443.- Unioni civili, vescovi che hanno perso la memoria.

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Si sente talmente tanto parlare di “nuova Chiesa” che molti vescovi si sono calati perfettamente nella parte e ignorano totalmente non solo ciò che la Chiesa (quella “vecchia”) ha creduto e annunciato per duemila anni, ma anche le indicazioni più recenti. E’ indubbio che il Cristianesimo non è più la religione di riferimento del mondo occidentale più evoluto. E’, bisogna riconoscerlo, la religione monoteistica che maggiormente si è modernizzata nel corso della sua esistenza, subendo l’illuminismo, i progressi scientifici e culturali di una civiltà, quella dei paesi industrializzati, che mira a realizzare il paradiso ora e subito piuttosto che rimandarlo all’aleatorietà di una promessa che si deve ancora avverare. Rispetto ad altre religioni, come l’islamismo è senz’altro più tollerante e più progredita. Non certo per merito suo ma per le continue mazzate che gli ambienti culturalmente più progrediti le hanno apportato. Ora però è arrivata al capolinea. Intendiamoci, non rischia certo l’estinzione ma senz’altro non ha più un messaggio incisivo e convincente per il mondo d’oggi. In altre parole non è più al passo con i tempi. La confusione che ne deriva nella società ha aspetti grotteschi. Si vogliono ridurre le leggi della natura a una battaglia politica, da vincere a colpi di maggioranza. Per esempio, non sento voci levarsi contro il sopruso che si vuol fare ai bambini, piccoli esseri, non ancora capaci di intendere il significato di ciò che si sta proponendo sulla loro vita e a spese della loro personalità. Neppure il coraggio di mettere a nudo le reali motivazioni alla base di questa volontà di demolizione dei principi e dei diritti fondamentali della persona; motivazioni che attengono a un piano demenziale di dominio sull’umanità. Solo voci sparse, qualcuna laica, qualcuna religiosa, ma nessuna istituzione. Viene naturale volgere lo sguardo all’Islam e al raffronto con la sua solidità.

CW8ui44WkAEFxs8E’ di questi giorni scorsi la Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede a proposito dei progetti di riconoscimento delle unioni omosessuali, che spiega con chiarezza per quale motivo i cattolici non possono sostenere qualsiasi tipo di riconoscimento giuridico delle relazioni gay. Documento importante, approvato da Giovanni Paolo II (2003), su cui i diversi vescovi e cardinali intervistati in questi giorni dalla grande stampa non hanno neanche pensato di misurarsi. Roba da “vecchia Chiesa”, evidentemente.

Ma c’è anche dell’altro: in una intervista al Corriere della Sera, il segretario della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Nunzio Galantino, pur riaffermando l’unicità del matrimonio a cui non possono essere assimiliate altri tipi di unione, ha però detto che è dovere dello Stato legiferare sulle “unioni di tipo diverso”. A ben vedere è coerente con quanto fin qui sempre sostenuto da monsignor Galantino – e non solo da lui – nel desiderio di prendere atto della realtà.

Il che però equivale a dire che non erano realisti i vescovi italiani nove anni fa, quando – era il marzo 2007 – pubblicarono un documento molto preciso che chiudeva a qualsiasi tipo di legalizzazione di quelle che allora venivano chiamate unioni di fatto. La realtà sociale nove anni fa non era molto diversa da quella attuale se non per la forte pressione ideologica che c’è oggi a proposito delle unioni gay. Pressione che evidentemente non trova grossa resistenza nella CEI di oggi. Il documento del 2007 – “Nota a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto” – centrava la sua riflessione sul bisogno dei bambini e sul bene comune della società, per i quali è necessaria la stabilità delle famiglie fondate sul matrimonio tra uomo e donna.

Se questo è il punto centrale, allora “la legalizzazione delle unioni di fatto è inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume”.

Il concetto è molto chiaro – nessuna legge in materia è buona – e vale per tutte le unioni di fatto. Lo Stato è chiamato a riconoscere soltanto il patto matrimoniale. Non solo, si fa riferimento esplicito a diritti che sono «propri dei coniugi e che appartengono solo a loro», e si può comprendere che non si tratta soltanto dei figli: ci sono anche diritti sociali ed economici, che oggi la linea della CEI – esplicitata attraverso il quotidiano Avvenire e ribadita da monsignor Galantino – vorrebbe estesi in toto ai conviventi, anche dello stesso sesso.

