441.-“Dossier sul genocidio dei curdi in Turchia”, a cura della Comunità Curda Romana

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Le elezioni del 7 Giugno scorso avevano consegnato una situazione nuova, dopo 13 anni di potere incontrastato da parte del piccolo sultano Erdogan. Il suo partito (AKP) ed il primo ministro Ahmet Davutoglu hanno per la prima volta dovuto fare i conti con una grossa perdita di consenso, lascito dai risultati delle urne che, soprattutto grazie allo strabiliante risultato dell’HDP (oltre 6 milioni di voti), hanno scombussolato i piani politici di Erdogan: accentramento dei poteri nelle sue mani e riforma in chiave iper-presidenzialista del sistema politico. Nonostante anche prima del 7 Giugno gli attacchi contro HDP, i suoi membri ed i suoi elettori si erano contati a centinaia con l’apice raggiunto nell’attentato di Diyarbakir (che ha di fatto riaperto la “nuova stagione” delle stragi di piazza), è stato certamente a partire dal 20 Luglio (attentato di Suruc) che il livello di attacco e violenza nei confronti dell’opposizione politica e del “vecchio nemico” curdo, si è alzato vertiginosamente.
La brusca interruzione del processo di pace da parte dello Stato turco è stata ampiamente programmata già prima della bomba che ha ucciso 33 persone a Suruc. Nonostante venga indicato come il momentodel ritorno alla lotta armata da parte del PKK, erano già settimane che l’aviazione turca era tornata a bombardare le sue basi nelle zone del Kurdistan iracheno, violando di fatto gli accordi del 2013 e facendo ripiombare la Turchia indietro di 20 anni.

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Gli ultimi mesi:
Tre attentati bomba diretti contro HDP che hanno causato 166 morti e più di 1000 feriti. Oltre 190 sedi del partito attaccate, date a fuoco, distrutte. Pogrom contro i cittadini curdi con pestaggi, accoltellamenti e morti nella prima settimana di settembre. Quasi 3500 arresti tra cui 500 membri e dirigenti del partito.
22 sindaci arrestati e rimossi dall’incarico. Tre mesi di terrorismo di Stato contro la popolazione curda nel sud-est del paese con coprifuoco continuo e 258 civili uccisi dalle forze di sicurezza turche, tra cui 33 bambini. Sono i numeri terribili della vendetta di Erdogan contro HDP. Sono la “campagna elettorale” dell’AKP e buona parte dei fattori che hanno prodotto quello scarto di 9 punti percentuali dal 7 giugno al 1 novembre. Ignorati dai media mainstream e tolle- rati da quegli alleati occidentali (Italia compresa) sommessamente impegnati nel tenersi in buoni rapporti con la Turchia, messa lì a tappare le masse di rifugiati in fuga dalla guerra e dirette in Europa.

