545.-LA STORIA DEL REFERENDUM “SULLE TRIVELLE” FRA DISINFORMAZIONE E POLITICA. DICIAMOCI QUEL CHE LA RAI NON DICE.

Sul Referendum sulle trivellazioni in mare del 17 aprile 2016 si comincia, tardi, ma si comincia a fare informazione seria: quella che NEXT ci propone, per esempio.

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Cosa succede davvero se vince il Sì? Se vince il No (onon si raggiunge il quorum) la risposta è molto semplice: la norma rimane così com’è. Quello che potrebbe succedere qualora venisse raggiunto il quorum e vincesse il Sì è molto meno chiaro. Non perché non si sappia ma perché è stata fatta molta confusione sull’argomento da una parte e dall’altra. I cosiddetti No Triv sostengono ad esempio che il referendum è “contro le trivellazioni”, che si tratta di decidere se bloccare o meno le trivellazioni e che nei nostri mari si estrae principalmente petrolio. Questo, come ho già avuto modo di dire, non solo è sbagliato ma è anche completamente fuorviante, anche perché le piattaforme estraggono prevalentemente gas. Dall’altra parte invece, sul fronte del No ci sono coloro che sostengono che una vittoria del referendum significherà la perdita di migliaia di posti di lavoro e – per alcuni – l’addio al sogno dell’autonomia energetica.

Cosa significa davvero votare Sì al referendum del 17 aprile?

È bene ripeterlo: il quesito referendario non propone di vietare le trivellazioni in mare al largo delle nostre coste ma riguarda solo la modalità di rinnovo delle concessioni entro il limite delle 12 miglia. Nuove concessioni potranno in ogni caso essere assegnate al di fuori del limite delle acque territoriali, ma non solo: tutte quelle piattaforme che, pur trovandosi all’interno del limite delle 12 miglia dalla costa, hanno fatto richiesta di rinnovo entro dicembre 2015. Cosa c’è in ballo quindi? Sostanzialmente, ed è sufficiente leggere il testo del quesito referendario, si tratta di abrogare quel passaggio della legge che attualmente consente la proroga sine die per le attività di estrazione di idrocarburi già esistenti entro il limite delle dodici miglia dalla costa. Si tratta di quanto stabilito dalla legge 208 del 28 dicembre 2015 (ovvero dalla Legge di Stabilità 2016) che è andata a sostituire un articolo del Testo Unico per l’Ambiente, di fatto quindi il referendum chiede di intervenire per modificare un comma di una legge del 2006 che recepiva quanto disposto dalla legge numero 9 del 9 gennaio 1991 (in particolare gli articoli 4, 6, e 9), come precisato appunto dal testo del referendum che è il seguente:

  • «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale“?»

Il comma 17 dell’articolo di legge oggetto di modifica è quello riportato qui sotto (in neretto la parte che verrebbe abrogata). Questo è il testo come è stato sostituito dall’Art.35 comma 1, legge n 134 del 2012 (quella che secondo De Vicentis avrebbe abrogato la legge numero 9 del 1991) poi modificato dall’articolo 1, comma 239 della legge n.208 del 2015 (ovvero la legge di stabilità 2015) e dall’articolo 2 comma 1 della legge n. 221 del 2015 (che ha introdotto la parte evidenziata in corsivo.

  • Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette, fatti salvi i procedimenti concessori di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge n. 9 del 1991 in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128 ed i procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi, nonché l’efficacia dei titoli abilitativi già rilasciati alla medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo e coltivazione da autorizzare nell’ambito dei titoli stessi, delle eventuali relative proroghe e dei procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi. Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. Sono sempre assicurate le attività di manutenzione finalizzate all’adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza degli impianti e alla tutela dell’ambiente, nonché le operazioni finali di ripristino ambientale. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, i titolari delle concessioni di coltivazione in mare sono tenuti a corrispondere annualmente l’aliquota di prodotto di cui all’articolo 19, comma 1 del decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625, elevata dal 7% al 10% per il gas e dal 4% al 7% per l’olio. Il titolare unico o contitolare di ciascuna concessione è tenuto a versare le somme corrispondenti al valore dell’incremento dell’aliquota ad apposito capitolo dell’entrata del bilancio dello Stato, per essere interamente riassegnate, in parti uguali, ad appositi capitoli istituiti nello stato di previsione , rispettivamente, del Ministero dello sviluppo economico, per lo svolgimento delle attività di vigilanza e controllo della sicurezza anche ambientale degli impianti di ricerca e coltivazione in mare, e del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, per assicurare il pieno svolgimento delle azioni di monitoraggio, ivi compresi gli adempimenti connessi alle valutazioni ambientali in ambito costiero e marino, anche mediante l’impiego dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), delle Agenzie regionali per l’ambiente e delle strutture tecniche dei corpi dello Stato preposti alla vigilanza ambientale, e di contrasto dell’inquinamento marino.

