457.-Perché con il “Bail In” nessun conto corrente è al sicuro? Come mettersi in salvo

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Quali sono le manovre e gli interessi che si celano dietro allo spostamento dell’onere dei salvataggi bancari dalla BCE di Mario Draghi alle tasche dei correntisti, cioè noi? Se partecipiamo alle perdite, perché non partecipiamo anche agli utili? Può il governo imporre uno status di socio di fatto e, per giunta, a senso unico? Dov’è finito lo Stato diritto e dove i diritti? Quanto ignoranti siamo? Perché il governo parla inglese quando nomina una legge (bail in, hotspot, Quantitative easing) ? Quanto tempo abbiamo prima che vada tutto a carte quarantotto? Ma il vero problema è: Come potrà questo pessimo governo affrontare una emergenza sistemica e valutaria? Per tentare di rispondere a queste domande, bisogna avere davanti i 2.000.000 di miliardi di dollari in derivati, bolle speculative, debiti aggregati, le vere metastasi del sistema finanziario transatlantico in crisi sistemica irreversibile (Vedi NOTA 1).
C’è un solo modo per evitare lo scoppio incontrollato delle bolle: il ripristino della separazione bancaria Glass-Steagall (Vedi NOTA 2): porre da una parte le banche dedicate al credito per famiglie e imprese, dall’altra le banche che giocano in borsa con i soldi degli investitori privati, che si assumono il rischio di poter perdere tutti i propri soldi, senza alcun salvataggio dello Stato. Così soltanto si potrà togliere di mezzo tutta la carta straccia slegata dalla realtà e provocare il fallimento di Wall-Street, della City e delle famigerate banche “too big to fail”. E chissà che non cessino anche queste situazioni di destabilizzazione e di guerra perenni.
Niente altro si può e si deve fare.

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E non dimentichiamo la Deutsche Bank con la sua esposizione di 54 trilioni (54.700 miliardi) di euro di  derivati; non invidiabile record mondiale, pari a venti volte il prodotto interno lordo tedesco e a cinque volte quello dell’eurozona. Altro che Trojka!

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Ecco, sull’argomento, Vi lascio ad alcune riflessioni e dichiarazioni di Claudio Borghi rilasciate in una intervista, il cui video è stato ovviamente censurato dopo due soli giorni. Claudio Borghi è legato alla Lega Nord, ma il suo valore di economista è al di sopra dei partiti.