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Questo è stato il clima in cui la Turchia è andata a votare; i carri armati per le strade, i corpi senza vita dei militanti curdi trascinati nelle vie delle città die-
tro i carri blindati della polizia, le pistole puntate alle tempie dei giornalisti,
bambine e bambini uccisi dai militari turchi durante gli insediamenti delle città
curde, e “conservate” nei freezer in attesa della sepoltura.
Queste sono le immagini di quanto accaduto nel Kurdistan turco negli ultimi mesi.
Evidentemente facendo credere che dopo le elezioni di giugno fosse urgente tornare “all’uomo solo al comando”, al partito unico, alla governabilità, all’unità nazionale ed alla sicurezza, in cambio della rinuncia dei diritti di libertà.
L’AKP è stato di fatto l’unico partito a fare campagna elettorale. In particolare, dopo la strage di Ankara che ha colpito la marcia per la pace, l’HDP ha annullato tutti i comizi per salvaguardare la sicurezza dei propri elettori. Nelle televisioni e sui giornali nessuno spazio è stato concesso al HDP, e quei media non ancora allineati alle dirette di partito sono stati letteralmente occupati e “commissionati” dagli uomini di Erdogan.
scoppio del kamikaze durante la marcia per la pace(ANKARA 10 ottobre2015)
Fin qui quanto successo nel periodo pre-elettorale. Ed il giorno delle elezioni: Il quadro generale non è stato per nulla diverso. In particolare nel sud-est del paese il voto si è svolto in un clima di guerra totale. I dintorni dei seggi e delle città sono stati militarizzati da centinaia di mezzi dell’esercito e della polizia. Si sono contati moltissimi episodi di violenza ed intimidazione. La sera del 31 ottobre un attacco aereo è stato condotto nella città di Sirnak. La mattina del 1° novembre, fuori e dentro i seggi, uomini delle forze speciali armati hanno minacciato la popolazione, arrestato diverse persone durante le operazioni di voto e preso in custodia membri dell’HDP.
In diversi quartieri è stata staccata la corrente elettrica e si è impedito in diversi modi alle persone di raggiungere i luoghi dove si votava. Ad esempio a Lice (roccaforte dell’HDP nei dintorni di Diyarbakir) di prima mattina l’esercito, dopo aver chiuso la strada che conduceva ai seggi elettorali, ha proceduto a renderla inutilizzabile facendola saltare con l’ausilio di mine. Diversi osservatori internazionali sono stati arrestati, portati nelle caserme e/o sequestrati all’interno dei seggi dove avevano riscontrato palesi irregolarità durante il voto. Come già accaduto nelle ultime elezioni di giugno, nei dintorni dei seggi ed in prossimità delle caserme e delle sedi dell’AKP, si sono palesate auto senza targa, usate “storicamente” il giorno delle elezioni per sottrarre le urne elettorali con i voti una volta terminate le elezioni. Una volta chiuse le votazioni è stato abbastanza sconcertante verificare con che velocità siano stati conteggiati i voti: in poco meno di 3 ore sono stati scrutinati 48 milioni e mezzo di voti (qualche migliaio di schede elettorali al secondo…). Un record niente male considerando che solo 5 mesi prima, alle elezioni del 7 Giugno, le operazioni di scrutinio erano durate in tutto 10 ore.
Per chi non ne fosse a conoscenza la normale procedura elettorale in Turchia si svolge così: le persone possono votare fino alle ore 17.00, dopodiché si chiudono i seggi, le votazioni vengono ufficialmente dichiarate concluse e si passa al conteggio dei voti. Le schede vengono poi messe in sacchi e portate alle rispettive commissioni elettorali distrettuali. Secondo la legge, voti e rapporto vengono compilati presso la commissione elettorale distrettuale prima di essere portati alla YSK (Suprema Commissione Elettorale Turca). Tuttavia la YSK ha annunciato il risultato per molte regioni di Istanbul (tra le
più popolose di tutta la Turchia) prima del trasferimento dei documenti elettorali alla commissione distrettuale. Proprio per questo tipo di pratica il quartier generale di HDP ha annunciato che secondo i dati raccolti dalla loro sede centrale, i risultati reali sarebbero così distribuiti: AKP 44,5% – CHP 25,9% – HDP 14,2% – MHP 11,7. Come se non bastasse sono stati documentati voti sottratti e portati via a bordo di automobili a Gaziantep, un seggio elettorale addirittura posizionato dentro la casa di un capovillaggio nei dintorni di Urfa, un uomo con due sacchi pieni di voti è stato fotografato su un autobus nella città di Erzurum, centinaia di schede elettorali sono state ritrovate nell’immondizia a Diyarbakir, a Cizre la polizia ha attaccato con gas lacrimogeni i rappresentanti dell’HDP che scortavano le urne elettorali (per essere nuovamente contate in un’unica sede per “ragioni di sicurezza”) ed un video ha mostrato un dirigente dell’AKP ad Adiyaman pagare in contanti alcuni elettori in cambio di voti.

