531.-STESSE MODALITA’, BOCCHE CUCITE PER SEMPRE E DOCUMENTI IN BELLA VISTA. GATTA CI COVA?

Ancora un’azione di forze speciali e di intelligence con i terroristi crivellati di colpi, morti per tacere e i documenti d’identità che appaiono dal nulla. Stavolta sono quelli del povero ricercatore friulano Giulio Regeni, finito in un circuito più grande di lui, torturato fino a rompergli l’osso del collo e morire. Dal Cairo: Il caso è chiuso.

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Ricapitolando, il connazionale di Fiumicello, in provincia di Udine, sarebbe stato fermato dalle forze di sicurezza egiziane lunedì 25 gennaio, giorno della sua scomparsa, nella zona super blindata della capitale per il quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir. Dal suo telefonino aveva mandato un sms ad un amico per raggiungere da quell’area una festa di compleanno, prima che il cellulare venisse spento per sempre. Chi lo avrebbe preso in custodia, come avviene per prassi, si sarebbe messo a controllare numeri di telefono e messaggi di Regeni. In Egitto era in contatto con ambienti di «sinistra», degli attivisti dei diritti umani e dei lavoratori, che non vanno a genio né al governo, né agli islamici. E conosceva giornalisti scomodi già arrestati al Cairo dai servizi egiziani. Il saper parlare arabo, per un europeo che vive in Egitto grazie ad un dottorato di ricerca, agli occhi di chi potrebbe averlo interrogato avrebbe destato sospetti nella psicosi dell’antiterrorismo e degli stranieri fomentatori. E’ noto che le forze di sicurezza egiziane non vanno per il sottile negli interrogatori. Secondo una tesi, avrebbero fatto ritrovare il corpo cercando di accreditare la pista dell’incidente, della criminalità comune o dei «motivi personali». Sono state diverse le piste che sono state fatte circolare. Qualcosa, comunque, è andato storto. Il cadavere del giovane è stato ritrovato mercoledì notte ai margini dell’autostrada tra il Cairo e Alessandria. Secondo quanto dichiarò il procuratore capo, Ahmad Nagi, il corpo “presenta segni di tortura, bruciature di sigaretta, percosse, escoriazioni, un orecchio tagliato ed è nudo nella metà inferiore”. In precedenza, il generale Khaled Shalabi, capo degli investigatori della polizia a Giza, aveva dato una versione completamente diversa sostenendo che la morte sarebbe stata provocata “da un incidente d’auto”. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, chiese e ottenne  dal governo egiziano di consentire alle autorità italiane di collaborare alle indagini. Lo stesso presidente del Consiglio, Matteo Renzi, parlò al telefono con il capo dello stato egiziano, Abdel Fattah al-Sisi.

famiglia-regeniLa sera prima della scomparsa di Regeni, le autorità egiziane avevano arrestato uno studente americano accusato di “incitare le proteste” in occasione dell’anniversario di piazza Tahrir. Un amico dell’italiano ucciso ha raccontato al quotidiano filo governativo Al Ahram, che il dottorando voleva intervistare “attivisti dei sindacati” per la sua ricerca sull’economia egiziana. Regeni criticava duramente “le politiche neo liberiste” e come copertina del profilo Facebook, cancellato del tutto nei contenuti, aveva una foto in bianco e nero di Enrico Berlinguer. Il giornalista Giuseppe Acconcia ha rivelato che il ricercatore italiano scriveva sul Manifesto con uno pseudonimo. Non firmava gli articoli con il vero nome “perché aveva paura per la sua incolumità”. Acconcia era stato arrestato dal Mukabarat, i servizi egiziani, durante la rivolta di piazza Tahir nel 2011. E aveva intervistato l’ex presidente Mohammed Morsi dei Fratelli musulmani deposto dal generale Al Sisi e condannato a morte. Se Regeni aveva nella rubrica del cellulare il contatto di Acconcia, questo sarebbe bastato a far scattare un interrogatorio.

Una notazione è d’obbligo: In Egitto, se non fossero intervenuti i militari, oggi a comandare ci sarebbero i Fratelli mussulmani, ovvero quegli integralisti islamici, che imponendo la sharia come forma di governo, lo avrebbero fatto precipitare nel medio evo. Gli arabi non concepiscono minimamente il concetto di democrazia, quindi è pericoloso e inutile andare a fomentare rivolte pro o contro l’una o l’altra parte. Il giovane friulano si era avvicinato alle battaglie per i diritti sociali e civili in Egitto facendo riferimento alle posizioni dell’ex ministro del Lavoro, Ahmed el Borai cacciato da Al Sisi. Nessuna colpa, per noi, ma neppure candida innocenza e non possiamo accreditare la figura dello studente-ricercatore innocente finito inconsapevolmente in una trappola mortale. Agli occhi di zelanti e primitivi agenti dell’antiterrorismo, magari di livello inferiore, le sue attività – quelle che conosciamo – e i suoi contatti potrebbero essere diventati indizi di chissà cosa. Il caso, comunque, ha mosso le più alte autorità. Successivamente, lo stesso presidente al Sisi è intervenuto pubblicamente “per condannare la brutalità” delle forze dell’ordine.

Vedremo, ora, se gli investigatori italiani, in missione al Cairo, chiuderanno le indagini accontentandosi della versione egiziana. A me sembra tanto un “vasetto”. Leggere per giudicare.

