554.-QUOTE LATTE, UN GIOCO DI PRESTIGIO NON A CASO DURATO 30 ANNI.

QUOTE-LATTE

Giulio Antonio Brianza Troisi ci propone questa lettura della vicenda del latte Parmalat cinese, tratta dal Blog “Veterinariamente”, dedicato a riflessioni personali lungo un percorso decennale su studio e attività veterinaria, maturato a contatto con piccoli e grossi animali, proprietari, colleghi, e categoria professionale. Un perfetto esempio di speculazione finanziaria multi-nazionale a lungo termine.
L’annosa tematica delle quote latte nel mondo zootecnico ha avuto ovviamente le sue ripercussioni anche in ambito veterinario. Ma non sono i risvolti professionali che interessano al blog. Bensì quelli socioeconomici. Perchè quello delle quote latte è un perfetto esempio, a mio personale parere, di quel meccanismo finanziario perverso che ha distrutto e sta distruggendo il mondo del lavoro. Meccanismo che se non verrà interrotto quanto prima, la sorte toccata ai settori primari toccherà anche a quello dei settori terziari, libere professioni intellettuali comprese.
Vediamo cosa, come e perchè.

Le quote latte furono introdotte dall’allora Comunità Europea nel 1984. Politicamente una “trovata geniale” il cui intento era in soldoni non far produrre ai Paesi più latte di quello consumato/esportato al fine di non svalutare troppo il prezzo del latte. Cosa geniale in origine, almeno sulla carta, ma che merita l’appellativo di “trovata” valutando i fatti col senno di poi oggi che sono state abolite (aprile 2015).
L’originario regolamento delle quote fu modificato nei decenni successivi in due occasioni: 1992 e 2003. In questo ultimo frangente mi trovavo a metà percorso universitario e lo dico onestamente, da studente valutando la somma della legislazione europea, della loro applicazione italiana, delle analisi dei professori universitari, e degli allevatori che si cominciava ad incrociare qua e là, l’unica idea che mi feci in merito era di un sistema Europa schizofrenico.
In particolare mi lasciò perplesso l’interpretazione di un docente, confermata da qualche lettura di testo non ricordo più dove. Ossia l’evidenza che dalle normative europee nel loro complesso in ambito di politiche agricole emergesse l’intento di trasformare lentamente gli Stati del Nord Europa in produttori zootecnici, e gli Stati del Sud-Europa in produttori agricoli. In pratica al sud si doveva coltivare intensivamente l’alimento per l’allevamento intensivo del nord. Insomma qualcosa che appariva immediatamente insensato a uno spirito critico vergine di politica zootecnica come il mio, che si rifiutava a prescindere di considerare l’allevamento degli animali come un settore a “vocazione multinazionale”.
Ero evidentemente un ingenuo. E lo conferma il fatto che oltre che insensato quella politica mi appariva schizofrenicamente contraddittoria a valutare tutta l’altra politica parallela sull’agricoltura e zootecnia “biologica” che stava esplodendo in quegli stessi anni.

Cosa voleva l’Europa? In quale direzione voleva andare? Ebbene solo oggi è chiaro che voleva evidentemente, fin dal 1984, andare in una direzione precisa: annientare un universo costellato (via lattea?) di piccoli produttori di latte come quello italiano per creare lentamente un circuito di pochi grossi produttori di latte. E per la maggior parte non italiano.
Dagli anni 90 in poi credo di sbagliare di poco affermando che in Italia, ad oggi, hanno chiuso centinaia di migliaia di aziende di bovine da latte a conduzione famigliare. Il numero di bovine però non è diminuito o aumentato in modo proporzionale alla chiusura di aziende, essendo aumentata di molto la produzione per capo. Questo significa che hanno chiuso aziende, ma quelle che son rimaste aperte si sono ingrandite sempre di più. Trasformandosi in fabbriche di produzione di latte.
Non è questa ora la sede per entrare in aspetti etico-sociali inerenti il benessere animale (animali-veterinari e animali-allevatori compresi). Ora qui, ripeto, voglio soffermarmi solo sull’aspetto etico-economico della questione.
Volevo infatti far riflettere su una dinamica durata 30 anni. E non a caso 30 anni. Dinamica che ha distrutto quel settore straordinario, perfettamente integrato nel tessuto sociale fin dalla notte dei tempi, del piccolo produttore di latte. Latte che è un alimento altamente deperibile e che per essere consumato fresco nelle sue nobilissime qualità nutrizionali deve essere prodotto dietro casa… non di certo a migliaia di chilometri di distanza per essere consumato in polvere.
Ma leggiamo cosa accadde in quel lontano 1984:

Quote latte 1984

All’Italia fu imposto di produrre una quantità di latte di gran lunga più bassa rispetto al suo trend produttivo. Questo significava in un colpo solo impedire agli allevatori di ricavare profitto dal proprio lavoro (pur dovendo coprirne le spese!) e in aggiunta pagare una “penale” (o tributo che dir si voglia). Questo significava sul breve periodo indebitare un’intera categoria produttiva, e sul lungo periodo costringerla a chiudere battenti.
“Un’errore ISTAT” si giustificò l’allora Ministro dell’Agricoltura. A valutare la lunga tradizione di patetismi della politica italiana, nulla di cui scandalizzarsi. Ma col senno di poi quell’errore appare, a mio avviso, un vero e proprio gioco di prestigio mirato a creare condizioni di concorrenza sleale tra Paesi membri dell’Unione.
Nei fatti le quote latte hanno penalizzato la produzione di latte di certi Paesi come l’Italia, costringendoli ad una involuzione che ha tagliato fuori innanzitutto le esportazioni. Paesi a vocazione agro-zootecnica (in poche parole i Paesi dell’Est) prima abituati magari ad importare latte, si sono trovati nelle condizioni quindi di sviluppare e potenziare la produzione interna.
Guarda caso però in questi stessi Paesi negli ultimi decenni sono confluiti quasi tutti gli investimenti finanziari privati degli imprenditori europei (Italia compresa). Che fatalità che la produzione di latte sia aumentata negli ultimi decenni in Ungheria, Repubblica ceca, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania… (oltre che in Francia e Germania). Fatalità, o errori ISTAT dei loro ministeri dell’agricoltura?
Ebbene sono occorsi poco più di tre decenni per modernizzare in modo competitivo la produzione di latte nei Paesi europei emergenti con capitali di qualche lobby finanziaria (aziende famigliari…o soccide a conduzione famigliare? ). Nel momento poi che la loro produzione si è fatta competitiva nei mercati, allora è convenuto togliere le quote latte: nei supermercati in Veneto oggi un litro di latte pastorizzato italiano costa 1,10€ in media, un litro di latte pastorizzato sloveno costa 0,70€.

Quote latte 2015.png

Questa è la fine della fiera. In tanti sensi. Tuttavia, giusto per rimanere fedeli alla lunga tradizione italiana di patetismi politici con i suoi risvolti sociali sadomasochisti, a far notizia non è mai la classe dirigente curatrice-fallimentare, ma i cittadini lavoratori italiani sempre in gara tra loro a far emergere chi si è sottomesso più egregiamente dell’altro al proprio padrone. Cittadini lavoratori auto-cornuti e auto-mazziati (i governi che li hanno logorati se li sono votati e rivotati loro). Cittadini lavoratori indebitati da una politica tutt’altro che incompetente nell’eseguire gli ordini di chi comanda il mondo: le lobby finanziarie del credito-debito.

 

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