527.-Pinotti spende o spande? Il Pentagono ha ammesso il fallimento del caccia F-35

Il governo italiano prosegue nel programma di acquisto di 90 caccia polivalenti F-35, malgrado la lievitazione dei costi e le gravi carenze denunciate dagli alti gradi dell’US Navy e dell’Air Force americane, malgrado sia noto che i sistemi di comunicazione italiani non sono aggiornati agli standard del velivolo e malgrado sia altrettanto noto che la sua capacità stealth sia stata azzerata dai radar russi di ultima generazione. Non è mai esistito un sistema d’arma polivalente, buono per tutti gli impieghi e, ciononostante e complice l’arroganza del potere mondiale, gli americani sono ricaduti nell’errore, ma coinvolgendo le povere finanze dei loro poveri alleati. Se penso che gli abbiamo costruito addirittura la portaerei Cavour, la sfiducia nell’esecutivo e nei vertici militari prende il sopravvento.

2pqm2yvIl Pentagono ammette: Speso un miliardo di dollari per il giocattolo da guerra F-35.

I funzionari stanno finalmente ammettendo che il caccia F-35 si è trasformato in un incubo, ma che ora è troppo tardi per fermare il programma da $ 400.000.000.000.

Andando indietro ai primi anni 2000, i militari degli Stati Uniti avevano un sogno: Sviluppare un nuovo jet da combattimento “universale” che potesse fare, beh, praticamente tutto ciò che l’esercito chiedeva di saper fare ai suoi diversi aerei da combattimento.

Ma il sogno dell’F-35 Joint Strike Fighter si trasformò in un incubo. Il programma è in ritardo di sei anni e il budget è fuori per decine di miliardi di dollari. E ora, 16 anni dopo che i prototipi del JSF decollarono per i loro primi voli, i vertici militari stanno finalmente realizzando il trauma che i $ 400.000.000.000 del programma del caccia hanno inflitto alle finanze americane e alla prontezza alla guerra.

In un periodo di tempo ragguardevole, a partire dal mese di febbraio e per diverse settimane, alti ufficiali e burocrati di alto rango, alla fine, hanno preso la decisione di rendere pubbliche le manchevolezze fondamentali del programma dell’aeroplano da combattimento.

Ma la tempistica dei mea culpa dei militari non è meno interessante delle loro ammissioni di colpa, perché il programma F-35 stava passando diversi passaggi miliari della burocrazia, che avrebbero reso praticamente impossibile annullarlo. Troppi soldi sono stati già spesi. Troppi posti di lavoro, ormai consolidati, sono in gioco. Troppi F-35 stanno già rullando fuori dalle linee di montaggio.

Il Pentagono può anche fare a meno di farsi carico delle magagne del jet da combattimento, perché anche facendolo, a questo punto, per forza di cose non cambierebbe nulla.

L’ufficio informazioni ufficiale ha ammesso, innanzi tutto, che il nuovo jet manca della manovrabilità, che i suoi collaudi sono oltremodo in ritardo e che il suo software è ancora incompleto. Più di recente, i leader militari hanno rivelato che le tre versioni del jet F-35 non sono fra loro compatibili, come i militari avevano promesso che sarebbe stato.

Inoltre, un funzionario ha ammesso che gli aerei sono così costosi che riequipaggiare con l’F-35 tutti i gruppi da caccia dell’Air Force avrebbe costretto il reparto ordinamento a tagliare prima di tutto un quinto degli squadroni.

E la chicca è questa: due generali hanno confessato che l’idea di un jet tutto fare è talmente viziata concettualmente che è estremamente improbabile che il Pentagono la tenterà di nuovo. In questo momento l’Air Force e la Navy stanno già lanciando i piani per il cosiddetto jet di “sesta generazione” per l’eventualità di dover sostituire l’F-35.

Il 10 marzo scorso, il tenente generale dell’ Air Force Christopher Bogdan, direttore del JSF programma, ha detto in un seminario militare a Washington, DC: “Si dovrebbe pensare molto seriamente a quello di cui si ha realmente bisogno fuori del caccia di sesta generazione e a quanta comunanza di requisiti c’è tra quello di cui la Marina e l’Aeronautica hanno realmente bisogno”. Lo scorso mese di febbraio, il tenente generale James Holmes, vice capo del personale dell’aeronautica, ha detto ai giornalisti: “A questo punto pensiamo che sarà un requisito operativo abbastanza diverso e che non sarà lo stesso aereo,”.

