506.- IL TRATTATO DI LISBONA E’ LA NUOVA ARMA BUROCRATICA CHE CI FARA’ SCHIAVI

Eravamo convinti di marciare verso la costruzione di una nuova Europa, verso l’unione impossibile di 28 Stati, con 28 ordinamenti giuridici, 28 welfare e quasi altrettante lingue e, invece, stiamo per perdere la cittadinanza italiana e diventare tutti sudditi di un enorme e abnorme stato con un nome falso: Stati Uniti d’Europa, governato da burocrati mai eletti dai popoli, ma al soldo del capitale internazionale, di banchieri stranieri, centrali e non; saremo condannati a un’emergenza permanente, in nome della quale saranno sacrificati i diritti e i principi supremi, alla rincorsa di un traguardo finanziario sempre più lontano, impossibile. La finanza e l’economia cancelleranno il diritto e occuperanno la politica, finché l’unica regola verrà dai mercati. A quanti, ingenui, ignavi viene da contestare le progressive diminuzioni del welfare, della sanità pubblica, delle pensioni, dei salari degli occupati, delle colonne portanti della costituzione economica repubblicana: il diritto al lavoro, la politica del pieno impiego, la dignità, la tutela del risparmio e il diritto alla famiglia, a questi pochi cittadini, ancora coscienti, mancherà la terrà sotto i piedi, mancherà la Costituzione della Repubblica del Lavoro e piangeranno lacrime amare, invano. Un Parlamento illegittimo non può legiferare in materia costituzionale; non può votare la dittatura della maggiore minoranza. Può legittimarlo solo il voto del popolo sovrano. Il Referendum costituzionale di ottobre celebrerà il mio e il Vostro funerale.

Il Parlamento, consegnato alla maggiore minoranza dall’Italicum, legge elettorale incostituzionale di fatto; privato della funzione di garanzia di un Senato con i suoi pesi e contrappesi, non trasferiti ad altre istituzioni; con un Governo e un Presidente della Repubblica espressioni di quella maggiore minoranza, sarà relegato alla stessa inutile funzione del Parlamento europeo. Non è un caso. Il voto del SI’ al Referendum costituzionale può significare tutto questo e il popolo lo sottoscriverà da sovrano, votando la sua schiavitù, legando i suoi destini alla volubilità dei mercati internazionali, privo di quella tutela che solo una Costituzione di uno Stato sociale può dare. Sarebbe il trionfo della de-costituzione europea, del Trattato di Lisbona. Una truffa ai danni del popolo italiano, della sua identità, cultura, tradizione, ma che non avrà neppure la necessità di proclamarsi Costituzione. Varrà e basta.

Il Trattato di Lisbona è una truffa perché?

Voglio iniziare subito con una riflessione: I Trattati europei, come oggi si presentano, si pongono, con la loro strumentalità verso il libero mercato, in antitesi con la nostra Costituzione in modo inconciliabile. E parlo di strumentalità perché tutti i trattati e tutti i loro aggiornamenti, sicuramente, da Maastricht (TUE) 1992 in poi, tendono inesorabilmente e costantemente a sovvertire le fondamenta della nostra tradizione democratica parlamentare e dello Stato sociale.

Una rifondazione dell’Unione europea “deve” – non dico: “può” – deve avvenire sulla base di questi due principi.

Facciamo qualche passo indietro. Se andiamo a esaminare le finalità e gli obbiettivi che nel 1992 si prefiggeva l’Unione europea con il trattato di Maastricht (7 febbraio 1992) e la situazione in cui ci troviamo, dobbiamo ammettere che l’Unione europea ha fatto molti passi avanti verso quel progetto, ma che ha tradito gli ideali originari.

Il Trattato sull’Unione europea, appunto, trattato di Maastricht, aveva la finalità: di preparare la creazione dell’Unione monetaria europea e gettare le basi per un’unione politica (cittadinanza, politica estera comune, affari interni).