L’analisi del voto

Possibile che i 4 milioni e 800.000 voti presi in più da Erdogan in queste elezioni arrivino tutti da frodi elettorali?
Pensiamo sarebbe riduttivo credere che gli ultimi mesi di guerra non abbiano prodotto degli sconvolgimenti reali all’interno del paese.
Partiamo dai dati ufficiali:
Rispetto alle elezioni di giugno, Erdogan ed il suo partito conquistano 9 punti percentuali, ovvero 4 milioni e 800.000 voti in più. Il partito kemalista (CHP) mantiene sostanzialmente gli stessi voti (+591.915 dal 7 Giugno) mentre è soprattutto il braccio politico dei Lupi Grigi (il partito ultra nazionalista MHP) ad aver avuto un vero tracollo, facendo segnare un dato negativo di circa 1 milione e 800.000 voti in meno. Il partito dei popoli democratici (HDP) si attesta sul 10,76% superando nuovamente l’alta soglia di sbarramento, entrando in parlamento, ma perdendo in 5 mesi poco meno di un milione di voti (-911.818).
È evidente come gran parte dei voti della destra e dei nazionalisti turchi, dopo la campagna anti-curda degli ultimi mesi, siano confluiti dentro AKP. I Lupi Grigi pagano probabilmente lo scotto di aver respinto la proposta di coalizione per la formazione di un governo di unità nazionale. D’altra parte AKP si è accaparrato le simpatie dei nazionalisti con la ripresa delle ostilità con il PKK da un lato, e con le mobilitazioni di piazza che hanno visto diversi appartenenti AKP in prima fila nelle azioni di violenza contro HDP e cittadini curdi.
Ma facendo due conti è evidente che non possono bastare i voti persi da MHP, né tantomeno quelli di HDP, per far confluire un così alto numero di preferenze verso Erdogan. Allora da dove arrivano tutti questi voti?
Un parte molto considerevole arriva da quella galassia di partiti e partitini che in Turchia si presenta sempre molto numerosa alle elezioni politiche. Questo agglomerato di partiti avevano raccolto 2.960.057 voti alle elezioni di giugno, mentre il 1° novembre ne hanno presi solo 1.299.710, facendo segnare meno 1.660.347 voti, finti per gran parte al partito di sviluppo e giustizia.
In questo senso deve aver raccolto proseliti l’invito fatto da Erdogan a meno di 24 ore dalle elezioni, in cui esortava i turchi a votare un solo partito (il suo chiaramente), nel segno dell’unità nazionale.
Tutti i media hanno parlato di affluenza record. Anche se certamente l’affluenza è stata alta (85,18%) non è stata da record, in quanto ha chiuso con poco più di un punto percentuale in meno rispetto alle elezioni del 7 giugno (86,64%). Decisamente sopra la media nazionale è stata l’astensione registrata nel sud-est, ovvero nella regione del Kurdistan turco. Si va dal 7% in meno ad Agri, 5% in meno del distretto di Hakkari (fortemente colpito dalle dichiarazioni di coprifuoco da parte del governo centrale) e Batman, al 4% in meno di Dersim, Bitlis, Van, Kars, Mus, mentre in altri distretti come Diyarbakir (-2%), Mardin (-1%), Sirnak (-1%) la differenza è meno netta. Se consideriamo i soli distretti in cui HDP aveva vinto a Giugno (vittorie confermate anche il 1° novembre, tranne che a Kars ed Ardahan) il partito ha perso circa 270.000 voti, di cui gran parte possono essere imputati all’astensione di un pezzo di quello che è l’elettorato HDP, probabilmente dovuta alla repressione ed alle intimidazioni del governo. Altrettanto vero è che qualche decina di migliaia di voti sono andati da HDP ad Erdogan, ed in parte sicuramente minore anche a CHP (soprattutto a Dersim). In senso sto nelle zone roccaforti di AKP (Ankara, Konya,Bursa, ecc.) l’affluenza, anche se di poco, è aumentata, segno di uno sforzo di mobilitazione dell’elettorato chiesto da Erdogan.
Questo in Turchia, ma come ha votato la diaspora curda nel Mondo? Sostanzialmente a favore di Erdogan. In Europa HDP vince in Italia (anche se di soli 7 voti), Svizzera, Polonia (di 3 voti su AKP), Regno Unito e Finlandia. Erdogan strappa il grosso dei voti in Germania, Francia, Svezia, Austria ecc.
Nel resto del mondo è quasi solo AKP, con ancora una grossa tenuta da parte di
CHP che vince negli Stati Uniti, Russia, Spagna, Cina ecc.

DOPO Le ELEZIONI

L’imponente operazione colpisce alcune città nelle regioni di Mardin, Diyarbakir e Van in cui vivono piu’ di 800 mila persone.
Nel quartiere di Sur( la città vecchia con i suoi sei chilometri di mura romane e bizantine e’ patrimonio mondiale dell’Unesco), a Diyarbakir dopo
9 giorni, alle 23.00 di giovedì, il coprifuoco era stato tolto per poi essere nuovamente proclamato alle 16.00 di venerdì.
Sembra che questo lasso di tempo sia servito per mettere in “sicurezza” banche ed istituzioni governative in vista di possibili nuove operazioni di rastrellamento ,che in passato si sono trasformate in veri e propri scontri armati tra opposizione curda e forze di polizia turche appoggiate dall’esercito.
Ricordiamo che negli ultimi mesi diverse città curde sono letteralmente “invase” dall’esercito di Ankara.Nelle strade circolano carri armati e veicoli blindati con un dispiegamento di truppe che non si vedeva dai primi anni novanta;dall’altra parte,in molti quartieri sono state erette barricate dalla popolazione locale per impedire l’ingresso alle forze armate.
Dal Luglio scorso,quando sono ripresi gli scontri tra il partito curdo PKK(Partito dei lavoratori del Kurdistan)e le forze di Ankara,hanno perso la vita in più di duecento,tra soldati e forze di sicurezza turche,e dalle diverse centinaia(fonti curde) a duemila(fonti dell’esercito turco) guerriglieri del PKK,oltre a quasi duecento civili,in massima parte curdi.