Leggendo tra le righe di Holmes e tra le dichiarazioni di Bogdan appare evidente la loro delusione. Il Joint Strike Fighter semplicemente non ha funzionato nel modo in cui i militari hanno sperato. Il sogno di un aereo da combattimento polivalente, ha dimostrato di essere una fantasia.

Possiamo affermare che con l’F-35 si è puntato troppo in alto. L’ aereo monomotore bi-coda con il naso angolare e con le sue ali tozze sarebbe sufficientemente veloce e maneggevole per competere in volo con altri aerei. Avrebbe anche sufficienti capacità stealth e di carico offensivo per penetrare le difese nemiche e spazzare via gli obiettivi a terra.

L’F-35, non soltanto potrebbe decollare da basi terrestri come la maggior parte degli aerei convenzionali da combattimento; ma sarebbe anche in grado di essere lanciato da portaerei e di decollare verticalmente dalle più piccole navi d’assalto.

Per ricoprire tutti questi ruoli, oggi, il Pentagono utilizza non meno di otto diversi modelli di caccia da combattimento. F-15 e F-16 per il combattimento aereo. Caccia d’assalto A-10 per l’attacco al suolo. Diverse versioni dell’F A-18 catapultabile da portaerei. Harrier a decollo verticale.

Il programma Joint Strike Fighter, con Lockheed Martin come capo commessa, dovrebbe sostituire la quasi totalità di questi aerei, cioè alcune migliaia, con sole tre varianti dell’F-35 molto simili fra loro: Il maneggevole F-35A dell’Air Force. Una versione F-35B per il Corpo dei Marines con un motore supplementare, orientabile verso il basso per i decolli verticali. F-35C della Marina con una superficie alare più grande per i lanci dalle portaerei.

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La riduzione da otto modelli da combattimento a sole tre versioni dello stesso progetto di base avrebbe, nella stima dei militari, incrementato l’efficienza nella produzione, addestramento e nella logistica e avrebbe fatto risparmiare decine se non centinaia di miliardi di dollari.

Ciò presumerebbe che l’F-35A, F-35B e F-35C sarebbero molto simili fra loro. Si potrebbe costruire una fusoliera di base con la cabina di pilotaggio e adattarvi le ali diverse o il motore in più, a seconda delle necessità. La “comunanza” di parti necessaria a soddisfare il requisito militare era del 70 per cento. In altre parole, i tre quarti di, per esempio, un F-35A dell’ Air Force sarebbero stati impiegabili in un F-35C dell’US Navy.

Il traguardo del 70 per cento d’intercambiabilità si è rivelato impossibile da raggiungere, poiché ogni forza armata richiedeva sempre più specifiche caratteristiche per i suoi F-35. Come risultato, oggi i vari modelli sono per lo più incompatibili. “L’intercambiabilità varia dal 20 al 25 per cento”, ha dichiarato Bogdan il 10 marzo.

Infatti, la cosa principale che le tre diverse versioni hanno in comune è la designazione F-35. Per il resto, esse rappresentano essenzialmente diversi progetti d’aeroplano; proprio ciò che il programma Joint Strike Fighter aveva cercato di evitare con la sua nascita.

La mancanza di intercomunanza aiuta a spiegare il prezzo elevato del F-35. Ogni aereo costa più di $ 100 milioni, decine di milioni più del progetto Lockheed e i militari lo avevano predetto fin dall’inizio del programma. Questo ha costretto l’Air Force, in particolare, a ridurre il numero di F-35 da acquistare ogni anno. Si era sperato di ordinare ben 80 F-35 ogni anno, ormai. Invece, se ne stanno autorizzando meno di 50.

Di questo passo, stando al vice segretario alla difesa Robert Work, se l’Air Force dovesse decidere di sostituire rapidamente tutti i suoi vecchi F-15, F-16 e A-10s con gli F-35, potrebbe farlo solo riducendo in modo significativo il numero totale degli squadroni di prima linea. Ma poi l’Air Force diverrebbe insufficiente a soddisfare tutte le attività addestrative, i rischieramenti internazionali e le attività operative che il Pentagono gli richiede.

