444.- COME SI FA IL GOVERNATORE E COME LA GERMANIA DRIBBLA LE SANZIONI ALLA RUSSIA AMICA.

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LA REGIONE VENETO E’ CONTRO LE SANZIONI ALLA RUSSIA CHE HANNO DETERMINATO L’EMBARGO DEI PRODOTTI VENETI. ZAIA LE HA DEFINITE COSI’: “UNA TRAGEDIA PER IL NOSTRO SISTEMA PRODUTTIVO: DOBBIAMO USCIRNE”. MERKEL HA SAPUTO FAR MEGLIO.

Il Veneto, ma potremmo citare, p. es., la Toscana, l’Umbria,  soffre particolarmente per le sanzioni elevate dall’Unione europea alla Russia, perché le nostre aziende sono  state colpite nell’unico settore, l’export, che aveva resistito alla crisi. Ma i motivi non sono semplicemente economici. Essi fanno capo ai legami secolari che ci uniscono alla europeissima Russia e alla consapevolezza che sia il conflitto ucraino sia le sanzioni sono stati entrambi voluti e pretesi da Washington, con pretesti di dubbia veridicità e per finalità economiche di altra natura.  Non stupisce, perciò, che, nel 2014, prima, il Consiglio regionale del Veneto abbia approvato una Risoluzione che impegnava la Giunta e il Presidente ad attivare ogni utile azione politico-diplomatica che potesse contribuire a superare le cause che avevano determinato l’applicazione delle sanzioni da parte dell’UE e il conseguente embargo russo. Poi, che, a sua volta, la Giunta regionale del Veneto abbia approvato la seguente delibera:

“Primo, dare pieno mandato al presidente Luca Zaia di attivare ogni utile azione politico diplomatica per superare le cause e lo stato di sanzioni e di embargo che si è venuto a determinare tra l’UE e la Federazione Russa; secondo, incaricare l’Avvocatura regionale di esplorare ogni utile percorso finalizzato alla presentazione di un possibile ricorso, sia in sede europea che nazionale, per rimuovere il regime delle sanzioni applicato dall’UE; terzo, individuare azioni a sostegno dei produttori e delle imprese colpite dall’embargo russo.”
Con questi i tre obiettivi fissati la delibera approvata dalla Giunta regionale intendeva superare i gravissimi problemi creati all’economia veneta dalla messa al bando della Russia di prodotti agroalimentari, tessili, dell’abbigliamento e della meccanica provenienti dai Paesi dell’UE, Italia compresa, che hanno confermato e stanno applicando le sanzioni nei confronti della stessa Russia come reazione al conflitto in Ucraina.

Il governatore Zaia, confermando il legame che corre tra la regione e la Russia, non solo dal punto di vista economico (1 miliardo e 835 milioni nel 2013), ma anche culturale e sociale, ha onorato il mandato “pieno” ricevuto e presentando il provvedimento, disse:

“Faremo di tutto per uscire dall’embargo che per noi è una tragedia e che ci costa perdite enormi in quanto la Russia è per il Veneto un mercato d’elezione, che crea ricchezza e lavoro. Una tragedia per il nostro sistema produttivo che si poteva tranquillamente evitare, ma è prevalsa purtroppo la ‘sindrome del chihuahua’, quella di chi è piccolo piccolo e abbaia tanto, ma il primo cane vero che passa se lo sbrana”.

“Pur rispettando i ruoli – volle sottolineare Zaia –, noi abbiamo innanzi tutto l’obbligo di difendere fino in fondo i nostri concittadini, mettendo in discussione una scelta che non condividiamo in nessun modo e che si poteva a nostro avviso assolutamente evitare. Il contenuto essenziale di questa azione è quello di far sì che le merci del Veneto tornino a raggiungere un mercato indispensabile per il nostro sistema produttivo come quello russo”.

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La questione e l’ottobre scorso, Zaia è tornato dire:

“Le prese di posizione della Regione, come la risoluzione approvata dal Consiglio Veneto un anno fa e diventata un ordine del giorno adottato all’unanimità dalla Conferenza dei presidenti dei Consigli regionali, sono culminate nel proposito di trattare direttamente con la Russia la cessazione dell’embargo. Credo sia la strada più rapida ed efficace e mi auguro che ci aprano degli sbocchi, anche se la partita, dal punto di vista della politica internazionale, si gioca tutta sopra le nostre teste. Quanto all’azione in sé che mi è stata delegata, non ne faccio una questione di competenze ma di difesa degli interessi dei veneti e del Veneto. Se al governo la pensassero allo stesso modo, cioè a fare gli interessi dei cittadini, forse non ci saremmo trovati in questa situazione, penosa ma purtroppo anche deleteria”.

