismo costituirebbe un duplice pericolo per la regione del Maghreb nel suo insieme, ma anche per noi.

Ora, Sarraj ha a disposizione un periodo di tempo piuttosto breve per risolvere le questioni politiche del suo popolo, con l’obiettivo di non perdere il reale senso della sua presenza, ossia quello di costituire un governo unico, non l’ennesima fazione tra quelle che continuano a moltiplicarsi dal febbraio del 2011.

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Scrive l’analista Theodore Karasik: “Mentre il governo di accordo nazionale libico tenta di stabilirsi a Tripoli, la Libia continua a vacillare tra una crisi e l’altra. Dopo il fallimentare duplice governo costituito dal Consiglio generale nazionale (GNC) a Tripoli (Tripolitania) e dalla Casa dei rappresentanti a Tobruk (Cirenaica), si tenta la transizione ad un unico governo, ma nel frattempo Daesh in Libia si rafforza, e nel Paese manca sufficiente unanimità riguardo l’unità. Il GNA sta collaborando con una parte del GNC, il quale si è distaccato dal GNA nonostante l’accordo politico del dicembre 2015. Si noti però che i 73 membri del GNC che supportano Serraj, primo ministro del GNA, sono in realtà sostenitori dell’ex brigata Lybia Dawn, composta da Fratelli Musulmani ed ex combattenti di gruppi islamici o di Al-Qaeda! Come Serraj, essi vogliono solo una cosa: il congelamento dei beni libici all’estero. A Tripoli e a Misurata graffiti e striscioni anti-GNC stanno iniziando a comparire, eppure Serraj ha bisogno del supporto delle milizie in Tripolitania, soprattutto quelle di Misurata e di Zintan. Misurata sembra sostenerlo; potrebbe poi essere una buona notizia per il GNA lo scambio di prigionieri che la milizia ha compiuto con Zintan. Fuori da Tripoli, l’Unione dei comuni del sud, con sede a Jufrah, sta sostenendo Serraj per ora.

Tuttavia, l’ingresso del GNA, spinto dalle Nazioni Unite, sta aizzando varie tribù, fazioni e gruppi di interesse contro Serraj. La fazione cirenaica ha tre opzioni: continuare la campagna contro Daesh, optare per un confronto che molti temono violento a Tripoli, o attendere che il GNA cominci a spaccarsi a causa delle forze centrifughe, e approfittare del caos. Il tempo ci darà la risposta, ma intanto in Libia Daesh è sempre più forte. Ha raggiunto quasi 10 000 combattenti e occupando parte della costa può importare più combattenti dal Levante e arricchirsi con il contrabbando. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche, alle piste di atterraggio, alla sicurezza e alla polizia, aiutano a costruire il potere di Daesh.

Sebbene l’occidente ritenga che il GNA possa affrontare Daesh, le faglie a livello politico sono dannose; Daesh ne è consapevole e cerca di approfittare del vuoto. Qui sta il dilemma: mentre l’Occidente cerca l’approvazione del GNA per un intervento aperto dopo che Serraj e le Nazioni Unite avranno terminato il loro esperimento di stabilire un governo unico, i libici anti-GNA sono contrari ad un intervento internazionale palese, preferiscono che proseguano il supporto “segreto” del Regno Unito e delle forze speciali statunitensi e l’arrivo delle armi egiziane. Per il dispiacere di alcuni libici, i droni e gli aerei europei e statunitensi stanno prendendo di mira Daesh nel nord del Paese, dove si trova la storia culturale libica. Dal punto di vista degli estremisti, più si distrugge meglio è. Molti libici non ritengono che il GNA possa costituire una risposta per fermare Daesh, ma non ritengono un’idea migliore nemmeno un conclamato intervento internazionale. Dal punto di vista della Libia, l’Europa meridionale si concentra solo sui migranti, l’energia, e il terrorismo, e non guarda alla situazione dei libici che potrebbero finire per soffrire proprio come le altre vittime della guerra nel Levante, mentre la spaccatura del paese si allarga.”

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(Theodore Karasik scrive per Al-Arabiya ed è analista di geopolitica, esperto in Medio Oriente, Russia, Caucaso. La traduzione e la sintesi sono di Irene Capiferri)

 

 

 

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Un pensiero su “567.-IL DRAMMA INFINITO IN CUI GLI “ALLEATI” HANNO GETTATO LA LIBIA.

  1. C’è un filo che lega Palmira alla Libia. Secondo quanto riferito a WikiLao, il ritiro dell’ISIS dalla città non è stato solo frutto dell’avanzata degli uomini di Bashar al-Assad, fortemente appoggiati dalle forze russe: “il gran numero di combattenti inviati a Sirte ha indebolito gli islamisti sul fronte della Siria centrale, non consentendo la sostituzione delle centinaia di miliziani caduti in battaglia”. A Palmira, peraltro, il sedicente Califfato aveva già perso il controllo dell’importante area petrolifera.

    La strategia dell’ISIS in Siria, stando a fonti qualificate, “è di riposizionamento a difesa di Raqqah, dove sono stati trasferiti i familiari dei miliziani che si erano installati a Palmira”. “Nel timore di un attacco alla ‘capitale’, continuano i lavori in vista di un attacco in grande stile su Deir ez-Zor”. Qui i raid aerei avrebbero danneggiato solo in parte gli impianti petroliferi di al-Omar e al-Tanak, i quali, a quanto pare, continuerebbero a pompare denaro nelle casse dell’autoproclamato Stato Islamico.

    In Libia, invece, l’ISIS “sta tentando di riprodurre il modus operandi dello scacchiere siro-iracheno, mostrando con chiarezza i suoi interessi per le infrastrutture strategiche in grado di moltiplicare la sua consistenza: nelle ultime settimane, per esempio, ha messo a segno ripetute operazioni contro il sito petrolifero di as-Sarir”, apparentemente solo allo scopo di infliggere danni alle difese allestite dai Tobu che fanno parte delle forze di Ibrahim al-Jadran.

    “Quelle che oggi sono sostanzialmente azioni di disturbo, probabilmente si trasformeranno presto in veri e propri attacchi”. Anche perché in Libia, con i combattenti, sono in arrivo altri soldi dell’ISIS, come sarebbe stato certificato esaminando flussi di denaro provenienti da alcuni uffici di cambio-valuta aperti a Raqqah, Deir ez-Zor e nell’area di Aleppo, a Dayr Hafir e Manbij. A conferma della scelta degli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi: allontanare il baricentro delle attività dalla motherland del sedicente Stato Islamico.

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