“Se qualcuno mi dicesse che stavamo andando a ridurre gli squadroni di caccia tattici da 54 a 45, ma che sarebbero stati tutti di F-35, io non sono così certo che gli avrei risposto che è una buona cosa “. Work ha detto alla rivista specializzata Flight Global, il 10 marzo, che L’Air Force non può permettersi di ridurre il numero degli squadroni e che, inoltre, non può permettersi di comprare abbastanza nuovi F-35 per tutti gli squadroni di cui ha bisogno.

A questo punto, l’abbandono dell’F-35 è politicamente impossibile. Produrre il jet involge, come è stato riferito 1.300 fornitori, che supportano 133.000 posti di lavoro in 45 stati. Il Corpo dei Marines ha dato “pronto al combattimento” il suo primo squadrone di F-35 nel luglio 2015. L’Air Force si aspetta di dichiarare la prontezza al combattimento del suo primo Squadrone entro dicembre di quest’anno e la Navy due anni più tardi.

Gordon Adams, professore di politica estera presso l’American University, ha detto a Bloomberg: “E ‘sempre più difficile da terminare un programma quando si è già nella fase di produzione ed è stato deciso che è veramente importante che sia condotto a termine”.

Work ha detto che c’è una sola soluzione al vacillare del potere aereo del Pentagono: continuare ad acquistare F-35, mantenendo in servizio fino al 2040 anche gli aerei da combattimento più anziani, alcuni dei quali sono stati costruiti nel 1970. Nelle Forze Armate degli Stati Uniti, normalmente, i caccia vengono ritirati dal servizio dopo 30 anni di volo. Mantenere alcuni di loro in servizio per 70 anni sarebbe un fatto senza precedenti. La conseguenza sarebbe che gli aerei potrebbero essere surclassati da jet russi e cinesi molto più moderni.

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La prospettiva di vedere F-15 di 70 anni, che volano in battaglia contro aerei russi nuovissimi fa rabbrividire chiaramente alcuni politici. Hanno reso nota la loro volontà di aggiungere altri cinque F-35 al bilancio dell’Air Force per il 2017, nonostante tutte le recenti ammissioni di fallimento del programma fatte da alti funzionari.

“Non possiamo permetterci di supporre che la minaccia nemica sarà assimilabile a quelle delle guerre più recenti, né possiamo supporre che le battaglie future non richiederanno un maggior numero di velivoli avanzati,” Sen Tom Cotton, un repubblicano dell’Arkansas e presidente di una sottocommissione, ha detto nel corso di un’audizione sul bilancio, l’8 marzo.

Le gerarchie militari possono confessare tranquillamente che l’F-35 non ha funzionato come previsto, perché, al punto in cui siamo, non c’è alcuna possibilità per le Forze Armate o per il Congresso di abbandonare il programma. È l’equivalente per il potere aereo del ricevere la propria torta … e aver mangiato, troppo.

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3 pensieri su “527.-Pinotti spende o spande? Il Pentagono ha ammesso il fallimento del caccia F-35

  1. Quanti F-35 acquisterà e saranno consegnati all’Italia entro il 2020? Il caso appassiona chi prova a destreggiarsi tra la babele di cifre e date – spesso discordanti – che affolla i media.

    LE PREVISIONI DEL DPP

    Il Corriere della Sera, in un articolo di Lorenzo Salvia, parla oggi di “una sorpresa nel «Documento programmatico» che il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha depositato nei giorni scorsi in Parlamento“, ovvero della presenza “quattro aerei in più” rispetto a quelli annunciati. Nello specifico, scrive il cronista del quotidiano diretto da Luciano Fontana, per quest’anno non solo “ci sono 582 milioni di euro, contro i 350 che ci sarebbero dovuti essere in caso di dimezzamento dei fondi” (come previsto dalle mozioni approvate a settembre dalla Camera), ma “il programma di spesa, da qui al 2020, sembra accelerare“.

    NUMERI A CONFRONTO

    Oggi, mette in evidenza il giornale di Via Solferino, nel Documento programmatico si legge infatti che “il governo intende procedere entro tale data (il 2020, ndr) all’acquisizione di un numero di velivoli sino a 38 unità“. Secondo la ricostruzione di Salvia, invece, “l’ultima tempistica era stata comunicata alla fine del 2012… quando il governo Monti aveva appena ridotto da 131 a 90 il numero complessivo degli aerei da comprare“. Allora, “il 5 dicembre di quell’anno, davanti alla commissione Difesa della Camera, era intervenuto il generale Claudio Debertolis (qui l’audizione), segretario generale della Difesa e direttore degli armamenti, sostenendo che «Al 2020… saremo a 34 velivoli». Da 34, adesso siamo passati a 38” acquisizioni.

