515.-Parliamo di reversibilità e pensioni sociali.

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Le ultime notizie sulle pensioni dell’8 MARZO 2016, in occasione della Giornata internazionale della donna, oggi non potevano riguardare che questo: quali sono le novità per le donne pensionate o prossime all’età pensionabile? Qual è la situazione dell’opzione donna?

Già il 27 febbraio 2016, la Corte dei Conti aveva detto: “Il governo Renzi dovrà aumentare le tasse oppure tagliare sulla spesa pubblica”.

Altro che “la storia della reversibilità è una balla”, come vorrebbero le smentite di Matteo Renzi, precedute da quelle del ministro del Lavoro Giuliano Poletti e del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

Nella relazione tecnica della delega governativa , che il governo Renzi chiama “ddl Povertà”, si prevede, infatti, il riordino delle prestazioni assistenziali e delle prestazioni previdenziali sottoposte alla prova dei mezzi: in quest’ultima categoria rientrano chiaramente le pensioni di reversibilità, insieme ad altre prestazioni previdenziali e assistenziali, e si parla di “razionalizzazioni”, che tradotto dal politichese significa tagli.

Poco importa che il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, e il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, abbiano negato gli interventi sulle pensioni di reversibilità. In realtà, è vero che i trattamenti in essere non saranno toccati (divide et impera), perché le norme diventerebbero valide soltanto dopo l’approvazione del decreto legislativo (il quale dovrebbe arrivare entro sei mesi).

Ma è anche falso che non siano previsti ritocchi alle pensioni di reversibilità. C’è di più, perché gli interventi riguarderanno anche altri tipi di trattamenti pensionistici. Non lo diciamo noi, è scritto nella relazione della delega governativa.

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Diciamo due fatti e vediamo come stanno le cose:

Il rapporto della Corte dei Conti di pochi giorni fa parlava di “sostenibilità finanziaria” e di “non ancora netta separazione tra previdenza e assistenza”.

Parole che fanno eco a quanto si legge nel testo governativo che istituisce non solo il Fondo anti povertà, ma prevede anche di fare economia trasformando prestazioni previdenziali in prestazioni assistenziali (in altre parole, le pensioni di reversibilità diventerebbero fruibili solo da vedove con livelli ISEE prossimi allo zero). Di fatto, il criterio non sarà più il reddito individuale, bensì l’ISEE che riguarda l’intero nucleo familiare (e che contempla anche immobili di proprietà, titoli di Stato, conti correnti, redditi dei familiari conviventi, eccetera), nel futuro le vedove aventi diritto alla pensione di reversibilità saranno molte meno, visto che basterà poco per superare l’asticella fissata dall’ISEE (una casa di proprietà o un figlio che lavora in un call center).

Insomma, le ultime notizie sulle pensioni confermano la politica di rapido impoverimento del popolo italiano che giustificherà la cessione totale dello Stato agli Stati Uniti d’Europa. Fino a quel giorno, mentre le pensioni d’oro e i vitalizi dei politici restano intoccabili “diritti acquisiti“, la classe media continuerà a subire attacchi che sempre meno lentamente la fanno scivolare verso le fasce più povere della società. Il motivo, a nostro parere è semplice: Matteo Renzi approva misure del genere per tagliare la spesa pubblica, proprio come l’Ue ha preteso da Tsipras con la nuova riforma pensioni. Anche Bruxelles collabora in questo disegno eversivo e arriva la “flessibilità”, cioè debito pubblico extra, con il quale Renzi potrà finanziare i suoi tradizionali regalini elettorali

Il problema, chiamato a fare da sipario, sarebbe nella famosa decontribuzione dei neoassunti, inserita nella legge di Stabilità 2015, quindi pochi mesi prima dell’entrata in vigore del Jobs Act.