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CITTA’ SOTTO COPRIFUOCO

CIZRE- SUR- NUSAYBIN
Mentre i caccia turchi bombardano le postazioni del Pkk in Iraq, nella città di confine la popolazione è isolata e accusa i militari turchi di sparare sui civili. Per l’HDP, il centro abitato viene punito per essersi schierato con il partito pro-curdo alle scorse elezioni .

SETTEMBRE -OTTOBRE- NOVEMBRE -DICEMBRE

Sono almeno trenta i morti nella città turca di Cizre, ai confini con la Siria e l’Iraq, dove Ankara ha imposto da otto giorni il coprifuoco, isolando completamente il centro abitato a maggioranza curda. E intanto, proseguono i bombardamenti dell’aviazione turca sulle postazione del Pkk in Iraq, iniziati due mesi fa. Stamattina almeno 15 caccia turchi hanno martellato per cinque ore Qandil, Zap e Avashin sulle montagne dell’Iraq settentrionale.
Il ministero dell’Interno parla di vittime tra i combattenti del Pkk, ma l’HDP, partito pro-curdo entrato in Parlamento alle scorse elezioni e che a Cizre ha ottenuto 90 per
cento dei consensi, ha dichiarato che sono almeno venti i civili uccisi in questi ultimi
giorni di tensioni e scontri. Gli abitanti parlano di “assedio” alla città e accusano i mi- litari turchi di aprire il fuoco in maniera indiscriminata contro chiunque infranga il
coprifuoco. “Di solito si paga una multa”, hanno spiegato al sito Middle East Eye,
“Ma adesso una violazione che costa appena 100 lire (33 dollari) ha il prezzo della vita per i curdi”.
Erdogan sta usando il pugno di ferro con i curdi e molti ritengono che Cizre sia punita per il suo sostegno all’HDP, i cui esponenti, inclusi il leader Selahattin Demirtas e trenta parlamentari, hanno provato a entrare in città con una delegazione, per portare aiuti alla popolazione che non può neanche seppellire i suoi morti. La delegazione, però, è stata bloccata dall’esercito per “ragioni di sicurezza”.

A Cizre in migliaia hanno dato l’ultimo saluto 16 persone morte negli scontri con le forze di sicurezza turche. Le bare sono state coperte dalla bandiera gialla, rossa e verde del Kurdistan.

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“Che vergogna. È uno scandalo, il dolore che ci infliggono. Non capiremo mai perché il Presidente Erdogan lo stia facendo, carri armati e bombardamenti. Qui abbiamo sedici corpi, sono giorni che li conserviamo al freddo o nelle moschee. Una cosa disumana”, si dispera una donna.

Le donne sono state prese di mira dal concetto di distruzione totale rivolto alla popolazione curda in Kurdistan e a ovest. Miray tre mesi, Helin 12 anni e Taybet 52 anni, complessivamente 35 donne sono state uccise dai soldati e dagli attacchi della polizia.
Secondo una ricerca del KJA (Congresso delle donne libere) 35 donne sono state uccise in 6 mesi dalle forze dello stato. Secondo il rapporto del KJA l’elenco delle donne uccise è come segue:

1- Günay Özarslan: è stata giustiziata a casa sua dalla polizia per essere stata sospettata di “essere un attentatrice suicida” nel quadro delle operazioni del 24 luglio.

2-Hanife Durak (80): Il 17 agosto durante il coprifuoco a Silvan la polizia ha tirato una granata contro la folla. È morta di attacco di cuore a causa di questo attacco.