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Insomma, sembra che il “nemico” sia dentro le mura di casa e che il suo Cavallo di Troia sia comunque e sempre l’Unione europea. Ma ben diverso, invece, sembra essere stato ed è finora l’approccio della Germania alle penalita’ economiche imposte al Cremlino (e all’Europa) dal cosiddetto Occidente nel contesto della crisi ucraina. Da una parte sostenere le sanzioni contro la Russia per mantenere un fronte comune con gli Usa, dall’altra aggirarle per minimizzarne l’impatto sull’economia.  Vediamo come, dalle banche a Siemens, Berlino aggira le sanzioni.

Il progetto di gasdotto North Stream, che ha aumentato le gia’ consistenti tensioni tra Roma e Berlino, e’ stato la classica goccia che fa traboccare il vaso per un Paese, quale il nostro, che con la Russia ha sempre avuto un’intensa relazione commerciale e aveva visto un’infrastruttura energetica analoga – che sarebbe passata, pero’, per la penisola – bocciata da Bruxelles. Viene a mente la competizione fra il corridoio 5 fra l’Europa e l’Oriente attraverso la Germania e il corridoio 8 attraverso l’Italia e l’Albania, al quale ultimo diedi un contributo con il mio “Progetto 404” per la parte aerea. Stesse battaglie, sotterfugi e finale. Dalla stampa internazionale è emerso infatti un vero e proprio sistema, fatto di escamotage legali e vere e proprie violazioni, che consente a tedeschi e russi di continuare a fare affari attraverso canali che, in teoria, le sanzioni avrebbero ristretto: in primo luogo le banche.