 

Ma andiamo a vedere allora cosa prevede questa legge 9/91, segnatamente al comma 8 dell’articolo 9 (già citato proprio in quell’articolo di legge all’interno del quale c’è la parte oggetto del referendum).

 

  • Al fine di completare lo sfruttamento del giacimento, decorsi i sette anni dal rilascio della proroga decennale, al concessionario possono essere concesse, oltre alla proroga prevista dall’articolo 29 della legge 21 luglio 1967, n. 613, una o più proroghe, di cinque anni ciascuna se ha eseguito i programmi di coltivazione e di ricerca e se ha adempiuto a tutti gli obblighi derivanti dalla concessione o dalle proroghe.

 

Al fine di completare lo sfruttamento del giacimento, decorsi i sette anni dal rilascio della proroga decennale, al concessionario possono essere concesse, oltre alla proroga prevista dall’articolo 29 della legge 21 luglio 1967, n. 613, una o più proroghe, di cinque anni ciascuna se ha eseguito i programmi di coltivazione e di ricerca e se ha adempiuto a tutti gli obblighi derivanti dalla concessione o dalle proroghe.

Non sembra quindi entrare in gioco la questione della reviviscenza di una norma, già tirata in ballo dal sottosegretario De Vincenti e da altri che non sono andati evidentemente a leggersi i testi delle varie leggi che dal 2006 ad oggi sono intervenute sul comma 17 dell’articolo 6 del T.U. per l’Ambiente poiché questa norma è ancora in vigore. Coloro che sostengono che Michele Emiliano abbia torto a dire che in caso di vittoria del Sì tornerebbe in vigore quanto stabilito dalla legge del 1991 poiché la nel 2012 la Corte Costituzionale avrebbe escluso la possibilità che – in caso di abrogazione di una norma – torni in vigore quella precedente (con tutti i problemi del caso). Nel caso del referendum del 17 aprile però va fatto notare che: in primo luogo non viene abrogata nessuna norma ma solo la parte riguardante la durata delle concessioni. In secondo luogo nel testo della legge in oggetto il comma 8 dell’articolo 9 della legge 9/91 non è stato abrogato, poiché la legge del 2006 agiva in deroga alla legge del 1991. Non sarebbe quindi corretto quanto viene detto nello spot istituzionale trasmesso dalla Rai dove per spiegare il significato della scelta di votare Sì viene detto – erroneamente – che chi vota Sì “esprime la volontà che lo sfruttamento dei giacimenti in attività sia comunque interrotto alla scadenza della concessione”.

L’errore della Rai – che probabilmente ha ricevuto il testo del video dal Ministero dell’Interno che in genere si occupa di questo genere di comunicazioni istituzionali – è reiterato anche nel testo sottostante al video, dove viene spiegato che le parti oggetto dell’abrogazione sono quelle “evidenziate in grassetto” e dove il grassetto colpisce un po’ ovunque.

La RAI ha deciso di farsi un referendum per conto suo

Cosa significherebbe una vittoria del Sì?

