454.-SULLA COSIDDETTA RIFORMA DEL SENATO

Juncker e Merkel, loro sono i nostri padroni. Sono loro che ci governano. Altro che Matteo Renzi che sta al loro gioco come il due di coppe quando regna denari. Ieri hanno fatto fuori Berlusconi con lo “spread” e oggi – dopo aver ottenuto tanto, troppo, sulle pensioni, sulla flessibilità del lavoro con l’abolizione dell’Art. 18, sul nostro sistema bancario, sui profughi – tornano a demolire la trama dei principi della nostra Carta Costituzionale.

Seguito della discussione del disegno di legge costituzionale:

(1429-D) Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione (Approvato in prima deliberazione dal Senato; modificato in prima deliberazione dalla Camera dei deputati; nuovamente modificato in prima deliberazione dal Senato e approvato senza modificazioni in prima deliberazione dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata ai sensi dell’articolo 120, comma 3, del Regolamento)

(20 gennaio 2016, ore 9,39)

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PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gibiino. Ne ha facoltà.

 

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SENATORE ENZO GIBIINO

Regione di elezione: Sicilia

Nato il 4 gennaio 1965 a Catania
Residente a San Gregorio Di Catania (Catania)
Professione: Avvocato, imprenditore

Presidente Revisori conti Federcasa

Elezione: 24 febbraio 2013
Proclamazione: 6 marzo 2013
Convalida: 22 ottobre 2013
Membro Gruppo FI-PdL XVII

Membro della 8ª Commissione permanente (Lavori pubblici, comunicazioni)

Vicepresidente della Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale

 

GIBIINO (FI-PdL XVII).

Signora Presidente, questa è una riforma che non ci piace e non mi piace.

Sarei stato più tranchant, approfittando di una volontà del popolo italiano e di tutto il Parlamento, nel dire che sarebbe stato opportuno arrivare ad un sistema monocamerale più snello, più veloce; se poi la Camera nel futuro dovesse adottare il sistema di funzionamento dell’attuale Senato sarebbe meglio dal momento che quello oggi vigente – lo dico per chi non l’ha frequentata – non è valido.

Abolire il Senato sarebbe stato giusto; avrebbe fatto risparmiare centinaia e centinaia di milioni di euro e avrebbe dato chiarezza e trasparenza nel processo legislativo. Invece ci siamo ridotti a fare una riforma molto simile a quella delle Province che continuiamo a chiamare in questo modo ma che in realtà non prevedono più l’elezione diretta bensì quella indiretta, non hanno più risorse economiche, partecipano alle dinamiche del bilancio nazionale per cui ciò che raccolgono lo versano a Roma, al contrario di quanto avveniva prima, e non erogano più servizi.

A cosa servirà il futuro Senato? A nulla. Costerà quanto l’attuale. Sarebbe più giusto che non fosse più chiamato Senato, per non creare confusione con l’organismo attualmente in carica.

Il Senato del futuro avrà una composizione variegata e variabile. Infatti, al di là di quanto sostenuto dal collega Casini, cioè dell’elezione indiretta o mediatamente indiretta cui i cittadini parteciperanno per eleggere chi dovrà venire qui a Roma per ricoprire anche il ruolo di senatore, non vi è dubbio che man man che le elezioni regionali si svolgeranno Regione per Regione la composizione sarà variabile. Ma tanto questo non conta nulla perché sarà rimessa ad una autonomia secondaria la facoltà di richiedere una revisione di un processo normativo che poi, comunque, dovrà essere esaminato dalla Camera. Sarà, forse, quella anche l’occasione per qualcuno di fare una passeggiatina per qualcuno per venire a trovare i deputati che, in effetti, legifereranno.

Poi ci sarà ancora da definire un conflitto di competenze con la Conferenza Stato-Regioni che dovrà confrontarsi con il Governo mediante i Presidenti e i Vice Presidenti di Regione.

Non ci piace questa riforma perché, nel frattempo, è stata varata l’altra riforma, quella del sistema elettorale, l’Italicum, che, disciplinando l’elezione dei futuri deputati della Camera, in realtà, con questo sistema, consentirà a chi raggiungerà il 25, 26 o 28 per cento di avere il 55 per cento dei seggi, cioè la maggioranza del Parlamento.