“La forze di sicurezza egiziane hanno ucciso al Cairo cinque criminali considerati «sequestratori di stranieri» e che, secondo alcuni media egiziani, erano sospettati di un legame con la tortura e la morte di Giulio Regeni. Il ministero dell’Interno non ha confermato né smentito il nesso, che viene tuttavia escluso da altri media autorevoli. Il ministero dell’Interno egiziano ha diffuso una nota per annunciare che le forze di sicurezza hanno ucciso alla periferia est del Cairo i componenti di una banda di criminali che, camuffati da poliziotti, “sequestravano” stranieri per derubarli. «Al momento dell’arresto», tentato nella zona della New Cairo-5th Settlement, c’è stato «uno scontro a fuoco e tutti i componenti della banda sono rimasti uccisi». Secondo fonti dei quotidiano El Watan, i cinque egiziani uccisi sarebbero legati all’omicidio o almeno, a quanto scrive il sito di El Tahrir, “sospettati di essere dietro” l’uccisione del ricercatore italiano.

Invece i siti di due giornali che stanno seguendo con assiduità il caso Regeni, Al Masry Al Youm e Al Shourouk, smentiscono il legame, come fa anche Al-Ahram: l’autorevole quotidiano filogovernativo, però, si è cautelato rivelando che si indaga per accertare se vi sia un “rapporto” tra la banda e la tortura a morte del giovane ricercatore friulano. Si è appreso inoltre che gli investigatori italiani in missione al Cairo sono stati informati dalla Polizia egiziana sull’uccisione dei cinque malviventi. Secondo le fonti di El Tahrir venivano attribuite loro più di 40 rapine e allo scontro a fuoco hanno partecipato «forze speciali, formazioni da combattimento ed elementi della sicurezza nazionale». Sono state mostrate foto di un minibus bianco con il parabrezza e il muso crivellato da oltre 30 colpi e i corpi insanguinati di due uomini all’interno.

regeni-documenti-k1WD--258x258@IlSole24Ore-Web I documenti di Regeni trovati dalla polizia egiziana

La polizia egiziana ha successivamente ritrovato i documenti di Giulio Regeni nella casa della sorella di uno dei componenti della banda criminale che sarebbero stati coinvolti nel sequestro del giovane e che sono stati uccisi nello scontro a fuoco con le forze di sicurezza. Lo scrive il giornale al-Ahram, mentre il ministero degli Interni ha postato sulla sua pagina facebook le foto del passaporto del ricercatore trovato morto il 3 febbraio scorso e del tesserino dell’Università di Cambridge e dell’Università americana al Cairo. Secondo il ministero degli Interni, i documenti si trovavano in «una borsa rossa con sopra la bandiera italiana», insieme ad altri effetti personali appartenenti a Giulio Regeni, come la sua carta di credito e due cellulari. L’appartamento nel quale sono stati rinvenuti, situato nel governatorato di Qalyoubiya, a nord del Cairo, è di proprietà della sorella di uno dei membri della banda che, secondo le autorità, era dedita al sequestro di stranieri, il 52enne Tarek Saad. La moglie, interrogata, ha sostenuto che la borsa rossa appartiene al marito.

 

 

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3 pensieri su “531.-STESSE MODALITA’, BOCCHE CUCITE PER SEMPRE E DOCUMENTI IN BELLA VISTA. GATTA CI COVA?

  1. Non siamo soli: La redazione di blitz quotidiano.it titola: EGITTO METTE LA DIVISA A 5 CRIMINALI MORTI.
    CAIRO – Egitto: le autorità, polizia e magistrati, hanno allestito una gigantesca messa in scena per “spiegare” la morte di Giulio Regeni. Ci sono 5 criminali, che tra l’altro facevano sequestri di persona. Vengono uccisi in imprecisate circostanze, ci sono quindi anche i cadaveri che, cosa che non guasta, non parlano. Si fa sapere che questa banda di sequestratori, quando sequestrava, indossava divise della polizia, il che è perfetto per spiegare come qualcuno abbia potuto vedere la mano dello Stato dietro il rapimento di Regeni: erano travestiti… Ci sono le testimonianze dei parenti dei criminali morti. “Torturavamo Regeni perché si è opposto alla rapina”. Non è difficile convincere parenti di criminali morti con buoni argomenti magari anche sonanti. La messa in scena quindi ha i sequestratori, il camuffamento delle divise, i morti, i testimoni, e la chiara volontà di dare all’Italia qualcosa per “accontentarla”. Però la cosa, anche se mostra una sorta di buona volontà, non sta in piedi. Il corpo di Giulio Regeni ha parlato: è stato torturato per giorni. E il metodo di quella tortura racconta di interrogatori a più riprese fatti per estorcere chissà quali informazioni, non certo di colpi inflitti da criminali comuni per rubare soldi. Quali soldi, poi? Quali oggetti preziosi e quali contanti poteva mai custodire questo ragazzo che, stando alle testimonianze egiziane, avrebbe resistito pur di non consegnare ciò che i suoi aguzzini volevano? A Giulio sono state strappate le unghie, è stato torturato con scosse elettrice ai genitali, gli sono state spente sigarette sulle braccia. Non sono questi metodi da rapina, nemmeno se fossimo in presenza di sadici macellai. Una verità, quella messa in piedi dall’Egitto, che l’Italia non accoglie. “Il caso non è affatto chiuso”, chiosano dalla procura di Roma.

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  2. Maurizio Blondet
    ….”La famiglia di Giulio Regeni, il ricercatore ucciso al Cairo perché per conto di “docenti britannici” s’era introdotto nella opposizione clandestina con cui simpatizzava, e su cui scriveva articoli su Il Manifesto, pretende né più né meno che l’Italia rompa i rapporti con l’Egitto. “Lo si deve non solo a Giulio – proclama – ma alla dignità di questo Paese”. E non solo le tv e i magistrati, ma il governo, per bocca di Gentiloni e tweet di Renzi, dà loro corda. Anche se la Farnesina fa’ sapere che per ora, non è in vista il richiamo del nostro ambasciatore. Meno male.”

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