505.- PERCHE’IL MEDIO ORIENTE BRUCIA.

Petrolio e gas. I più grandi giacimenti del Mediterraneo, del Medio Oriente e le rotte degli oleodotti hanno creato e alimentano intrecci complicati tra grandi e piccole potenze che vedono la ricomparsa degli eserciti privati, com’era la Compagnia delle Indie e com’è, di fatto, l’ISIS. Al noto giacimento Leviathan, di fronte alla Siria, che ha messo d’accordo Putin, Nethanyhau e Assad, l’ENI SpA ha aggiunto il giacimento Zohr, dinanzi all’Egitto, di dimensioni inattese: 30 trilioni di piedi cubi di gas, che rappresentano la metà del fabbisogno energetico dell’Egitto per i prossimi dieci anni.

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L’escalation delle tensioni fra Arabia Saudita e Iran ha fatto emergere anche sui media mainstream i motivi di fondo dei conflitti in corso in  Medio Oriente: gli interessi energetici e geopolitici, al di là degli storici, innegabili antagonismi religiosi fra Sciiti e Sunniti accampati fino ad oggi come unici moventi.

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Le forze in campo sono in realtà più numerose – così come lo sono gli interessi in gioco, di lunga data, che riguardano petrolio e gas, nonché e i futuri oleo/gasdotti, e si accentrano in tre aree : il Golfo, l’Iraq (col Kurdistan iracheno) e il Golan, con le recenti scoperte di petrolio a cui si affiancano le scoperte di giacimenti di gas nel Mediterraneo.

Che la situazione stesse per precipitare William Engdahl sembrava averlo intuito: già a dicembre un suo postgià dal titolo – “Erdogan, Salman and the coming ‘Sunni’ War for Oil ”  – preconizzava un inasprirsi delle tensioni e additava una scacchiera più complessa, a quattro dimensioni.

“Il primo gruppo comprende l’ultra conservatore regno dell’ Arabia Saudita sotto Re Salman e il suo influente, erratico figlio ministro della Difesa, il 31enne Principe Mohamed Bin Salman; la Turchiadel presidente Recep Tayyip Erdogan, già pronta alla guerra, col ruolo chiave del capo del MIT, l’intelligence turca, Hakan Fidan; il Qatar apparentemente defilato ; e Daesh  ovvero il sedicente Stato Islamico che non è altro che un’estensione camuffata della wahabita Arabia Saudita, finanziato da soldi Sauditi ma anche del Qatar, e sostenuto e addestrato dal MIT di Fidan”.

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“Il secondo gruppo consiste nel legittimo governo di Siria di Bashar al-Assad e di altre forze Sciite: l’ Iran, ossessionato dallo stesso IS, i libanesi sciiti di Hezbollah che spalleggiati dall’Iran combattono Daesh e altri gruppi terroristi; la Russia, da poco unita a questo gruppo” – di cui è alleato non da oggi.

“Il terzo protagonista secondo Engdahl è l’ Israele di Netanyahuche non appare mai ma persegue la sua agenda in Siria e Iraq .  Israele ha recentemente reso pubbliche le sue alleanze strategiche con l’Arabia di Salman e la Turchia di Erdogan” – coi quali del resto condivide la forte disapprovazione per l’accordo sul nucleare che ha rimesso in gioco l’Iran, che per Israele resta il nemico n.1, come ha spesso dichiarato.

A ciò si aggiunge la recente scoperta di ‘grandissime’ riserve di petrolio nelle alture del Golan, dovuta, come vedremo, a  una nuova società americana  ‘molto neocon’, Genie Energy. E di ancor più grandi riserve di gas nelle sue acque territoriali, aggiungiamo. Una novità non da poco.

Il quarto gruppo – secondo il nostro – giocherebbe il ruolo più astuto e ingannevole. “Guidato da Washington, utilizza l’ingresso attivo nella guerra di Siria di Regno Unito, Francia e Germania” – che sembra resistere, mentre la Francia, appare attiva in nome di antichi interessi ma contraddittoria e spaesata, bersaglio di Daesh.   L’Europa come sempre latita, presa in mezzo e incapace di fare i propri interessi.

Washington – secondo   Engdahl – starebbe preparando una trappola ai danni dei Sauditi e dei suoi alleati Turchi in una devastante sconfitta in Siria e Iraq che verrà  annunciata come “vittoria contro il terrorismo” e “vittoria  del popolo Siriano”.   Intanto con la recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU 2254 sulla road map di pace in Siria gli Usa sono riusciti a ottenere che il futuro cessate il fuoco riguardi i firmatari, fra cui Russia e alleati, ma non Daesh e al-Nusra,  che resteranno liberi di occupare i territori chiave nella ‘guerra energetica’.

