494.-L’ESPANSIONE A EST DELLA NATO E I SUOI MESSAGGI DI MORTE SUI FRONTI ORIENTALE E MERIDIONALE.

 

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La “storica” decisione del Consiglio Nord Atlantico di invitare il Montenegro a iniziare la procedura di accesso per divenire il 29° membro dell’Alleanza, ha costituito una ulteriore mossa della strategia Usa/Nato mirante all’accerchiamento della Russia.

Che importanza ha per la Nato il Montenegro, l’ultimo degli Stati (2006) formatisi in seguito alla disgregazione della Federazione Jugoslava, demolita dalla Nato con l’infiltrazione e la guerra?

StampaLo si capisce guardando la carta geografica. Con una superficie un po’ inferiore a quella della Puglia (a soli 200 km sulla sponda opposta dell’Adriatico) e una popolazione di appena 630 mila abitanti (un sesto di quella della Puglia), il Montenegro ha una importante posizione geostrategica. Confina con Albania e Croazia (membri della Nato), Kosovo (di fatto già nella Nato), Serbia e Bosnia-Erzegovina (partner della Nato). Ha due porti, Bar e Porto Montenegro, utilizzabili a scopo militare nel Mediterraneo. Nel secondo fece scalo, nel novembre 2014, la portaerei Cavour. Il Montenegro è strategicamente importante anche come deposito di munizioni e altro materiale bellico. Sul suo territorio si trovano dieci grandi bunker sotterranei costruiti all’epoca della Federazione Jugoslava, dove restano oltre 10mila tonnellate di vecchie munizioni da smaltire o esportare, e hangar fortificati per aerei (bombardati dalla Nato nel 1999). Con milioni di euro forniti anche dalla Ue, è iniziata da tempo la loro ristrutturazione (i primi sono stati quelli di Taras e Brezovic). La Nato disporrà così in Montenegro di bunker che, ammodernati, permetteranno di stoccare enormi quantità di munizioni, comprese anche armi nucleari, e di hangar per cacciabombardieri.

Il Montenegro, la cui entrata nella Nato è ormai certa, è anche candidato a entrare nell’Unione europea, dove già 22 dei 28 membri appartengono alla Nato sotto comando Usa. Un importante ruolo in tal senso lo ha svolto Federica Mogherini: visitando il Montenegro in veste di ministro degli esteri nel luglio 2014, ribadiva che «la politica sull’allargamento è la chiave di volta del successo dell’Unione europea – e della Nato – nel promuovere pace, democrazia e sicurezza in Europa» e lodava il governo montenegrino per la sua “storia di successo”. Quel governo capeggiato da Milo Djukanovic che perfino l’Europol (l’Ufficio di polizia della Ue) aveva chiamato in causa già nel 2013 perché il Montenegro è divenuto il crocevia dei traffici di droga dall’Afghanistan (dove opera la Nato) all’Europa e il più importante centro di riciclaggio di denaro sporco. Una “storia di successo”, analoga a quella del Kosovo, che dimostra come anche la criminalità organizzata può essere usata a fini strategici.

Continua così l’espansione della Nato ad Est:

Nel 1999 essa ingloba i primi tre paesi dell’ex Patto di Varsavia: Polonia, Repubblica ceca e Ungheria.

Nel 2004, la Nato si estende ad altri sette: Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Jugoslavia).

Nel 2009, la Nato ingloba l’Albania (un tempo membro del Patto di Varsavia) e la Croazia (già parte della Jugoslavia).

Ora, nonostante la forte opposizione interna duramente repressa, si vuole tirar dentro il Montenegro, seguito da alcuni “Paesi aspiranti” – Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Ucraina – e da altri ancora cui viene lasciata “la porta aperta”.

Da un lato, assorbendo questi Paesi di limitato valore politico-economico e con i loro voti gestibili più facilmente, la Nato riesce meglio ad imporre la politica USA ai suoi membri storici. Da un altro lato, espandendosi ad Est sempre più a ridosso della Russia, con le sue basi e forze militari, comprese quelle nucleari, la Nato apre in realtà la porta a scenari catastrofici per l’Europa e il mondo.

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Ma, inaspettatamente, le operazioni dell’aeronautica russa in Siria hanno gettato nella confusione gli USA e i loro alleati. Gli USA, per la seconda volta nella storia hanno sottovalutato l’affezione e il consenso che la Russia suscita fra gli europei e, stavolta, hanno sottovalutato anche la potenza delle armi russe. Putin ha vinto e ha spiazzato Obama, ridicolizzando la politica attuata attraverso la CIA fino ad oggi. Ma il Medio Oriente è troppo ricco e troppo importante strategicamente perché l’intellighenzia finanziaria possa consentire a Putin di consolidare la vittoria. I sogni demenziali del califfo Erdogan vengono incontro a Obama e la NATO si rimette in gioco. Ecco, dunque, che i ministri della difesa Nato hanno deciso di «rafforzare la presenza avanzata nella parte orientale della nostra Alleanza». Ciò serve a «difenderci dalle elevate minacce provenienti dalla Russia», ha chiarito il segretario Usa alla difesa, Ash Carter.

