440.- Storia di un partigiano amnistiato per aver stuprato e ucciso una giovane ragazza

Siamo sul ciglio della fine della Repubblica e, sicuramente, fino ad ora, abbiamo perso il diritto a partecipare con il voto alla vita politica della Nazione, grazie, soprattutto, a un due volte Presidente della Repubblica comunista, almeno di nome. Per quanti ritengono di essere al sicuro fra le mura della Costituzione e nella trama dei suoi principi, andiamo a ritroso nel cammino di questa Italia democraticamente repubblicana, per comprendere quale pericolo ci portino il relativismo culturale e la perdita della nostra identità di cui si vanta la sinistra. E’ il percorso che attraversa il corso della mia vita e duole. Fra leggende, storie vere di veri eroi e apoteosi di delinquenti, abbiamo assistito alla ricostruzione parziale dell’Italia, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Parziale perché l’Italia è (era) risorta materialmente, con la ricostruzione e il miracolo economico, militarmente, con l’adesione alla NATO e con la partecipazione a ogni possibile guerra (di pace), ma mai era risorta moralmente. La morale voleva la sua parte perché gran parte della sconfitta dell’Italia fascista fu ottenuta con il tradimento, anche ad altissimo livello. Così altissimo che fa paura ogni ipotesi. Lo voleva anche perché la Resistenza ebbe due anime e quella combattuta dai comunisti fu una guerra privata, che aveva per scopo il potere e mietè un numero spaventosamente alto di vittime innocenti, anche fra gli stessi partigiani non comunisti. Il risultato fu che onore e disonore assunsero valori relativistici e ciò accadde fin dai primi giorni della Repubblica in cui si videro funzionari fascisti mantenere gli incarichi e partigiani assassini essere graziati e onorati. Oggi, la nostra democrazia, la Repubblica, la stessa nostra società, la sua sovranità e la sua identità sono combattute dalle stesse istituzioni in nome di un’anomalia chiamata Unione europea. Fra questi personaggi, ha richiamato la mia attenzione il nome di Laura Boldrini, approdata alla politica con SEL. Una donna, già funzionario (privilegiato) della FAO, che da Presidente della Camera dei Deputati eletti con legge incostituzionale, si distingue per la strumentalità delle sue continue esternazioni. Mi ha richiamato alle storie scritte da Giampaolo Pansa nel “Il sangue dei vinti” perché è la figlia di Arrigo Boldrini, comandante della 28^ brigata partigiana Garibaldi, comunista. Guardo alle condizioni degli italiani, con 12 milioni di poveri e 4 milioni di assolutamente poveri, che muoiono dal freddo nelle auto; italiani che si vedono sfrattare da una massa incivile di migranti, già ora oltre il 7% della popolazione, per il 90% giovani maschi e che per il 95% non sono profughi, ma che sono mantenuti dal Governo del Partito Democratico, ebbene, quella frase “Avanti popolo, alla riscossa” lascia l’amaro in bocca. Da QELSI Vi porto a leggere questo saggio su Jaures Cavalieri, ripromettendomi di essere neutrale e di studiarne prossimamente anche uno eroico.

Questo era il famigerato “triangolo della morte”, dove tra il 1943 e il 1946, i partigiani comunisti, per conquistare il potere, ma anche per dare sfogo a istinti bestiali, uccisero barbaramente 3.976 persone, anche fasciste.

triangolo_della_morte

Leggiamo Eugenio Cipolla:

«Indomito combattente della libertà, dopo la Liberazione è stato vittima delle persecuzioni antipartigiane, senza mai attenuare il proprio impegno in difesa dei valori della Resistenza e dell’antifascismo». Fu con queste parole che nel 1998 l’Anpi di Modena attraverso il suo giornale, Resistenza Oggi, ricordò Jaures Cavalieri: come un valoroso salvatore della patria, prodigatosi per salvare vite e liberare l’Italia dall’incubo nazifascista.

Eppure la storia, non quella scritta dai vincitori, bensì dai vinti, i vinti dalla vita, ci racconta un’altra realtà, ci racconta episodi e fatti diametralmente opposti a quelle parole tanto melliflue, quanto inesatte. E per capirli bene, bisogna tornare indietro di tanti anni, a una sera del lontano 10 aprile 1945, quando, a Motta di Cavezzo, nella casa di Alberto Morselli, ricco proprietario terriero del modenese, che vent’anni prima aveva abbandonato il fascismo strappando la tessera del Pnf in faccia al segretario locale, si presentò una squadra partigiana guidata da Egidio Sighinolfi.

