552.- ALCUNI PROF. E PROFESSIONISTI, NON VOTERANNO SÌ AL REFERENDUM DEL 17 APRILE.

Ripubblichiamo integralmente dal sito Formiche.it e commentiamo negativamente la lettera aperta promossa da Alberto Clò, docente di Economia applicata presso l’Università di Bologna e direttore della rivista Energia, sul referendum del 17 aprile.

“La lettera è stata firmata finora da 112 tra accademici, manager e liberi professionisti”, che trovate elencati nel commento al post.

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Leggiamo:

“Il referendum sull’attività estrattiva degli idrocarburi in Italia solleva gravi preoccupazioni che travalicano il suo specifico contenuto.

Primo: perché conferma la patologica difficoltà nel nostro Paese a realizzare investimenti infrastrutturali, nell’energia come in altri settori, essenziali al suo sviluppo, alla sua modernizzazione, financo al suo miglioramento ambientale, ma impediti da una pregiudiziale ostilità e da una disinformazione basata su argomenti spesso privi di ogni fondamento.

Secondo: perché frena quell’apporto di investimenti e finanziamenti esteri che potrebbero rafforzare la ripresa della nostra economia. Senza investimenti non vi è crescita, non vi è lavoro. Non ultimo: perché interessi localistici, spesso più presunti che reali, vengono anteposti a quelli generali del Paese senza che nessuno ne tragga giovamento. Nel merito, il referendum, se approvato, compromette la valorizzazione delle rilevanti risorse di idrocarburi di cui il nostro Paese dispone e la possibilità in tempi ravvicinati di raddoppiarne la produzione: così da ridurre la nostra endemica dipendenza e vulnerabilità da paesi ad elevata rischiosità politica, contenendone i costi ed accrescendo la sicurezza energetica, grazie all’impegno di un’industria italiana che vanta livelli di eccellenza tecnologica, professionale, imprenditoriale.

Impedire la produzione interna di petrolio o di metano nient’altro significa che preferirne l’importazione; versare all’estero enormi risorse monetarie piuttosto che destinarle alla nostra crescita; sostenere le imprese altrui piuttosto che le nostre. Senza che tale produzione si ponga, come ingannevolmente sostenuto, in contrapposizione allo sviluppo delle risorse rinnovabili, data la sostanziale diversità delle destinazioni d’uso. Siamo consapevoli delle legittime preoccupazioni che muovono dalle comunità locali interessate alle attività estrattive, ma nel respingere le irrazionali paure alimentate al loro riguardo, siamo convinti che la severità delle normative, la doverosa rigorosità dei controlli, l’impiego delle più avanzate tecnologie costituiscano la miglior garanzia di tutela dell’ambiente e di sicurezza delle popolazioni. La risposta ai rischi industriali non è il rifiuto a fare e a progredire, ma la capacità di governarli.

Come avvenuto nella secolare attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi nel nostro Paese. Siamo altresì fermamente convinti che queste attività non causino le paventate e indimostrate conseguenze negative sull’economia dei territori interessati che, anzi, come dimostra l’esperienza del nostro Paese, vengono a beneficiare di grandi opportunità di sviluppo. Un esito favorevole al referendum causerebbe, per contro, la distruzione di un altro pezzo dell’industria italiana, quella che produce beni e servizi strumentali all’attività mineraria.

Un’industria articolata in centinaia di imprese e in decine di migliaia di occupati apprezzata nel mondo tranne che in Italia e che già attraversa enormi difficoltà per il crollo dei prezzi del petrolio e degli investimenti con molte imprese che stanno chiudendo e licenziando. Un sì al referendum ne decreterebbe la fine. Per l’insieme di tali ragioni riteniamo che un responso referendario avverso all’industria degli idrocarburi, al di là della sua valenza giuridica, causerebbe grave nocumento all’intera industria italiana, alle comunità ed ai territori locali, all’intero nostro Paese.”

