489.-ESISTE UN PUNTO DI ROTTURA DELLA CONVENIENZA USA ALLA RISTRUTTURAZIONE SOCIALE IN U€?

Schermata 2014-11-09 a 11.03.25Nota introduttiva: mi scuso se, ad alcuni, questo post potrà apparire “lungo”. Ma la sua lunghezza è dovuta all’intreccio di eventi di eccezionale rilevanza, che vedono l’Italia al centro della perturbazione gravissima che sta colpendo l’economia e la situazione geo-politica mondiale.
In altri termini, per quanto al sistema mediatico ed “espertologico” italiano non piaccia dover ammettere che il nostro problema non è “fare le riforme” – e liberalizzare e privatizzare e tagliare la spesa pubblica-, tutte queste belle cose non servirebbero, ora, altro che ad accelerare e a peggiorare la congiuntura italiana, con la novità che, venendo questo nodo al pettine, l’Italia può essere l’epicentro di un terremoto finanziario mondiale: epocale.
Ed è veramente irresponsabile insistere a guardare il dito invece della luna, in una situazione del genere.

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da Orizzonte48

1. Star dietro alle recenti dichiarazioni di Draghi con l’ansia di scovarvi qualcosa di nuovo è cosa veramente vana. I “mercati” ne hanno disperato bisogno, ma il “principio di realtà” non ne viene minimamente scosso.
In fondo, le uniche dichiarazioni essenziali sono quelle relative al mancato sostegno, di qualunque tipo, alla sospensione, invocata dall’Italia, delle regole del c.d. bail-in e quelle di negatoria di una trattativa sottotraccia per l’acquisto da parte della BCE di titoli strutturati rappresentativi delle sofferenze bancarie italiane.
Per il resto Draghi ribadisce che l’austerità fiscale è l’unica via, poichè implica di necessità che il rilancio degli investimenti pubblici si faccia tagliando la spesa pubblica, e quello degli investimenti privati mediante gli sgravi fiscali che, anch’essi, si finanziano tagliando la spesa pubblica (in pareggio di bilancio, ovviamente: per lui).
Questo è quanto implicitamente affermato da Draghi, sul presupposto che il cammino verso il pareggio di bilancio (“il rispetto del patto”), ad ogni costo rispetto alla crescita e alla tenuta del mercato del lavoro, sia elemento irrinunciabile delle politiche economico-fiscali €uropee, sulle quali Draghi ragiona come postulato di fondo, naturalmente senza far cenno al fatto che il fiscal compact, finora, lo applica soltanto l’Italia. Che viene pure fatta oggetto di reprimende perchè non lo fa abbastanza.

2. L’unica nota positiva pro-Italia è quella della perplessità sulla perdita del carattere risk-free dei titoli sovrani; Draghi si trincera, dietro la consueta tesi che ciò debba dipendere da una decisione simultanea di tutte le principali autorità monetaria mondiali, e quindi rinvia alla “applicabilità” di una regolazione Basilea-4 (cioè all’imposizione alle banche di un ulteriore cuscino di capitale posto a riserva, includendo il rischio dei titoli sovrani da esse detenuti, prospettiva sulla quale le banche protestano dal…2011).
Alla fine dei conti, la parziale rassicurazione di Draghi risulta una mera interpretazione di regole ancora da definire e che, però, sono più che mai, in sede €uropea, soggette all’arrembante arbitrio dei rapporti di forza imposti dai tedeschi.

3. Invece, siccome la realtà è che, in un modo o nell’altro, l’Unione bancaria ha come finalità quella di concentrare il sistema bancario europeo in funzione del rischio che si impone ai risparmiatori, e i tedeschi su questo obiettivo, grazie anche all’alleanza “servente” con i francesi, sono lanciati ad asfaltare il sistema creditizio italiano, diviene incauto e imprevidente pensare che, all’interno delle dinamiche dell’eurozona e dato il funzionamento “col pilota automatico” delle sue istituzioni, si possa fare qualcosa per evitare questo risultato disastroso.
Alberto ci segnala, con colorito ma giustificato sdegno, ciò che penserebbe un governante razionale, se fosse nei panni italiani, secondo la valutazione di un prestigioso economista tedesco, appartenente ai 5 saggi che consigliano la Merkel (quelli che hanno inventato l’ERF per capirci):

