Mosca identifica i presunti assassini del tenente colonnello Oleg Peshkov

Il sito di analisi anti-terrorismo russo Kavkazpress ha pubblicato ieri un pezzo dove veniva svelata l’identità del “branco” che sarebbe responsabile dell’uccisione di Oleg Peshkov, il pilota paracadutatosi dopo che il proprio velivolo veniva colpito da un F-16 di Ankara. (Il “branco” è stato pomposamente e strumentalmente denominato 10^ brigata dell’Esercito libero siriano dai media filo americani). Il pezzo è stato tradotto e rilanciato dall’Intellettuale Dissidente.
Leggendo il rapporto della Kavkazpress emergono subito alcuni aspetti interessanti:

– I miliziani hanno aperto il fuoco contro il pilota in discesa col paracadute, violando così la Convenzione di Ginevra.

– Il“capo-branco”, tale Alpaslan Celik, non sarebbe un turcomanno, ma un cittadino turco figlio di Ramzan Celik, ex sindaco della cittadina di Keban, nella provincia turca di Elazig e membro del partito nazionalista MHP.

– Nel luglio 2014 Alpaslan Celik veniva immortalato in Iraq dove pare stesse combattendo per “proteggere” la popolazione turcomanna.

– Alpaslan Celik appare in alcune foto, assieme ad altri commilitoni, mentre fa il gesto dei “Bozkurtlar”, i ben noti “Lupi Grigi”, organizzazione di estrema destra turca indicata in passato dai russi come legata alla rete Gladio (quindi parliamo di CIA, il finanziatore di queste reti.ndr).

Un altro elemento interessante emerge dalle immagini di una conferenza stampa organizzata, subito dopo l’uccisione del pilota russo, dal gruppo “turcomanno”, nelle quali si può vedere Alpaslan mentre mostra con orgoglio un pezzo del paracadute del pilota e parla ai microfoni di Cnn e Fox News. Già, perché nonostante la zona geografica in questione non sia certo tra le più facili da percorrere a causa dei check-point, dei combattimenti, dei bombardamenti, sembra che le emittenti televisive abbiano raggiunto la zona della conferenza stampa in tempi piuttosto brevi. E’ dunque possibile che il governo AKP abbia preso di mira il jet russo perché i raid di Mosca colpivano interessi turchi in territorio siriano? Una domanda più che legittima visto che, se l’ipotesi del sito russo venisse confermata, ci troveremmo davanti a milizie di cittadini turchi, con legami istituzionali, che perseguono gli interessi di Ankara in territorio siriano. Per esempio, sappiamo che il figlio di Erdogan Bailal è a capo della società turca che gestisce i convogli dei contrabbandieri ISIS del petrolio rubato agli iracheni e ai siriani; convogli che trasportano petrolio nei viaggi di andata e armi nei viaggi di ritorno.

Schermata 2015-11-27 alle 09.12.43.pngSchermata 2015-11-27 alle 09.13.38.pngMa la domanda che noi ci siamo posti è: “Chi ha gridato in italiano “Via, via!” un istante prima della raffica che ha assassinato il tenente colonnello Peshkov, appeso al suo paracadute?” Anche uno Spetnaz della squadra di soccorso russa, Alexander Pozynich, è morto nell’elicottero colpito una seconda volta dai terroristi con un missile USA TOW, dopo che aveva compiuto un atterraggio di emergenza. Solo la Turchia può rifornire i terroristi di centinaia di questi missili, il cui costo si aggira attorno ai 12.000 dollari per esemplare.

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4 pensieri su “Mosca identifica i presunti assassini del tenente colonnello Oleg Peshkov

  1. Le circa 1000 autocisterne ed i depositi di greggio distrutti dall’aviazione russa in Siria sono un duro colpo sia per i terroristi dell’Isis che per il genocida Erdogan. La vergogna assoluta è che l’Italia faccia ancora parte della NATO che, da “alleanza difensiva”, si è trasformata in un sodalizio criminale tra Erdogan, le dittature saudite, quatariote e kuwaitiane ed i terroristi mercenari dell’ISIS che, in concorso fra loro, ammazzano e spargono il terrore in giro per il mondo con la copertura mediatica, politica e militare dei neo-con americani e di Israele. Subito dopo l’abbattimento del velivolo russo, Erdogan ha immediatamente fatto appello alla NATO, invece di prendere contatti con la Russia per chiarire la vicenda. E’ sembrato quasi che Erdogan stesse cercando di coinvolgere la Nato in un’azione militare contro la Russia, facendo così gli interessi dei jihadisti.
    La Costituzione vieta di appartenere ad un alleanza com’è oggi la NATO e di procedere nei suoi confronti a cessioni temporanee di sovranità.

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  2. Erdogan collabora con i jihadisti dell’Isis e di Jabhat al-Nusra: comandanti barbuti curati negli ospedali turchi nei pressi del confine siriano; strani carichi di armi per i jihadisti intercettati dalla polizia, con conseguenti “purghe” nei confronti degli agenti responsabili dei controlli; noti terroristi che camminano liberamente per le strade di Istanbul, città diventata principale luogo di transito per i foreign fighters diretti in Siria; militari turchi al confine che scambiano quattro chiacchiere con i jihadisti.