Drogare il mercato del lavoro con questi sgravi fiscali, in modo tale da poter inventare slide in cui si favoleggia di oltre 700.000 nuovi contratti di lavoro (che vengono fatti passare come nuovi posti di lavoro, in realtà sono per lo più trasformazioni di contratti già esistenti e, soprattutto, niente affatto “indeterminati”, visto che il Jobs Act ha di fatto istituito per legge il precariato permanente, chiunque può essere licenziato dall’oggi al domani senza articolo 18.

I posti di lavoro in più nel 2015 sono stati 109.000 (cioè meno che nel 2014 – 130.000 unità -, quando il Jobs Act non c’era!), mentre i nuovi contratti sono stati 606.000 euro.

Un gioco delle tre carte che è costato circa 12 miliardi, ai quali vanno naturalmente aggiunti i 10 miliardi all’anno dei celebri 80 euro: queste manovre del governo Renzi, insensate dal punto di vista lavorativo ed economico, gravano sui conti pubblici in maniera pesante.

Sarà quindi necessario, secondo la Corte dei Conti, “un ulteriore incremento di trasferimenti dal settore pubblico la cui provvista ricadrebbe sulla fiscalità generale”.

Dove andare a pescare? Ma naturalmente nella spesa previdenziale, andando a succhiare dai 40 miliardi di pensioni di reversibilità pagati attualmente dall’Inps, una soluzione più ‘silenziosa’ e indolore rispetto a nuove tasse e aumenti di aliquote contributive, più difficili da occultare. Sul fronte pensioni, insomma, i conti continuano a non tornare.

Sicuramente, da un punto di vista elettorale, per il governo Renzi è meglio fregare le vedove che mettere nuove tasse. Ma non lo possono e non lo devono fare: sono diritti acquisiti e come vale per le loro pensioni d’oro la stessa cosa vale per le reversibilita’ delle vedove, la vedova prende la reversibilita’ del marito il quale ha versato dei contributi mentre le loro pensioni e eventuali indennizzi sono illegali quindi per legge non si devono azzardare assolutamente, a maggior ragione non possono legiferare come stanno facendo perché incostituzionali non essendo stati eletti da nessuno, comunque chi andra’ al governo dopo di loro fara’ nuove leggi e mi auguro che questi delinquenti siano tutti processati perché fuorilegge!!!

In concreto, quali sono le novità per le donne pensionate o prossime all’età pensionabile? Qual è la situazione dell’opzione donna?

Iniziamo con il dire che i trattamenti previdenziali sono sempre più risicati, “grazie” anche alla riforma Fornero. La Legge di Stabilità 2016 ha tuttavia esteso l’opzione donna alla fine del 2015: se avete quindi maturato i requisiti per la pensione (corrispondenti a quelli delle vecchie pensioni di anzianità), potrete andare in pensione, a condizione di accettare un assegno Inps decisamente più ridotto.

In Italia c’è sempre stata una sorta di competizione fra le pensioni di vecchiaia e quelle di anzianità, cioè quei trattamenti pensionistici che possono essere riscossi in anticipo sull’età pensionabile (65 anni per gli uomini e 60 anni per le donne), tenendo presente che questo vale per il mondo del lavoro privato.Dal 1993 in poi, con la riforma Amato, l’età per accedere alle pensioni di vecchiaia è aumentata gradualmente. In quegli anni alle donne bastava raggiungere l’età anagrafica di 55 anni per andare in pensione, una soglia molto bassa, senza rivali in Europa. Questa situazione privilegiata è stata smantellata fra il 2011 e il 2012, con l’equiparazione dell’età pensionabile fra uomini e donne.