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La storia, diciamo così, del bail in (e soprattutto di come il bail in non funzioni), è stata scritta all’inizio, negli Stati Uniti. Vale a dire durante la famosa crisi della Lehman Brothers del 2008, la crisi del subprime ( prestiti ad alto rischio finanziario da parte degli istituti di credito in favore di clienti a forte rischio debitorio, considerati da molti analisti come fenomeni di eccessiva speculazione finanziaria). C’erano troppi debiti in giro; le banche avevano fatto credito in modo incontrollato, prestando soldi a chi erano quasi certi che non li avrebbe potuti restituire. Intanto i lauti profitti derivanti da questi prestiti erano già stati incamerati e, a un certo punto, quando il debito diventa troppo, bisogna pagare dazio. I portoricani, quelli a cui erano stati prestati soldi senza merito di credito, smisero di pagare le rate del mutuo. Le banche americane si trovarono con una marea di case da mettere all’asta. Crollò l’immobiliare. Crollarono quindi i valori delle banche e le banche si trovarono quindi con i prestiti che avevano fatto, che non rientravano più. Una banca fa questo: raccoglie denaro dalla clientela sotto forma di prestiti, obbligazioni e similari, e poi questo stesso denaro lo utilizza, lo presta alla clientela incassando la differenza di tasso fra quello che è il costo della sua raccolta e il ricavo degli impieghi, vale a dire “prestare denaro”. Però, se i prestiti che hanno fatto non rientrano più, come fanno poi a restituire, a loro volta, i denari a chi ha prestato loro i soldi? A un certo punto alla banca viene voglia di non restituirli e alza le mani dicendo: “sono in difficoltà“. Il Governo americano all’epoca provò a salvarne qualcuna, però erano troppe. Qualcuna provò a fonderla con altre, ma a un certo punto arrivò a due punti di non-ritorno: uno era la famosa banca Lehman Brothers che, come sapete, scosse fino dalle fondamenta la fiducia nel fatto che le banche non potessero fallire. La Lehman però era una banca d’affari. Invece, meno nota al grande pubblico ma di peso forse ancora superiore, fu la Washington Mutual. Washington Mutual (WaMu) è una grande banca americana che aveva gli stessi problemi di tutte le altre, aveva delle sofferenze che continuavano a salire (i suoi prestatari non le restituivano i denari). Il Tesoro americano decise allora di provare con il bail in, vale a dire: “non mettiamoci più noi dei soldi statali per salvare la banca, ma facciamo pagare azionisti e obbligazionisti“. Quindi tirarono a zero il valore delle azioni, tirarono a zero il valore delle obbligazioni subordinate e quasi a zero (o quantomeno ridussero fortemente) il valore delle obbligazioni normali. A quel punto il problema, dal punto di vista di chi ragiona in modo assolutamente ragionieristico, è sistemato. Perché? Se io, banca, sono sbilanciato perché non mi restituiscono i soldi, quelli a cui io ho prestato denaro, come posso sistemare la questione? Molto semplice: non restituisco nemmeno io i soldi a chi ha prestato a me il denaro, e così tutto ritorna in bilancio! Il problema è che immediatamente dopo che viene fatta questa cosa, tutti cominciarono a pensare: “Oddio! E la prossima?“. E allora tutti cominciarono a vendere i titoli e a prelevare soldi dai conti della banca Wachovia (all’epoca era la seconda banca, diciamo così, ad essere chiacchierata), che istantaneamente cominciò a essere nei guai. E poi si continuò: “e quella dopo? E quella dopo ancora?”. A un certo punto, fortunatamente per loro (perché altrimenti non so quanto sarebbe andata avanti dopo la crisi), decisero di porre fine all’errore e, grazie a Tim Geithner (che sarà anche uno del Bilderberg– perché lo è – però quantomeno fa gli interessi del suo Paese. Il nostro problema con i nostri del Bilderberg è che fanno gli interessi degli altri Paesi), si fece passare il concetto che finché non si piantava in testa, nell’idea dei risparmiatori, che non ci sarebbe più stata un’altra Washington Mutual, il fuoco sarebbe continuato a bruciare. Allora a quel punto misero la garanzia statale estesa su depositi e assets delle banche e arrivarono con un fondo da settecento miliardi (si chiama “Troubled Asset Relief Program, TARP”, per chi si ricorda questa sigla). E con settecento miliardi messi a disposizione dal Tesoro andarono a prendersi tutti questi titoli che erano diventati velenosi, intoccabili, tossici, dai bilanci delle banche, ristabilendo così la fiducia. Poi, una volta placatesi le acque e una volta ricominciato a crescere, rivendettero questi titoli (che nel frattempo erano ritornati buoni) sul mercato. E, oltretutto, alla fine ci guadagnarono anche.
Invece, da noi cosa stanno facendo? Stiamo arrivando allo stesso punto, ma senza aver fatto tesoro di quello che successe all’epoca. E perché? Le possibilità sono due: o sono ignoranti (cioè i nostri governanti si sono improvvisamente dimenticati di quello che successe non più di sette anni fa, oltretutto non in un Paese sconosciuto ma un Paese noto come gli Stati Uniti). oppure, dato che io non penso che siano ignoranti, la cosa è deliberata. E allora, dato che la cosa è deliberata, ci dobbiamo domandare: “cui prodest?“. E soprattutto: qual è il piano o il disegno intorno a una decisione che crea panico, quella di prelevare i soldi dalle obbligazioni o anche persino dai conti correnti dei risparmiatori (o anche solo di minacciare di farlo), rischiando quindi la crisi sistemica?

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Ecco, prima di rispondere a questa interessantissima domanda, vuoi fare il quadro della situazione italiana, adesso, per chi non è aggiornato?