A questo si aggiunge poi una riforma che, strada facendo, non avevamo pensato potesse essere varata. Mi riferisco a quella della RAI. Questa, che è rappresentanza dei cittadini, del popolo ed espressione del Parlamento, diventa un pezzo del Governo. Si inizia attraverso il suo direttore generale e l’amministratore delegato a influenzare le masse con una comunicazione che deriva esclusivamente dal Governo.

E, allora, abbiamo una Camera che rappresenta il Governo, il Governo, un Senato che non funziona e un sistema radiotelevisivo pubblico che comunicherà ai cittadini ciò che è giusto e ciò che non lo è.

In queste condizioni mi pare che questa riforma non possa essere assolutamente votata. Non produce nulla; fa solo danno e confusione. È un altro pezzo delle istituzioni che se ne va; un altro pezzo della democrazia che non ci sarà più, a favore di una monarchia del futuro. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Pin. Ne ha facoltà.

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SENATRICE PAOLA DE PIN

Regione di elezione: Veneto

Nata il 7 aprile 1966 a Fontanelle (Treviso)
Residente a Fontanelle (Treviso)
Professione: Artigiano

Elezione: 24 febbraio 2013
Proclamazione: 6 marzo 2013
Convalida: 22 ottobre 2013
Membro Gruppo GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)

Membro della 13ª Commissione permanente (Territorio, ambiente, beni ambientali)

Segretario della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani

 

DE PIN (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Signora Presidente, Sottosegretario, onorevoli colleghi, in questi giorni mi è capitato di pensare – e lo si è ribadito più volte anche in questa Assemblea – a quanto ingiusta possa essere la vita. C’è un uomo che avrebbe avuto tutto il diritto di essere oggi ospite d’onore in questa Aula e che, invece, come Mosè, caduto prima di raggiungere la terra promessa, ha potuto solo intravvedere il frutto dell’opera sua, di un’intera esistenza dedicata all’intrigo e alla lotta contro la democrazia.

Mi riferisco, naturalmente, al venerabile maestro della loggia P2, Licio Gelli, morto ad Arezzo lo scorso dicembre. Chiunque legga il «Piano di rinascita democratica» da lui concepito non potrà non notare la sconcertante attualità di quel documento. I punti in cui si articolava il programma eversivo di Gelli sono stati tutti realizzati. Dapprima si è preso il controllo dell’intero sistema mediatico; successivamente si è introdotto un innaturale bipolarismo; infine – ed è quanto sta avvenendo oggi – si vuole sovvertire la Costituzione nata dalla Resistenza. Con l’approvazione della riforma si darà l’ultimo sigillo al progetto piduista.

La gravità di quanto sta avvenendo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. L’abolizione del Senato elettivo, che fa seguito alla soppressione delle Province e all’introduzione di un sistema elettorale – l’Italicum – dal carattere truffaldino, in quanto volto a predeterminare l’esito del voto, costituisce un colpo durissimo alla nostra democrazia. Da domani saremo tutti meno liberi. L’Italia cesserà di essere una Repubblica parlamentare, per trasformarsi in una sorta di monarchia populista, in cui il Presidente del Consiglio potrà nominare la maggioranza assoluta dei parlamentari, la maggioranza dei giudici della Corte costituzionale, potrà decidere chi sarà il Presidente della Repubblica, potrà decidere se e quando cambiare le regole del gioco elettorale, potrà rimuovere, come già è avvenuto a Roma, i sindaci che non gli sono graditi, facendosi beffa del responso elettorale. Tutti i poteri verranno in buona sostanza spostati sull’Esecutivo, il quale, a sua volta, sarà mani e piedi legato alle autorità europee ed atlantiche, che già ora indirizzano la vita del nostro Paese.

È bene ricordare che, quando nel 2006, l’allora Premier Berlusconi e compagnia bella decisero di mettere mano alla Costituzione per concedere più poteri al Premier a discapito del Parlamento, il nostro attuale Premier, Renzi, che ai tempi era Presidente della Provincia di Firenze, si schierò apertamente e fermamente per il no al referendum in quanto – sono parole sue – sarebbe stato un grosso affronto alla Costituzione, che ne sarebbe uscita stravolta, soprattutto perché quella riforma avrebbe (udite udite) conferito al Premier poteri tanto ampi da non essercene altro esempio in nessun altro Stato democratico. Succedeva nove anni fa. Succedeva, perché il Premier non era lui.