Dal 1° gennaio 2012 le donne (lavoratrici nel privato) hanno visto un aumento dell’età pensionabile da 60 a 62 anni, soglia poi nuovamente aumentata nel 2014-2015 a 63 anni e 9 mesi, nel 2016 a 65 anni e, infine, nel 2018 salirà a 66 anni. L’accelerazione è stata causata dalla riforma Fornero confezionata dal governo Monti. L’unica via di salvezza è quella stabilita dalla legge Maroni del 2004: 57 anni di età (uno in più per le lavoratrici auotnome) e calcolo contributivo (svantaggioso rispetto al retributivo). L’ultimo treno per questa scappatoia era stato stabilito per il 30 novembre 2014 (30 dicembre per le dipendenti statali): le donne che avevano maturato i requisiti (non solo l’età, ma anche 35 anni di contributi versati) entro quella data erano dentro, le altre fuori.

La legge di Stabilità 2016 ha invece prorogato questi termini, fissando il nuovo paletto al 31 dicembre 2015.

Solo per un accenno, illuminante, sul Disegno di Legge cito la

SEZIONE 6 – Incidenza sul corretto funzionamento concorrenziale del mercato e sulla competitività del Paese. Dove si dice:

“Non si ritiene che il provvedimento normativo possa incidere sul corretto funzionamento concorrenziale del mercato e sulla competitività del Paese. “

Come dire: C’era una volta la Costituzione che assumeva a principio fondante il Lavoro, dignitoso e che chiamava i Governi a promuovere il pieno impiego; ma quello della donna, evidentemente, non merita. E, invece, negli Aspetti tecnico-normativi di diritto interno. del DDL, leggo:

4) Analisi della compatibilità dell’intervento con i princìpi costituzio- nali.

Non vi sono incompatibilità con l’ordinamento costituzionale. Il provvedimento è stato predisposto nel rispetto dei princìpi costituzionali e rispetta i princìpi enunciati negli articoli 3, 76 e 81 della Costituzione.

Ogni commento è superfluo. Vediamoli, ora, questi interventi per “razionalizzare” (cioè tagliare) le pensioni di reversibilità come sono previsti nella delega governativa, pagina 10 ‪http://www.camera.it/…/stampati/pdf/17PDL0038650.pdf.

 

A.C. 3594 , Atti Parlamentari — 12 — Camera dei Deputati. XVII LEGISLATURA

DISEGNO DI LEGGE

PRESENTATO DAL MINISTRO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI (POLETTI)

Delega recante norme relative al contrasto alla povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali (collegato alla legge di stabilità 2016)

ANALISI DELL’IMPATTO DELLA REGOLAMENTAZIONE (AIR) SEZIONE 1 – CONTESTO E OBIETTIVI DELL’INTERVENTO DI REGOLAMENTAZIONE.

  1. A) Rappresentazione del problema da risolvere e delle criticità consta- tate, anche con riferimento al contesto internazionale ed europeo, nonché delle esigenze sociali ed economiche considerate.

Il sistema delle politiche sociali del nostro Paese necessita da anni di un intervento riformatore. Il percorso avviato negli ultimi decenni in ambito pensionistico, sanitario e da ultimo – con i provvedimenti attuativi del jobs act – nell’area delle politiche attive del lavoro e degli ammortizzatori sociali raramente ha toccato l’area delle politiche socio-assistenziali, pur essendo forte l’esigenza di riforma, in assenza di un disegno organico delle prestazioni esistenti.

Il sovrapporsi di specifiche discipline nel corso degli anni non sembra peraltro aver risposto a princìpi di equità e di efficacia nell’accesso e nell’erogazione delle prestazioni. Le prestazioni esistenti devono essere verificate nella loro appropriatezza rispetto al bisogno – in una logica di efficacia dell’intervento economica: in alcuni casi la prova dei beneficiari attuali 234.332, spesa totale 396.292.957,93 euro (anno 2014).