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E’ un falso ed è vero l’esatto contrario, ma la considerazione della Casa bianca per i suoi alleati è ormai così bassa che l’ipocrisia e la falsità a stelle e strisce non fanno più notizia. Perciò, con tale dichiarato, scopo gli Usa quadruplicano i finanziamenti per l’”Iniziativa di rassicurazione dell’Europa” che, con una rotazione di forze (circa 6mila soldati), permetterà più esercitazioni militari Nato (non sono bastate le oltre 300 effettuate nel 2015), il potenziamento di aeroporti, il preposizionamento di armamenti pesanti, lo schieramento permanente a Est di unità corazzate. Ciò, ha sottolineato Carter, “permetterà agli Usa di formare in Europa una forza armata ad alta capacità, da dispiegare rapidamente nel teatro regionale”. In Europa, dunque e i morti saranno, perciò, europei.

Accusando la Russia di “destabilizzare l’ordine della sicurezza europea”, Usa e Nato hanno riaperto il fronte orientale, trascinando l’Europa in una nuova guerra – per ora, grazie anche a Putin – fredda, voluta soprattutto da Washington per spezzare i rapporti Russia-Ue dannosi per gli interessi statunitensi; anzi controproducenti per il futuro dominio delle economie europee da parte delle multinazionali, che il Trattato TTIP si appresta a sacramentare.

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Allo stesso tempo che mietono morti sul fronte orientale, Usa e Nato preparano altre operazioni sul fronte meridionale. A Bruxelles il capo del Pentagono ha «ospitato» (considerando l’Europa casa sua) i ministri della difesa della “Coalizione globale contro l’Isis”, di cui fanno parte sotto comando Usa, assieme all’Italia, l’Arabia Saudita e altri sponsor del terrorismo dal “brand islamico”. La riunione ha varato un non meglio precisato “piano della campagna militare” in Siria e in Iraq. Qui le cose vanno male per la coalizione, non perché l’Isis sta vincendo ma perché sta perdendo: sostenute dalla Russia, le forze governative siriane stanno liberando crescenti parti del territorio occupate da Isis e da altre formazioni, che arretrano anche in Iraq. Dopo aver finto per anni di combattere l’Isis, rifornendolo sottobanco di armi attraverso la Turchia, gli Usa e i loro alleati chiedono ora un cessate il fuoco per “ragioni umanitarie”. In sostanza chiedono che il governo siriano cessi di liberare dall’Isis il proprio territorio, poiché —ha dichiarato il segretario di stato John Kerry capovolgendo i fatti— “più territorio conquista Assad, più terroristi riesce a creare”. Allo stesso tempo la Nato rafforza le “misure di rassicurazione” della Turchia, che mira a occupare una fascia di territorio siriano nella zona di confine.

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In Nordafrica, la coalizione a guida Usa si prepara a occupare, con la motivazione di liberarle dall’Isis, le zone costiere della Libia economicamente e strategicamente più importanti. Ai beduini resteranno le sabbie del deserto e le carovane dei migranti clandestini. L’intensificazione dei voli dall’hub aereo di Pisa, limitrofo (e non per caso) alla base Usa di Camp Darby, indica che l’operazione “a guida italiana” è già iniziata con il trasporto di armi nelle basi da cui essa sarà lanciata.

Nello stesso quadro strategico si colloca la decisione dei ministri della difesa, “su richiesta congiunta di Germania, Grecia e Turchia”, di dispiegare nell’Egeo il Secondo gruppo navale permanente della Nato, oggi sotto comando tedesco, che ha appena concluso “estese operazioni con la marina turca”.

Missione ufficiale della flotta da guerra “non è fermare o respingere le imbarcazioni dei rifugiati, ma fornire informazioni contro il traffico di esseri umani”, collaborando con l’agenzia Frontex della Ue. Per lo stesso scopo “umanitario”, vengono inviati, su richiesta Usa, anche aerei radar Awacs, centri di comando volanti per la gestione del campo di battaglia.

“La mobilitazione atlantica è un buon segno”, commenta “Il Fatto Quotidiano” (12 febbraio), ricordando che “non è la prima volta che l’Alleanza s’impegna in un’azione umanitaria”. Esattamente come in Jugoslavia, Afghanistan, Libia. I risultati li conosciamo.

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