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La Nota, poi prosegue: «Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile». Parole che non hanno bisogno di commento: oggi invece monsignor Galantino – insieme a molti altri – sostiene di fatto l’equivalenza tra convivenze etero e omosessuali, spostando l’attenzione soltanto sul problema delle adozioni e dell’utero in affitto.

È vero che dal punto di vista canonico, la Conferenza episcopale ha soltanto compiti di coordinamento e non magisteriali; ed è altrettanto vero che monsignor Galantino della CEI è soltanto il segretario e non il presidente o vice-presidente, e non ha quindi alcun titolo per parlare a nome dei vescovi italiani. Però siccome egli tende a presentarsi di fatto come portavoce dei vescovi italiani e come tale viene trattato dai media, in assenza di voci che lo contestino dobbiamo ritenere che questo sia l’indirizzo almeno della maggioranza dell’episcopato (perché in realtà sappiamo che ci sono anche vescovi che non hanno perso la memoria e soprattutto il legame con la realtà).

E allora la domanda sorge spontanea: siccome la storia della “nuova Chiesa” è soltanto un argomento ideologico e l’insegnamento non conosce discontinuità, come è possibile che i vescovi italiani oggi contraddicano così clamorosamente ciò che proclamavano con certezza solo pochi anni fa (in gran parte sono gli stessi)? E senza nemmeno sentire il bisogno di spiegarsi? Come si fa a dire oggi che è dovere dello Stato regolare le convivenze omosessuali, quando appena pochi anni fa si scendeva in piazza per sostenere che è dovere dello Stato non riconoscere neanche le unioni di fatto eterosessuali?

Peraltro la Nota CEI del 2007 è perfettamente coerente con la Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2003, e non si tratta di princìpi astratti o semplicemente etici. Che qualsiasi forma di riconoscimento di unioni di fatto sia «deleteria per la famiglia» non è un pallino della Chiesa, è ciò che la realtà dei Paesi che già sono avanti su questa strada dimostra in modo inequivocabile. La legittimazione di unioni di fatto, unioni civili o come le si voglia chiamare è solo il primo passo di un cammino di distruzione della famiglia.

Si può essere così ciechi da non vedere la realtà che è sotto i nostri occhi?

di Riccardo Cascioli

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Un pensiero su “443.- Unioni civili, vescovi che hanno perso la memoria.