    Una cosa è certa, i bombardamenti russi in Siria hanno sistematicamente bersagliato i jihadisti, sia dell’Isis che i qaedisti, frantumando così i sogni del governo turco filo-Fratelli Musulmani di far cadere Assad e spezzare l’asse sciita. Del resto furono proprio i Fratelli Musulmani siriani, poco dopo l’inizio dell’intervento russo in Siria, a invocare la “guerra santa” contro Mosca, trovando tra l’altro il sostegno dell’organizzazione internazionale dei Fratelli Musulmani che pubblicò sul proprio sito in inglese un eloquente comunicato.

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  3. Dal conosciutissimo sito americano Zero Hedge, salta fuori che gli americani, infine costretti dall’intervento dei russi a fare quel che sarebbe stato più logico sin dall’inizio, e cioè colpire il commercio del petrolio che sostiene l’ISIS, hanno lanciato dei volantini per avvisare degli imminenti bombardamenti. Ne parla in conferenza stampa un generale, arrampicandosi sugli specchi per accampare delle giustificazioni. Per Zero Hedge il motivo è evidente: “è il minimo che la CIA possa fare per un vecchio amico”… ecco alcuni commenti da parte del colonnello Steve Warren di Operation Inherent Resolve (durante una conferenza stampa all’inizio di questo mese):
    Domenica mattina presto in Al-Bukamal, che è il cerchio blu a sud numero due, si vedono due cerchi blu là. Entrambi rappresentano operazioni Tidal Wave II, ma siamo in quello a sud – quello verso la parte inferiore dello schermo, là.
    Ad Al-Bukamal, abbiamo distrutto 116 autocisterne, cosa che riteniamo possa ridurre la capacità dell’ ISIS di trasportare i suoi prodotti petroliferi rubati.
    Questo è il nostro primo attacco contro le autocisterne, e per ridurre al minimo i rischi per i civili, abbiamo lanciato dei volantini prima dell‘attacco. Abbiamo fatto una dimostrazione di forza, – gli aerei sorvolavano i camion a bassa quota.
    Quindi, ho una copia del volantino, e ho alcuni video, quindi perché non tiri fuori questo volantino. Fammi dare un’occhiata, così posso parlarne.
    Come si può vedere, è un foglio abbastanza semplice, si dice, “scendete dai vostri camion subito, e allontanatevi di corsa.” Un messaggio molto semplice.
    E poi, anche, “Attenzione: attacchi aerei in arrivo. I convogli di petrolio saranno distrutti. Allontanatevi dai vostri camion immediatamente. Non rischiate la vita…”
    E così, questi sono i volantini che abbiamo lanciato – circa 45 minuti prima che gli attacchi aerei avessero effettivamente inizio.
    Ed ecco uno scambio divertente, durante le domande a seguito della conferenza stampa:
    D: Ancora sulla domanda già posta da Bob – se è così importante tagliare le forniture di petrolio, la più cruciale fonte di entrata per l’ISIS, perché c’è voluto così tanto tempo per far fuori 116 camion cisterna?
    COL. WARREN: No, questa è una bella domanda, Jim. Grazie per avermelo chiesto.
    Allora, un po’ di storia sull’operazione Tidal Wave II. Sin dall’inizio, noi, si sa, abbiamo preso di mira l’obiettivo delle infrastrutture petrolifere, fin dall’inizio di questa operazione.
    Quello che abbiamo scoperto è che molti dei nostri attacchi erano solo minimamente efficaci. Avremmo colpito pezzi di infrastrutture petrolifere che sarebbero state facilmente riparate.
    Quando siamo giunti a questa conclusione, ci abbiamo studiato su – mi sembra che ne ho già parlato la scorsa settimana – abbiamo effettuato degli studi per decidere come colpire meglio le infrastrutture petrolifere in sé, in diversi punti del sistema.
    Nel corso dello studio, abbiamo anche determinato quella parte del sistema illecito del petrolio, dal petrolio grezzo che esce dal terreno sino alla pompa, alla fine della catena, che è la rete di distribuzione.
    Quindi, questa è una decisione che dovevamo prendere. Non abbiamo colpito questi camion prima. Abbiamo valutato che questi camion, anche se vengono utilizzati per le operazioni che supportano l’ISIS, i camionisti, in se stessi, probabilmente non sono membri dell‘ISIS; sono probabilmente solo dei civili. Quindi abbiamo dovuto trovare un modo per aggirare questo problema. Non siamo in questo business per uccidere i civili, siamo in questo business per fermare l’ISIS – per sconfiggere l’ISIS.
    Quindi, fondamentalmente, gli Stati Uniti ci hanno messo 13 mesi per capire che il modo migliore per paralizzare il commercio di petrolio dello Stato islamico era quello di bombardare – il petrolio.

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  4. Analizziamo gli strike americani nelle ultime campagne aeree. Durante la prima guerra del Golfo, gli Stati Uniti effettuavano in media 1.125 attacchi aerei al giorno. In Kosovo, erano circa 135 al giorno. Nel 2003, nella campagna chiamata “colpisci e terrorizza”, avvenuta sempre in Iraq, i raid USA erano in media 800 al giorno. Contro l’Isis, gli attacchi aerei (per l’80% condotti dagli USA) si attestano ad una media di 14 al giorno.
    Emerge anche un altro dato: il 75% dei piloti che si alzano in volo in Iraq per effettuare un raid contro l’Isis, ritornano alla base senza aver sganciato un solo ordigno.

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