524.-L’Italia è una Repubblica governativa e chi se ne frega della Costituzione.

 

renzi

L’Italia è una Repubblica parlamentare. O forse l’Italia era una Repubblica parlamentare. A livello teorico, secondo la Costituzione, il potere di fare le leggi è appannaggio di Camera e Senato mentre Palazzo Chigi detiene quello esecutivo e la Magistratura quello giudiziario. A livello pratico però le cose funzionano in maniera “leggermente” diversa, una maniera che può essere così riassunta: le leggi le fa il Governo, punto.

Analizzando l’operato degli ultimi quattro Esecutivi si scopre infatti che l’80 per cento delle norme approvate sono di iniziativa governativa. Una percentuale che de facto mette nelle mani di Palazzo Chigi sia il potere legislativo che quello esecutivo, ponendo in secondo piano il ruolo del Parlamento. A questo punto, occorre fare attenzione. Perché in questo caso la colpa non è di Matteo Renzi, o almeno non solo, dato che non è stato né l’unico né tantomeno il primo ad agire in tal senso, sebbene l’attuale Premier abbia ampiamente contribuito ad aumentare le percentuali.

Scendendo nei dettagli, un dossier pubblicato da Openpolis all’inizio di gennaio (Il titolo è tutto un programma “Premierato all’italiana”) evidenzia quanto appena affermato, fornendo dati e numeri di una tendenza che non accenna a placarsi. Oggetto d’analisi gli ultimi quattro Governi, nell’ordine: Berlusconi, Monti, Letta e Renzi.

Le percentuali contenute all’interno del report raccontano il potere indiscusso dei Governi. Prendendo come riferimento le 565 leggi approvate nelle ultime 2 legislature, 440 sono di iniziativa governativa, 125 di iniziativa parlamentare. L’apice è stato raggiunto ai tempi di Enrico Letta: l’88,89% delle leggi era di matrice esecutiva, 11,11% parlamentare. Con Renzi invece parliamo di 8 leggi su 10 presentate dal Governo (80,43% contro 18,84% cui si aggiunge una legge di iniziativa popolare).

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Se ciò non bastasse, Openpolis analizza le possibilità di successo dei disegni di legge che vengono presentanti nel corso delle varie legislature. Ebbene se il 32% dei DDL di Palazzo Chigi vengono pubblicati in Gazzetta Ufficiale, la percentuale precipita allo 0,87% per quelli avanzati dai parlamentari.

Anche i tempi di approvazione si differenziano in base a chi promuove la norma. Qualche esempio? Nel corso dell’ultima legislatura, il Governo Renzi ha approvato in 13 giorni il “trattato di risoluzione Unica” sulla liquidazione delle quattro banche in crisi, mentre ci sono voluti più di due anni e mezzi per dare l’ok al disegno di legge sull’agricoltura sociale. In media, secondo quanto si legge nel rapporto, servono 44 giorni per approvare una proposta del Governo, tra i 664 e i 764 per far passare quelle del Parlamento. A questo si aggiunge il fatto che, nella XVII Legislatura, il 73,33% dei DDL promossi da Camera e Senato che hanno ottenuto l’approvazione sono del Partito Democratico.

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Ma Openpolis non è stato l’unico ente ad occuparsi della questione. A ben vedere, anche il servizio studi di Montecitorio ha approfondito la faccenda, fornendo alcuni dati aggiornati al 15 gennaio 2016 che confermano, se mai ce ne fosse bisogno, le percentuali sopra riportate.

Dal 15 marzo 2013 al 15 gennaio 2015, secondo i dati della Camera sono state approvate 192 legge, di cui l’82,81% (159) di iniziativa governativa, 31 di iniziativa parlamentare (16,15%), 2 di iniziativa mista.

Dei 192 atti approvati, 58 sono conversioni in legge di decreti, 74 leggi di ratifica, 16 leggi di bilancio e collegati, 38 tra leggi europee e leggi ordinarie.

A questo punto sembra opportuno approfondire anche un’altra questione. Delle varie leggi approvate negli ultimi due anni, quali sono quelle proposte dal Parlamento? Intanto il numero di leggi nate in Parlamento scende a 29, poiché dobbiamo escludere dal calcolo due deleghe al Governo, con le quali i parlamentari hanno dato a Palazzo Chigi il compito di scrivere la legge.

Fra quelli che rimangono, in molti sono provvedimenti di portata relativamente trascurabile, ed appena cinque hanno assunto un certo rilievo: il Divorzio breve, la Voluntary Disclosure, il Prestito Vitalizio Ipotecario, la responsabilità civile dei magistrati, e le “Modifiche all’articolo 9 della legge 6 luglio 2012, n. 96, concernenti la Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici”, cioè la legge che ha permesso ai partiti di ricevere i rimborsi elettorali nonostante il mancato controllo della commissione di garanzia per intenderci.

In ultimo occorre toccare un capitolo molto caro al nostro Premier, quello relativo al voto di fiducia che il Governo pone su un determinato provvedimento, ponendo fine alla discussione parlamentare e impedendo qualsiasi eventuali modifiche. Uno strumento di cui i vari Esecutivi hanno sempre abusato per portare avanti le loro iniziative.

Come sottolinea Openpolis “ In media, nelle ultime due legislature, il 27% delle leggi approvate ha necessitato di un voto di fiducia, con picchi massimi raggiunti dal Governo Monti prima (45,13%) e Renzi poi (34,06%). Più “moderati” nell’utilizzo dello strumento i Governi Berlusconi (16,42%) e Letta (27,78%).”

Nonostante l’ex Cavaliere ai tempi della sua premiership venisse accusato di autoritarismo dal centrosinistra, i due Governi PD hanno raddoppiato le percentuali, ricorrendo alla fiducia, in media, su tre provvedimenti ogni dieci. Negli ultimi 20 anni, eccezion fatta per Mario Monti che però fu chiamato a Palazzo Chigi per fronteggiare una situazione d’emergenza, nessuno ha mai utilizzato questo strumento quanto Matteo Renzi. Solo per fare un esempio, nel mese di dicembre il Governo ha posto la fiducia due volte: il 10 dicembre sull’omicidio stradale e il 16 sul Giubileo.

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Articolo 70 della Costituzione: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Siamo proprio sicuri che non siano diventati due Camere e un Palazzo?

di Vittoria Patanè

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