564.- Perché gli esperti bocciano un’Europa con due monete

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L’euro è una moneta troppo forte per i Paesi meno virtuosi dell’area. Così sarebbe meglio sdoppiare l’Eurozona con due monete: una per i Paesi forti e una per le economie più deboli e imballate nella tenuta dei conti pubblici e dei parametri di Maastricht. È da tempo che l’ipotesi di un’Europa a due monete è entrata nel dibattito politico-economico dell’area. Ma è davvera questa la panacea del male dell’Eurozona? Il club dell’euro a 17 Paesi è destinato a sgretolarsi e dalle ceneri nascerà un club di Serie B con un’eurobis? Ascoltiamo cosa dicono gli esperti e gli operatori dei mercati finanziari che hanno provato a guardare nella sfera di cristallo.

«Un’Europa a due velocità? E’ un’ìpotesi piuttosto remota, stando almeno alla situazione attuale, in quanto andrebbe esattamente nella direzione contraria rispetto a quello che gli investitori internazionali chiedono, ovvero una maggior compattezza non solo a parole, ma anche con fatti concreti, che renda così l’Europa affidabile e finalmente unita da un punto di vista fiscale e bancario, circostanza che renderebbe nuovamente appetibile gli investimenti nel Vecchio Continente». Così ha dichiarato Marco Dall’Ava, analista di X-Trade Brokers (XTB):

«È difficile dire quale sia la probabilità statistica che si verifichi tale evento. Razionalmente la risposta dovrebbe essere “zero”. I costi e la ricaduta negativa in termini di crescita economica e di evoluzione dei mercati sarebbero talmente dannosi da sconsigliare questa opzione – argomenta Massimo De Palma Responsabile Asset management di Swiss&Global Asset Management Sgr -. L’impatto riguarderebbe entrambi i blocchi: inizialmente sul gruppo più debole, che partendo da una forte svalutazione conoscerebbe un aumento dei prezzi delle importazioni e una conseguente intensa fase recessiva, con parallela difficoltà a finanziarsi sui mercati e possibile ristrutturazione del debito. I Paesi virtuosi, invece, vedrebbero immediatamente una rivalutazione della moneta, maggiori difficoltà ad esportare a fronte di un mercato interno ridotto rispetto al passato e di una molto probabile recessione».

«Purtroppo però le scelte politiche sono predominanti e come abbiamo potuto constatate negli ultimi anni, raramente ci si è indirizzati verso soluzioni rapide che potessero rafforzare l’unione politica e fiscale dell’area. Molto spesso le pulsioni dell’elettorato hanno influenzato in maniera decisiva le scelte dei leader. Il fallimento sarebbe negativo per entrambi i blocchi e quindi la scelta obbligata o meno dell’Italia di appartenere ad una delle due aree monetarie produrrebbe in ogni caso conseguenze nefaste».

«Riteniamo che le probabilità di un’area euro spaccata in due siano pressoché nulle. Non avrebbe senso logico avere due blocchi con due valute diverse legate allo stesso destino – spiega Vincenzo Longo, Strategist di Ig Markets -. La nostra view è che l’area euro rimanga in essere e che nella peggiore delle ipotesi siano i Paesi più a rischio a essere messi da parte. Il prossimo 17 giugno ci sarà il voto in Grecia e saranno i cittadini in quell’occasione a decidere sul destino di Atene. Nel caso di un risvolto negativo, proprio la Grecia può essere il primo Paese a uscire dall’unione monetaria».

L’ “eurobis” può essere scongiurato, però, se le autorità lavorano di concerto verso un’unione bancaria e fiscale europea. In tal senso proprio nella giornata di ieri si è iniziato a vociferare di un “piano segreto” salva-euro guidato da Mario Draghi, Herman Van Rompuy, José Manuel Barroso e Jean-Claude Juncker per mettere fine alla lunga crisi che affligge l’intera Eurozona ormai da cinque anni. Decisive saranno con ogni probabilità le prossime settimane e soprattutto il meeting che si terrà a fine giugno dove potrebbe essere presentata una prima bozza del piano salva Europa. Il piano verterà su quattro filoni principali: riforme strutturali, unione politica fiscale e bancaria. La volontà è quella di istituire un nuovo organismo di controllo, con nuovi poteri, per il settorebancario rendendo più flessibili le richieste di politica fiscale ed economica, come già appreso la scorsa settimana. Come andrà a finire?

«Questo scenario rimane quello più plausibile e auspicabile. Riteniamo che se le voci che stanno circolando in questo inizio di settimana dovessero risultare veritiere questo scenario diventerà sempre più realtà – spiega Longo -. Bisognerà attendere però il meeting dell’Eurogruppo di fine giugno per vedere quanto ci sia di vero nelle indiscrezioni di questa mattina. Riteniamo che il percorso per arrivare a questo piano possa risultare lungo e non senza ostacoli viste le divergenze politiche che esistono all’interno dell’area. La zona euro probabilmente non ha tutto questo tempo e i mercati stanno chiedendo misure certe e rapide».

Secondo De Palma «un rilancio del progetto europeista in senso bancario, politico e fiscale sarebbe l’unica vera soluzione necessaria. Una tale riforma darebbe maggiore solidità all’impianto generale che attualmente con la sola moneta unica si trova ancora a metà del guado e facile obiettivo delle speculazioni finanziarie. Il nodo centrale è vincere le forti resistenze a livello politico. Le probabilità di un’evoluzione in questo senso dipendono principalmente dalla assunzione di responsabilità dei leader rispetto all’impatto negativo che un fallimento dell’esperienza dell’euro avrebbe sull’economia mondiale e sui futuri assetti politici del pianeta. A questo proposito un ruolo importante sarà giocato dagli Stati Uniti che, nell’imminenza dell’elezioni presidenziali, spingeranno per una soluzione che li metta al riparo da un ritorno alla recessione per l’avvitamento della crisi della zona euro».

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