URANIO IMPOVERITO E TUMORI DEI SOLDATI, “NESSO CERTO”. LA “SINDROME DEI BALCANI” HA UN COLPEVOLE

uranio-675Leonardo Aufiero, primo maresciallo dell’esercito italiano è deceduto a causa di un cancro il 21 dicembre 2015 nella sua abitazione in provincia di Avellino. Aveva 48 anni. Secondo i commilitoni e la moglie dell’uomo, la patologia sarebbe stata contratta a causa delle polveri di uranio impoverito inalate nel corso delle numerose missioni all’estero a cui aveva partecipato.

Così, è morto anche il primo maresciallo incursore dell’Aeronautica militare Gianluca Danise, anche lui giovane, a 43 anni. In Iraq, aveva ricomposto i corpi dilaniati dei colleghi vittime dell’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003, lavorando a 40 gradi all’ombra per restituire i resti alle famiglie.

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Si tratta della 321sima morte causata dall’uranio impoverito nel nostro Paese, un fenomeno che ha colpito quasi esclusivamente i militari che si sono recati nelle missioni di guerra o di peacekeeping nei Balcani, in Iraq o Afghanistan.

L’Anavafaf (Associazione nazionale italiana assistenza vittime arruolate nelle forze armate) ha calcolato che sono 3.761 i casi totali di militari contaminati. Ma l’esercito continua a smentire la correlazione tra uranio impoverito e tumori.

Nel maggio 2015, con una storica sentenza a carico del ministero della Difesa, la Corte d’Appello di Roma ha decretato «l’inequivocabile certezza» del nesso causale tra esposizione a uranio impoverito e insorgenza di malattie tumorali.

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I proiettili all’uranio impoverito, con la loro massa, sono in grado di vincere le corazze di ultima generazione. Nessuno dei bersagli battuti in quelle guerre aveva una tale protezione; perciò, furono sparati dagli A 10 americani senza necessità. L’impatto tra un proiettile di questo tipo e un carro armato provoca un’esplosione ad altissima temperatura in cui parte dell’uranio impoverito brucia e si frammenta in nano-particelle che possono essere facilmente inalate o ingerite, provocando malattie mortali.

“Un macigno giuridico” Per l’Osservatorio Militare – che segue da un decennio l’argomento – la sentenza rischia di schiacciare definitivamente ogni tentativo di confondere, nascondere la determinazione di chi ha voluto far luce e dare giustizia agli, allora, 317 militari morti e gli oltre 3600 malati causati da una esposizione senza mezzi di protezione in zone bombardate da uranio impoverito”. La sentenza della Corte d’appello di Roma riconosce ai familiari del militare deceduto per cancro, contratto in seguito al servizio ricoperto nella missione internazionale in Kosovo tra il 2002 e il 2003, il risarcimento di un milione di euro ai quali si aggiungono danni morali e danni per il ritardato pagamento. Ad oggi sono oltre 30 le sentenze a carico del ministero della Difesa, di cui la maggior parte ormai definitive, che danno ragione a militari italiani ammalatisi o familiari di militari deceduti. Sentenze che segnano la storia del cosiddetto caso “Sindrome dei Balcani” scoppiato nel 2001 con l’emergere dei primi casi di militari italiani ammalatisi o deceduti al rientro dalle missioni in Bosnia Erzegovina e Kosovo. I bombardamenti Nato I due Paesi erano stati bombardati dalla Nato, nel 1995 e nel 1999, con proiettili all’uranio impoverito, come emerse dalle mappe dei siti bombardati, rese pubbliche dalla Alleanza atlantica in diverse fasi temporali tra il 2001 e il 2003. Dalle mappe risulta, ad esempio, che in Kosovo nel 1999 la zona posta sotto protezione del contingente italiano fu una delle più bombardate: 50 siti per un totale di 17.237 proiettili.