Tutta questa discussione sulle leggi potrà sembrare di poco conto ma è proprio su questo aspetto che il 4 aprile alla Direzione Nazionale del PD è andato in scena il nuovo scontro tra il Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi. La tesi espressa dai vicesegretari PD in una nota pubblicata qualche tempo fa è che la vittoria del Sì comporterebbe la chiusura degli impianti e il licenziamento di migliaia di persone. Secondo Emiliano invece questa non sarà una conseguenza automatica della cancellazione della norma riguardo le concessioni senza limiti perché si tornerebbe alla legge che ha regolato l’estrazione di idrocarburi in mare per quasi vent’anni. Una eventuale, ma alquanto improbabile, vittoria del Sì avrebbe il risultato immediato di far tornare maggiori controlli al momento del rinnovo delle concessioni. Ma cosa significano maggiori controlli? Senza dubbio maggiore sicurezza per i cittadini e per l’ambiente, ma anche qualcos’altro che è molto più importante dal punto di vista politico. La possibilità di intervenire sulle concessioni ogni cinque anni (e non una volta per tutte) significa che gli enti locali potrebbero avere un maggior potere di contrattazione con le compagnie petrolifere al momento del rinnovo delle concessioni (non dimentichiamo che il petrolio e il gas estratti non sono di proprietà dello Stato). Questo da una parte può significare che una vittoria del Sì potrebbe spingere – sull’onda del consenso popolare – alcuni presidenti di Regione a non rinnovare le concessioni. Ma significa anche che le Regioni avrebbero la possibilità di chiedere maggiori contropartite alle società petrolifere operanti sulle piattaforme site nel loro territorio. Questo però, è bene ricordarlo, non è il caso di Emiliano e della Regione Puglia perché – tu guarda – in Puglia non ci sono trivelle in mare. C’è chi dice che la questione posta dal referendum non è di tipo ambientale (o ambientalista) ma che è prettamente politica con questo volendo dire che alla fine è tutto un magna magna dei soliti politici assetati di potere. Ed è vero, perché come ho detto il referendum non è contro il petrolio, contro il gas o contro le trivellazioni, anche se così viene presentato dal Comitato Promotore. Ebbene, giusto qualche giorno fa il Presidente del Consiglio Matteo Renzi rivendicava con forza e con orgoglio il primato della politica, ovvero l’impegno dell’attuale Governo che finalmente si è messo a decidere e a sbloccare l’Italia. Alla forza motrice e propositrice della politica Renzi ha contrapposto l’inconcludenza della magistratura che blocca il paese. Non si capisce però perché, quando sono altre forze politiche di governo (le Regioni) a voler annunciare la volontà di agire e di fare, la questione referendaria diventi “politica” nel senso più deteriore del termine. Se la politica industriale spetta al Governo e non alle lobby, non si capisce come mai su quella stessa politica industriale non ci possano mettere parola quegli enti al governo in quei territori  dove vanno ad insistere gli investimenti industriali. È davvero un male il fatto che un ente locale possa avere un maggior peso al momento di contrattare con una multinazionale lo sfruttamento delle risorse del suo territorio? Il corollario di una tesi di questo genere – forse non se ne sono resi conto quelli che parlano in modo dispregiativo di “referendum politico” è che per decidere su un aspetto come questo nel merito di una questione posta in questo modo non è necessario, come dicono alcuni, essere geologi (oppure farci spiegare il problema da una che “lavora all’ENI”) o conoscere nel dettaglio il funzionamento di una piattaforma petrolifera. Per decidere sul referendum occorre aver riflettuto sul ruolo della politica nello sviluppo industriale del paese. Il segretario del PD dice che è la politica a doverlo guidare. Incredibilmente è quello che dicono anche le Regioni promotrici del referendum.

 

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2 pensieri su “545.-LA STORIA DEL REFERENDUM “SULLE TRIVELLE” FRA DISINFORMAZIONE E POLITICA. DICIAMOCI QUEL CHE LA RAI NON DICE.

  1. Colpo di scena. Il referendum del 17 aprile sulle “trivelle” potrebbe saltare. I Radicali Italiani hanno infatti presentato un ricorso al Tar del Lazio per chiedere l’annullamento del decreto del 16 febbraio scorso con cui è stata fissata dal Governo la data del 17 aprile per la consultazione referendaria.
    Il Tar si pronuncerà il prossimo 13 aprile. Qualora le ragioni dei ricorrenti venissero accolte dal Tribunale amministrativo, il referendum verrebbe annullato. In caso contrario, i ricorrenti impugneranno la decisione presso il Consiglio di Stato, e dovranno ovviamente farlo entro domenica 17 aprile. Insomma, al fotofinish.

    Mario Staderini, ex segretario di Radicali italiani – tra i firmatari del ricorso insieme al segretario di Radicali Italiani, Riccardo Magi, al candidato radicale a Sindaco di Milano, Marco Cappato, ed alla parlamentare radicale Mara Mucci – sostiene che, nel fissare la data del voto alla prima domenica possibile tra il 15 aprile e il 15 giugno, il Governo abbia violato una serie di standard internazionali sottoscritti dall’Italia per il corretto svolgimento delle consultazioni referendarie.
    Il Governo – sostengono i Radicali – nel fissare la data del referendum al 17 aprile avrebbe violato nello specifico il Patto internazionale sui diritti civili e politici adottato dall’Assemblea Generale dell’ONU del 1966 (ratificato con la legge 25 ottobre 1977, n. 881), e il “Codice di buona condotta sui referendum” adottato dalla Commissione di Venezia (Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto) nel 2007 e fatto proprio dal Consiglio d’Europa, quindi anche dal Governo italiano, con la dichiarazione del 27 novembre 2008. In sostanza, scegliendo la data più ravvicinata dell’intervallo temporale previsto dalla legge per la consultazione referendaria, il Governo avrebbe deliberatamente contratto i tempi per impedire la corretta informazione dell’opinione pubblica, così violando il dovere di neutralità e ostacolando sia l’organizzazione sia la possibilità di informare i cittadini – informazione ed organizzazione che avrebbero dovuto invece essere garantite in ossequio agli standard internazionali sottoscritti dall’Italia in materia di referendum.