  1. E IL CRISTIANESIMO LASCIO’ L’EUROPA (Marcello Veneziani)

    C’è un processo straordinario che sta avvenendo sotto i nostri occhi e dentro le nostre menti di cui non cogliamo la portata e che è ben più importante e radicale della crisi economica: il cristianesimo sta lasciando l’Europa.
    Tre fattori stanno spingendo in quella direzione. Il primo è l’ormai secolare scristianizzazione dell’Europa che sta accelerando a passi da gigante. Un processo che non riguarda solo il sentimento religioso, la partecipazione ai riti e alle messe, il crollo delle vocazioni, ma che investe il senso di appartenenza alla civiltà cristiana e va dalla cultura al sentire popolare, dagli orientamenti di fondo alla vita quotidiana. Quel che appariva come naturale e civile, consolidato nei millenni, nei costumi e nei cuori, sta cadendo a una velocità sorprendente e investe in primo luogo la persona in rapporto alla vita e al sesso, alla nascita e alla morte; subito dopo travolge la famiglia in ogni aspetto. E la morale, i costumi, i linguaggi. Sconcertano e indignano convinzioni comuni da secoli, in vigore fino a vent’anni fa. I mutamenti che sta imponendo la crisi economica alla vita quotidiana europea sono ben poca cosa rispetto alle mutazioni antropologiche di portata radicale che stiamo vivendo. Profetica visione di questo crepuscolo espresse Sergio Quinzio in un testo del 1967 ora ripubblicato da Adelphi, Cristianesimo dall’inizio alla fine.
    Al primo fattore sociale e culturale si è unito un secondo fattore istituzionale: la Ue non esprime una comune visione storica e strategica, culturale e spirituale ma è forte, evidente e prevalente la spinta a emanciparsi da ogni legame con la civiltà cristiana. Il peccato originale dell’UE si rivelò già nel rifiuto di riconoscere, come chiesero invano San Giovanni Paolo II e Ratzinger, le radici cristiane dell’Europa, insieme alla civiltà greco-romana. Quelle origini erano peraltro l’unica base comune su cui poter fondare l’Europa, che per il resto è divisa e si è lacerata nei secoli. Ma tutte le norme che sono seguite, gran parte delle decisioni assunte dai consessi e delle sentenze delle corti europee, sono state improntate a un’evidente scristianizzazione dell’Europa. Ciò è avvenuto nonostante la presenza di un partito popolare europeo d’ispirazione cristiana per anni maggioritario in seno all’Europa. E nonostante la leadership europea di Angela Merkel, alla guida di quel partito e della nazione-egemone nell’Unione. Il filo comune che ha tessuto l’Europa è stato affidato alla moneta e alle linee economico-finanziarie, sradicando ogni possibile richiamo all’unità di natura meta-economica, salvo un vago illuminismo imperniato sui diritti umani.
    Il terzo fattore è la massiccia pressione degli immigrati, in prevalenza di religione islamica che si ammassa sulle sponde del Mediterraneo. Gli 800mila migranti pronti a partire, di recente paventati, costituiscono solo una parte. Perché, come ha notato l’ex presidente della commissione europea Romano Prodi, la migrazione nordafricana sarà ben poca cosa rispetto all’esodo delle popolazioni subsahariane che ci attende. A parte gli evidenti traumi e disagi sociali e civili, in tema di accoglienza e ordine pubblico, quell’invasione produrrà un’ulteriore alienazione della cristianità in Europa. Certo, avverrà pure l’inverso, la conversione di molti di loro al cristianesimo; ma più difficile sarà nei confronti di chi ha già una forte impronta islamica.
    A questi tre fattori imponenti se n’è aggiunto da un anno un quarto, che da un verso risponde ai primi tre, dall’altro induce la Chiesa a non subire ma favorire questo «decentramento» del cristianesimo: l’elezione di un Papa venuto dalla fine del mondo e i primi passi del suo pontificato. Finora i Papi, in stragrande maggioranza, erano italiani, se non romani (Santa Romanesca Chiesa, diceva il Cardinal Ottaviani); ora, per la prima volta, proviene da fuori d’Europa. Del resto i cattolici devoti sono più numerosi in Sud America che qui in Europa. Bergoglio non ha vissuto la crisi spirituale europea se non di riflesso, non ha dovuto confrontarsi col nichilismo pratico di un continente sazio di storia e declinante né con la relativa scristianizzazione delle società vecchie avanzate. Viene dalla periferia giovane e parla un linguaggio che sembra postconciliare ma che è anche premoderno, quando la cristianità permeava la vita quotidiana e non era un fenomeno minoritario. Un catechismo elementare, Dio, il Diavolo, i santi, tutto a portata di mano. E i suoi messaggi, dal Brasile a Lampedusa, hanno spostato la visione della Chiesa e il suo baricentro dall’Europa al sud del mondo. L’elezione di Papa Francesco avviene dopo la sconfitta culturale e pastorale dei due papi precedenti, soprattutto Benedetto XVI, che erano ripartiti da dove si perse Cristo, dall’Europa, tentando di affrontare la crisi religiosa. Con la loro sconfitta va declinando il cattolicesimo romano. Ora si tenta di riavviare il cristianesimo partendo dalle periferie, dai più umili, dai devoti più ingenui.
    Insomma il cristianesimo sta ritirandosi dall’Europa e sta cercando di risalire dai bordi, visto che il portone principale è inagibile. Dal punto di vista religioso, evangelico e pastorale, è arduo esprimere un giudizio, soprattutto se si crede ai disegni della Provvidenza. La Chiesa muta registro, e non si tratta di sinistra, di terzomondismo o pauperismo. È un fenomeno più grande, che peraltro reagisce a un evidente processo di espulsione del cristianesimo dalla vita europea. È più saggio sospendere il giudizio sulla Chiesa di Bergoglio, pur non mancando di criticare le singole scelte. È vano arroccarsi in una posizione di pura difesa del cattolicesimo romano. Non si può pensare che la Chiesa possa ridursi a una setta di ortodossi, decisamente minoritaria ed estranea rispetto al mondo che la circonda. La purezza si addice agli gnostici, agli iniziati, mentre il cristianesimo è una religione coram populo, perché lì avverte la voce di Dio.
    Il problema da affrontare non riguarda il versante religioso ma quello civile ed esistenziale, di un’Europa privata delle sue tradizioni e in fuga dalla sua civiltà, devota solo a Economia e Tecnica. L’Europa non sta sostituendo la visione cristiana della vita con un’altra visione, ma con la perdita di ogni visione e il primato del puro vivere. Assoluto non è l’Essere ma ciò che mi sento di essere. Io, ora. E chiama libertà il suo disperato perdersi nel nulla.

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