    COSA SI DICE ALLA DIFESA

    Fonti del dicastero di Via XX Settembre spiegano però a Formiche.net che mentre De Bertolis parlava di 34 “consegne di velivoli” su 46 “acquisizioni” previste, nel Dpp si parla di un massimo di 38 acquisizioni, mentre le consegne sarebbero nei fatti “fino a 24” e probabilmente “anche meno“. Ciò rappresenterebbe una conferma – dicono dal dicastero della Difesa – che ci si troverebbe di fronte a una decelerazione del programma, che, come spiega lo stesso Corriere, ha nella data del 2020 una “tappa intermedia“, al quale dovrebbe seguire “una seconda fase «di medio-lungo termine» che «prevede una rimodulazione della pianificazione dell’intero programma per generare, fino al 2026, un ulteriore efficientamento della spesa»“.

    IL NODO DELLE MOZIONI

    Il documento programmatorio del ministero della Difesa dice che, per quanto riguarda il programma F-35, il governo procederà “nel rispetto anche degli impegni previsti dalle mozioni parlamentari” che prevedono il dimezzamento della spesa. Ma aggiunge pure che “tali mozioni chiedono il rispetto degli impegni precedentemente assunti a livello internazionale, di massimizzare i ritorni economici, occupazionali e tecnologici, di valorizzare gli investimenti effettuati, di sviluppare e mantenere una solida base tecnologica e, infine, di contenere i costi complessivi alla metà degli oneri originariamente stimati”. Ci sono però tre incognite. La prima è che, a conti fatti, Via XX Settembre non ha ancora sforato la metà del budget complessivo e, se ciò accadrà, in assenza di ulteriori modifiche, lo si scoprirà solo dopo il 2020, quando si aprirà la seconda fase del programma. La seconda è che, ad ogni modo, le indicazioni del Parlamento non riguardano solo il versante economico, ma anche quello industriale. I due aspetti dovrebbero tenersi assieme, ma quali sarebbero le conseguenze per gli impianti italiani, come la Faco di Cameri, a fronte di un ulteriore taglio delle commesse italiane (già ridotte da 131 a 90 velivoli)? La terza riguarda, infine, il fatto che ad essere votata a settembre scorso non fu una, bensì diverse mozioni – Pd, Ncd, Forza Italia, Scelta Civica – tutte di orientamento differente: ad esempio il Pd era per il dimezzamento del budget del programma, Forza Italia, Ncd e Scelta Civica per mantenere lo status quo. Su quale linea si attesterà il governo?

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  2. Il nuovo Documento programmatico pluriennale (Dpp) per la Difesa per il triennio 2015 – 2017 redatto dal dicastero guidato dal ministro Roberta Pinotti – e che Formiche.net ha visionato – conferma una rimodulazione del programma. La Difesa italiana procederà all’acquisizione di 38 caccia entro il 2020, dunque poco meno di 5 l’anno, “nel rispetto anche degli impegni previsti dalle quattro mozioni parlamentari presentate il 24 settembre 2014 alla Camera dei Deputati (Brunetta, Causin, Cicchitto, Scanu)” e delle esigenze operative di Aeronautica e Marina militare, a sostegno del Paese e della Nato.

    Precisamente, si procederà all’acquisto di altri 30 velivoli nei prossimi sei anni, oltre agli 8 già comprati. “Ad oggi – si legge – sono stati posti in essere contratti per l’acquisizione di 3 velivoli CTOL (a decollo e atterraggio convenzionali) nel lotto di produzione Low Rate Initial Production 6 (LRIP 6 – consegne nel 2015/16), 3 velivoli CTOL nel lotto di produzione LRIP 7 (consegne nel 2016) e 2 velivoli CTOL nel lotto LRIP 8 (consegne nel 2017)“. Tre anni fa si decise di ridurre il programma da 131 a 90 aerei multiruolo, che nel tempo sostituiranno quelli attualmente in servizio (Tornado, AM-X ed AV-8B), in via di obsolescenza.