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Trappola? Mah. E però che la Casa Bianca conduca una politica oscillante e ambigua viene da tempo sottolineato, mentre è noto il sostegno di neocons rep e falchi dem – nonché neoconservatori britannici – per i gruppi 1 e 3.

L’ambivalenza degli Usa, abili nel condurre proxi-guerre, si spiega bene del resto con le diverse linee al loro interno di cui Underblog ha spesso scritto, perfino tra Pentagono e governo e CIA (svelati dal noto giornalista investigativo  Seymour Hersh in un controverso post) e con gli interessi contrastanti  sul terreno che ci accingiamo ad esaminare ricapitolandone la storia, che si sovrappone ai conflitti.

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IL GOLFO, I DUE GASDOTTI e l’OPEC DEL GAS.  Nel Golf Persico il South Pars e il North Dome rappresentano le maggiori riserve di gas al mondo,  le prime in acque territoriali dell’Iran (il 36% delle riserve iraniane, il 5.6% di quelle mondiali), le seconde, ancor più vaste, in quelle del Qatar (il 99% delle sue riserve).

Il nodo sono i futuri gasdotti verso il Mediterraneo, che mirano ad esportare in Europa, inducendola a diversificare i suoi approvvigionamenti di gas, oggi Russia-dipendenti : i due gasdotti in competizione sono il Qatar-Turchia e quello Iran-Siria soprannominato ‘ gasdotto islamico’ ( qui). Entrambi oggi fermi per i conflitti in corso. Istruttive le loro vicende.

 

LA SVOLTA. Il Qatar progetta il gasdotto che dal Golfo Persico dovrebbe attraversare Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia (per arrivare poi in Bulgaria).  Ma nel 2011 Assad rifiuta la proposta del Qatar di far passare il gasdotto  in  Siria. Forse su pressioni della Russia, che voleva salvaguardare il suo export di gas, forse invece no, visto il rifiuto di Putin alle più recenti profferte del saudita Bandar Bin Sultan che prometteva di proteggere gli interessi Russi, quelli economici ma non quelli geopolitici per Putin  evidenntemente più importanti.

Fatto sta che – come ha scritto Nafeez Ahmed sul Guardian quello di Assad fu uno schiaffo in faccia” al Qatar. Un gesto  gravido  di conseguenze.

La risposta è immediata. Nel luglio 2011 una parte dell’esercito Siriano diserta e  dà vita al  movimento di ribelli chiamato Free Syrian Army (FSA) . “E’ la fine della protesta fino a quel momento non violenta e l’inizio della guerra in Siria”, secondo questo post di dicembre di un blog  che non conoscevamo.

Nel 2012 Assad firma un accordo con l’Iran per un gasdotto alternativo da $10 miliardi che attraverso Iraq e Siria raggiungerebbe direttamente il Mediterraneo sulla costa siriana bypassando sia Arabia che Turchia.

Non a caso, osserva il professore di Harvard Mitchell Orensten su Foreign Affairs, citato a lungo qui, l’Iran si mette ad aiutare Assad  fornendo armi e soldati all’esercito Siriano.   Mentre il Qatar tra il 2011 e il 2013 finanzia gruppi anti-Assad con $3 miliardi.  Il conflitto Siriano si era allargato a Damasco e Aleppo dalla firma del memorandum Siria-Iran, segnalava Nafeez Ahmed.

Nel 2013 i ribelli siriani sembravano sconfitti, l’attacco al sarin non riesce a indurre gli Usa a bombardare per l’intervento di Putin, poco dopo Daesh emerge alla ribalta con la sua campagna di sgozzamenti e le sue minacce  all’Occidente.

La Turchia fin dall’inizio sostiene l’opposizione anti-Assad (compreso Daesh) in vari modi. Ma secondo il post di cui sopra comincia ad avere un ruolo attivo quando i Curdi guadagnano terreno nel nord della Siria, protetti dall’aviazione Usa. Chiede una buffer zone ai suoi confini. Preoccupatissima dalla possibile formazione di un  Stato Curdo unificato che, secondo il post, distruggerebbe anche ogni spazio per il gasdotto Qatar-Turchia.  Se non che, come vedremo, gli Usa pur alleati dei Turchi sembrano appoggiare la formazione di un Kurdistan, a loro vicino.