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Quando partimmo da Verona per Salonicco e, poi, il Kosovo, ero Capo Ufficio Operazioni e chiesi quali precauzioni dovessimo prendere per proteggerci dagli effetti di quei proiettili. Mi rassicurarono: “Mario, ad Aviano, li abbiamo visti maneggiare cento volte”. Il ministro della Difesa in quegli anni era Sergio Mattarella, così, solo per caso. Giungemmo a Dakovica il 18 agosto 2000, traversando la Grecia ortodossa di notte e la Macedonia e, nei pomeriggi delle due prime domeniche, uno dei diversivi era visitare due carri armati T-62 apparentemente intatti, ma bruciati internamente, che giacevano al confine della nostra base. Li vedevamo per la prima volta, dopo averli temuti durante la Guerra Fredda. A metà settembre giunsero due lettere a distanza di una settimana l’una dall’altra. La prima metteva in guardia dall’uranio impoverito, dalle particelle ALFA che rilasciava e mostrava uno di quei proiettili esploso, identico a quello che aveva attirato la mia attenzione per aver perso tutto l’incamiciatura, senza che ne fosse  menomata l’anima. Lo avevo preso, osservato e gettato. La seconda lettera recava dei circoletti rossi intorno agli obiettivi colpiti dagli A 10 americani: i due T-62 erano fra questi. Scrissi rapidamente una direttiva per la gente, ma fu tardiva. In seguito venne mostrata ai deputati, ma la data era diversa. Lasciai il Kosovo dopo quasi 10 mesi di missione e, poco dopo, lasciai anche il servizio. Il primo anno mi sottoposero ad accertamenti, il secondo anno me li dovetti pagare, poi, il Padreterno mi diede una mano.

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Roma, 23 marzo 2016 – «L’inchiesta della Commissione della Camera sull’uranio impoverito è a una svolta e sta emergendo la verità in tutta la sua importanza: siamo di fronte a una strage di Stato e il mandante è l’uranio impoverito utilizzato nei teatri bellici. Tutto questo si sta scrivendo, nero su bianco, grazie al lavoro della Commissione che è riuscita a strappare nell’ultima audizione una verità che si stava tenendo nascosta». È il commento dei deputati M5S componenti la Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito Giulia Grillo e Gianluca Rizzo.

«Giorgio Trenta, presidente dell’Associazione italiana di radioprotezione medica solo alla seconda audizione e grazie alle continue sollecitazioni della Commissione, ha esplicitato quanto inizialmente aveva tenuto sotto traccia: l’uranio è il mandante della formazione delle nanoparticelle di metalli pesanti, come la consulente della Commissione Antonietta Gatti ha dimostrato da anni. Quindi è la causa indiretta, ma comunque la causa dei tumori».

«Eppure è stato necessario incastrare Trenta con le sue stesse perizie firmate in tribunale, dopo che invece in una prima audizione si era limitato a riferire degli effetti patogeni legati al comportamento radioattivo dell’uranio depleto omettendo invece di riferire sul ruolo patogeno delle nanoparticelle prodotte dall’esplosione di proiettili a uranio impoverito in caso di neoplasie così come da lui invece affermato in alcune consulenze tecniche d’ufficio le cui relative cause si sono concluse con la condanna del Ministero della Difesa. Quindi gli stralci di tali consulenze nelle quali il prof Trenta afferma il nesso causale fra le neoplasie oggetto della richiesta di causa di servizio e l’esposizione alle nanoparticelle prodotte dall’esplosione delle armi ad uranio impoverito che hanno contaminato i luoghi sede delle missioni a cui i militari hanno partecipato, sono state lette dal presidente Scanu e confermate interamente nel loro contenuto dallo stesso professor Trenta. E così il velo delle omissioni è stato squarciato».

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Un pensiero su “URANIO IMPOVERITO E TUMORI DEI SOLDATI, “NESSO CERTO”. LA “SINDROME DEI BALCANI” HA UN COLPEVOLE

  1. “Vedevamo le tute degli americani e non capivamo…»
    Non è escluso che il male che lo ha stroncato si sia sviluppato in Kosovo. «Vedevamo gli americani e ci chiedevamo perché girassero bardati a quel modo — aveva raccontato Danise in un’intervista al quotidiano L’Arena —. Sembravano marziani. Sembravano personaggi di quei film tipo Virus. Avevano attrezzature per maneggiare i materiali di cui noi non disponevamo. Non ci siamo mai chiesti perché loro fossero così equipaggiati, pensavamo fossero loro a esagerare. Dopo il Kosovo, al rientro dalla seconda missione che ho fatto in Eritrea, cominciai a leggere i giornali e mi si gelò il sangue. Era l’epoca in cui si iniziava a parlare dell’uranio impoverito. Speravo di non essere tra gli sfortunati. Invece nel 2010 è toccato anche a me. È partito tutto da un mal di orecchie e mi si è stravolta la vita».

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