4. Vi riporto la traduzione del passaggio fondamentale di quanto “avverte” Bofinger:
“Un nuovo piano tedesco per imporre “haircuts” ai detentori di debito sovrano dell’eurozona rischia di innescare una inarrestabile crisi di tali bonds e potrebbe costringere l’Italia e la Spagna a ripristinare le proprie monete…
“Si tratta del modo più veloce di por fine all’eurozona” ha detto il prof.Peter Bofinger, uno dei “cinque saggi” del German Council of Economic Advisers.
“Un attacco speculativo arriverebbe molto rapidamente. Se fossi un politico italiano e doverssi fronteggiare un tale rischio di insolvenza, vorrei tornare alla mia valuta nazionale il più presto possibile, perchè questo sarebbe l’unico modo di evitare la bancarotta” ha dichiarato al Telegraph (articolo a firma dell’ottimo Evans Pritchard).”

Ci conforta (a livello puramente teorico e morale, dato l’atteggiamento ufficiale delle autorità italiane), che Bofinger dica esattamente quanto avevamo prospettato, negli stessi termini, nei post delle ultime settimane:
“Certo, se gli italiani, invece di aggirarsi sulle spoglie del latte versato in Etruria, non fossero distratti dal treno che sta arrivando sullo stesso binario a velocità accelerata (dalle stesse pensate dei nostri “responsabili”), forse si sveglierebbero dal torpore €uropeista (e autorazzista). In un disperato istinto di sopravvivenza, probabilmente farebbero capire ai propri governanti (ove mai debbano eleggerli), e finché sono in tempo, di non essere d’accordo.
Ma non c’è modo che si sveglino, con questa grancassa mediatica, a disposizione dei creditori e rentiers esteri…
E dunque non c’è modo che la nostra classe politica si ponga lontanamente il problema di quanto sia urgente, dal 1° gennaio 2016, più che mai, uscire dall’eurofollia: ormai non più depressiva, ma giunta sulle soglie di un’incalcolabile e irreversibile distruzione della società italiana.”
5. Ma la soluzione finale, mirata essenzialmente all’Italia, escogitata dai tedeschi, ha il difetto, che forse può spiegare l’atteggiamento perplesso di Draghi sopra segnalato, di inserirsi in una situazione mondiale esplosiva, che renderebbe alquanto indelicato far precipitare un corso degli eventi, sui mercati finanziari, in cui, a rigor di logica (ma non di rapporti di forza costituzionalmente illegittimi che governano l’UEM), i tedeschi sono “gli ultimi che possono parlare”.
Vi riporto al riguardo alcuni passaggi della interessante informativa settimanale EIR-Strategic Alert, che mostra il punto di vista di una frangia che, per quanto “dissidente” e anti-Wall Street, è pur sempre di fonte USA e non priva di capacità riassuntiva dello scenario attuale:

Si moltiplicano gli avvertimenti sul crac finanziario del sistema transatlantico
Per le banche e i mercati azionari in Europa, Stati Uniti e Giappone, la seconda settimana di febbraio si è dimostrata la peggiore del 2016. Il collasso è in via di accelerazione, nonostante i tentativi disperati delle banche centrali di metterlo sotto controllo. Le promesse rassicuranti, il Quantitative Easing, gli interessi zero, nessuno di questi strumenti ha funzionato, e la pila di debito senza valore continua a crescere e crescere (vedi sotto).
Anche se questo non sorprende i lettori della nostra newsletter, in quanto lo avevamo previsto, ha dato la sveglia ad alcuni cosiddetti esperti, che avevano continuato a dormire mentre veniva alimentata la bolla speculativa. Particolarmente netti i moniti provenienti da Londra la settimana scorsa:
* Il Financial Times, “autorevole” portavoce della City di Londra, ha scelto un titolo significativo per l’articolo dell’8 febbraio a firma Dave Shellock, “I timori sulla crescita fermano gli indici azionari europei e di Wall Street”. L’autore parla “delle nuvole scure sulla crescita globale che si diffondono in tutti i mercati globali.”
* Allister Heath, vicedirettore del Daily Telegraph, ha scritto sull’edizione dell’11 febbraio: “Il mondo non può permettersi un altro crac finanziario. Esso potrebbe distruggere il capitalismo così come lo conosciamo.” Heath aggiunge che “nessuna nazione sviluppata potrebbe tollerare oggi un’altra crisi bancaria ed un’altra vera e propria recessione con sanguinose conseguenze”. Un nuovo salvataggio, teme, potrebbe scatenare una “reazione a catena incontrollata e da cataclisma” nella popolazione, conducendo ad una “Guerra contro la City”.
* Il redattore economico del Guardian, Larry Elliott, esamina la caduta libera dei titoli bancari nelle ultime settimane, notando che la fiducia nella capacità delle banche centrali di affrontare la crisi sta svanendo. A questo proposito cita Steen Jakobsen, economista capo di Saxo Bank, che dichiara: “Questa settimana resterà nella storia finanziaria come la settimana in cui morì la pianificazione delle banche centrali – la versione del 2016 del crollo del muro di Berlino.”