I flussi di liquidità ammonterebbero a “miliardi di euro” Sberbank, la maggiore banca russa, riesce a veicolarli attraverso Sberbank Direct, un portale per transazioni online legato alla sussidiaria Sberbank Europe che, non fornendo servizi bancari tradizionali, ha facolta’ di operare in Germania senza i limiti imposti dalle sanzioni. Secondo quanto riporta Rbc, il funzionamento del sistema era stato illustrato mesi fa agli azionisti di Sberbank dall’ad Herman Gref, dal 2000 al 2007 ministro dello Sviluppo Economico russo. Secondo Gref, il lancio del servizio era stato “molto tempestivo” e ha consentito alla banca di “muovere valuta estera in un momento molto critico per”. Lanciato alla fine del 2014, la scorsa estate Sberbank Direct vantava gia’ 46 mila clienti e depositi pari a 1,6 miliardi di euro. Ad attrarre gli investitori tedeschi e’ il rendimento dell’1,4% E’ garantito per un deposito annuale, decisamente allettante alla luce dell’abbassamento dei tassi conseguenza del ‘quantitative easing’. Basti pensare che per un deposito a scadenza analoga Deutsche Bank offre un misero 0,05% e che il maggior rendimento in assoluto offerto in Germania al momento e’ uno 0,6% per un deposito di otto anni, sempre presso Deutsche Bank. La prima banca russa ad adottare questo stratagemma e’ stata pero’ Vtb, secondo istituto di credito del Paese, che gia’ nel 2011 aveva lanciato in Francia e in Germania Vtb Direct, i cui depositi alla fine del 2014 si aggiravano sui 4 miliardi di euro. Fin qui nulla di tecnicamente illecito, parrebbe. Le banche tedesche si prendono qualche libertà di troppo Sarebbero le banche tedesche, invece, a prendersi qualche liberta’ di troppo nell’aiutare gli uomini d’affari russi a mettere al sicuro i propri averi in barba alle sanzioni. E’ stata proprio la Banca di Russia a infliggere lo scorso dicembre una multa (imbarazzante ma simbolica (direi ridicola): appena 5 mila dollari) a Deutsche Bank per non aver sufficientemente vigilato su transazioni sospette per 6 miliardi di dollari che, dal 2012 al 2015, avrebbero coinvolto i suoi uffici di Mosca e Londra. Un’indagine interna svolta dall’istituto aveva poi fatto lievitare a 10 miliardi di dollari l’ammontare dei trasferimenti potenzialmente illeciti. L’espediente del “mirror trading” Secondo Bloomberg, attraverso l’espediente del ‘mirror trading’ molti imprenditori russi colpiti dalle sanzioni – tra i quali i fratelli Arkady e Boris Rotenberg, considerati molto vicini al presidente Vladimir Putin – sarebbero riusciti a spostare i loro beni da una giurisdizione all’altra, eludendo le restrizioni. Cio’ che e’ forse piu’ interessante sottolineare e’ che il caso Deutsche Bank ha spinto ad agire per vie legali le autorita’ americane, inglesi e addirittura russe, laddove nessun procedimento e’ stato aperto in Germania contro Deutsche Bank che, da parte sua, ha problemi ben piu’ gravi con cui fare i conti, a partire dalla sua spaventosa esposizione ai derivati, pari, secondo alcune stime, a venti volte il Pil tedesco e di molto superiore a quella di Goldman Sachs. Nel mirino una commessa milionaria a Siemens. A far discutere sono poi alcuni progetti industriali che apparirebbero in aperta violazione delle sanzioni. L’esempio piu’ recente e’ il contratto che, secondo Vedomosti, avrebbe assegnato a una controllata del colosso tedesco Siemens una commessa per la costruzione di impianti elettrici a turbogas in Crimea, regione che ora e’ indipendente da Kiev dal punto di vista politico ma non lo e’ affatto per quanto riguarda i collegamenti energetici. Le sanzioni infatti impediscono alle compagnie europee del settore di esportare tecnologie in Russia o di fornire infrastrutture alla Crimea. Sia il committente, la compagnia russa Techpromeksport, che Siemens avevano successivamente smentito la notizia, che aveva suscitato proteste negli ambienti legati al governo filo-occidentale attualmente al potere a Kiev. Secondo Techpromeksport, le turbine consegnate da Siemens Gas Turbines Technologies (societa’ posseduta al 65% da Siemens e al 35% da Power Machines, gruppo che fa capo ad Alexei Mordashov, il potente magnate a capo di Severstal, sarebbero comunque destinate alla Russia, in particolare alla citta’ portuale di Taman, vicina alla Crimea. Che siano credibili o meno le indiscrezioni di Kommersant, secondo il quale le turbine verranno consegnate a Taman e poi spostate in Crimea, la vicenda appare comunque imbarazzante. Anche in questo caso, tuttavia, il governo tedesco si e’ limitato a ignorare la bufera e attendere che si placasse da sola. La Germania sostiene le misure per far contenti gli Usa. Aggiungo il contratto stipulato dalla Germania con l’Iran, alleato dei russi in Siria, per la fornitura di gas e mi domando quanto avremmo potuto guadagnare da un contratto pluriennale di fornitura energetica con la Russia o con l’Iran, oggi che il petrolio sta a 22 dollari il barile e quanto ce ne pentiremmo domani, se dovesse schizzare a 200 dollari: cosa affatto improbabile, dato che sarebbe sufficiente chiudere gli oleodotti sauditi per due giorni. Ci vuole altro che sbeffeggiate il governo Renzi su twitter!

“La Germania di Merkel ha fatto da capofila, raccogliendo l’Europa a sostegno delle sanzioni contro la Russia legate alla questione Ucraina ma e’ stata meno diligente nella loro applicazione”. Ha scritto di recente su Bloomberg il giornalista russo Leonid Bershidsky, “i leader tedeschi sostengono queste inefficaci misure soprattutto per far contenti gli USA ma, come e’ giusto, non hanno voglia di soffrire troppo a causa di esse”. Il problema e’ che si sono stancati di soffrire anche molti partner europei di Berlino, soprattutto l’Italia. Il nostro Paese è infatti quello destinato a soffrire maggiormente, dopo la stessa Germania, le conseguenze economiche delle sanzioni, con perdite pari a 12 miliardi di euro, 215 mila posti di lavoro e quasi un punto percentuale in termini di calo della produttivita’.

Ecco che la Germania si distingue ancora per essere la più pronta ad infrangere regole e patti quando c’è in ballo il suo interesse; noi, invece, siamo sempre alla ricerca di una dignità, di un amor proprio, in una società dove tutto si vende e tutto si compra persino la propria anima. Non abbiamo perso, però, la superbia e la vanità e ci piace sentire un governatore con le palle, che almeno le canta chiare ai servi della finanza, quelli di Roma e quelli di Bruxelles.

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