Le prestazioni considerate, pur essendo tutte soggette alla prova dei mezzi, non utilizzano le stesse modalità e i medesimi indicatori di verifica della condizione economica: in alcuni casi la prova dei mezzi viene effettuata prendendo a riferimento il singolo individuo, in altri tenendo presenti eventuali coniugi e in altri ancora l’intero nucleo familiare: inoltre gli indicatori utilizzati differiscono con riferimento alla valorizzazione o meno del patrimonio. Pur nella comune finalità di sostenere il reddito, ciascuna misura persegue specifici obiettivi, tradotti in requisiti di eleggibilità, senza che ci sia una lettura complessiva dei bisogni, con conseguente appropriata identificazione della quantificazione complessiva dell’intervento necessario. Da tali frammentazione e settorialità possono conseguire sia la sovrapposizione di più interventi rivolti a una medesima platea, sia l’assenza di copertura per particolari tipologie. Al riguardo, il rapporto del Gruppo di lavoro sul reddito minimo, istituito con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali 13 giugno 2013, attraverso stime basate sul modello di microsimulazione elaborato dal Centro di analisi delle politiche pubbliche e riferite al 2012, ha evidenziato che una parte non irrilevante di spesa, limitatamente alle prestazioni destinate alla popolazione anziana in condizioni economiche disagiate (integrazione al minimo, quattordicesima mensilità, maggiorazione sociale, pensioni e assegni sociali), “a causa di criteri di selettività scarsamente razionali, affluisce a soggetti che vivono in nuclei familiari non indigenti, ma appartenenti ai decili più elevati della distribuzione del reddito”. Infatti dalle stime risulta che dei 17,4 miliardi di euro destinati al contrasto della povertà della popolazione anziana (di cui 13,5 riguardano pensioni integrate al minimo e 3,8 pensioni e assegni sociali), circa 6 miliardi sono erogati a beneficiari che appartengono a decili dal sesto al decimo della distribuzione, pari al 37,9 per cento del totale. Tale percentuale risulta pari al 40,8 per cento nel caso delle pensioni integrate al minimo.

  1. B) Indicazione degli obiettivi (di breve, medio o lungo periodo) perse- guiti con l’intervento normativo.

Obiettivo di lungo periodo del disegno di legge delega è l’amplia- mento delle protezioni fornite dal sistema delle politiche sociali per renderlo più adeguato ai bisogni emergenti e più equo e omogeneo nell’accesso alle prestazioni, secondo i princìpi dell’universalismo selettivo.

Gli obiettivi di medio e di breve periodo perseguiti dal disegno di legge delega sono:

  1. a) introdurre una misura nazionale di contrasto della povertà, individuata come livello essenziale delle prestazioni da garantire in tutto il territorio nazionale;
  2. b) razionalizzare le prestazioni di natura assistenziale, nonché altre prestazioni anche di natura previdenziale, sottoposte alla prova dei mezzi, inclusi gli interventi rivolti a beneficiari residenti all’estero, fatta eccezione per le prestazioni legate alla condizione di disabilità e di invalidità del beneficiario;
  3. c) procedere al riordino della normativa in materia di sistema degli interventi e dei servizi sociali.

………….

ANALISI DELL’IMPATTO DELLA REGOLAMENTAZIONE SEZIONE 1 – Contesto e obiettivi dell’intervento di regolamentazione.

  1. A) Rappresentazione del problema da risolvere e delle criticità consta- tate, anche con riferimento al contesto internazionale ed europeo, nonché delle esigenze sociali ed economiche considerate.

Il sistema delle politiche sociali del nostro Paese necessita da anni di un intervento riformatore. Il percorso avviato negli ultimi decenni in ambito pensionistico, sanitario e, da ultimo – con i provvedimenti attuativi del jobs act – nell’area delle politiche attive del lavoro e degli ammortizzatori sociali raramente ha toccato l’area delle politiche socio-assistenziali, pur essendo forte l’esigenza di riforma, in assenza di un disegno organico delle prestazioni esistenti.