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Contestiamo in toto il valente accademico. Opporre e paventare la perdita degli investimenti stranieri e la mancata crescita economica alla propensione generale per l’energia alternativa al fossile avrebbe un senso ove non fosse stata ceduta la sovranità monetaria e si potessero attuare ancora politiche di ricerca della piena occupazione, attraverso il credito/debito sovrano. I vincoli incostituzionali, assunti, della stabilità dei cambi e della parità in bilancio escludono di ricorrere ai mercati finanziari e consentono di reperire le risorse soltanto dalle tasche degli italiani, oppure, tagliando i servizi perseguiti e garantiti dalla Costituzione. E’ tutto da dimostrare che i profitti degli eventuali investitori stranieri si traducano in fattori di crescita per il mercato interno italiano; al contrario, da un lato, le multinazionali non sono vincolate a tradurre i loro profitti in vantaggi per l’Italia, da un altro lato, le bassissime imposte applicate alle concessioni, solo in Italia, costituiscono un’ulteriore argomento che contrasta questa tesi. Invece delle compromissioni delle risorse energetiche paventate, proprio la possibilità di operare, comunque, oltre le acque territoriali può costituire motivo di nuovi investimenti. Osservo che, tentare di argomentare tecnicamente, a fronte di un voto, in gran parte – è vero -, di motivazione politica nei confronti delle politiche energetiche e, purtroppo, nei confronti di questo Governo, non sembra condurre a un inquadramento corretto del problema. L’intento di avvallare con le sottoscrizioni di sicuramente valenti professionisti le tesi dell’esecutivo e le sue inopportune, salvo altro, esternazioni, consigliano di rammentare che sia l’attuale sistema bicamerale fondato sul suffragio universale sia quello testé votato dal Parlamento illegittimo, non contemplano una rappresentanza nel potere legislativo dei gruppi economici e professionali della Nazione. La legge, ogni legge, deve, perciò, essere la rappresentazione della reale volontà popolare e il risultato referendario rappresenterà questa volontà nel modo più realistico.

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9 pensieri su “552.- ALCUNI PROF. E PROFESSIONISTI, NON VOTERANNO SÌ AL REFERENDUM DEL 17 APRILE.

