447.-SPECIALE LIBIA .- La feroce minaccia di al Qaeda all’Italia e lo scontro in atto fra Francia e Italia.

LIBIA: UN GIOCO DI POTERE CON L’ISIS ALLE PORTE. SIAMO PRONTI AL CONFRONTO ?

Dimostrare che l’Unione europea è solo un rapporto di cambio costruito intorno a una moneta unica, ma diversamente unica: buona per taluni, malevola per noi e altri, è diventato ozioso e, tuttavia, la resistenza del sistema Italia provoca moti d’orgoglio e di rammarico. Di orgoglio perché, malgrado la stretta finanziaria dei trattati europei e la politica economica massacrante dei governi Napolitano, siamo ancora vegeti; di rammarico perché assisto ogni giorno all’espugnazione di un nostro caposaldo. La recessione avrebbe potuto essere seguita da una resurrezione, per quanto riguarda il “lavoro”, ma a condizione di poter contare sui nostri assetti produttivi, invece in vendita, uno dopo l’altro. L’economia è sopravvissuta grazie alla favorevole congiuntura economica, soprattutto data dal petrolio a 35$ il barile e dal favorevole rapporto con il dollaro. Potrebbe sopravvivere, ma a condizione che un governo non così platealmente inetto e disfattista profittasse della congiuntura, per esempio, come ha fatto la Germania con i recenti accordi con l’Iran. Avrebbe potuto rifondarsi con un’iniziativa militare sacrosanta e riparatoria in Libia, fregandosene dell’ipocrita rapporto con una NATO non più difensiva e, perciò, in contrasto con la Costituzione. La NATO fa la politica delle multinazionali ed è divenuta un ostacolo alla nostra libertà di difesa e un pericolo per la nostra sicurezza, dopo l’allargamento ad est in chiara violazione di quanto assicurato al Cremlino dopo l’unificazione della Germania. Da un altro lato, uno dei maggiori problemi dell’Europa – ma fosse il solo – è che non ha un esercito, non ha una politica estera e, senza una sua politica estera, è a rimorchio di quella delle lobby, anche militari, degli Stati Uniti. La nostra sicurezza, quindi, è in pericolo per molteplici motivi: L’affronto della politica Usa alla Russia ci pone in prima linea, a causa delle almeno 117 basi USA e delle 70 testate nucleari sul nostro territorio; la politica USA di destabilizzazione dei Paesi del Mediterraneo e di appoggio al fondamentalismo islamico ci ha portato l’ISIS a 2-300 miglia di mare da casa; la politica della U.e. di favore verso l’immigrazione selvaggia e l’islamizzazione del continente sta creando delle enclave di incivili nelle nostre città, utili al terrorismo, vero o finto che sia e sia esso degli assassini parigini, sia esso degli stupratori di tedesche; l’inettitudine o la malafede degli ultimi tre governi ci lasciano in balia di tutto ciò e, se dovesse cedere il dominio del dollaro, come potrebbe, non avremmo, non dico un piano B per galleggiare, ma nemmeno un politico in grado di affrontare la situazione. L’Unione europea e il suo euro sono il male; ma, presto, si dovrà dire “sono stati il male”. Glissare sulla profonda recessione dell’Italia e sui rischi che stiamo correndo facendo appello all’Europa e chiedendone, perciò, di più, è da delinquenti, traditori o da perfetti cretini. La Germania si è ampiamente ripagata dei costi della riunificazione, a nostre spese e la Francia, come ai tempi di Napoleone re d’Italia e dell’ Affare di Tunisi ha azzerato decenni di nostra politica illuminata verso la Libia e, più in prospettiva, verso l’Africa. è stata una interposta guerra della Francia contro l’Italia per impossessarsi, in nostro danno, delle risorse di quel paese. Ricordiamo che prima della guerra il 40% delle risorse libiche era controllato dall’Italia e il 5% dalla Francia, oggi la situazione è esattamente capovolta e si combatte intorno ai pozzi della Sirte. Tralascio le ben note motivazioni che hanno spinto gli USA a distruggere la Libia e assassinare Gheddafi, come anni fa, a distruggere l’Iraq e assassinare Saddam, perché gli USA non sono propriamente nostri alleati, ma padroni.