Nel frattempo, l’8 febbraio, nell’ennesimo tentativo trasparente di placare i mercati, i capi delle banche centrali francese e tedesca – François Villeroy de Galhau della Banca di Francia e Jens Weidmann della Bundesbank – hanno pubblicato un appello congiunto per la creazione di un Ministero delle Finanze dell’Eurozona, quale “soluzione più diretta per ripristinare la fiducia nell’area dell’Euro”. La loro proposta per una “ampia condivisione della sovranità e dei poteri a livello europeo” in realtà consoliderebbe soltanto la dittatura delle banche in Europa, e la politica monetarista che ha provocato la crisi attuale.
La disperazione dei mercati e di coloro che prendono le decisioni è giustificata, come abbiamo scritto più volte. All’interno dell'”economia da bisca” attuale non c’è alcuna soluzione alla crisi; bisogna chiudere la bisca. In modo simile all’approccio preso con successo dal Presidente americano Franklin Delano Roosevelt durante la crisi del 1933, Stati Uniti ed Europa devono introdurre un sistema bancario a due binari (con la legge Glass-Steagall), cancellare il debito tossico, creare commissioni che indaghino sui crimini dei banchieri, come fece la Commissione Pecora allora, e dar vita ad un sistema creditizio nazionale per finanziare gli investimenti nell’economia reale.
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Crollo delle quotazioni bancarie: la crisi è sistemica
Ieri erano le banche italiane, oggi la Deutsche Bank e il Credit Suisse, domani Société Générale e poi le banche americane: il quadro d’insieme dei titoli bancari in caduta fino al 30-40% dall’inizio dell’anno esclude ogni spiegazione isolata e punta alla natura sistemica della crisi, simile a quella del 2007-2008 ma di dimensioni superiori.
Come abbiamo indicato con largo anticipo oltre un anno fa, l’elemento scatenante della crisi è stato lo scoppio della bolla delle commodity e del petrolio, che svolge lo stesso ruolo che svolse la crisi dei subprime nel primo crac globale.
La maggior parte delle banche colpite dalle vendite è fortemente esposta al settore dell’energia e delle commodity. La direttiva sul bail-in ha aggravato la fuga degli investitori.
Si prenda Deutsche Bank, il cui titolo è crollato del 40% dall’inizio dell’anno. L’11 febbraio, un’azione DeBa valeva 14 euro, portando il capitale a circa 20 miliardi. Questo fa un indice di leva finanziaria inferiore al 2% su un bilancio di 1,7 mila miliardi. In cima a tutto c’è una montagna di derivati, per un valore nozionale che supera i 54 mila miliardi!
Il Credit Suisse, i cui titoli sono crollati del 43% da gennaio, ha ora un capitale di 21,7 miliardi a fronte di un bilancio di 836 miliardi, che fa una leva finanziaria di poco superiore al 2,5%. Ma anche per il Credit Suisse l’aspetto più preoccupante sono i 45 mila miliardi di scommesse derivate. Questo significa che se vanno male scommesse per la metà di un millesimo di quel valore nozionale, l’intero capitale della megabanca svizzera viene spazzato via.
Sia DeBa che CS hanno una vasta esposizione nel settore dei titoli energetici ad alto rischio. Lo stesso vale per Société Générale, la banca francese che ha perso il 14% in un solo giorno la scorsa settimana, e il 36% da gennaio. Mentre DeBa non fornisce dati precisi, è noto che l’esposizione di SocGen è di circa 24 miliardi e quella di CS di circa 8,3 miliardi.
Sull’altra sponda dell’Atlantico, la Markit calcola che il 26% di tutti i titoli ad “alto rendimento” in mano alle banche USA è ora classificato come debito “distressed” e cioè a più alto rischio finanziario, con una rendita di dieci punti superiore a quella dei titoli del Tesoro USA. Su un totale di circa duemila miliardi di dollari, si tratta di circa 500 miliardi, che si aggiunge all’11% di sofferenze (circa 225 miliardi di dollari). La quota “distressed” era al 7% solo un anno fa.
Una fonte giapponese con grande esperienza nel campo ha osservato che con regole normali, tutto il debito ad alto rendimento sarebbe classificato a “rischio” o ad “alto rischio”, costringendo le banche ad accantonare riserve fino a circa il 50% o addirittura il 75% del totale dei titoli detenuti.
Le grandi banche di Wall Street hanno dai 15 ai 20 miliardi di dollari di titoli ad alto rendimento, ad eccezione di Citibank, che ne ha per circa 50 miliardi. Ma gli accantonamenti ammontano a qualche centinaia di milioni, che coprirebbero tra il 5 e il 7% quando già l’11% è in sofferenza.