In verità, la nostra Costituzione é già stata violata e stravolta con la modifica dell’articolo 81, che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, obbligo che non ha fatto altro che produrre una serie di ecatombi, fatta di austerità e tagli indiscriminati alla spesa pubblica. E’ così che le iscrizioni all’università sono calate vertiginosamente, che l’edilizia scolastica sta letteralmente cadendo a pezzi, che molti ospedali hanno chiuso i battenti, che molta gente ha perso il lavoro e che ci si appresta ad andare in pensione a 70 anni, se tutto andrà bene, e dopo una vita di stenti.

Questo è ciò che occorrerebbe estirpare dalla nostra Costituzione. Ben venga l’indebitamento, quando abbia come primo obiettivo l’investimento infrastrutturale e quando consenta, parlando in termini di principio di sussidiarietà, ai Comuni di gestire davvero il territorio e di avere la possibilità di svolgere una politica espansiva dell’azione pubblica, a sostegno dei bisogni sociali. Si contrasti, dunque, chi governa facendo leva su crisi economiche e sul ricatto del debito pubblico, per giustificare le nefandezze di una politica basata solo sullo sfrenato capitalismo liberista e un pareggio di bilancio che subordina alla coesione economica e alla libertà concorrenziale le politiche sociali su cui si dovrebbe fondare il nostro Stato.

Dobbiamo comprendere e dare per assodato che oggi più che mai la nostra economia è in mano alle banche: gli Stati sono costretti a rivolgersi ad esse che sono rimaste le uniche emissarie di moneta.

 

PRESIDENTE. Senatrice De Pin, la prego di concludere il suo intervento.

 

DE PIN (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Se non riesco a concludere, chiedo di poter lasciare agli atti la restante parte del mio intervento.

Ci hanno privati della nostra sovranità monetaria, determinando che si potrà spendere solo quanto ricavabile dalla tassazione, stando le nostre sorti nelle mani della Commissione europea, del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale europea, tutte istituzioni non elette.

Concludo consegnando alla Presidenza la restante parte del testo scritto del mio intervento e sottolineando che anche io esprimerò un voto contrario. Spero tanto, però, in una sollevazione di popolo per il no al referendum. (Applausi dal Gruppo GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e del senatore Barozzino).

PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza in tal senso.

 

 

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2 pensieri su “454.-SULLA COSIDDETTA RIFORMA DEL SENATO

  1. Con la sentenza N°. 1/2014, la Corte Costituzionale, pur dichiarando incostituzionale il Porcellum per alcune sue parti, ossia per il premio di maggioranza, consentì alle Camere di continuare ad operare, ma secondo il principio di continuità dello Stato. La Corte, per attuare tale prorogatio, fece espressamente riferimento a due articoli della Costituzione: l’articolo 61, secondo cui le Camere possono continuare il loro lavoro fin quando non vengono elette quelle nuove, e l’articolo 77, che prevede la possibilità per le Camere, anche se sciolte, di essere convocate per convertire in legge i decreti-legge, ossia per legiferare d’urgenza. Ricordo infatti a tutti voi che i decreti-legge sono previsti proprio per i casi di urgenza. Ebbene, tale principio di continuità dello Stato incontra limiti di tempo assai brevi: non più di tre mesi. Fu detto però che non era possibile e che la contingenza economica internazionale e nazionale non permetteva di andare ad elezioni in tre mesi. I tre mesi son diventati anni e nel frattempo i massoni al governo hanno provveduto a demolire la tutela del lavoro e quella del risparmio, a sistemare e gratificare amici e parenti e, sopratutto, ad attentare alla Costituzione. Consci che tutta quella che chiamano riforma è un attentato alla Costituzione, anzi nemmeno può esserlo perché sono dei meri impostori, hanno pensato di farsi legittimare dal popolo sovrano con un referendum e, per non perderlo, hanno pensato bene di mettere la RAI alle dipendenze di Palazzo Chigi. Sono in gioco i principi della Costituzione, le nostre sicurezze. Non è cosa da sottovalutare.

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  2. Il prossimo (ed ultimo) passaggio parlamentare avverrà alla Camera dei deputati dopo l’11 aprile. Trattasi della seconda deliberazione (già avvenuta al Senato il 20 gennaio) durante la quale il testo di revisione costituzionale può essere solo approvato o respinto, senza alcuna possibilità di modifica. Successivamente, ai sensi del secondo comma dell’art. 138 Cost., il popolo sarà chiamato ad esprimersi sulla riforma nel referendum costituzionale che si terrà molto probabilmente nel mese di ottobre 2016. N.B. Perché il referendum costituzionale sia valido non occorre un quorum minimo di votanti!

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