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Al Qaeda, via video ha messo in rete una dichiarazione di guerra all’ Italia, con un video intitolato «Nelle mani dell’ aggressore». Il proclama, che è bene valutare nella sua interezza, è stato declamato dallo sheik Yusuf al-Anabi, capo del consiglio della shura di al Qaeda nel Maghreb (Aqmi), che si rivolge «a tutta la nazione islamica e in particolare al popolo libico»: «Proseguono i complotti per la guerra all’ islam. L’ annuncio da parte dei romani (dell’ Italia) di un’ occupazione della capitale Tripoli, per farla governare da un generale italiano, non è diverso dal governo di Bremer in Iraq. Questa è una crociata contro l’ islam, la vittima oggi è la Libia, contro cui vengono tessuti complotti di governanti arabi e romani, piani per una dominazione straniera che porterà al saccheggio delle risorse nazionali, all’ umiliazione della gente, la violazione dei luoghi sacri. Gli italiani hanno occupato la vostra capitale, abbandonate dunque le vostre divergenze, serrate le file, unite le vostre posizioni. Gli occupatori italiani devono essere cacciati. Voi invasori italiani vedrete cose mai viste, vi morderete le dita, pentiti di essere entrati. E ne uscirete piccoli e umiliati, come è accaduto in Iraq».

Concorrenza – Dunque, al Qaeda, si lancia ancora una volta in concorrenza con l’ Isis, che sta già sviluppando offensive militari e di terrore in Libia, da posizioni non certo di debolezza. Al Qaeda nel Maghreb infatti, dal 2011 è saldamente impiantata in Libia, con rapporti alterni con Ansar al Sharia, un gruppo jihadista che controlla a tal punto Bengasi e zone della Cirenaica, che le ripetute offensive del generale Khalifa al Haftar, non hanno conseguito sinora alcun risultato. Di più, il momento scelto dall’ Aqmi per questa dichiarazione di guerra all’ Italia dimostra che gli jihadisti sono perfettamente a conoscenza del fatto che si avvicina – è questione di poche settimane – il momento in cui una forza multinazionale, a guida italiana, effettuerà azioni militari in Libia. Non sbarcherà, non occuperà le città, non costruirà basi militari se non in funzione difensiva di obiettivi legati alla nostra sicurezza nazionale (terminali petroliferi e raffinerie, da giorni già sotto attacco), ma – secondo informazioni di fonte certa ottenute da Libero – effettuerà con gli altri Paesi della coalizione, a partire dalla flotta dispiegata nel Golfo della Sirte, «operazioni mirate» eli e aviotrasportate, contro obbiettivi sensibili jihadisti, per poi tornare al più presto a bordo della flotta.

Liti tribali – Tutto questo, però, potrà avere inizio solo dopo che il nuovo governo di unità nazionale varato dall’ Onu a Skhirat e presieduto da Fayez al Serray, avrà chiesto – come non potrà non fare – questo intervento militare internazionale. E qui, come al Qaeda e l’ Isis sanno benissimo, i problemi non sono pochi. I dirigenti politici e militari della Libia continuano a dimostrare una incredibile cecità politica, non calcolano minimamente il fatto che la loro litigiosità ha sinora fatto solo il gioco dell’ Isis e di al Qaeda e continuano a impegolarsi in trattative sine die per la costituzione di questo governo.

Per di più, da giorni Francia e Inghilterra, per sole e poco nobili ragioni di politica interna, hanno dato segno tangibile con missioni aeree non concordate né con l’ Italia, né con l’ Onu, di volere effettuare operazioni militari sul suolo libico anche senza autorizzazione del nuovo governo. Mossa che avrebbe un effetto devastante sul piano politico, perché verrebbe letta come «neocoloniale» anche dai partiti e dalle milizie libiche più disposte a lavorare a fianco della Coalizione internazionale.

Questo è il quadro in cui si muove il governo italiano, che sinora è riuscito a bloccare i «colpi di genio» franco-inglesi e che sta accelerando i tempi per formare un governo libico benedetto dall’ Onu anche a costo di avere ministri che rispondano ad una sola condizione: che si impegnino a non spararsi tra di loro.

Tensioni prima dell’ intervento internazionale In un video veniamo definiti come complottisti e invasori: «Non accettiamo i vostri negoziati, sarete umiliati e sottomessi»Torna Al Qaeda e minaccia l’ Italia dalla Libia. Di Carlo Pannella

 

isis33libiaguerrAINTANTO E PERCHE’ SIAMO UNIONE EUROPEA, ASSISTIAMO ALLO SCONTRO FRONTALE TRA ITALIA E FRANCIA PER LA LIBIA: LO DENUNCIANO GENERALI ITALIANI (E RENZI TACE)

Le frizioni tra Italia e Francia sullo scacchiere libico, smentite ieri dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, esistono eccome, e sono legate agli “interessi contrastanti” sul piano anche economico, in primis a quelli di Eni, secondo il generale Fabio Mini. Sulla diffidenza e le incomprensioni tra Roma e Parigi oggi l’agenzia France Presse pubblica un ampio servizio, rimettendo sul tavolo anche i raid su Sirte, disconosciuti dalla Francia.