Il sovrapporsi negli anni di specifiche discipline non sembra peraltro aver risposto a princìpi di equità e di efficacia nell’accesso e nell’erogazione delle prestazioni. Le prestazioni esistenti devono essere verificate nella loro appropriatezza rispetto al bisogno – in una logica di efficacia dell’intervento

specifico – e allo stesso tempo nel livello di copertura di bisogni diversi – in una logica di equità del sistema assistenziale complessivamente inteso. Per raggiun- gere questi obiettivi è necessario non solo razionalizzare i trattamenti esistenti, ma anche riorganizzare il sistema di accesso alle prestazioni, a partire dalle modalità di valutazione del bisogno.

Le principali prestazioni di natura assistenziale, ovvero di natura previdenziale ma comunque sottoposte alla prova dei mezzi sono: assegno sociale, pensione di reversibilità, integrazione al minimo, maggiorazione sociale del minimo, assegno per il nucleo con tre o più figli minori.

Con riferimento all’anno 2015, i beneficiari delle prestazioni e la relativa spesa sono stati:

  • assegni sociali: beneficiari attuali 845.824 (escludendo gli invalidi civili), spesa totale 4.266.505.421 euro;
  • pensione di reversibilità: beneficiari attuali 3.052.482; spesa 24.152.946.974 euro;
  • integrazione al minimo: beneficiari attuali 3.469.254, spesa 20.500.376.967 euro;
  • maggiorazione sociale del minimo: beneficiari attuali 848.893, totale 1.966.254.405 euro;
  • assegni per il nucleo familiare con tre o più figli minori: 2014).

Le prestazioni considerate, pur essendo tutte soggette alla prova dei mezzi, non utilizzano le stesse modalità e i medesimi indicatori di verifica della condizione economica: in alcuni casi la prova dei mezzi viene effettuata prendendo a riferimento il singolo individuo, in altri tenendo presenta eventuali coniugi e in altri ancora l’intero nucleo familiare: inoltre gli indicatori utilizzati differiscono in rife- rimento alla valorizzazione o meno del patrimonio. Pur nella comune finalità di sostenere il reddito, ciascuna misura persegue specifici obiettivi, tradotti in requisiti di eleggibilità, senza che ci sia una lettura complessiva (olistica) dei bisogni, con conseguente appropriata iden- tificazione della quantificazione complessiva dell’intervento necessa- rio. Da tali frammentazione e settorialità possono conseguire sia la sovrapposizione di più interventi rivolti a una medesima platea, che l’assenza di copertura per particolari tipologie. Al riguardo, il rap- porto del Gruppo di lavoro sul reddito minimo, istituito con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali del 13 giugno 2013, attraverso stime basate sul modello di microsimulazione elaborato dal Centro di analisi delle politiche pubbliche e riferite al 2012, ha evidenziato che una parte non irrilevante di spesa, limitatamente alle prestazioni destinate alla popolazione anziana in condizioni econo- miche disagiate (integrazione al minimo, quattordicesima mensilità, maggiorazione sociale, pensioni e assegni sociali), « a causa di criteri di selettività scarsamente razionali, affluisce a soggetti che vivono in nuclei familiari non indigenti, ma appartenenti ai decili più elevati della distribuzione del reddito ». Infatti dalle stime risulta che dei 17,4 miliardi di euro destinati al contrasto povertà della popolazione anziana (di cui 13,5 riguardano pensioni integrate al minimo e 3,8 pensioni e assegni sociali), circa 6 miliardi sono erogati a beneficiari che appartengono a decili dal sesto al decimo della distribuzione, pari al 37,9 per cento del totale. Tale percentuale risulta pari al 40,8 per cento) nel caso delle pensioni integrate al minimo.

  1. B) Indicazione degli obiettivi (di breve, medio o lungo periodo) perse- guiti con l’intervento normativo.

Obiettivo di lungo periodo del disegno di legge delega è l’amplia- mento delle protezioni fornite dal sistema delle politiche sociali per renderlo più adeguato ai bisogni emergenti e più equo e omogeneo nell’accesso alle prestazioni, secondo i princìpi dell’universalismo selettivo.