Qui in Italia le banche non sono state salvate quando nel 2008 tutti erano pieni di “titoli-spazzatura”, perché non li avevano comprati. Non sono state salvate quando c’era da sistemare i prestiti alla Grecia o alla Spagna perché non ne facevano. Per cui, in buona sostanza, fino ad adesso noi ci siamo sempre cullati nella convinzione che il nostro sistema bancario fosse il più bello del mondo, il più tranquillo del mondo e che i problemi erano stati tutti degli altri. E quindi, in questa convinzione noi abbiamo anche dato una marea di soldi (tu fosti uno dei primi a trattare questo argomento, con il famoso MES, con il famoso fondo salva-stati).

Il Meccanismo di Stabilità Europeo.

Il Meccanismo di Stabilità Europeo, sì, che finiva poi a non salvare gli Stati, ma a salvare le banche dei Paesi che in quegli Stati avevano investito. Allora noi abbiamo pagato circa 63 miliardi – immaginate voi – di dotazione di questo fondo, che sono andati da tutt’altra parte e noi abbiamo sempre pensato che prima o poi, invece, avremmo incassato chissà che cosa. Invece qua da noi c’era un tarlo, che stava cominciando a rosicchiare dal di sotto il sistema delle banche. Questo tarlo, è il tarlo delle sofferenze.

Le sofferenze sono semplicemente gente che non ridà i soldi che ha ricevuto in prestito dalla banca. Perché succede questo? Succede perché siamo in crisi, sembra ovvio, ma l’austerità, vale a dire mettere meno soldi nel tessuto economico, comporta che se ci sono meno soldi prima o poi qualcuno fallisce. Questo qualcuno di solito sono le imprese o le persone, ma diciamo soprattutto le imprese. Ora, qui in Italia non c’è la tradizione che c’è negli Stati Uniti del mercato azionario, dove chi vuole aprire un’impresa cerca soci per tramite delle azioni, no! Qui in Italia, chi vuole aprire un’impresa cerca un finanziamento e lo cerca dalla banca. Se il mercato interno, se le condizioni economiche, se l’austerità fanno ridurre il denaro in circolazione, questa impresa probabilmente fallisce. Attenzione! C’è una differenza precisa fra un’impresa che chiude e un’impresa che fallisce. L’impresa che chiude, chiude perché a un certo punto si pensa che di averci provato, ma che le cose non siano andate bene e si debba tirare giù la saracinesca. Fine. L’impresa che fallisce, invece, significa che questa impresa doveva dei soldi a qualcuno, non riesce più a restituirli e allora dichiara fallimento, alza le mani e questi soldi non vengono più restituiti a chi glieli aveva prestati. È un problema per i fornitori, è un problema per i dipendenti, però diventa anche un problema per la banca, perché se è la banca che ha prestato i soldi all’impresa e l’impresa fallisce, a quel punto la banca ha in bilancio queste somme come un credito, quindi come una posta attiva. E invece svaniscono. E allora arriva sempre il sistema del bilanciamento. Vale a dire: come posso io rimanere bilanciato se i miei attivi, quindi i miei crediti, svaniscono? Arriviamo al punto. A un certo punto la differenza fra gli attivi e i passivi nel bilancio delle banche continua a salire, salire, salire e quando diventa troppo grande la banca comincia ad avere qualche piccolo problemuccio. Nello specifico, le prime quattro banche (che in realtà sono cinque considerando anche Tercas) che hanno avuto questo problema sono state: la famigerata Banca Etruria, la Cassa Di Risparmio Di Ferrara, la Cassa Di Risparmio Di Chieti e la Banca Delle Marche.