Per l’ex capo dalla missione Kfor, il generale Mini, appunto, i misteriosi bombardamenti di cui nessuno si assume direttamente la paternità sono comunque “più che altro a scopo dimostrativo”: azioni da spendere sul tavolo negoziale del futuro libico e di un possibile intervento militare internazionale. “Ci sono frizioni tra interessi – ha spiegato il generale Mini – interessi contrastanti perchè la Libia è stata da sempre vista come un campo di gioco dell’Italia. La nostra Eni storicamente non è mai stata una semplice impresa commerciale o estrattiva in Libia, ma molto molto di più, nel bene e nel male. Questi interessi contrastanti, quindi, arrivano al livello dirigenziale più alto di uno Stato quando le imprese, in questo caso petrolifere, sono controllate anche parzialmente dallo Stato”.

Detto questo, “il ministro Gentiloni diplomaticamente fa il suo mestiere, ma bisogna guardare in faccia realtà, da come verranno risolte queste questioni dipenderà chi ha perso e chi ha vinto la partita”. Per l’Italia è fondamentale che la richiesta di intervento militare arrivi dal governo di unità nazionale che sarà guidato dal premier libico incaricato dall’Onu Fajaz Serraj, la cui formazione dovrebbe avvenire entro il 17 gennaio. Roma ha intenzione, infatti, di restare nel solco della risoluzione delle Nazioni Unite secondo cui “la Comunità internazionale è chiamata a rispondere alle domande di sicurezza del governo libico”, ha ricordato Gentiloni anche ieri. Ma secondo Mini “fino a quando Eni non si presenterà dal governo per chiedere un intervento” la posizione dell’Italia su questo piano non cambierà, perché “i nostri interessi in Libia sarebbero compromessi con un’azione militare a caso”.

Per Jean-Pierre Nardis, esperto di questioni di difesa all’Istituto per gli affari esteri a Roma, intervistato da France Press, la questione economica, la presunta volontà di Parigi di acquisire il controllo del petrolio libico, nascosta dietro la richiesta di intervento militare, è invece “una paranoia italiana” che deriva da un “malinteso” tra i due Paesi nato in occasione dell’intervento franco-britannico in Libia nel 2011. Questo “malinteso”, ha aggiunto Nardis, si è ulteriormente esacerbato a causa del “silenzio” del premier Matteo Renzi alle richieste di sostegno militare del presidente francese François Hollande dopo gli attentati di Parigi.

La posizione dell’Italia, più volte difesa dal ministro Gentiloni, che comunque prevede un futuro ruolo di coordinamento per evitare una “Somalia a trecento chilometri dalle nostre coste”, si oppone alla linea più chiaramente interventista di Parigi. Ma aspettare l’Onu, per il generale Mini, è “una castroneria” perché le Nazioni Unite “hanno un complesso burocratico e politico-diplomatico che è lento e non in grado di mettere insieme le volontà oltre il livello politico-diplomatico in cui tutti si dicono d’accordo. Quando si arriva alla parte organizzativa e sul campo, vengono fuori gli interessi personali, le questioni di bottega e le difficoltà oggettive”.

Per trovare una via d’uscita alla crisi libica, quindi, “bisogna dare un po’ più di tempo per raggiungere un atteggiamento politico-diplomatico che consenta un intervento anche armato sul terreno, questa cornice è necessaria se non vogliamo fare come Francia e Gran Bretagna, cioè sparacchiare e andare via e chi c’è c’è e chi ha preso batoste se le tiene”. Resta però da chiarire chi siano gli interlocutori con cui dialogare, e tra questi, secondo Mini, bisogna escludere l’Egitto: “In Libia bisogna cercare di rafforzare questa fragilissima intesa da quattro soldi che non sta in piedi. Un’intesa in cui l’Egitto è un interlocutore di primo piano è fasulla. Il Cairo ha i suoi interessi come altri, è un mestatore di faide interne, e come l’Egitto ci sono anche altri Paesi che hanno questo atteggiamento”.

I passi sono obbligati, secondo il generale: prima rafforzare l’intesa in tempo per organizzare la missione militare che “imponga, anche con la forza, il dialogo tra tutti”, per arrivare a un “accordo che possa diventare un punto di partenza per un nuovo avvio”.

L’esperto di relazioni franco-italiane Nardis, è convinto che i rapporti tra Italia e Francia si siano effettivamente raffreddati: “Fino ad ora sono stati fatti raid soltanto a scopo dimostrativo – ha spiegato l’ex capo di stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa – non ci sono stati interventi armati o raid aerei o aerei senza pilota o forze speciali. Anche se bisogna sottolineare che è falso affermare che in Libia non c’è nessuno: sul terreno ci sono già forze speciali di diverse nazioni. Chiunque li compia, i raid in questione sono interventi di carattere dimostrativo da spendere sul tavolo negoziale con i propri interlocutori per trovare sostegno internazionale. E’ quindi su su questo livello che si sviluppano le cosiddette frizioni tra Italia e Francia”.

Mancava solo questo, nel caos della Libia: lo scontro Italia Francia.

Redazione Milano

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