3- Fatma Öktem (55): Il 31 agosto è stata colpita e uccisa dai cecchini mentre stava dormendo sul tetto di casa sua a Silopi distretto di Sirnak.
4-Xetban Bülbül (65): Il 4 settembre è morta di attacco al cuore a causa di una violenta esplosione durante il coprifuoco a Cizre distretto di Sirnak.
5-Ayten Gülhan (32): la polizia l’ha presa di mira e l’ha uccisa durante uno scontro tra la polizia ed il PKK.
6- Cemile Çağırga (10): Il 6 settembre è stata colpita e uccisa dai cecchini mentre si trovava seduta davanti a casa sua.
7-Meryem Süne (53):L’8 settembre la polizia ha aperto il fuoco casualmente sulla gente dai veicoli blindati.È stata colpita e uccisa durante l’attacco.
8- Zeynep Taşkın (17):Il 9 settembre è stata colpita e uccisa dai corpi speciali a Cizre mentre teneva il suo bambino tra le braccia.
9- Ruken Demir (18): Il 12 settembre è si era unita alla manifestazione di protesta a Diyarbakir contro il coprifuoco.È stata colpita e uccisa da un proiettile della polizia.
10-Alya Temel (48): È stata uccisa il 25 settembre dai soldati a Beytüşebap distretto di Şırnak.
11- Elif Şimşek (8):Il 27 settembre la polizia ha sparato un colpo di Bazooka sulla sua abitazione.Ha perso la vita durante l’attacco.
12- Mülkiye Geçgel (48):Il 28 settembre è stata colpita e gravemente ferita dai corpi speciali a Cizre. Ha perso la vita subito dopo l’attacco.
13- Latife Tutuk (23): Il 27 settembre è stata colpita e uccisa dai soldati mentre si stava recando nell’abitazione di alcuni vicini a Silopi.
14- Hayriye Hüdaverdi (70):Il 6 ottobre dopo la dichiarazione di coprifuoco a Silvan distretto di Diyarbakir,è stata colpita e uccisa da un proiettile della polizia durante un attacco della polizia e dei corpi speciali.
15-Helin Hasret Şen (12): Il 10 ottobre è stata uccisa dalla polizia mentre si stava recando a comprate il pane a Sur distretto di Diyarbakir.
16-Dilek Doğan (25): Il 18 ottobre è stata giustiziata davanti alla sua famiglia durante una perquisizione in casa a Istanbul.
17- İsmet Gezici (55): L’11 novembre è stata giustiziata da cecchini a Silvan distretto di Diyarbakir.
18- Selamet Yeşilmen (44): L’11 novembre è stata giustiziata davanti a casa sua dal fuoco aperto da un veicolo blindato a Nusaybin distretto di Mardin.
19- Fatma Yiğit (17): Il 12 novembre i soldati hanno tirato una granata contro la popolazione. Ha perso la vita durante l’attacco a Silopi distretto di Sirnak.
20- Güler Eroğlu (20): Il 2 dicembre è stata giustiziata dalla polizia a Sur distretto di Diyarbakir.
21- Dilan Kortak (19): Il 3 dicembre è stata giustiziata a casa sua durante una perquisizione della polizia a Istanbul.
22- Fehime Aktı (56): Il 12 dicembre ha perso la sua vita durante un attacco della polizia a Nusaybin distretto di Mardin.
23- Hediye Şen (30): il 16 dicembre è stata uccisa da un proiettile della polizia a Cizre distretto di Şırnak.
24- Taybet İnan (57): Il 20 dicembre è stata giustiziata in strada mentre stava reggendo una bandiera bianca per la pace a Silopi distratto di Şırnak.
25- Zeynep Yılmaz (45): Il 20 dicembre è stata uccisa durante un attacco con una granata a Cizre distretto di Şırnak.
26- Emire Gök (39):Il 20 dicembre la polizia ha aperto il fuoco sudi lei mentre si trovava in giardino.Ha perso la sua vita sul colpo.
27- Ayşe Buruntekin (40): Il 2o dicembre è stata colpita e uccisa dai proiettili sparati da un veicolo blindato a Silopi distretto di Şırnak.
28- Cahide Çıkal (35): Il 22 dicembre ha perso la sua vita da un frammento di proiettile a Cizre distretto di Şırnak.
29-Şirin Öter e Yeliz Erbay: Il 22 dicembre sono state giustiziate dalla polizia durante una perquisizione in casa a Gaziosmanpaşa distretto di Istanbul.
30- Amine Duman (70): Il 22 dicembre aveva avuto un attacco di cuore ma non è stato possibile portarla all’ospedale a causa degli scontri intensi a Cizre distretto di Sırnak. Ha perso la sua vita.
31- Azime Aşan (50):Il 23 dicembre è stata uccisa da un bombardamento della sua abitazione.
32- Sebahat Kılıç (28): Il 23 dicembre è stata uccisa dal fuoco aperto dai corpi speciali sulla sua abitazione a Dargeçit distretto di Mardin.
33- Miray İnce(3- mesi):Il 25 dicembre è stata uccisa nelle braccia di sua madre
Cizre distretto di Şırnak.