6. La stessa fonte si sofferma sul cruciale versante italiano di questa congiuntura, descritto con una certa oggettiva vena cronacistica che, tuttavia, evidenzia un percorso in necessaria accelerazione (nonostante il nostro sistema mediatico stia cercando di “sopire e troncare”):

La partita Roma-Bruxelles si scalda
Lo scontro tra l’Italia e l’UE sulle banche si fa incandescente e potrebbe giungere al punto di far crollare l’intero castello di carta, come ha osservato Seremy Warner sul Telegraph del 13 febbraio. La situazione in cui l’UE non permette all’Italia di usare soldi pubblici per salvare le banche, ma non offre altri mezzi, significa che si vuole usare l’Italia come cavia per collaudare le regole del bail-in.
Ciò è inaccettabile, e le istituzioni e lo stesso Parlamento hanno tracciato una linea rossa. La sola minaccia del bail-in sta già causando una fuga dei depositi.
Il 15 febbraio la Camera ha iniziato la discussione di diverse mozioni per sospendere, rinviare o modificare le regole del bail-in. Mentre il dibattito e il voto sono stati aggiornati al giorno successivo, è prevedibile che passi la mozione “soft” del Partito Democratico, che chiede un anticipo della revisione delle regole, come previsto dalla legge stessa, rispetto alla mozione più radicale di M5S che chiede una sospensione/cancellazione delle regole perché incostituzionali.
La mozione del PD è stata scritta dal capogruppo in Commissione Finanze Michele Pelillo, che è molto vicino a Renzi, e sembra che sia stata concordata con il ministro dell’Economia Padoan. Coincide con la posizione del governatore di Bankitalia Ignazio Visco e dallo stesso Padoan al Senato la settimana scorsa.
Ma anche la revisione anticipata è una richiesta inaccettabile per Bruxelles se è vero, come ha scritto l’Huffington Post, che il capo dell’Eurogruppo Jerome Dijsselbloem avrebbe reagito dicendo che “un ritorno al passato sarebbe la cosa peggiore”. E Mario Draghi, più controllato, ha dichiarato in Commissione Affari Monetari del Parlamento Europeo, in contemporanea alla discussione in aula a Montecitorio, che sarà “difficile” rivedere le regole appena approvate.

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Padoan: la separazione bancaria è giusta. ma non si può fare
Sorprendendo molti, il ministro dell’Economia Gian Carlo Padoan ha dichiarato al Senato il 4 febbraio che il governo Italiano sarebbe a favore della separazione bancaria, ma purtroppo non lo sono gli altri nell’UE, per cui non si fará.
Padoan ha risposto alla senatrice Laura Bottici (M5S) durante il question time. La Bottici aveva chiesto “se il Governo non ritenga fondamentale procedere, nel più breve tempo possibile, verso una separazione netta tra banche d’affari e banche commerciali.”
Bottici ha spiegato che “Questa separazione, infatti, consentirebbe di prevenire il rischio di contagio sistemico che la crisi delle banche interconnesse porta con sé, anche prendendo atto delle evidenze che mostrano come non sempre le banche di maggiori dimensioni si siano dimostrate più efficienti ma, anzi, un eccessivo livello dimensionale abbia finito con il gravare gli istituti di credito di ulteriori oneri, anziché abbatterne il rischio.
“La separazione delle attività bancarie consentirebbe di salvaguardare meglio i risparmi dei cittadini anche perché eliminerebbe i conflitti d’interesse interni agli istituti di credito che svolgono sia attività di raccolta del risparmio che attività d’investimento e permetterebbe, inoltre, di incoraggiare l’allocazione delle risorse nei confronti dell’economia reale, a discapito delle attività speculative che hanno contribuito all’ipertrofia dei mercati finanziari”.
Padoan ha risposto che “in ambito europeo si sta anche discutendo, come è stato sollevato da un onorevole interrogante, della separazione tra banche d’affari e banche commerciali, che, com’è noto, è stata, per esempio in alcune varianti, introdotta in altri Paesi fuori dalla zona euro. Devo però dire che una soluzione a breve appare problematica e questo perché ciascuno Stato membro propende per la difesa delle specificità nazionali, che sono spesso difficili da conciliare.
“In questo quadro l’Italia è favorevole alla distinzione dei ruoli nel settore, ma è anche caratterizzata, rispetto ad altri Paesi, da una pressione inferiore perché le nostre banche non hanno una componente rilevante di attività di investimento e anche per questo motivo presentano un rischio inferiore rispetto ad altri Paesi”.
In altre parole, Padoan dice che il governo italiano sarebbe favorevole a un regime di separazione bancaria, ma che la riforma non passerebbe a livello europeo. Poiché la differenza tra separazione e non separazione è la differenza tra sopravvivenza e suicidio, le implicazioni della dichiarazione del ministro dell’Economia indicano un chiaro corso d’azione: uscire dall’Eurozona.”