  1. I Firmatari:

    1. Alimonti Gianluca (fisico, Università Milano)
    2. Angelucci Antonio (ingegnere minerario)
    3. Baldassarre Oronzo (ingegnere industriale)
    4. Balduzzi Achille (geologo)
    5. Bassani Patrizia (analista energetico)
    6. Bassi Simone (giurista)
    7. Bedeschi Marco (impiegato)
    8. Bello Giuseppe (ingegnere minerario)
    9. Benedettini Simona (economista)
    10. Bernabè Franco (manager)
    11. Berra Maurizio (geofisico)
    12. Bessi Matteo (manager)
    13. Beulcke Alessandro (imprenditore)
    14. Bianchi Potenza Bona (scienze naturali settore mineralogico-petrografico)
    15. Bilardo Ugo (ingegnere giacimenti idrocarburi, Università La Sapienza Roma)
    16. Bissolati Gemio (geologo)
    17. Bonaga Gilberto (geologo, Università Bologna)
    18. Bongiovanni Fabrizio (imprenditore)
    19. Bortolotti Villiam (Ingegnere civile, chimico, ambientale, Università di Bologna)
    20. Braga Mariangela (economista)
    21. Branda Marco (esperto metano)
    22. Bressan Domenico (elettrotecnico)
    23. Briccolani Emanuela (economista)
    24. Casnedi Raffaele (geologo, Università Pavia)
    25. Castronovo Valerio (storico, Università LUISS Roma)
    26. Cigni Michele (perito minerario)
    27. Cippitelli Giuseppe (geologo)
    28. Clò Alberto (economista, Università Bologna)
    29. Clò Filippo (analista energetico)
    30. Corrada Renato (manager)
    31. Crescenti Uberto (geologo, Università G. D’Annunzio Chieti-Pescara)
    32. D’Agostino Alfredo (ingegnere)
    33. D’Ermo Vittorio (economista energetico)
    34. D’Onghia Bruno (manager)
    35. Di Cesare Franco (geologo)
    36. Durante Carlo (imprenditore)
    37. Fagioli Alessandro (imprenditore)
    38. Fantozzi Augusto (giurista, Università “Giustino Fortunato” Benevento)
    39. Fassio Enrico (imprenditore)
    40. Fazioli Roberto (economista, Università Ferrara)
    41. Foà Paola (geologa)
    42. Forni Gaetano (agronomo, Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura)
    43. Franchina Federico (giurista, Università di Messina)
    44. Franchino Aristide (geologo
    45. Fratocchi Luciano (ingegnere economico-gestionale, Università dell’Aquila)
    46. Frigero Piercarlo (economista, Università Torino)
    47. Gallo Riccardo (ingegnere chimico, Università La Sapienza Roma48. Gerali Francesco (storico della scienza, University Western Australia)
    49. Grisi Mauro (geologo)
    50. Gugliotta Agata (analista energetico)
    51. Landuzzi Alberto (geologo, Università di Bologna)
    52. Lombardi Carlo (ingegnere nucleare, Politecnico Milano)
    53. Lupi Raffaello (giurista, Università Tor Vergata Roma)
    54. Macchi Ennio (ingegnere energetico, Politecnico Milano)
    55. Macciò Marco (esperto di shipping)
    56. Macini Paolo (ingegnere minerario, Università di Bologna)
    57. Marangon Giuseppe (manager)
    58. Mariani Luigi (agronomo, Università Milano)
    59. Marzo Massimiliano (economista, Università Bologna)
    60. Massarutto Antonio (economista, Università Udine)
    61. Mercati Gherardo (geologo)
    62. Merlo Giovanni (imprenditore)
    63. Mesini Ezio (ingegnere civile, chimico, ambientale, Università Bologna)
    64. Mostacci Domiziano (ingegnere nucleare, Università Bologna)
    65. Muzzin Adriano (ingegnere minerario)
    66. Nanni Franco (imprenditore)
    67. Napoli Francesco (ingegnere minerario, Università La Sapienza Roma)
    68. Orlandi Lisa (analista energetico)
    69. Parravicini Guido (fisico, Università Milano)
    70. Pasetto Riccardo (ingegnere energetico)
    71. Pecci Gianni (economista)
    72. Pedrocchi Ernesto (ingegnere energetico, Politecnico Milano)
    73. Pellei Francesco (ingegnere minerario)
    74. Piacentini Massimiliano (economista energetico)
    75. Picardi Vittorio (ingegnere minerario)
    76. Picotti Vincenzo (geologo, Politecnico Federale Zurigo ETH)
    77. Pincherle Alberto (ingegnere chimico)
    78. Possa Guido (ingegnere nucleare)
    79. Pozzi Daniele (storico dell’impresa, Università “Carlo Cattaneo” – LIUC)
    80. Proietti Silvestri Chiara (analista energetico)
    81. Prosperetti Luigi (economista, Università Milano)
    82. Rainone Mario Luigi (geologo, Università “G. D’Annunzio” Chieti-Pescara)
    83. Ragnotti Ludovico (fisico)
    84. Reboa Marco (economista d’azienda, Università “Carlo Cattaneo” – LIUC)
    85. Repetto Gian Paolo (economista)
    86. Righini Renzo (imprenditore)
    87. Riguzzi Gianluca (giurista)
    88. Roncuzzi Davide (imprenditore)
    89. Rossetto Nicolò (economista, Università Pavia)
    90. Rota Alberto (ingegnere)
    91. Rusciadelli Giovanni (geologo, Università G. D’Annunzio Chieti-Pescara)
    92. Rusi Sergio (geologo, Università G. D’Annunzio Chieti-Pescara)
    93. Santori Mattia (analista energetico)
    94. Sapelli Giulio (economista, Università di Milano)
    95. Sartori Nicolò (esperto di politica energetica)
    96. Secchi Carlo (economista, Università Bocconi)
    97. Serva Leonello (geologo)
    98. Sileo Antonio (economista, Università Bocconi)
    99. Sorgenti Rinaldo (imprenditore)
    100. Tani Bruno (imprenditore)
    101. Taranto Francesco (esperto societario)
    102. Tiberi Marco Roberto (geologo)
    103. Tondi Emanuele (geologo, Università Camerino)
    104. Vacchieri Marco (ingegnere navale)
    105. Vai Gian Battista (geologo, Università di Bologna)
    106. Valentinetti Rocco (geologo)
    107. Valotti Elisabetta (consulente sostenibilità)
    108. Vannoni Davide (economista, Università di Torino)
    109. Vecchia Pierluigi (geologo)
    110. Verda Matteo (politologo, Università Pavia)
    111. Viglione Daniela (esperta energia e comunicazione, Università LUISS Roma)
    112. Zanetti Giovanni (economista, Ceris-Università di Torino)

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  2. Anche Canarie e Croazia hanno deciso lo stop. Oslo impone regole molto severe: Eni ha atteso anni per ottenere il via libera allo sfruttamento di un giacimento nell’Artico. La Gran Bretagna, che conta centinaia di piattaforme, si affida a un sistema di licenze e aste e non chiede royalties, ma impone un prelievo fiscale tra il 68 e l’82%. In Danimarca le imposte arrivano al 77%