Gli obiettivi di medio e di breve periodo perseguiti dal disegno di legge delega sono:

  1. a) introdurre una misura nazionale di contrasto alla povertà, individuata come livello essenziale delle prestazioni da garantire in tutto il territorio nazionale;
  2. b) razionalizzare le prestazioni di natura assistenziale, nonché altre prestazioni anche di natura previdenziale, sottoposte alla prova dei mezzi, inclusi gli interventi rivolti a beneficiari residenti all’estero, fatta eccezione per le prestazioni legate alla condizione di disabilità e di invalidità del beneficiario; c) procedere al riordino della normativa in materia di sistema degli interventi e dei servizi sociali.

Con riferimento all’obiettivo di cui alla lettera a) – per il quale è previsto che la delega sia svolta nel rispetto del criterio direttivo di introduzione di un’unica misura nazionale di contrasto alla povertà, consistente in un sostegno economico condizionato all’adesione a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa, volto all’affrancamento dalla condizione di povertà, inclu- sivo di una componente di servizi alla persona – si rappresenta che tale modello è mutato dalla sperimentazione del sostegno per l’in- clusione attiva attuata nei comuni con più di 250.000 abitanti, ai sensi dell’articolo 60 del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012, n. 35.

Al riguardo, sebbene non si disponga ancora dei risultati della valutazione controfattuale degli esiti, essendo ancora in corso di elaborazione i dati riferiti alle undici città in cui la sperimentazione si è conclusa, tuttavia, sulla base della valutazione di processo effettuata e del confronto partenariale con le amministrazioni che hanno gestito la misura sui territori, è stato possibile trarre alcune prime valutazioni. L’analisi effettuata ha messo in evidenza come il programma abbia influenzato il sistema dei servizi sociali metropo- litani, producendo soluzioni organizzative specifiche ed elementi innovativi. Ne sono emerse indicazioni per superare le criticità gestionali connesse alla necessità di strutturare la rete dei servizi e la piattaforma per lo scambio dei dati, ma anche una valutazione positiva dell’impianto metodologico della misura. Alla luce dei risultati delle prime verifiche sono infatti emerse indicazioni importanti per l’estensione della misura, con particolare riferimento ai controlli delle richieste di accesso ai benefici, ai requisiti di accesso e alle procedure amministrative e gestionali.

In tutte le città, a seguito delle verifiche del possesso dei requisiti per l’accesso ai benefìci, è emerso che almeno il 50 per cento delle domande risultava relativo a situazioni in cui un requisito non era posseduto, contrariamente a quanto dichiarato dal cittadino sul modello di dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. E pertanto emersa la necessità di continuare a svolgere controlli ex ante per l’accesso alle misure.

Inoltre sono emerse indicazioni circa l’adeguatezza dei requisiti utilizzati per l’identificazione del target. In particolare il requisito relativo alla precedente esperienza lavorativa è risultato troppo stringente ed è emersa l’indicazione di sostituirlo con una valutazione multidimensionale del bisogno.

È altresì emersa la necessità di semplificare le procedure, prevedendo domande a sportello e garantendo tempi molto più rapidi di erogazione fino all’esaurimento delle risorse disponibili.

Infine è stata condivisa con il partenariato istituzionale coinvolto nell’attuazione della misura l’opinione che l’introduzione del sostegno all’inclusione attiva, la cosiddetta social card sperimentale, ha avuto il merito di introdurre un cambiamento di approccio nelle politiche sociali, mettendo la rete dei servizi sociali al centro di un servizio.

Un ultimo sguardo al traguardo cui mirano questi governi:

A.C. 3594

PARTE II. Contesto normativo dell’unione europea e internazionale.

10) Analisi della compatibilità dell’intervento con l’ordinamento del- l’Unione europea.