Osserviamo subito che la creazione dell’unione monetaria, malgrado tutte le limitazioni che veniva a porre sulla sovranità degli stati europei, fu anteposta all’unione politica, dalla quale, invece, avrebbe dovuto scaturire; segno evidente di una obbiettiva difficoltà, direi anzi, guardando dalla parte dei cittadini, di una obbiettiva contraddizione intrinseca al progetto. Contraddizione usata in spregio e in danno della democrazia e dove non c’è democrazia, c’è dittatura.

Vi è in ciò anche il primo cenno di quella volontà di perseguire il progetto dell’Unione a costo anche di sovvertire la logica dei principi, fino a superare i cardini costituzionali e gli attuali modelli di protezione sociale.

Le aspettative e l’entusiasmo per l’Europa dei popoli erano tali che questo deficit democratico venne poco compreso dai più. Naturalmente, a ciò non fu estranea, anzi tutto ciò era coerente con la mutata condizione dei mercati mondiali, con la competizione crescente e con la struttura e organizzazione industriale in progressivo mutamento.

Ora, portiamo l’attenzione sugli obbiettivi a dir poco entusiasmanti, di Maastricht, che non facevano certo presagire questa stretta mortifera che oggi ci attanaglia. In sintesi:

–  promuovere un progresso economico e sociale equilibrato e sostenibile, segnatamente mediante la creazione di uno spazio senza frontiere interne, il rafforzamento della coesione economica e sociale e l’instaurazione di un’unione economica e monetaria che comporti a termine una moneta unica, in conformità delle disposizioni di quel trattato;

–  affermare l’identità dell’Europa sulla scena internazionale, segnatamente mediante l’attuazione di una politica estera e di sicurezza comune, ivi compresa la definizione a termine di una politica di difesa comune che potrebbe, successivamente, condurre ad una difesa comune;

–  rafforzare la tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini dei suoi Stati membri mediante l’istituzione di una cittadinanza dell’Unione;

–  sviluppare una stretta cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni;

Fermiamoci qui e veniamo ad oggi e all’Europa dei mercanti del denaro, che ha avvolto nelle sue spire l’Europa dei nostri sogni: l’Europa delle Patrie.

Con il Trattato di Lisbona siamo tutti diventati sudditi di un paese-continente che ha ben poco a che fare con la Repubblica Italiana, che è governato da figure oscure non elette da noi, che impongono nuovi trattati e ci stanno avvolgendo in una ragnatela di leggi, obbedienti a principi sociali, politici ed economici contro i quali ci siamo battuti per secoli.

Ci illudiamo ancora di essere una Nazione, una Repubblica con il suo Capo, con una Costituzione democratica, di essere rappresentati da un Parlamento, di essere protetti da uno Stato sociale. Invece, siamo tutti emigranti senza Patria, verso questo stato enorme, senza anima, portato, a Est all’espansione, a Ovest alla sudditanza; dove, sulla natura stessa dell’uomo, prevalgono i principi della finanza, che non è l’economia: i principi del denaro per il denaro. Il progresso tecnologico condurrà a un risultato finale dove la dignità e la stessa natura umana saranno offese.

In Italia e in Europa, nella indifferenza dei popoli europei e, sicuramente, degli italiani – quindi, anche nella mia, nella vostra – è in atto da anni un mutamento sostanziale dell’assetto, anzi, degli assetti costituzionali, che è stato introdotto dal Trattato di Lisbona, quasi sotto silenzio, come che si trattasse di un atto dovuto, con l’obbiettivo di portarci verso una identità europea, solo apparentemente intesa come unità di popolo.