Quanto al ‘gasdotto islamico’ Iran-Siria, avrebbe dovuto essere pronto nel 2016, ma è fermo.  E però, dopo l’accordo sul nucleare e l’imminente fine delle sanzioni l’Iran conta di cominciare prestissimo l’estrazione di gas e petrolio, anche se dovrà rinnovare i suoi impianti.  E offre alle multinazionali  buone condizioni. Non solo.

L’’ESCALATION. Come racconta il post di  Formiche,net  – Iran e Russia, i due colossi mondiali per produzione e riserve di gas, sono stati fra i promotori del Gas Exporting Countries Forum tenuto a Teheran il 24 novembre scorso. Un ‘ OPEC del gas’di cui fa parte un lungo elenco di paesi. Compreso Qatar e Emirati Arabi Uniti, ma non l’Arabia Saudita. Non per caso: “l’impatto geopolitico di questa organizzazione ribalta  il ruolo storico dell’Arabia Saudita nel condizionare le strategie mondiali in fatto di produzione e prezzo del petrolio, facendo saltare il collegamento automatico fra oil e gas”.   E ancora:

“Il raccordo Russia-Iran in prospettiva è dirompente per gli Usa, se si considerano le intese tra paesi BRICS e soprattutto la possibilità di decidere le modalità di pagamento del gas con monete alternative al dollaro, dall’euro all’ yuan fino all’oro”. Cosa che per gli Stati Uniti che da decenni hanno profittato dell’afflusso di petrodollari, sarebbe intollerabile.

L’Arabia Saudita e i suoi alleati non sono da meno. Il 15 dicembre scorso – racconta Engdahl – il ministro della Difesa Saudita, il principe Bin Salman,  ha dato vita a Ryad a una ‘ Coalizione Islamica contro il terrorismo” di 34 stati. Nella quale significativamente spicca l’assenza degli stati Sciiti, Iran, Iraq e ovviamente la Siria di Assad, mentre il nome stesso della coalizione sembra fatta apposta per escludere la Russia.  Una Nato mediorientale, si è arrivati a chiamarla.

I player principali in questa coalizione secondo Engdahl sono Turchia e Arabia Saudita. Il loro obiettivo, secondo Engdahl, è ridisegnare i confini del 1916 per proporsi  come potenze rispettate dal mondo  (un progetto simile è  quello non nuovo di neocon e falchi Usa , vedi qui Underblog : ma i due piani coincidono? Forse no,  guardando le ambiguità americane…).

“L’ Arabia, la cui variante wahabita dell’Islam è un’ideologia beduina pre-feudale simile a quella di Daesh,” non considera Daesh un gruppo terrorista, e nemmeno al Nusra: i ‘veri terroristi’ sono i sostenitori del regime di Assad . Il piano dei Saud prevede di usare Daesh per la pulizia etnica delle popolazioni siriane   e irachene nelle   zone ricche di petrolio e in quelle cruciali nel futuro gasdotto Qatar-Turchia. E poi confinare l’IS nelle zone deserte  della Siria prive di petrolio”.

Quanto alla Turchia, gioca un ruolo chiave nella coalizione anti-Assad col suo esercito e soprattutto col capo dell’intelligence Fidan, che ha apertamente dichiarato che Daesh è una realtà che “va accettata: non si può sradicare un’istituzione popolare e ben organizzata come l’IS . (Engdahl)

Ankara mira a distruggere il regime di Assad ma anche a controllare i campi petroliferi, in particolare quelli nel nord Irak di Mosul e Kirkuk – reclamati dai Curdi Iracheni , che Kirkuk se la sono già presa.

Il prof. Oresten sottolinea anche come la Turchia dipenda oggi dal gas della Russia, con la quale aveva pianificato un gasdotto, il Tukish Stream, progetto saltato dopo l’abbattimento del jet russo Su-24 (i cui piani di volo sarebbero stati forniti ai Turchi dagli Usa: diabolico Fidan? ). Ha dunque anche interessi energetici propri. Oltre ad agire come ariete degli interessi sauditi. E del Qatar.

Il 18 dicembre la Turchia ha annunciato che costruisce una base militare Turca in Qatar, che ospiterà 3000 soldati e forze aeree e navali.

  1. IL NODO DEL KURDISTAN IRACHENO e la doppia politica USA.

Non meno complicata è la situazione fra Iraq e Kurdistan iracheno.

In Iraq maggiori giacimenti di petrolio sono oggi nel sud sciita, intorno a Bassora. Ma altri campi, e le riserve di gran lunga più cospicue, sono nella Regione Autonoma del Kurdistan, il KRG, in particolare intorno a Kirkuk, zona contesa, poi occupata da Daesh, infine da poco conquistata dai peshmerga curdi . 