    Il Codice di buona condotta sui referendum del Consiglio d’Europa stabilisce infatti che i cittadini abbiano accesso a materiale informativo imparziale prodotto sia dai sostenitori sia dagli oppositori della proposta referendaria, e che questi materiali informativi siano «pubblicati sulla gazzetta ufficiale largamente in anticipo rispetto alla data del voto» ed «inviati direttamente ai cittadini e ricevuti sufficientemente in anticipo rispetto alla data del voto» (art. 3.1.d.).

    Il Governo ha invece emanato il decreto di indizione del referendum solo il 16 febbraio, cioè appena 62 giorni prima del referendum fissato appunto per il 17 aprile, e lo ha fatto senza consultare preventivamente i promotori del referendum né verificare l’effettiva disponibilità dell’informazione ai cittadini, cioè senza avere valutato i tempi delle disposizioni impartite a Rai e TV private rispettivamente dalla Commissione parlamentare di Vigilanza e da AgCom.

    Le quali Commissione di Vigilanza (per la Rai) e AgCom (per le televisioni private) hanno infatti approvato i regolamenti solo – rispettivamente – il 4 marzo il 7 marzo, cioè una ventina di giorni dopo l’indizione del referendum, così nei fatti facendo perdere circa il 30% del tempo utile alla formazione della pubblica opinione. Le prime tribune referendarie in Rai sono state organizzate infatti solo il 29 marzo, quando cioè era già trascorso il 60% del tempo utile alla campagna referendaria.Insomma, l’accusa che i Radicali rivolgono al Governo è di avere deliberatamente perseguito l’obiettivo politico di boicottare il referendum sulle “trivelle”, ed averlo fatto attraverso atti formali in patente violazione delle fonti normative internazionali sottoscritte dall’Italia. Questi atti formali del Governo consistono nella indicazione di una data troppo ravvicinata, dunque sfavorevole alla partecipazione al voto ed alla adeguata informazione dei cittadini, ed attraverso l’uso di denaro pubblico finalizzato a condizionare l’esito referendario, nella fattispecie la decisione del Governo di non procedere all’accorpamento della consultazione referendaria e delle elezioni amministrative del prossimo giugno. Nell’indicare il 17 aprile insomma il Governo avrebbe violato il dovere di neutralità imposto invece dalle norme internazionali.

    Secondo i Radicali, inoltre, con le reiterate dichiarazioni pubbliche a favore dell’astensione, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ed il Viceministro alla Sviluppo Economico Teresa Bellanova potrebbero avere addirittura commesso reato penale. L’art. 98 del DPR 361/1957, il cosiddetto Testo Unico delle leggi per l’elezione della Camera dei deputati, considera infatti punibile “con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 600.000 a 4.000.000 di lire, il pubblico ufficiale e comunque chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile che, abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse, si adopera, fra l’altro, ad indurre gli elettori all’astensione”, norma ribadita anche nell’ art. 51 comma 2 della Legge 352 del 25/05/1970 che disciplina i referendum. Per questo, il segretario di Radicali Italiani, Riccardo Magi, ha deciso di presentare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale penale di Roma un esposto contro Renzi e Bellanova. Ma questa è un’altra storia. Come altra storia è la battaglia che Staderini vuole promuovere per l’istituzione di un Referendum Act che modifichi anche la Legge Boschi che in materia referendaria abolisce il quorum ma eleva il numero delle firme necessarie per i referendum di iniziativa popolare.

    Per il momento resta da appurare se il 17 aprile ci sarà o no il referendum sulle “trivelle”, e per saperlo dovremo aspettare appunto l’udienza del Tar fissata al prossimo 13 aprile e, in caso di parere negativo, attendere anche il successivo ricorso al Consiglio di Stato. Più lungo sarà invece il giudizio del Comitato diritti umani dell’Onu al quale Staderini intende ancora una volta ricorrere qualora le corti italiane non ravvisassero illegittimità nella condotta del Governo italiano in materia referendaria.

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