IL SILENZIO DELL’ OCCIDENTE

“Reparti militari turchi sono entrati nel nord dell’Iraq per un’operazione contro i guerriglieri del Partito dei lavoratori curdi (Pkk). Un intervento di terra, una “incursione di breve durata” l’ha definita il governo di Ankara, per “cancellare” una volta
per tutte i “ribelli”. Ci lasciano credere che la decisione di intervenire Erdogan l’abbia presa in seguito all’agguato di Igdir, compiuto da un commando del Pkk e costato la vita a 13 agenti della polizia locale. Ma la verità è che da diversi mesi l’esercito turco ha avviato un assedio contro l’unica forza che si è mostrata capace di arginare realmente l’avanzata dell’Isis.
E l’Europa resta in silenzio, chiusa in un guscio di ipocrisia e opportunismo. I moti di “resistenza popolare” del marzo scorso, quando diversi Stati membri inclusa l’Italia diedero il via libera all’invio di armi ai peshmerga, si sono spenti. Anche il governo tace, né una parola dal ministro Gentiloni, mentre l’aviazione turca continua a colpire ribelli e civili, indiscriminatamente. Non è una banale vergogna, bensì il doppio volto dell’Occidente, pronto a strapparsi le vesti di fronte il corpo esanime del piccolo Aylan, ma attento a tacere quando in gioco ci sono i propri interessi, o quelli dei propri alleati.
La Turchia è infatti il solo membro che la Nato vanta in Medio Oriente, una posizione strategica (ad est confina con l’Armenia, l’Azerbaigian e l’Iran, a sud-est con l’Iraq e
a sud con la Siria), che gli Usa non possono cedere e che l’Ue sente il dovere di custodire. Non importa se sul tavolo dello scambio ad essere sacrificati siano i diritti fondamentali di un popolo che, legittimamente, da decenni rivendica la propria indipendenza e autonomia.
Ecco perché il silenzio dell’Ue, anche di fronte alle intenzioni di Erdogan di voler cambiare la Costituzione per attribuirsi maggiori poteri, anche di fronte a una città, Cizre, oggi allo stremo: in blackout , senza rifornimenti d’acqua e di cibo. E intanto l’Isis avanza, conquista, minaccia il nostro Paese, ma soprattutto la sopravvivenza della democrazia.
Non può essere un caso che il peggioramento delle relazioni tra le autorità turche e la minoranza curda si sia verificato dopo le elezioni dello scorso giugno, il Partito Democratico dei Popoli, esplicitamente filo-curdo. Questo è il primo fronte di Ankara,
quello interno. Poi ce ne sono altri due: il premier turco vuole eliminare definitivamente il regime di Assad (già in passato minacciò l’attuazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico, che prevede la difesa comune nel caso di attacco contro uno dei Paesi membri della Nato), e al contempo prevenire la nascita del Rojava (il nascente Stato curdo) nel nord-est, la cui leadership è schierata al fianco del Pkk.
Infine c’è un terzo fattore, economico e determinante: il petrolio. Secondo alcuni il greggio prodotto dal Califfato starebbe arrivando in Turchia a prezzi stracciati. Non male in un momento in cui l’economia turca passa i suoi giorni peggiori, con la Lira a picco, i conti pubblici in bilico e il rischio di una maxi-bolla immobiliare. Ai curdi non servono fucili né kalashnikov, ma rispetto del loro diritto a uno stato indipendente. Invece qualcuno in Europa e nel nostro governo ha ben pensato di trattarli come carne da macello, giocando a fare gli imperatori del mondo, sulla scia degli errori commessi in Afghanistan, Iraq e Libia.
Il popolo curdo è un popolo di resistenza (questo lo ha dimostrato in diverse occasioni nella sua storia con il dittatore Saddam Huseyin , con la giunta militare in Turchia e con i terroristi del ISIS).
Il popolo curdo ha bisogno del NOSTRO supporto nel rispetto dei diritti umani .
L’occidente deve interrompere i rapporti con il governo di Erdogan in forza dei propri interessi strategici e denunciare il genocidio nei confronti del popolo curdo.

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