Il KRG (la a cui autonomia è stata concessa a detti stretti nel 1991 da Saddam  sconfitto nella guerra del Golfo) è presieduto da Massoud Barzani, stretto alleato dell’Occidente e segnatamente degli Usa dal tempo di suo padre Mustafa. E   nella sua capitale Erbil protetta da forze speciali americane ospita già una folla di compagnie petrolifere, occidentali e non solo, fra cui svetta Exxon Mobil. (qui Underblog),

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Un’idea del peso di questi interessi la fornisce la recentissima ‘ Kurdistan-Iraq oil and gas Conference and Exibition’ svoltasi a Londra i l 30 novembre-2 dicembre 2015. Un mega evento con 800 partecipanti fra i quali molte società fra cui Exxon, principale sponsor, Chevron ma anche la russa Gazprom e Genel Energy,   una petrolifera britannica già turca, comprata dall’ex BP (cacciato dopo il disastro del Golfo del Messico) Tony Hayward, con l’ex Goldman Sachs Julian Metherell   e il banchiere Nat Rothschild, notizia ghiotta per vari blogger.  La base operativa è rimasta in Turchia.

Notare che, accanto al primo ministro Nechervan Barzani (nipote del presidente) e vari ministri esponenti del KRG non ve ne fosse nessuno del governo dell’Iraq. Non casuale, vista la disputa tra i due governi, quello centrale e quello locale, sui proventi petroliferi della regione che il KRG – che aspira fare del Kurdistan un vero Stato, includendo curdi siriani e turchi   ed è tra i più attivi ed efficaci combattenti  contro Daesh –   rifiuta di versare al governo dell’Iraq.

Un problema che si intreccia a vari altri, dagli oleodotti da riparare/costruire all’attuale traffico occulto di petrolio. Come arriva infatti il petrolio curdo al Mediterraneo?  Oleodotti ne esistevano, ma hanno avuto molte traversie.

GLI OLEODOTTI IRAKENI E IL PETROLIO ‘RUBATO’. L’oleodotto strategico dal Sud Irak verso la costa Siriana (il Bassora-Banyascon un tratto aggiuntivo verso Kirkuk) aperto nel lontano 1952 è stato danneggiato dagli Usa dopo l’invasione dell’Iraq. Quanto all’oleodotto Kirkuk–Ceyhan, porto petrolifero nel sud della Turchia, dal 2003 è stato più volte sabotato.

Anche qui è in atto una competizione.   Dopo che un accordo Siria-Iraq nel 2010 per due nuovi capaci oleodotti è stato disatteso,  il governo dell’Iraq nel 2013 si offre di costruire un oleodotto federale da Bassora a Ceyhan. Ma il KRG insiste nel pretendere di costruire un suo oleodotto autonomo Kirkuk –Ceyhan,malgrado l’intervento del segretario di Stato John Kerry su Barzani. Una pressione debole, evidentemente.

Gli Usa in Iraq hanno da sempre una politica ambigua (come segnalava Voxnel 201 4 , qui Underblog), di sostegno al governo sciita dell’Iraq ma anche, soprattutto, al rivale KRG, l’aspirante Stato del Kurdistan, visto come il fumo negli occhi dalla Turchia, come abbiamo detto. Nel frattempo il KRG una tratta dai giacimenti di Taq Taq sfruttati da Genel fino al confine turco l’ha costruita, ma di ridotte capacità. Insufficiente per tutti.

Di qui il traffico lungo le strade verso la Turchia, dove le autobotti curde si mescolano e si confondono con quelle dell’ISIS, come scritto da vari blog.

“Perché Washington non ha mai riconosciuto che /ISIS/ISIL /Daesh vende petrolio rubato alla Siria che trova il modo di raggiungere la Turchia? “ si chiedeva   a dicembrel’analista e blogger Pepe Escobar?

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“Perché la priorità era consentire alla CIA – nell’ombra – di gestire una ‘ rat line’ (una ‘rotta sporca’ potremmo dire) che armava un branco di invisibili  ribelli ‘ moderati’”, risponde . E’ la rotta autorizzata nel 2012 – e che corre attraverso la regione dei Turkmeni, per far arrivare armi e munizioni dalla Libia alla ‘opposizione’ Siriana, secondo un altro post di Seymour Hersh,  linkato da Escobar.   E ci fermiamo qui per non andare fuori tema.