L’antefatto è questo: subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Morselli aveva deciso di aiutare i partigiani comunisti, donando loro la somma di 150.000 lire (all’epoca una cifra abbastanza discreta). Tempo dopo, però – racconta l’avvocato Odoardo Ascari, nel suo saggio “La Nuova Storia Contemporanea”, uscito nel settembre 2004 – seppe, tramite alcune conoscenze al Cln, che a destinazione erano arrivate solamente 100.000 lire. E aveva perciò minacciato di far punire coloro che si erano permessi di fare la cresta sulla somma. In cambio, però, Morselli non ricevette alcun rimborso e nemmeno alcuna scusa, ma la visita del ladro e dei suoi scagnozzi. Con le minacce rubarono oggetti d’oro e altro denaro. Persino lo stipendio del cognato del Morselli, che in quel momento era prigioniero nel campo di concentramento di Wietzendorf, in Germania, colpevole di aver rifiutato di collaborare con i nazifascisti.

Si sarebbero limitati a questo e all’omicidio di Morselli, se nel trambusto non fosse apparsa sua sorella Tina, una giovane e bella ragazza poco più che ventenne. Presero anche lei, la violentarono a turno e la uccisero. Nella sua agghiacciante confessione, resa la sera del 27 maggio 1949 nella Questura di Modena, Sighinolfi disse:«La Morselli Tina fu violentata da me e da Cavalieri Jaures e nonostante la sua ribellione dovette sottostare alle nostre voglie. Dopo tale violenza ho invitato gli altri partigiani presenti sul posto, i quali però non accettarono la proposta. La Morselli Tina veniva uccisa sulla fossa ove si trovava sepolto già il fratello, un’ora dopo l’uccisione di questi, a colpi di pistola sul viso sparati da Cavalieri Jaures. Per me, tutti i componenti la famiglia Morselli sono ritenuti persone dabbene, e oneste, ed escludo in maniera assoluta che essi abbiano potuto, in qualsiasi modo, danneggiare il movimento partigiano».

Prima di essere massacrato, scrive Ascari nel suo saggio, avvocato difensore di molte vittime di esecuzione sommarie compiute da partigiani, Alberto Morselli fu costretto, col mitra puntato sulla fronte, a scrivere alle sorelle questo biglietto:«Care sorelle, non pensate al male e non dubitate nulla, mi trovo in montagna assieme alla mia sorella Tina per interrogazioni. Saluti Alberto. Sto bene e state bene. Quello che mi raccomando di non dubitare che stiamo più che bene, fate bene e riceverete del bene. Alberto».

Dopo la vittoria democristiana del 1948, la famiglia Morselli, o meglio ciò che ne rimaneva, prese coraggio e denunciò gli assassini. A Perugia, dove si svolse il processo, se ne videro di tutti i colori. Il Pci, secondo quanto racconta Ascari, inviò a difesa degli imputati circa venti testimoni, che la Corte d’Assise riconobbe falsi. La tesi della difesa degli imputati era che i Morselli fossero spie dei tedeschi. Nel corso di una cena con Ascari e un’altra persona, una sera, l’avvocato difensore degli imputati ammise lo schifo dell’operazione, aggiungendo che considerava «necessaria questa condotta processuale nell’interesse del partito». Tuttavia Egidio Sighinolfi, Nello Randighieri, Edmondo Ruosi, Moris Cavalieri, Jaures Cavalieri e Bruno Artioli furono condannati a 24 anni a ciascuno, ma a loro favore, scrive Ascari, «furono concesse le concesse le attenuanti generiche, stante la loro qualità di partigiani combattenti. E, avendo la Corte ritenuto che avessero agito anche per una “motivazione” genericamente politica, fu elargito un condono di diciassette anni di reclusione, su ventiquattro. E poi, con ulteriori sconti, uscirono presto dal carcere. E questo senza tener conto del fatto che gli imputati avevano per il fatto stesso di essere partigiani goduto dell’amnistia in ordine ai reati di rapina, sequestro di persona, violenza carnale e occultamento di cadavere, fatti che la sentenza stabilisce in modo certo essere stati da loro commessi».

C’è, infatti, un passaggio della sentenza abbastanza chiaro, che non lascia dubbi alcuni d’interpretazione circa ciò che successe:«Il Sighinolfi e gli altri imputati agirono dunque, nei confronti di Morselli Alberto, per falso fine di lucro e di vendetta: per lucro per la somma, di cui si erano indebitamente appropriati e per evitare il disonore che sarebbe conseguito dalla notizia del fatto, di vendetta perché il Morselli Alberto si era permesso di rivelare la irregolarità. Per quanto riguarda la povera Morselli Tina il motivo a delinquere non può essere costituito che da istinto di cattiveria. Essa era una delle più belle donne della zona, chiamata all’improvviso mentre stava a letto, si presentò nello stato in cui si trovava, e cioè a piedi nudi ed in camicia da notte, colle trecce nerissime, che le scendevano sui fianchi. La sua apparizione in tale stato fece nascere negli imputati il desiderio di possederla e la portarono via per affogare su di lei i loro bestiali istinti. Ciò è dimostrato anche dal fatto che gli imputati non erano nuovi ad episodi del genere. Difatti, due giorni prima, avevano prelevato ed ucciso Stefanini Primo, in Cattabriga e la figlia Paolina e violentato questa, prima di ucciderla».

Chiamale, se vuoi, persecuzioni antipartigiane.

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