    TABELLA PROGRAMMAZIONE (CLICCA SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRE)

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    LE SPESE

    Per il 2015 gli oneri finanziari derivanti da impegni precedentemente sottoscritti “sono pari a 260 milioni di euro per acquisizione e supporto logistico e 66 milioni di euro per le predisposizioni infrastrutturali, operative e industriali“. Nel corso dell’anno, per consolidare i ritorni industriali pianificati, si prevede l’avvio “di attività per complessivi 233 milioni di euro” (acquisizioni, supporto logistico integrato e sviluppo infrastrutture industriali).
    Per la cosiddetta fase Production Sustainment and Follow-on Development (Psfd) risultano stanziati “900 milioni di dollari, 500 milioni di euro per le attività italiane” – per i lavori di predisposizione delle basi aeree di Amendola (Foggia), Grottaglie (Taranto) e Ghedi (Brescia) e della portaerei Cavour cui sono destinati gli F-35 – “360 milioni in 10 anni (2026) per lo stabilimento di Cameri e 10 miliardi per la fase di acquisto“.

    LA PARTECIPAZIONE INDUSTRIALE

    Ma a bilanciare le spese ci sono i ritorni per l’industria nazionale e per l’occupazione. Buona parte della partecipazione italiana al programma, spiega il documento, “è centrata sull’impianto di Final Assembly & Check Out (Faco) di Cameri, realizzato dalla difesa e affidato alla ditta Alenia Aermacchi” del Gruppo Finmeccanica “per l’assemblaggio dei velivoli e per la produzione dell’assieme alare del velivolo (le due ali e la parte centrale della fusoliera)… e in particolare, la stazione di verniciatura del velivolo nella quale viene applicata la finitura speciale necessaria a garantire la bassa osservabilità radar del velivolo“. Nella seconda metà del 2006, continua il testo, “sono stati definiti i Piani di Partecipazione Industriale nazionale… per i prossimi 30 anni, sulla base dell’esperienza, forza e proposta di valore delle ditte italiane… i ritorni industriali per tutta la vita del programma sono stimati in circa 14,4 miliardi di dollari, di cui 1,6 miliardi già conseguiti“.

    I RITORNI OCCUPAZIONALI

    Il ritorno occupazionale attuale “è di circa 1200 persone. Le stime di ritorno occupazionale generate da parte dell’Industria (studio Finmeccanica/Aiad, maggio 2014) sono pari a circa 6400 persone impiegate a regime“. Stime che contemplano anche la scelta di Cameri come centro manutentivo per gli F-35 delle nazioni europee che aderiscono al programma. Il velivolo è infatti frutto di un programma multinazionale realizzato “in cooperazione con Usa, Regno Unito, Canada, Danimarca, Norvegia, Olanda, Australia, Turchia, e due SCP (“Security Cooperative Participants” – Singapore ed Israele)“.

    “L’Aeronautica militare ha deciso che sarà Amendola, in provincia di Foggia, la prima base ad essere dotata di F-35: il velivolo che oggi esce dall’hangar di Cameri sarà ultimato negli Usa, dove verrà testato a partire da settembre, e il primo volo «italiano» è previsto per la fine dell’anno. Poi verrà Grottaglie, in provincia di Taranto, che dovrebbe cominciare ad accogliere gli F-35 a partire dal 2018. Infine toccherà alla portaerei Cavour. E da ultimo a Ghedi, in provincia di Brescia”.

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  3. Inizialmente gli F35 che il nostro paese si era impegnato ad acquistare erano 131 con un totale di 109 macchine da assegnare all’Aeronautica militare, che avrebbe comportato la riduzione del 50% dell’attuale forza aerea. Oggi, con la riduzione a 90 F35 questa riduzione ammonta al 75%. Cosi’, ha detto il CSMAM ”non andremo a coprire il buco che si formera’ e scenderemo molto nella capacita’ operativa”. Un ”buco operativo”, si e’ affermato che ”nel periodo tra il 2018 al 2022 non si sa come porre rimedio” con piloti costretti a terra dai 6 ai 10 anni. Non si sa… Direi che non ci sarà rimedio che possa soddisfare la sicurezza dei piloti;ma siamo sicuri che non ci possa essere un’alternativa all’F-35?

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