Più pertinente l’altro motivo citato. “Se il petrolio che Daesh ruba alla Siria è illegale, non lo è meno quello che il KGR ruba all’Iraq.   Entrambi non possono passare dal territorio controllato da Damasco, né da quello dell’Iraq sciita. Resta solo la Turchia.  Entrambi seguono lo stesso schema: gli interessi energetici dei soliti sospetti che hanno lo sguardo lungo, ovvero controllare ogni asset perolifero nel Kurdistan Iracheno di oggi come della Siria ‘liberata’ di domani. E qui Escobar parla di Genel, di cui sopra”.

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(Sul traffico illegale di petrolio di Daesh (e Curdo) fatto emergere con clamore dalla Russia che ne ha bombardato i convogli   e mostrato le immagini da satellite, un traffico che coinvolge il figlio e il cognato di Erdogan, vedi ben quattro post di Zerohedge, molto documentati ( qui il quarto Zerodedgequi un post italiano, qui Nafeez Ahmed) . Fra gli acquirenti del petrolio a basso prezzo vi sarebbero stati europei, e Israele che comprerebbe dalla Turchia il 75% del petrolio iracheno/curdo. (Mentre appare strano che navi cisterna sarebbero approdate negli Usa).

  1. GLI INTERESSI DI ISRAEL E IL GOLAN: Dal 1948, da quando esiste, Israele aspira a rispristinare l’antico oleodotto Mosul-Haifa che dal lontano 1935 collegava la città curdo-irachena di Mosul (oggi in mano a Daesh) al porto dell’allora Palestina sotto mandato britannico. Dal 1948 infatti l’Iraq rifiuta di pompare e l’oleodotto, che aveva una diramazione verso Tripoli, in Libano,  e l’oleodotto venne fatto arrivare in Siria. Salvo essere bombardato, come abbiamo visto, dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003.

Dal 1948, specie dagli anni ’80,  i tentativi israeliano-americani per dar vita a un oleodotto dall’Iraq del nord, poi dal KRG – a Israele – verso Haifa ma via Golan, verso Aqaba, verso Hadithah e il confine giordano, da Mosul o da Kirkuk – sono stati molti, sempre falliti, come racconta con molti dettagli  un post del 2006 (aggiornato) di Gilles Munier, strano personaggio francese (“ uomo ombra, attivista della causa araba e palestinese”) sicuramente molto informato. A suo dire sono stati proprio quei fallimenti a convincere il governo Usa di George W. Bush ad adottare la strategia del “regime change” in Iraq e in Siria, con tutto quello che ha comportato. “Il processo di destabilizzazione della Siria diventa molto chiaro alla luce dei piani di Usa-Israele per il trasporto del petrolio iracheno.  Lo stesso vale per la Francia”, scrive Munier.“Risuscitare l’oleodotto verso Haifa potrebbe alleviare ad Israele gli alti costi delle forniture via nave del gas russo” spiegava (nel 2003) del resto ad Haarez il ministro israeliano delle infrastrutture Joseph Paritzky”, in un post di Counterpunchcitato da Munier, intitolato “Il ministro israeliano sogna già il petrolio iracheno- L’oleodotto verso Haifa”.

Israele punta ancora a un oleodotto Mosul/Kirkuk -Haifa? 

Magari non più, dopo le recentissime scoperte di giacimenti di petrolio e gas che potrebbero addirittura farne un esportatore.

‘Grandissime’ riserve di petrolio sono state trovate nelle alture del Golan. Una scoperta dovuta ad una società petrolifera poco nota affiliata a Israele ma basata in New Jersey, Genie Energy, nel cui board figurano l’ex vicepresidente Usa Dick Cheney, Lord Jacob Rothschild e l’ex capo della CIA James Woolsey.  E ancora, l’editore-magnate Rupert Murdoch, e Larry Summers, già segretario al Tesoro americano. Altra notizia ghiotta per i blog  complottisti, questa società neocon.

C’è solo l’intoppo che il Golan è un territorio che Israele ‘occupa’ dalla guerra del 1967. Illegalmente, secondo alcuni fra i quali Engdahl.

Nelle acque di Israele sono invece i giacimenti di gas scoperti negli anni scorsi ( Tamar field nel 2009, Leviathannel 2010) mentre l’adiacente Aphrodite fieldsi trova in quelle di Cipro. E, lo scorso agosto nelle acque dell’Egitto il supergiant Zhor field, è stato scoperto dall’ENI, che fa la spola per indurre a cooperare Israele, Egitto e magari anche Cipro.   Mentre Israele con un’intesa fra Netanyahu-Putin  ha assegnato alla russa Gazprom la concessione di una parte del Tamar field (20/10/2015).

Una scoperta, quella del giacimento di gas egiziano, che “minaccia di sovvertire la diplomazia energetica del Medio Oriente” ha scritto il NYTimes a fine ottobre scorso. 


 

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