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  3. La legislazione che ha l’Italia sulle trivellazioni non è tra le più rigorose in Europa nel sistema delle royalties fino ai controlli, come sostiene Renzi e anche il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. Nelle tasse e nelle norme statali sugli idrocarburi i vari Paesi adottano politiche molto differenti. In Norvegia, dove la tassazione è molto alta, lo è anche la produzione, nonché il livello di controlli nei confronti delle compagnie con l’obiettivo di preservare gli ecosistemi marini.
    In Europa gli Stati si comportano in modo molto eterogeneo, come dimostra quanto avvenuto in Francia dove il ministro dell’Ecologia Ségolène Royal ha chiesto nei giorni scorsi lo stop a tutte le trivellazioni nel mar Mediterraneo, seguendo l’esempio della Croazia.
    In Francia le domande per ottenere un permesso di ricerca vanno inoltrate al ministero dell’Ecologia, dell’Energia e dello Sviluppo sostenibile che, una volta consultate le autorità locali interessate, valutano il progetto. Se il ministero non ha obiezioni di tipo tecnico o ambientale, il permesso di esplorazione viene concesso attraverso un decreto ministeriale. Tale permesso ha validità 5 anni, rinnovabile due volte. E se la compagnia trova petrolio o gas, per iniziare la coltivazione la società titolare del permesso di ricerca deve attendere il consenso ministeriale. Se accordata, la concessione di coltivazione ha una durata che varia normalmente tra i 25 e i 50 anni.
    Nel Regno Unito, il Petroleum Act del 1998 riconosce alla Corona britannica la proprietà delle risorse di idrocarburi presenti sul territorio e, quindi, il diritto esclusivo di esplorazione e produzione. Le attività vengono svolte attraverso un sistema di licenze. I permessi per le attività onshore sono assegnati su richiesta dei partecipanti, mentre per le attività offshore sono indette periodicamente delle aste di assegnazione.
    In Norvegia, uno dei Paesi con la maggior produzione di gas e petrolio (pari a oltre 20 volte quella dell’Italia), le regole sono molto severe. Non si possono effettuare sondaggi entro i 50 chilometri dalla riva. Lo Stato norvegese mantiene il diritto di proprietà sui minerali del sottosuolo. Le attività di esplorazione e sfruttamento di tali risorse quindi, sono gestite con un sistema di assegnazione di licenze mediante cicli di asta. Per comprendere se in un Paese venga o meno applicata una tassazione favorevole alle compagnie è necessario comparare i dati.
    In Italia, per l’offshore, l’aliquota delle royalties è del 7% per le estrazioni di petrolio e del 10% per l’estrazione di gas (è fissa al 10% su terraferma), ma le società non pagano nulla sotto la produzione di 50mila tonnellate per il petrolio e di 80mila metri cubi per il gas. Nel complesso il prelievo fiscale è tra il 50 e il 67,9%.
    In Germania, invece, l’aliquota delle royalties è del 10%, ma i singoli Länder possono prevederne una diversa. In realtà in molti Paesi le royalties sono state abolite e sostituite da sistemi diversi di tassazione. Secondo i dati diffusi da Nomisma Energia la Norvegia arriva a prelievi fiscali del 78% ed è tra i Paesi con la tassazione più alta, pur prevedendo una serie di benefici alle imprese. Di fatto il regime fiscale attira un alto livello di investimenti e di produzione di idrocarburi. Sono state abolite le royalties, mentre oggi esiste una tassazione specifica su attività petrolifere (pari al 50%) e una generica sui profitti delle società (pari al 28%). Nel Regno Unito il prelievo fiscale oscilla tra il 68 e l’82% perché i canoni variano in base al bando, senza royalties, abolite nel 2002. In Danimarca, invece, la tassazione può arrivare al 77%. La Francia utilizza un sistema di prelievo fiscale sulle attività petrolifere che prevede un mix di royalties, imposte sulla produzione e imposte sul reddito della società. Il Paese ha una bassa produzione e un altrettanto basso prelievo fiscale, in media tra il 37 ed il 50%.