Indifferenza messa in preventivo e voluta, perché, da un lato, dal sogno dell’Europa delle Patrie della mia gioventù e dal poco credito verso la nostra identità nazionale, è derivato un assunto per cui tutto ciò che è Europa è bene e fa bene all’economia, dall’altro lato perché l’intero Trattato (si scrive Trattato, ma si legge Tradimento) è stato architettato e redatto in modo da risultare incomprensibile e letteralmente illeggibile dai comuni cittadini, compresi i nostri politici.         Parliamo, infatti, di 329 pagine di emendamenti su materie diverse, non connessi fra loro, che sono stati apportati (aggrumati direi) a 17 concordati e che vanno inseriti, con opera certosina e memoria divina, all’interno di 2800 pagine di leggi europee.

Si è trattato di un ritorno al “metodo classico” di modificare i Trattati esistenti, senza abolirli, laddove il Progetto di Trattato Costituzionale Europeo, bocciato, proponeva di abrogare i Trattati esistenti per sostituirli con un testo unico, alla portata di tutti.             Immaginate quali difficoltà ciò comporta per il lettore che, senza la parallela consultazione dei trattati precedenti, modificati e, poi, rimodificati, non può ne valutare l’entità delle modifiche, ne analizzare le nuove norme alla luce dell’intero trattato nel quale si inseriscono.

Volete sapere il perché?

Cito le parole di  Jean Monnet, padre fondatore dell’UE:

«Le nazioni dell’Europa dovrebbero essere guidate verso il superstato senza che i loro popoli sappiano cosa sta accadendo. Ciò si può ottenere tramite passi successivi, ognuno mascherato da uno scopo economico, ma che porterà alla fine e irreversibilmente alla federazione»

Ma, mi domando: Quale federazione?

In realtà, il Trattato di Lisbona ha annullato le carte costituzionali di tutti i 27 paesi europei firmatari, reintroducendo di soppiatto, sintetizzandola, anzi, peggiorandola e spalmandola nelle modifiche ai trattati già in vigore, quella stessa “Costituzione europea”, esattamente intitolata il “Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa” (Roma 2004), bocciata in sede di ratifica dai referendum francese, olandese e, praticamente, danese, del 2005, per la sua ignoranza dello Stato sociale e per la smaccata parzialità a favore degli assetti finanziari mondiali.

Le differenze nei contenuti sarebbero l’abbandono dal nuovo documento di quegli articoli relativi alla bandiera, all’inno e al motto dell’Europa unita. Infatti, il Trattato, c.d. di Riforma, non prevede una politica comune in tema fiscale, salariale e sociale. Non prevede alcun metodo per finanziare il già misero Capitolo Sociale del nuovo super Stato europeo, poiché fra le migliaia di articoli pensati con oculatezza, guarda caso, manca proprio quello che armonizzi le politiche fiscali/monetarie/economiche con quelle sociali. Guarda caso.

Tutto il cosiddetto capitolo “politica sociale” (Titolo X) del TFEU, è misero, pure se ha voluto rappresentare un progresso rispetto ai precedenti. Lavoro, salute, scioperi, tutele, leggi sociali, impiego…vi sono disciplinati, ma soffre di limitazioni e omissioni, mentre, al contrario, sono sanciti con forza i principi a favore del Libero Mercato e del mondo finanziario. Non vi tedierò con la descrizione del Trattato.

Valga l’esempio del suo art. 151, tipico dell’ipocrisia che caratterizza l’Unione con il suo affermare una cosa e farne, poi, valere un’altra di segno diametralmente opposto:

Articolo 151 (ex articolo 136 del TCE)

L’Unione e gli Stati membri, tenuti presenti i diritti sociali fondamentali, quali quelli definiti nella Carta sociale europea firmata a Torino il 18 ottobre 1961 e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori del 1989, hanno come obiettivi la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che consenta la loro parificazione nel progresso, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l’emarginazione.

A tal fine, l’Unione e gli Stati membri mettono in atto misure che tengono conto della diversità delle prassi nazionali, in particolare nelle relazioni contrattuali, e della necessità di mantenere la competitività dell’economia dell’Unione.