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Allora, qui bisogna separare due cose. Bisogna separare il malaffare dal resto. Vale a dire: sono un amministratore di una banca, nello specifico può essere quello della Banca Etruria, presto dei soldi sapendo che non mi verranno restituiti, con l’intento proprio di darli a uno che li farà sparire, li occulterà e poi magari mi metto d’accordo con il medesimo per far la mezza. Ecco questo è una forma di furto, no? Motivo per cui spesso e volentieri poi, intorno alle banche, ronzano società segrete, ronzano comitati d’affari, cupole e così via, perché è una maniera – diciamo così – legale, o quanto meno che sembra tale, di far sparire i soldi. Perché se io sono un politico e faccio sparire dei soldi da un finanziamento e me li intasco, in una maniera o nell’altra, sono più visibile, no? Dove sono finiti i soldi pubblici? Aspetta che ti indago, ti guardo. Allora il politico cosa deve fare, se possibile, per cercare di mettere i soldi su fondi pubblici? Prende, vede di far avere un appalto all’amico e poi si prende la mazzetta, no? Quello è lo schema classico della corruzione, quello che tanto ci piace. Dall’altra parte, invece, cosa succede per la banca? Per la banca non c’è neanche il problema della corruzione, perché ricordiamo che la corruzione si ha solo se c’è un pubblico ufficiale in mezzo. Invece qui, in maniera formalmente – mi verrebbe da dire – pulita, per quanto sporco è il malaffare, se io banca presto dei soldi a uno e poi questo, i soldi che gli ho prestato, prende, li porta in Svizzera e non me li restituisce, contabilmente sulla banca sembra semplicemente un prestito andato male come altri. Poi io me lo riprendo, per via di tangenti o quello che è, e riesco magari anche a farla franca. Motivo per cui, ovviamente, questa roba funziona fino a che uno non denuncia, o quanto meno non si scopre che c’è stato un accordo fraudolento per riuscire a farlo. Motivo per cui, spesso e volentieri, poi ci sono i suicidi o simili quando ci sono dei dissesti di questo tipo per le banche, perché i congiurati, vale a dire quelli che si erano messi d’accordo per far sparire in questo modo i denari, se sospettano che c’è qualcuno che gli sta mettendo gli occhi addosso o che li ha scoperti, tante volte non vanno per il sottile e lo “suicidano”. I casi di suicidi sospetti furono abbondanti, per esempio…

Monte Dei Paschi, ricordo…

Sì, Monte Dei Paschi è il più recente MPS ha resistito per 500 anni alle guerre e alle pestilenze, ma non ha resistito al PD.ndr), però tornando indietro nella storia, guarda caso, quasi ogni crack bancario fu accompagnato dal suo gruppo di suicidi. Vi ricordate sicuramente il Banco Ambrosiano per intendersi, no? Uno dei primi rari casi di crack bancario in Italia. Lasciando perdere Calvi, quello appeso sotto… Sotto il ponte di Londra…

Continua.

NOTA 1.- La crisi dei subprime è una crisi finanziaria scoppiata alla fine del 2006 negli Stati Uniti e che ha avuto gravi conseguenze, tuttora in evoluzione, sull’economia mondiale, in particolar modo nei paesi sviluppati del mondo occidentale, innescando la grande recessione (da molti considerata la peggiore crisi economica dai tempi della grande depressione).

NOTA 2.- Fu il Presidente degli Stati Uniti F.D. Roosevelt a volere la Legge Glass-Steagall, nella foto lo vediamo all’atto della firma nel giugno 1933. Fu Bill Clinton nel 1999, come ultimo atto formale prima di lasciare la Casa Bianca, a promulgare la legge Gramm-Leach-Bliley Act con cui abrogò le disposizioni della Legge Glass-Steagall (nella foto all’atto della firma).

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Negli anni Novanta la Legge Glass-Steagall venne abrogata e furono abbattuti i muri che dividevano i due tipi di banche.

L’abrogazione ha permesso la costituzione di gruppi bancari che al loro interno hanno consentito di esercitare sia l’attività bancaria tradizionale sia l’attività di banca d’investimento e assicurativa.

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3 pensieri su “457.-Perché con il “Bail In” nessun conto corrente è al sicuro? Come mettersi in salvo

  1. Clesippo Gregorio ha commentato:
    Le banche sono parte del problema, se l’Italia è in fallimento lo è per due motivi fondamentali:

    1- le imprese produttive che chiudono/falliscono sono in numero maggiore di quelle che aprono con nuove assunzioni.
    2- Stato, istituzioni-P.A. spendono più di quanto incassano.

    ciò significa passività/dissesto economico in ambito pubblico e privato, se aumenta il numero dei disoccupati-consumatori diminuisce il gettito fiscale che incrementa sotto svariate forme dirette e indirette la pressione tributaria applicato dal Governo.

    Le banche sono un ingranaggio della malapolitica governativa che ha permesso a pochi delinquenti in giacca e cravatta di inventare e commercializzare a norma di legge prodotti e meccanismi economici e finanziari criminali.