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  4. Nei giorni scorsi il ministro francese dell’Ecologia Ségolène Royal ha dato il via libera a una moratoria con effetto immediato sui permessi di ricerca di idrocarburi “viste le conseguenze drammatiche che possono colpire l’insieme del Mediterraneo in caso di incidente”. La moratoria riguarda sia le acque territoriali della Francia sia la zona economica esclusiva (la piattaforma continentale). L’intenzione, dunque, è quella di chiedere l’estensione del provvedimento “nel quadro della convenzione di Barcellona sulla protezione dell’ambiente marino e del litorale mediterraneo”. Una decisione che, nelle intenzioni del ministro, dovrebbe dare una forte spinta allo sviluppo dell’efficienza energetica e delle rinnovabili. La notizia in Italia è arrivata nel momento più delicato possibile, a una settimana dal referendum, ma non è una vera novità, dato che Royal aveva già annunciato a gennaio che la Francia avrebbe rifiutato ogni nuova richiesta di permesso di ricerca di idrocarburi. E proprio a gennaio, in Croazia, il nuovo premier Tihomir Oreskovic era stato altrettanto chiaro: “Presenterò al Parlamento una proposta di moratoria contro il piano di Zagabria per lo sfruttamento di gas e petrolio in Adriatico”. L’anno prima la Croazia aveva assegnato dieci licenze per la ricerca di idrocarburi in Adriatico, ma la scorsa estate alcune compagnie petrolifere hanno fatto dietrofront, rinunciando a sette delle concessioni ottenute. A marzo, invece, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha bloccato il piano per le trivellazioni di gas e petrolio al largo della costa sud orientale dell’Atlantico. Sempre Obama a ottobre scorso aveva congelato almeno per i prossimi 18 mesi’ e trivellazioni a largo dell’Alaska.

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  5. VENETO UNICO, un laboratorio per ripartire ›
    RENZI BALLA PER LA VITTORIA, MA HA PERSO GIA’ IL REFERENDUM DI OTTOBRE

    mario donnini 18 aprile 2016

    Certo, sarebbe stato meglio se il quorum fosse stato centrato. Ma con tutta la disinformazione, il reato della dissuasione al voto e anche con la politicizzazione poco chiara del referendum, l’affluenza è stata alta. Chi ha capito la posta in gioco, dimostrando senso civico è andato a votare. A una prima analisi politica e senza nulla togliere al risultato, la soddisfazione di Renzi ha un sapore propagandistico. Primo perché al referendum “costituzionale” di ottobre non ci sarà quorum e, ieri, i “SI” hanno registrato l’85,15%; secondo, perché la percentuale del 31,18% è stata raggiunta con 14 milioni di voti e voglio ricordare che il sostegno di Renzi si fondò su solo 11 milioni. Di più, oltre ai 16 milioni di voti contrari alla sua politica, l’astensionismo e la disaffezione dovrebbero costituirgli una seria preoccupazione, perché significa che lui, espressione di un parlamento illegittimo e “riformatore fuori legge” della Costituzione, è carente anche nella legittimazione popolare, fondamento della democrazia. Insomma, guardando al futuro, con un occhio al significato politico di questa consultazione, Renzi e Napolitano hanno poco su cui brindare, a parte il dato che soltanto 16 milioni di elettori hanno disatteso i loro inviti, preferendo esercitare il loro diritto. Chi ha voluto non votare, avrà, comunque, di che lamentarsi di questo regime; ma ricordi che la partecipazione è una delle prime regole della democrazia. Chi sa se qualche Procuratore della Repubblica, vorrà onorare la sua funzione, procedendo verso chi ha violato:

    1) l’ Articolo 48 della Costituzione: “Votare è un dovere civico”;

    2) l’Articolo 98 del Testo Unico delle leggi elettorali per la Camera, cui rinvia la legge che disciplina, appunto, i referendum: “Chiunque sia investito di un potere, servizio o funzione pubblica è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni se induce gli elettori all’astensione.”

    Sorprende che Napolitano, che non è un giovanotto e che della emerita carica deve rispettare anche i doveri, abbia avuto a mente questa legge, definendo “pretestuoso” il referendum e di fatto invitando gli elettori a disertare le urne. E, visto che siamo tutti liberi di esercitare o meno i nostri diritti, ma non lo sono coloro che rivestono una responsabilità istituzionale, in virtù del loro ascendente, sorprende anche il Presidente della Repubblica in carica, che è andato a votare tardissimo, alle 20.48, dando luogo, appunto, a interpretazioni inopportune.

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