Cosa voglia significare “mantenere la competitività dell’economia” rispetto ai salari e, in generale, al welfare, in un mercato dell’Unione aperto, anche nei confronti dei paesi terzi, BRIC innanzitutto, ben possiamo immaginarlo.                         Volevamo un mercato comune aperto, che abbattesse i confini tra gli Stati europei e abbiamo un intero continente senza più confini, senza più garanzie, che non siano quelle della mera sopravvivenza, dove vige la legge del più forte perché il sistema economico è stato affidato alla pura concorrenza tra imprese, multinazionali e gestori dei grandi capitali privati internazionali.

E sempre più lo sarà se sarà approvato il TTIP (detto anche TAFTA) Transatlantic Trade and Investment Partnership (Partenariato per il Commercio e gli Investimenti Transatlantici), che io definisco la rivincita delle multinazionali sull’Europa, a discapito della sicurezza ambientale e alimentare. E’ un sistema blasfemo, che offende la dignità dei cittadini abbassati al rango di sudditi e fa venir meno la sacralità della trama dei principi costituzionali fondativi; lo Stato, anzi, gli Stati e i popoli sono privati di ogni potere di gestione delle proprie economie.

Da molti anni USA e Europa si fanno la guerra sulla sicurezza sanitaria degli alimenti e sulle implicazioni che le leggi europee hanno sul libero scambio delle merci. Pensiamo ai divieti europei sull’utilizzo degli ormoni nella carne bovina, la mucca pazza, agli OGM e al pollo pulito col cloro: divieti assenti nella legislazione USA. Il Ttip, in caso di opposizione di uno Stato a questa commercializzazione, prevede un meccanismo di arbitrato che può costringere gli stati a pagare alle multinazionali l’equivalente dei mancati superprofitti”. Il Ttip offre agli USA una riapertura dei negoziati, a proprio vantaggio.

Ma, per la finanza mondiale tutto questo non conta. La sicurezza sanitaria degli alimenti non conta. Conta che l’economia europea ne trarrà un incremento di 120 bilioni di dollari, quella USA di 90 e quella mondiale di 100. Il Trattato entrerà in vigore – si stima – ai primi del 2015.

L’Unione europea favorirà il libero mercato rafforzando il valore speculativo della finanza a scapito del valore sociale. Non ci sarà un nuovo punto di equilibrio, sia pure al ribasso, fra il Capitale e il Lavoro perché uno stato sociale sottrae risorse al mercato e il mercato ricerca continuamente il profitto. Ciò comporterà inevitabilmente un divario sempre più incolmabile tra classi ricche, che diventeranno ricchissime, e classi disagiate, che diventeranno poverissime.

E’ la negazione della nostra Costituzione e l’epilogo di una crisi della democrazia parlamentare, del Lavoro come diritto e del diritto Costituzionale. Una crisi, però, che viene da lontano, tale che si può ben dire che la nostra Costituzione nasce dall’antifascismo, ma nasce anche dalla guerra.

Non dalla guerra mondiale, ma da quella più grande guerra civile combattuta fra il lavoro e il capitale e iniziata almeno con la Rivoluzione Francese.

Invece, nei trattati europei, il posto del “diritto al lavoro” è stato preso dal “diritto alla libertà di commercio”.

Ciò significa che il libero mercato spazzerà via completamente gli aspetti sociali delle politiche nazionali sul lavoro. Ci avvieremo alla dittatura del capitalismo neoliberista. E anche in questo il Trattato si pone in contrasto con l’art.36 della nostra Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Ciò significa che stiamo retrocedendo dallo Stato Sociale allo Stato Liberale: un salto indietro di due secoli.

Perché diciamo: “Retrocedendo dallo Stato Sociale”? perché, con tutto l’ottimismo di cui siamo capaci, l’Unione Europea non riuscirà a divenire l’economia più competitiva del pianeta se non riduce significativamente gli attuali livelli di tassazione, necessari per finanziare i costosi welfare state, o se non riduce e il ruolo dello Stato nella regolazione dei mercati.