Il provvedimento non presenta profili di incompatibilità con l’ordinamento dell’Unione europea in quanto reca disposizioni volte a introdurre una misura di contrasto alla povertà, a razionalizzare le prestazioni di natura assistenziale e altre prestazioni, anche di natura previdenziale, e a riordinare la normativa in materia di interventi e di servizi sociali.

11) Verifica dell’esistenza di procedure di infrazione da parte della Commissione europea sul medesimo o analogo oggetto.

Non risultano procedure di infrazione da parte della Commissione europea sul medesimo o analogo oggetto.

 

 

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Un pensiero su “515.-Parliamo di reversibilità e pensioni sociali.

  1. INTERESSANTE. Pensione di reversibilità, ecco perché il governo vuole le unioni civili
    di Diego Fusaro | 14 febbraio 2016

    Come volevasi dimostrare. Era nell’aria. L’offensiva ai danni della reversibilità delle pensioni sta per realizzarsi.
    È il preoccupante allarme lanciato dal segretario generale dello Spi-Cgil, Ivan Pedretti. Questi, dalle pagine dell’Huffington Post, denuncia l’arrivo di un disegno di legge delega del Governo alla commissione lavoro della Camera: tale disegno di legge racchiude un punto decisivo, che non deve sfuggire. Esso andrebbe a colpire il diritto alla reversibilità delle pensioni. Proviamo a spiegarlo nel modo più semplice e diretto: secondo il ddl le reversibilità saranno considerate prestazioni assistenziali e non più previdenziali. Cosa vuol dire? L’accesso alla pensione di reversibilità sarà legato all’Isee e quindi al reddito familiare: andrà inevitabile a diminuire il numero delle persone che continueranno a vedersi garantito tale diritto. È risaputo che l’asticella dell’Isee è piuttosto bassa, tarata su redditi che non sarebbe fuorviante e offensivo definire da fame. Sicché per superare l’asticella e perdere il diritto basta davvero pochissimo. Se una vedova vive ancora con il figlio e questi percepisce un piccolo reddito, ecco che perderà il diritto alla reversibilità.
    Tutto come da copione, dunque. Gli stessi che hanno rottamato l’articolo 18 – con un vero e proprio attentato al mondo del lavoro – promuovono oggi le unioni civili: non certo per estendere i diritti, bensì per rimuoverli linearmente. Che cosa volete possa importargliene dei diritti ai magnati della finanza internazionale e ai loro maggiordomi politici? Nulla, a meno che tali diritti civili non servano a distruggere il mondo dei diritti sociali e del lavoro. Ecco spiegato il segreto delle unioni civili, usate – lo ripeto – per negare i diritti del lavoro.
    Come l’articolo 18 fu criminalmente rimosso con la scusa che non copriva tutti i lavoratori, così ora tolgono la reversibilità delle pensioni: non coprendo tutti, la si toglie a tutti. Logica vorrebbe invece che articolo 18 e reversibilità delle pensioni venissero estesi a tutti i lavoratori e a tutte le coppie, omo ed etero. Si produce invece quella che con Hegel chiamo l’uguaglianza dell’irrilevanza: si rendono gli individui uguali nell’esiziale senso di ugualmente irrilevanti. Et voilà, ecco spiegato il trucco. Evidente, evidentissimo. Ma chi lo svela verrà silenziato come omofobo, e ogni discussione razionale sul punto sarà come sempre bloccata in partenza. L’egemonia, gramscianamente, dei dominanti è totale: a tal punto che anche i dominati la subiscono e si muovono con le mappe concettuali fornite loro dai dominanti. Le masse lobotomizzate dal potere sono oggi un soggetto indisponibile e con le armi spuntate. La situazione è tragica, ma non seria. Ora capirete anche perché si evita accuratamente di fare l’unica cosa sensata che andrebbe fatta, come già si fece per l’aborto e il divorzio: un referendum. Non lo fanno perché l’èlite dominante ha già deciso e non ha bisogno di legittimazione democratica.

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