    A mio avviso la soluzione è stata indicata nel commento n°6, difficile da attuare ma forse l’unica, scaricarsi di dosso quella carta straccia che blocca ogni iniziativa di rinascita, in quanto gli interessi sulle masse attive e passive sono fuori controllo non si pareggiano mai, c’è sempre “qualcuno” che deve avere di più di quanto ha emesso, prestato o investito, non può funzionare un sistema in cui il valore NOMINALE dato a titoli cartacei fantasiosi supera abbondantemente il valore OGGETTIVO/EFFETTIVO della ricchezza materiale disponibile.

    A tutto ciò aggiungiamo altra anomalia sistemica scaturita dalle diversità delle regole con cui si amministrano i bilanci econ.fin. dei tre settori principali, enti pubblici, imprese private e banche, in contrasto tra loro e con il principio capitalistico e consumistico, se il mercato deve fungere da regolatore deve avere per tutti le stesse regole.

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  2. La Deutsche Bank ha 54 trilioni di euro di derivati.

    «Non possiamo più permetterci il lusso di dirottare la maggior parte delle risorse a nostra disposizione nell’attività di banca d’affari e nei derivati». John Cryan, banchiere inglese di lungo corso, da meno di un mese alla guida di Deutsche Bank, ha aspettato qualche settimana prima di emettere questa sentenza in una dura lettera ai dirigenti. “È inutile negarlo – si legge tra l’altro – la nostra reputazione ha subito grossi danni. E ci vorrà un grande lavoro per ricostruire un clima di collaborazione con i regolatori”. Altro che Trojka.
    Cryan ha carta bianca da parte di Angela Merkel e del ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble che gli hanno affidato una missione da far tremare i polsi: disinnescare la bomba ad orologeria dei derivati seppelliti nei bilanci dell’istituto simbolo della finanza d’oltre Reno, un incubo che pesa sulle sorti della Repubblica Federale. Vediamo perché.
    L’ammontare degli strumenti derivati in mano all’istituto, secondo l’analisi compita nel settembre scorso dall’americana Zerohedge (ma la situazione, al limite, può essere solo peggiorata) si aggira su una cifra astronomica: 54.700 miliardi di euro, non invidiabile record mondiale, pari a venti volte il prodotto interno lordo tedesco e a cinque volte quello dell’eurozona. Per carità, non si tratta di un debito o di un’obbligazione a perdere. A fronte di questo tipo di operazioni, tipiche dei grandi istituti di importanza sistemica, ci sono controparti, per lo più bancarie. Deutsche Bank, insomma, ha venduto, attraverso i derivati, protezione finanziaria ad altri istituti impegnati in operazioni a rischio. Un po’ come fece a suo tempo l’americana Aig che fece da controparte alle operazioni inanzarie di Goldman Sachs, Merrill Lynch e così via, finendo sull’orlo del fallimento durante la tempesta Lehman Brothers. Quello che, probabilmente, potrebbe accadere nel caso di un tracollo finanziario di analoga potenza che potrebbe essere innescato dalla crisi greca.
    In sintesi, la scelta tedesca del 2011/12 di salvare le banche trasferendo i crediti dagli istituti privati agli Stati (Italia compresa) aveva una motivazione precisa: evitare ad ogni costo che si potesse scatenare un effetto domino in grado di colpire il cuore della finanza tedesca, già impegnata nel costoso salvataggio di Commerzbank. Il problema si ripropone, in maniera più grave, oggi. Negli ultimi anni Deutsche Bank ha accresciuto la scommessa sulla finanza innovativa (e, sulla carta, più redditizia). Intanto, per far fronte ad un bilancio sempre più esagerato, la banca ha assorbito tre aumenti di capitale e ha in pratica divorato gli sportelli della Post Bank, acquisita dalle Poste grazie al sostegno del governo. Ma, soprattutto, l’obiettivo di recuperare posizioni, ha spinto i vertici dell’istituto a spingere i traders ad impegnarsi nelle attività più rischiose e spesso illegali. Deutche Bank è stata condannata sia per la manipolazione del Libor che del mercato dei cambi, per citare gli ultimi scandali. E’ troppo anche per la Merkel, anche perchè i depositi della Deutsche Bank rappresentano solo un centesimo di questi 55,6 trillioni di prodotti derivati… Cipro non è nulla al confronto.

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