I sistemi di protezione sociale devono adattarsi alle nuove circostanze, non possono più essere quelli sviluppati decenni or sono in situazioni molto diverse: se le economie si adattano al mondo attuale, altrettanto devono fare i sistemi di protezione. Bisogna riuscire a studiare e introdurre moderne reti di protezione sociale che ottengano obiettivi non dissimili da quelli raggiunti dai migliori sistemi europei, ma che lo facciano in modo più efficiente verso tutti i lavoratori, anche non-dipendenti e che lo facciano in modo più “amico del mercato”. Il disegno dei nuovi sistemi dovrebbe essere una sfida importante per i candidati alle elezioni europee, e in particolare per i “non politici” che fanno parte della Commissione europea.


Il Trattato di Lisbona non è un mero atto formale. Questa Costituzione Europea, che, con intento fraudolente, costituzione non è chiamata, doveva seguire e non ha seguito la procedura di revisione della Costituzione. Anche l’introduzione dell’Euro, per le limitazioni che ha portato alla sovranità, doveva seguire e non ha seguito questa procedura di revisione. Essa, per dirla con Sant’Agostino e San Tommaso è “legge ingiusta”, eguale “legge nulla”. Più precisamente, manca di giuridicità e ben può definirsi una “perversione della legge”. E c’è chi come Bechi, va argomentando sulla ammissibilità di un referendum propositivo di iniziativa popolare, come quello sull’euro, proposto, sia pure strumentalmente, nei sette punti di Genova e chi, invece, chiama in causa l’art. 75 della Costituzione e, cioè, l’inapplicabilità dell’istituto referendario ai trattati internazionali. Di quale internazionalità stiamo parlando? Qui si dispone della Carta e della vita del Popolo Italiano!

N O T A

La Costituzione non prevede, nella sua lettera, un’ipotesi simile, ma nell’89 i partiti furono concordi nell’approvare questo strumento atipico (il “referendum di indirizzo”) mediante una legge costituzionale ad hoc, formalmente “in deroga” o “rottura” di quanto previsto dall’art. 75 della Costituzione, per legittimare con il ricorso al voto popolare l’accelerazione del processo di integrazione europea

Comunque, il Trattato di Lisbona viola immediatamente almeno due articoli della Costituzione italiana, l’Articolo 1 (“La sovranità appartiene al popolo“) e l’Articolo 11 (L’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie”). Riguardo a quest’ultimo, le condizioni di parità sono violate dal fatto che paesi come la Gran Bretagna e la Danimarca, membri del trattato, sono  esonerati dalla partecipazione all’Euro. Così essi possono, ad esempio, fissare il tasso d’interesse in modo vantaggioso per loro ma svantaggioso per gli altri firmatari del trattato. Quindi, il trattato è in conflitto con la Costituzione Italiana. Leggendo articolo per articolo le due Costituzioni la risposta è esattamente questa.

Vi porto due esempi:

La Giustizia.

Costituzione italiana – I giudici (che rappresentano il potere giudiziario) sono indipendenti dal Governo (che rappresenta il potere esecutivo).

Trattato di Lisbona – “La Corte di giustizia (europea) è composta da un giudice per Stato membro. È assistita da avvocati generali … Sono nominati di comune accordo dai governi degli Stati membri…

E’ il principio garantista della separazione dei poteri legislativo, esecutivo, giudiziario, e l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo che vanno a farsi benedire.

Ora, osserviamo il secondo esempio, la
Guerra:

 

Costituzione italiana – Art. 11.- ” L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

 

Trattato di Lisbona – “La politica di sicurezza e di difesa comune costituisce parte integrante della politica estera e di sicurezza comune. Essa assicura che l’Unione disponga di una capacità operativa ricorrendo a mezzi civili e militari. L’Unione può avvalersi di tali mezzi in missioni al suo esterno per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite. L’esecuzione di tali compiti si basa sulle capacità fornite dagli Stati membri.”