7. Ora, questo report dell’EIR forse pecca di ingenuità nella valutazione politica: sono gli USA, come al solito, i più interessati al mantenimento ad ogni costo dell’eurozona, per ragioni che abbiamo più volte indicato: la ristrutturazione dell’assetto sociale implicata dalla moneta unica e dalle sue regolazioni a cascata, sono esattamente il quadro programmatico che giustifica, agli occhi del partner transatlantico, l’esistenza stessa del federalismo e di tutta la costruzione europea.
C’è però, anche per gli USA – intesi come sistema governato da un establishment finanziario, peraltro posto in contestazione dallo stesso elettorato americano-, un punto di rottura oltre il quale i rischi sistemici evidenti superano i vantaggi dell’€urofollia lasciata al controllo del folle laboratorio ordoliberista tedesco?
Possono gli stessi USA, a questo livello di degenerazione dell’aggressività anticooperativa innescatasi all’interno dell’eurozona, limitarsi a puntare sull’influenza mitigatrice di Draghi?

TTIP8. Ci accorgiamo che questa eventualità, che prefigura un nuovo 25 luglio, l’avevamo prospettata circa un anno fa, all’indomani dell’elezione del presidente della Repubblica, in commento al suo discorso di esordio:
“Traspare l’inconsapevolezza, o l’attuale “incomprensione” della reale dimensione del “livello europeo”: questo è la causa principale (come ancora ieri ha riaffermato Stiglitz) della crisi che attanaglia la sopravvivenza del “patto sociale” e del “riconoscimento a tutti i cittadini dei diritti fondamentali e della pari dignità sociale”.
Che tale livello europeo non possa mai, – se non a condizioni ormai divenute utopistiche e da sempre estranee al brutale scenario che sta letteralmente infiammando l’intera Europa -, costituire una “soluzione”, per “articolare una robusta iniziativa di crescita”, può essere compreso solo comprendendo una scomoda verità: cioè i radicali meccanismi che proprio l’Europa ha intenzionalmente innescato per impedire l’adempimento dell’obbligo de “la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza”.

…Colmare questo “gap” cognitivo è un compito arduo per un giurista, essendo d’ostacolo il filtro della vulgata “economicistica”, – di valore esclusivamente ideologico e antitetico al paradigma della Costituzione-, che è ormai recepita dalle deboli vestigia del costituzionalismo italiano.

Ma se ci si trova nella posizione di “arbitrare” una partita dalla quale dipende la salvezza del Paese, e della stessa possibilità di mantenere in futuro l’esistenza stessa dei diritti fondamentali costituzionali, questo gap va assolutamente colmato.
Il momento è così grave che, per la democrazia costituzionale, non ci sarà una seconda possibilità.
Per l’Italia, come comunità sociale di esseri umani che possano condurre un’esistenza “libera e dignitosa”, non ci sarà una seconda possibilità.
E la difficoltà del compito che attende il Presidente della Repubblica risiede integralmente nel saper rinunciare a questa conciliazione di opposti”. Cioè all’ossimoro che attanaglia l’Italia da 30 anni e che assume le vesti, ormai tragiche, per i suoi costi sociali ed economici, del vincolo esterno.

 

 

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