Delle “condizioni di parità violate abbiamo già cennato. Ora, è bene ricordare che il pacifismo fu un atteggiamento mentale condiviso da tutti i partiti politici, presenti nell’Assemblea Costituente ed è ben vivo in noi.

Perciò, non viene soltanto disatteso, ma viene tradito lo spirito della Costituzione Italiana (che ripudia la guerra) e si approva “la capacità operativa” per “la prevenzione dei conflitti”, prevedendo la possibilità per l’Europa di entrare in guerra, anche senza il voto dell’ONU.
 Magari non in una guerra di conquista, ma in una guerra contro il terrorismo (parola magica che ha aperto le porte della Mecca agli infedeli). Una guerra preventiva come quelle che scatena la Casa Bianca a difesa dei propri interessi economici e strategici e del dollaro. Una guerra di pace, per intenderci, o una pace di guerra… Scusatemi il bisticcio, ma ero abituato a dire pane al pane e vino al vino.

Come questo si sia reso possibile, chiedetelo a Giuliano Amato, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi, al Presidente Napolitano, ai senatori della passata legislatura (molti di loro non l’hanno mai letto) che votarono compatti la ratifica di tutto questo TRADIMENTO; ma, soprattutto chiediamolo a noi stessi, che abbiamo delegato la tutela dei nostri diritti, che non ci ergiamo a difesa dei nostri principi.

L’art. 11 è posto nella Costituzione Italiana nella parte dei “Principi fondamentali” e anche questo Principio, fino a quando l’art. 138, sì: il famoso art. 138, garantirà la rigidità della Costituzione, rappresenterà per il legislatore un vero e proprio “vincolo giuridicamente rilevante” e non una semplice dichiarazione ad uso p.es., di politica estera (contra: Berlusconi, D’alema 2002).

Ho parlato poc’anzi di tradimento: e bisogna riscriverlo il reato di Alto Tradimento! e, per una volta, la sua vigenza sia retroattiva! ché troppo grande è la ferita inferta alla democrazie e a quella che era la settima potenza industriale del mondo…solo l’altro ieri!

Non è facile cancellare secoli di civiltà. Consci di aver rotto ogni argine, di aver passato ogni limite e che avremmo potuto opporci a questo meretricio dei principi e dei diritti, incerti sulla nostra fedeltà ai principi fondamentali Libertà, Eguaglianza, Dignità, Solidarietà, i Mercanti vollero premunirsi con un apparato militare sovranazionale di difesa della loro stabilità: la Forza di Gendarmeria Europea, Eurogendfor, una polizia a statuto militare, anti sommossa, che gode di una autonomia dal Parlamento e di una “immunità giudiziaria” totali.

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Un pensiero su “506.- IL TRATTATO DI LISBONA E’ LA NUOVA ARMA BUROCRATICA CHE CI FARA’ SCHIAVI

  1. Vi faccio solo un commento: e se Matteo Renzi fra qualche mese o anno andasse a lavorare per i francesi come ha fatto il suo predecessore E. Letta? Della serie, prima si firma una cessione importante di territorio nazionale di centinaia di kilometri quadrati e poi magari si va a lavorare per coloro che si impossessano dei nostri territori….? Qui siamo pazzi, davvero. Ma cosa pensa l’esercito, lo Stato Maggiore italiano?
    Prima gli europei ci impongono un primo ministro non eletto per svendere l’Italia (dopo due primi ministri che ci hanno massacrati economicamente contro i nostri interessi e dopo un golpe contro un primo ministro italiano democraticamente eletto), poi lo stesso primo ministro cede gratuitamente territori ai francesi, tra l’altro a favore di coloro – i transalpini – che hanno cooptato un nostro ex primo ministro che precedentemente aveva tentato di vendere le aziende della Difesa ex Finmeccanica proprio ad aziende di Parigi (leggasi E. Letta, via Nens*, che oggi lavora per l’università dei servizi segreti d’oltralpe, Science Po).

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